“Per la forza di una parola”

Un giorno di agosto, per nulla soleggiato e nemmeno caldo, sono andata sul monte Grappa e ci ho trovato una grande scultura.

La sono andata a cercare perché avevo visto un cartello che indicava un monumento alla resistenza partigiana; così, svoltando l’ennesimo tornante, l’avevo vista in lontananza. Ho parcheggiato la macchina e le sono andata incontro, l’ho studiata passo dopo passo cercando di capire che cosa rappresentasse; prima era piccolina davanti al suo sfondo erboso, la potevo tenere tra due dita, ma dopo pochi minuti mi sovrastava. Era nera e informe, come se un’improvvisa vampata di intenso calore avesse squagliato la matericità del bronzo. La prima cosa che sono riuscita a distinguere mentre mi avvicinavo erano due gambe e due braccia, che avevano delle mani contratte e protese verso il cielo.

Le ho girato attorno come un avvoltoio attento: la seconda cosa che ho visto è stata un ventre svuotato e la terza un volto, il cui profilo era rivolto verso l’alto e ben delineato contro il cielo, ma non aveva lineamenti definiti ed il suo occhio non era altro che un buco: il vuoto lo faceva sembrare spalancato. Ho notato poi che le mani erano strette da lembi di corda nera, come se una volta fossero legate tra di loro e si fossero liberate. Insomma, ho capito perché i partigiani.

Ma poi ho continuato a girare ed ho incrociato due lastre di pietra con due iscrizioni. La prima, incastonata nella roccia vicino ad una oscura apertura nella montagna, diceva così: “A ricordo dei sette partigiani bruciati vivi in questa galleria da lanciafiamme degli oppressori nazifascisti” e poi una data, quasi nascosta, 22-09-1944. Il mio corpo è stato immediatamente attraversato da quel brivido spontaneo, quello di una mente che prova ad immaginare che cosa si può provare a morire arsi vivi, sentirsi la pelle che si squaglia e il cervello saturo di dolore che ti sembra sul punto di esplodere. Una morte atroce che non si merita nessuno.

Poi ho letto anche l’altra lastra, di marmo questa, dai contorni precisi rettangolari ed accompagnata da fiori rossi e bianchi, rose circondate da un nastro tricolore.

“E per la forza di una parola
Io ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per chiamarti
Libertà”

Dopo anni di esperienze e di continue riflessioni su di esse sono giunta alla conclusione che sono una persona sensibile; in certi casi, enormemente sensibile. Il tema della guerra è uno di quelli che incontra invariabilmente la mia pena ogni volta che lo sento, che sia declinato in un film o in un libro di storia. Non so se credo veramente nel Paradiso ma credo nel fatto che, in qualche modo, se rivolgi un pensiero ai morti loro ti sentono; perciò, ogni monumento ai caduti delle guerre mi provoca un infinito senso di pietà e di commozione. Forse perché mi saltano subito in mente quei versi di De André, quelli che raccontano del soldato Piero mentre se ne va al fronte senza capire perché ci sta andando.

Ci sono anche altre storie che mi piacciono –cioè, che mi fanno male ma che adoro. Di una ho già accennato qualcosa, quella di Enjolras e dei suoi compagni ne Les Misérables che programmano un moto rivoluzionario per liberare la Francia dalla monarchia di un re non meno spietato –o, piuttosto, noncurante di Luigi XVI¹; un’altra storia potrebbe essere quella di Aléxandros Panagulis, che in tempi più recenti e nella realtà degli eventi ha organizzato un attentato contro la dittatura dei colonnelli che dal 1967 ha stretto la Grecia in un regime privo anche del ricordo democrazia, e quindi anche di una totale mancanza del coraggio di lottare per essa –tranne lui².

Oppure la storia di quest’uomo. Non c’era una firma, né un indizio che facesse capire che quelle parole fossero state effettivamente proferite da qualcuno di quei sette partigiani, ma nella mia testa era chiaro che fossero state proferite da lui, dalla statua. Lui era lì, aveva effettivamente il corpo liquefatto, e la causa di ciò evidentemente era veramente il fuoco; l’occhio era sempre lì, spalancato, azzurro in mezzo alla faccia annerita perché dietro c’era il cielo; le mani erano protese verso l’alto, si era liberato e le tendeva verso la luce benefica del sole che, per uno straordinario caso fortuito, a quell’ora del giorno e in quella stagione sembrava proprio lì, a portata di mano. Fissava la luce e non gridava, perché le labbra, come se mormorassero un’ultima parola, erano appena schiuse su quel volto senza lineamenti, tanto che lui potrebbe essere chiunque. Chiunque abbia trovato la volontà di combattere per la forza di una sola parola.

Libertà. Oggi forse ne abusiamo tanto che ne abbiamo perso il significato –soprattutto noi del fortunello mondo occidentale, anche se pure noi a ben vedere ne siamo privati, a volte senza saperlo, perché siamo uomini, e tutti noi possiamo essere a vari livelli gli schiavisti di qualcun altro.

Morire per la forza di una parola a volte mi appare incredibilmente bello, poetico, a volte persino giusto. La mia vita mi sembra minuscola in confronto a queste storie e continuo a chiedermi se anche io farei lo stesso –intendo, lottare strenuamente per qualcosa, non necessariamente morire, no, quella è la peggiore delle ipotesi ma nel caso la si abbraccia perché un uomo può morire ma l’ideale no. Mi chiedo se sono un’idealista di fatto e non solo d’intenzioni. Mi sento minuscola perché mi pare che quelle storie siano tanto grandi da leggere e a vedersi, ma a viverle io non ce la farei, io sono troppo fragile. Senza dubbio l’ho deciso io di essere fragile perché è una scusa migliore che ammettere di essere troppo pigra per combattere per i miei ideali –troppo pigra o troppo paurosa, o forse, aiuto!, forse non ci credo poi così tanto. Non so uscire da questa impasse, non so se sono davvero così (pigra, paurosa o bugiarda) o se ancora non ho trovato quella parola che fa scattare il click –perché tutto sommato ogni persona probabilmente ha una propria parola. Io non sono Malala, je ne suis pas Charlie, e probabilmente non saprei urlare “Vi faccio vedere come muore un italiano”; però mi auguro di mantenere sempre la stessa dignità, ogni giorno della mia esistenza, e mi auguro di avere il loro coraggio se un giorno la mia vita dovesse così oscuramente capovolgersi. Intanto penso alla statua: lui sapeva tutto, e non aveva dubbio alcuno. E’ morto, ma si è salvato dal tribunale di se stesso.

Giorgia Favero

 

Note:

Nella foto: Augusto Murer, Monumento al partigiano sul Monte Grappa, 1974 [Immagine tratta da Google]

Da una ricerca successiva, ho scoperto che l’incisione sulla lastra di marmo è un frammento di una poesia di Paul Éluard, Libertà, scritta nel 1942 quando anche lui partecipò alla resistenza nel suo paese, la Francia.

  1. Victor Hugo, Les Misérables, 1862.
  2. La sua storia l’ho conosciuta tramite il romanzo Un uomo di Oriana Fallaci (1979). In Italia sono stati pubblicati anche due suoi libri di poesie, Vi scrivo da un carcere in Grecia (1974) e Altri seguiranno (ristampa 1990).

Metamorfosi (la perfezione inesistente)

 

Viviamo in una realtà stereotipata, viviamo inseguendo dei modelli, decretati da non si sa bene chi, forse da una collettività troppo concentrata sul sembrare e poco interessata all’essere.
Questa considerazione sappiamo bene potersi estendere, bene o male, a qualsiasi sfera dell’esistenza umana. Questa riflessione non è altro che immagine scritta di una società priva di valori.
Questi stereotipi, tuttavia, vengono addidati e allo stesso tempo inseguiti ossequiosamente da ogni singolo individuo che io abbia mai avuto la possibilità di incontrare. Chi vuole essere il figlio perfetto, chi lo studente modello, chi il compagno ideale, la moglie che l’immaginario collettivo desidera, la ragazza che tutti si voltano a guardare per strada..la ragazza che desidera ardentemente ricevere lusinghe, quella che posta foto sui social perché la “fame del like” e la bramosia di approvazione sono troppo forti per non ricercare ossessionatamente l’approvazione altrui.
La premessa serve unicamente ad aprire la strada alla riflessione che sento di dover attuare, soprattutto ora, qui, perché nel mondo delle parole non si trova mai abbastanza spazio per valorizzare una donna per ciò che è e non per ciò che dovrebbe essere.
I media manipolano, persuadono, modificano la nostra opinione, il nostro pensiero, il nostro modo di agire. I media possiedono quel potere coercitivo in grado di mutare spazi e tempi, divengono estensioni del nostro io, ci affidiamo a loro, ascoltiamo, agiamo. Il passaggio da ascoltare e restare passivi ad agire e diventare attori attivi sta avvalorando, giustificando e legittimando la violenza che le donne subiscono dai media…violenza che, come per un effetto osmosi, è portata avanti dalla società reale, dal sistema nel quale viviamo, ci rapportiamo.
Il viso perfetto, i capelli perfetti, il corpo perfetto. Cercando di mostrare donne normali, attuano ancor di più la corsa alla somiglianza di modelli del tutto sbagliati.
So cosa vuol dire vivere in sovrappeso, sentire le risate, le prese in giro, le cattiverie gratuite… La preclusione alla definizione di “normale”, l’ inclusione nel gruppo dei ciccioni, dei brutti, di coloro che valgono meno. Di questo parliamo, della privazione del valore personale con l’aumento del peso corporeo.
Ad ogni epoca corrispondono stereotipi, in ogni epoca le donne fanno la corsa per tagliare il traguardo. Passare le notti insonne, passare le giornate a resistere, a privarsi del piacere del cibo, dell’unica cosa in grado di saziare davvero l’animo, per ottenere un sorriso, un complimento…il compiacimento. Perché la volete sapere la dura verità? A nessuno piace andare in palestra a sentire la ciccia che salta su e giù mentre si corro sul tapisroulant, nessuna donna prova piacere nel sostituire una fetta di torta con una carota o una costa di sedano…e chi vi dirà il contrario, mente.
Malgrado le lacrime, i dolori, le privazioni, nulla potrà mai discostare una donna dal raggiungimento del proprio obiettivo, nessuno potrà convincere una donna che l’approvazione altrui non conta, che le persone che offendono sono stupide. Nessuno.
Il baratro, nel quale il genere femminile è caduto,sta continuando a risucchiare autostima, sorriso, felicità del sé. Accendete la televisione, sfogliate un giornale, una rivista, accedete a Facebook… Vorrei sapere quante donne “normali” avranno un vostro sorriso, quante super magre avranno il vostro like. Potremmo disquisire a lungo su programmi, asserzioni, pensieri e opinioni sulla magrezza, sull’obesità, ma non vorrei mai fare polemica o trasformare un veicolo di libertà di espressione e verità, come lo sono queste parole, in un arma di discussione inutile.
La verità, mio malgrado, deve esser dispiegata. Questa è, però, una realtà scomoda, qualcosa che la maggior parte delle donne negherà. Per me scrivere tutto ciò è difficile, affrontare i propri mostri lo è sempre…ma la propria sofferenza potrebbe esser la chiave di lettura della sofferenza altrui.
Questa rubrica, la possibilità di trasmettere il mio pensiero al mondo, mi ha fatto comprendere come la narrazione  dell’attualità non sia la strada più giusta per esplicitare e chiarificare le forme di violenza contro il genere femminile. Sono le storie vere a dispiegare la totalità di un evento, di atteggiamenti, di condizioni.
Oggi ho deciso di scrivere di un tema, se pur con toni “smorzati”, che mi sta molto a cuore.
Cercare di reincarnare lo stereotipo della donna supermagra, perché la si percepisce come un’imposizione della società odierna, è una violenza… Se vogliamo, una violenza amplificata e legittimata.
Come potrebbe esser altrimenti, per un fenomeno che porta le donne, e anche gli uomini, perché nessuno ne viene escluso, a cambiare sè stessi, la propria immagine, la figura che è riflesso della propria anima, per compiacere una società ossessionata da valori distorti?
Perché oggi come oggi, non importa chi sei, ma come appari.
IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

[Immagine: opera Metamorfosi IV – pavone di Clarae]

Al di là del velo di Maya

Ho sempre voluto scrivere su di te.

Conservo a mò di tesoro tutti i tuoi libri sullo scaffale, di cui ogni tanto leggo qualche pagina, sapendo di non dovere superare una certa dose di parole.

Troppe sono così vere da far male.

Più ti leggo e più desidero smentirti, ma ogni volta mi rendo conto che nessuno avrebbe potuto essere più lucido di te

Quando penso a te, alle tue lezioni a cui nessuno partecipava, sorrido…gli uomini non capiscono mai la genialità che sta loro di fronte. Erano tutti troppo preoccupati a segnare ogni singola parola che usciva dalla bocca di Hegel per rendersi conto che lì, nell’aula accanto, stava un uomo che con le sue teorie apriva anticipatamente l’era della filosofia contemporanea: Arthur Schopenhauer.

Arthur Schopenhauer (1788-1860) era un filosofo ma prima di tutto e sopra ogni altra definizione era un essere umano.

Cercava verità, bramava intensamente quella risposta in grado di bloccare per sempre ogni domanda. Questa è la sete dell’Assoluto, intransigente bisogno umano di dare un senso unitario ad ogni cosa. Ma Schopenhauer sapeva di essere un uomo, sapeva che il mondo di cui si teorizzava era popolato da uomini come lui: diversi, imperfetti, instabili.

La soluzione del relativismo poteva sembrare l’unica possibile: tante verità relative, ognuna per ogni uomo che popola questo mondo. Soggetivismo stremo.

Tuttavia il prezzo di questa soluzione era troppo alto: l’abbandono totale di certezze, di una verità, la perdita della speranza nella coerenza del mondo.

Schopenhauer non poteva farlo e ci rivela invece che dietro ogni singolo essere umano, dietro ogni desiderio, ogni scelta, insomma dietro ogni atto con cui crediamo di esprimere la nostra personalità più autentica in realtà siamo agiti. Non siamo mai noi a farlo, o meglio, non lo decidiamo noi, è la volontà di vivere che mette in scena sè stessa facendo uso delle nostre membra.

Siamo dei burattini.

Siamo semplici mezzi per la realizzazione della volontà di vivere, semplici tasselli di un mosaico facilmente sostituibili e viviamo nell’inconsapevolezza di questa tragicommedia.

Siamo stupidi esseri umani che credono di essere unici, la realtà dei fatti è che siamo tutti indiscriminatamente volontà di vivere.

Il filosofo parrebbe averci consegnato al pessimismo più nero.

Cosa può fare allora l’uomo per mettersi in salvo dalle catene della necessità di vivere?Come essere sè stesso? Come essere libero?

Il passo più grande sta nell’autoconsapevolezza.

E’ quando abbasso lo sguardo sul cammino che ho fatto, lo guardo dall’esterno, lo critico, che dimostro di poter vincere la volontà di vivere.

Quando giungo alla consapevolezza della forza maligna che coltiva sè stessa nutrendosi dei miei desideri, quando strappo il velo di maya che mi rendeva cieco difronte ad una realtà così palese, ho già in parte vinto.

La strada per la liberazione inizia qui, nel preciso istante in cui sento di non essere io a vivere la mia vita, ma un cieco istinto che si fa beffa di me.

Qui inizia la lotta e sarà un duro conflitto dove l’uomo cercherà di staccarsi dall’elemento primario, pur sapendo che è ciò che lo tiene in vita.

Sarà una rivolta contro le proprie membra, che metterà totalmente a soqquadro la sua esistenza ma in cambio gli donerà la libertà.

Questa è l’ascesi, che tanti hanno interpretato come un distacco totale dalle sensazioni del corpo, io invece ritengo che si possa rileggere Schopenhauer come l’esortazione a raccogliere dietro le sensazioni le vere emozioni. Un appello ad andare al di là del mero bisogno, del semplice istinto ed avere la forza di pretendere per sè stessi l’emozione.

L’uomo potrà dire di vivere veramente solo quando sacrificherà il bisogno e metterà a rischio la sua sopravvivenza pur di sentire il battito del proprio cuore accellerare vertiginosamente.

Non concordo con la morte per inedia, per il lasciarsi morire, e qui penso ti stia sbagliando Schopenhauer: non vincerò il bisogno e l’abitudine ad essere vivo negando la vita ma celebrandola al massimo grado, pretendendo da ogni giorni le emozioni che vorrei provare nell’ultima ora della mia vita.

 Valentina Colzera

[immagini tratte da Google Immagini ]

 

Un unico grande respiro

Io non voglio stima, fama e gloria.

Io voglio amore, entusiasmo, fuoco, vita.

[ dal film Il giovane favoloso ]

Parole che restano sospese nell’aria sempre più densa di un cinema. Il silenzio, divenuto pesante, le sostiene, le scandisce, donando loro una forza che mi blocca il respiro.

Elio Germano è lì, davanti a me, sullo schermo di quel cinema.

Leopardi è lì, sospeso nell’aria densa, accolto da quel silenzio.

Un genio precoce, un ribelle, un uomo solo con i suoi pensieri.

Un uomo il cui tormento è impresso come una condanna nella fragilità del suo corpo, e parla alla parte più oscura della nostra anima con la profondità delle sue parole e dei suoi silenzi.

I versi sono l’unica via di fuga per i suoi pensieri ribelli. Più sente vivo il suo tormento più scrive, e più scrive più questo tormento cresce, e con esso il bisogno di affermare le sue idee pagate con la solitudine.

Leopardi canta una sofferenza che trasuda vita, una sofferenza che cerca la verità dell’esistenza, consapevole che una verità assoluta non c’è. C’è solo la tensione che spinge l’uomo a cercarla.

La tensione profonda, incessante, logorante che cresce dentro di lui: questa è la sua grandezza.

Le sue parole non sono altro che una voce prestata al suo tormento, dove l’amore, l’entusiasmo, il fuoco, la vita spingono violentemente per venire alla luce. E in questa spinta c’è la consapevolezza che la libertà e la forza, che animano questi sentimenti, debbano scontrarsi con la finitezza e la precarietà del corpo nella sua permanenza nel mondo.

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Ciò che è nel mondo e che nasce da esso deve finire e morire. Ma ciò che non è di questo mondo e che non vuole esserne parte, lo attraversa facendolo vibrare con tutta la forza di un lampo che balena nella volta celeste, e che non conosce né tempo né morte.”

Per una strana coincidenza, per reminiscenze passate, o forse per entrambe, mi ritrovo tra le mani questo libricino giallo e ruvido che non apro da un pò di tempo: Il nulla della vita di Schopenhauer.

Tra le parole del filosofo tedesco rivedo quella contraddizione, propria dell’essere umano, che nel Leopardi disincantato e ribelle pesa come un macigno.

Schopenhauer recupera la differenza kantiana tra fenomeno e cosa in sé, identificando quest’ultima con la volontà di vivere libera e irrazionale, che è l’essenza autentica dell’uomo, non soggetta né allo spazio né al tempo. Seguendo il pensiero del filosofo, gli uomini che arriveranno a conoscere quella che nel profondo è la loro essenza, vivranno una vita autentica senza temerne la fine. Perché se la morte determina la fine dell’individuo, questa non intacca quella che è la sua vera essenza, ossia la volontà, che con la morte del singolo ritorna alla sua condizione originaria.

Il film “Il giovane favoloso” traduce in carne questa volontà, la volontà di vivere di un uomo che attraverso la poesia esplora tormenti e contraddizioni dell’essere umano. Seguire Leopardi in questo viaggio è camminare in punta di piedi dentro la nostra tensione più intima alla ricerca della nostra essenza.

Ascoltare questa tensione non è una scelta ma un’inevitabile condanna che porta malinconia, inquietudine e solitudine. La tensione è troppo rumorosa per essere ignorata e solo quando le sarà data una voce, quando le sarà concessa una via di fuga, questa, oltre al dolore, ci porterà la vita.

La vita come respiro, ampio, profondo, talmente profondo da farci cadere negli abissi più neri per poi farci risalire verso una dimensione infinita. Una vita fatta di dubbi, contraddizioni, malinconie, inquietudini. Una vita fatta di illusioni, poesia, curiosità, stupore e meraviglia.

Perché

non vivono fino alla morte se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita.

Leopardi

Allora è proprio questa tensione, con tutte le sue sfumature, la chiave per liberarci dalla condanna di un’esistenza sterile, fatta di ruoli e maschere; un’esistenza in cui il bisogno di affidarsi a una verità è più forte dell’impulso di liberare le nostre tensioni e vivere il rischio che la nostra essenza autentica richiede per prendere il volo.

La vita piena è la vita dell’anima; è il respiro ampio che riusciamo a dare alla nostra anima quando sentiamo salire le vertigini e ci abbandoniamo al vuoto rinunciando ad ogni pretesa di certezza, abbandonando le ripetizioni e l’immobilità.

La vita piena è aprirsi completamente per far entrare dentro anche il più piccolo respiro del mondo, perché ciò che possiamo contenere è infinito.

E’ svegliarsi nel cuore della notte perché il rumore dei nostri pensieri è troppo forte, ed è rimanere svegli tutta la notte perché non possiamo rimandare e dobbiamo scrivere questi pensieri.

E’ rimanere immobili a contemplare un dettaglio e assorbirne tutta la bellezza per restituirla al mondo sotto altra forma.

E’ guardare la scena di un film, leggere il passo di un libro, ascoltare una melodia, contemplare un’opera d’arte, e lasciare che le parole, le immagini e i suoni ti entrino dentro fino ad arrivare al punto di non capire più chi sei tu e chi è l’attore, qual è la tua vita e qual è la vita raccontata tra le pagine, qual è la vibrazione della tua anima e quali sono le note che vibrano nell’aria, qual è la tua immagine del mondo e qual è l’immagine dipinta sulla tela.

Tutto questo, ogni momento, ogni dettaglio, ogni sfumatura, è un passo verso la conoscenza profonda di noi stessi e verso la libertà. E mano a mano che avanziamo, non abbiamo più bisogno di distinguere l’io dal resto del mondo, l’anima dal corpo, ciò che definiamo reale da ciò che confiniamo nella nostra immaginazione, la gioia dal dolore, il bene dal male: fa tutto parte dello stesso grande respiro, dove la tensione che sentiamo è quella vertigine che ci fa volare.

Lisa De Chirico

www.lisadechirico.it

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Maturità artistica presso il Liceo Artistico Statale di Treviso e laurea in Architettura presso lo IUAV di Venezia. In ambito lavorativo mi occupo di progettazione architettonica e grafica, interior design e architettura del paesaggio. La mia trasversale passione per il mondo della creatività nelle sue diverse forme, dall’arte all’architettura, dalla scrittura alla fotografia, risponde ad una necessità di espressione che attinge ai diversi strumenti che questa dimensione mi offre. Un segno tracciato su un foglio, il progetto di uno spazio, l’illustrazione di un concetto, un frammento di realtà rubato da uno scatto, sono l’espressione di una ricerca continua che trova nella filosofia, nella letteratura e nella musica il suo punto di partenza.

Ogni mia espressione è una condensazione di ciò che sono, di ciò che vivo e immagino; dove ciò che viene definito arte, architettura, fotografia e scrittura, perde i propri limiti e si mescola.

[Immagini tratte da Google Immagini ]

Destino vs Libertà?

 

Non c’è scampo. Ogni qualvolta le nostre vite vengono travolte dagli imprevisti, ecco che ricadiamo nella rete del destino. Tutto ciò che va al di là dei nostri programmi e che non è in nostro potere controllare e prevedere, spesso viene associato a quell’irrazionale e inspiegabile sorte che accompagna come un’ombra le nostre vite e che, nei casi più tragici, non dà proprio pace.

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Guerriera senza precedenti

 

La sofferenza è un mistero intrinseco nell’uomo, può essere considerata come un dolore fisico o morale per l’essere umano; quando si parla di sofferenza morale si intende una profonda afflizione interiore non oggettiva perché legata all’esperienza del soggetto. È proprio questo genere di dolore che scaturisce dalla consapevolezza di avere più o meno tempo per vivere, in seguito ad una diagnosi negativa, o alla incoscienza di poter avere tutto sotto controllo. Questa sofferenza è quella più difficilmente gestibile anche dal soggetto stesso che ne è sottomesso, perché coinvolge la sfera più intima della persona umana e può nascere e crescere inconsapevolmente fino a consumare l’individuo, ma soprattutto perché da una visione completamente distorta del proprio tempo. Infatti, fino a quando l’essere umano non è colpito da un evento tragico, il tempo scorre tranquillo, lineare, proiettato verso un futuro ricco di progetti; non appena, però, qualcosa lo colpisce da vicino, la superficialità lo abbandona e viene sopraffatto dagli eventi, il tempo lo travolge ed entra in crisi.

Valeria Genova, Il tempo nella sofferenza

Giulia, soltanto ventun anni.

Non è una ragazza qualunque, è molto di più. Giulia conosce il cancro, anzi, per l’esattezza conosce il linfoma di Hodgkin, un tumore di stadio avanzato da cui è stata colpita circa un anno fa.

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