Voci mute e ascolti sordi

Ricordate quando a scuola, specialmente nei primi anni, si veniva a formare quel brusio di sottofondo tanto condannato dai docenti? I richiami erano frequenti, ma nessuno imparava mai a quanto pare. La lezione non entrava in testa, tanto che dopo qualche minuto dal rimprovero, ogni scolaro si ritrovava di nuovo a parlare, ad impiegare la sua voce assieme a quella di tutti gli altri suoi compagni, formando appunto quel rumore, un’unica imponente voce che comprendeva ogni tono, parola e discorso di ciascun partecipante.

Avete mai fatto caso alla struttura di quest’ultima? Fermarvi per un istante ad ascoltare, cercare di distinguere ogni singola componente, scinderla dal complesso e portarla al vostro orecchio, lo avete mai fatto? È una cosa che mi diverte sempre, soprattutto ora che a scuola non ci vado più, ora che sono immerso nel mondo, quel mondo che appartiene ai “grandi”. E li vedo, anche loro sono lì ad impiegare le loro voci, anche loro non hanno imparato la lezione, riempiendo fino all’orlo luoghi che altrimenti sarebbero silenziosi. Mi piace osservarli come facevo con i miei compagni, vedere i loro comportamenti così corretti e omologati, ognuno intento a dire ciò che deve assolutamente dire, raccontare se stesso a più persone possibili forse per ingannare la solitudine, per ingannare se stesso. Ovunque voi andrete potrete sentire questa continua chiacchiera, questo suono che pare così necessario, di cui nessuno si domanda l’utilità, o più precisamente, nessuno si rende conto dell’effetto che può avere. Potrete sostare ad una caffetteria qualunque ed essere immersi nei mille discorsi che la animano, tutto ciò senza preparazione, senza accordo alcuno tra le persone. È così per ogni luogo pubblico e non solo, si sta invadendo con ingordigia ogni angolo del pianeta, in ogni singolo posto pare esservi una parola intenta a descriverlo, renderlo vivo, cercando disperatamente di aggiungere qualcosa, come se ciò che ci è fornito non ci bastasse. Non ci bastano i bellissimi paesaggi di cui disponiamo, le meraviglie che la natura riesce a mostrarci, luoghi che da sempre ricerchiamo. Ogni tanto sentiamo il bisogno di partire, di abbandonare la quotidianità e di riscoprire noi stessi in altri luoghi, magari più solitari e liberi. È capitato anche a me di recente e forse è per questo motivo che sto trascrivendo qui questo mio pensiero, proprio perché anche io mi ritrovo in mezzo alla folla chiassosa che tanto condanno nelle prime righe. Ne facciamo tutti parte e ce ne rendiamo conto quando ne usciamo, quando passiamo al meravigliarci di certi momenti che non richiedono parole, che non vogliono essere descritti, che si fanno bastare così come sono. Penso sia questa la chiave del rapporto che abbiamo con gli altri e della solitudine che spesso si presenta come sentimento nella nostra vita.

Difatti il nostro accontentarci del quotidiano, del far parte di tutte quelle voci, lascia spazio ad un grande vuoto, un’insoddisfazione che può crescere rigogliosa al nostro interno. Pensate sempre alla scena in caffetteria, ai vari tavoli che si trovano vicino al vostro e alle persone che sono presenti. Potrete osservare che ogni discorso, ogni dialogo ha la stessa struttura, si concatenano quasi sempre allo stesso modo. Lo si può capire solo osservando l’ascoltatore, o meglio, il presunto ascoltatore. Ebbene è facile ormai notare come ogni nostro interlocutore sia lì, presente forse come un falso interessato, pronto a rispondere con le parole migliori, le meglio pensate, in grado di stupirvi. La verità è che ci sentiamo così protagonisti di questa vita, a volte addirittura della vita degli altri, che arriviamo a pretendere sempre i riflettori puntati verso di noi. Il nostro ascolto risulta essere solo l’attesa per una formulazione efficace, ovverosia ci riduciamo ad ascoltare per rispondere e non per il solo piacere, oltre che all’utilità, di ascoltare. Non so se a voi sia mai capitato di avere un sincero e sentito dialogo con una persona, composto di silenzi, attimi di riflessione e di accordi e concessioni, quasi da ricondurci alla struttura del dialogo tra i vari interlocutori di Platone attraverso la figura parlante del maestro Socrate. Anche in questo caso arriviamo a meravigliarci di quanto risulti essere differente un dialogo del genere rispetto alle solite conversazioni a cui siamo sottoposti ogni giorno, e tutto ciò solo per il fatto che parliamo veramente con un ristretto numero di persone, quasi da poterle contare sulle dita di una mano. Per la maggior parte del tempo, invece, ci abbandoniamo ad un sistema malato, fasullo se contiamo le necessità di una persona. Tutta quella chiacchiera che continua a circondarvi, secondo dopo secondo, è il motivo principale che ci porta a sentirci soli, incompresi e muti rispetto al mondo. Arriviamo all’incapacità di comunicare davvero noi stessi, bensì solo all’emissione di suoni, un freddo e disinteressato linguaggio che linguaggio non è più. Da noi può librarsi solo un timido e silenzioso grido, quell’inconscia richiesta di essere salvati e che da molte, troppe persone verrà ignorata, finché non incontreremo il nostro miracolo, e potremmo essere noi stessi come un’altra persona che, anch’ella come noi non poteva salvarsi da sola.

Alvise Gasparini

[Immagine tratta da Google Immagini]

Il mondo visto da dietro lo schermo – Intervista a Luca Ward

Il mondo non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è sopravvenuto un artista originale.

(Marcel Proust)

La voce è qualcosa che ti entra dentro, che ricordi, che ti fa sognare. La voce rende sonora la nostra vita e ci permette di comunicare con gli altri, esprimendo sensazioni, emozioni, perché no, se stessi.

Ci sono voci e voci che cambiano a seconda del messaggio che devono trasmettere ma che magari col tempo dimentichi, e poi c’è la sua, inconfondibile ma soprattutto indimenticabile, capace di lasciare il segno dietro ad ogni film che doppia e ad ogni ruolo che interpreta.

Sto parlando di Luca Ward, famoso doppiatore nonché attore italiano, la cui voce si è prestata al doppiaggio dei più grandi attori internazionali, tra cui Russel Crowe ne Il gladiatore, Keanu Reeves in Matrix, Samuel Lee Jackson in Pulp Fiction e molti altri.

Ho avuto il piacere di carpire un po’ di più chi si celi dietro a questa voce così famosa, cercando di indagare insieme a lui il mondo del cinema, del teatro ma anche della vita che oggi noi viviamo.

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– Luca Ward, classe 1960. Cosa sognava di fare da bambino?

Il pilota!

Non di aerei militari perché la guerra non mi appartiene, pur avendola vissuta sia mio padre che mio nonno. Io volevo fare il pilota civile e per questo ho frequentato la scuola apposta ma all’epoca diventare pilota era praticamente impossibile, o eri figlio di un pilota o…di un “vescovo”!

– L’avere avuto un padre artista quanto ha influito nella sua scelta professionale?

No, non ha influito perché, anche se i miei genitori erano attori, mio padre non voleva che io e i miei fratelli facessimo il suo mestiere e a me non interessava fare l’attore: era davvero un lavoro difficile quasi più che pilotare un jumbo, quindi chi me lo faceva fare? Eppure alla fine mi sono trovato costretto a farlo perché, avendo perso mio papà a 13 anni e avendo mia madre che non lavorava più da tanti anni, io e i miei fratelli ci siamo ritrovati all’improvviso nel mondo degli sceneggiati televisivi, del doppiaggio, della radio e una volta entrati non siamo più usciti.

– Il lavoro del doppiatore rimane sempre in sordina e spesso ci si dimentica che chi stiamo guardando recitare sono in realtà due persone diverse: l’attore e il doppiatore. Quanto è difficile, nel suo mestiere, omologare la voce alla perfezione con la mimica dell’attore?

Un tempo sia il doppiaggio che la recitazione erano discipline che venivano studiate molto e la voce aveva un ruolo importante, infatti veniva “lavorata”, “elaborata”, perché non c’era solo bisogno di fisicità, ma forte era la necessità di una vocalità; a testimonianza di questo basta risentire i grandi sceneggiati di una volta in cui gli attori erano tutti dotati vocalmente, a differenza di oggi, periodo in cui talvolta non capisci nemmeno quello che dicono. Per me è sempre stato fondamentale il lavoro sulla voce, sia nel doppiaggio, per assecondare la mimica dell’attore, sia nella recitazione, e lo è tuttora, infatti quando incontro dei giovani ragazzi che vogliono sfortunamente fare questo mestiere io ricordo loro di educare sempre la voce e di andarsene a casa se qualcuno dice “questa battuta buttala via buttala via..” perché le battute non si buttano via, altrimenti non arriveranno mai al pubblico.

– Il suo lavoro è assolutamente curioso in quanto coinvolge tre persone, o meglio, tre personalità sempre diverse: quella del doppiatore, quella dell’attore e quella del personaggio che si recita. A mio avviso, lo sforzo che deve fare lei nel doppiaggio è duplice, in quanto deve rappresentare perfettamente il personaggio e non deve storpiare la personalità dell’attore che lo sta interpretando. Concorda? Come ci si prepara a tutto questo?

Io sono stato un autodidatta, ho imparato da bambino e ho appreso come una spugna mano a mano che crescevo , senza avere fatto nessuna scuola, né accademia, perché da subito mi sono trovato accanto ai grandi attori che mi hanno spesso e volentieri dato dei consigli. A casa invece con mia madre non parlavamo mai di lavoro perché il nostro problema fondamentale riguardava il quotidiano, quello di portare i soldi a casa. Per questo, non essendo un attore accademico, non saprei rispondere alla domanda su come ci si prepari, perché io faccio sempre tutto molto fisicamente, di istinto, senza mai fare nessun riferimento a chi precedentemente ha interpretato un ruolo che mi viene assegnato, anzi non vado nemmeno a vedere come l’attore precedente l’ha fatto e se l’ho visto lo cancello dalla mente, non perché mi senta più forte di lui ma perché io voglio solo fare il mio agendo di istinto.

– L’attore incontra mai il suo doppiatore? In cosa consiste il confronto tra i due? Consigli, accorgimenti o solo complimenti? Le è mai capitato che un attore non fosse contento dal lavoro lei svolto?

Spesso è capitato di incontrarli, ma ti risponderò parlando della mia esperienza da ‘attore doppiato’: tempo fa feci uno sceneggiato, Elisa di Rivombrosa (la prima serie) che ebbe un grande successo, erano anni in cui per la televisione si facevano le cose importanti. Mi trovavo in Francia a girare un film sulla vita di Modigliani e un giorno in hotel alla tv davano proprio Elisa di Rivombrosa; ovviamente era doppiato in francese e proprio per questo mi è preso un colpo appena mi sono sentito doppiato! Per questo posso immaginare che quando i miei colleghi d’oltreoceano si sentono doppiati abbiano uno shock, anche se poi loro carinamente per educazione mi dicono di avere fatto un buon lavoro!

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– Non solo doppiatore ma anche attore: quale differenza sostanziale trova tra queste due arti, oltre al fatto che in una usa solo la voce, nell’altra presta sia voce che corpo?

Il doppiaggio è un mestiere puramente tecnico che però deve avere delle forti basi di recitazione altrimenti non lo si può fare. Doppiare senza saper recitare trasforma i copioni in semplici letture, come accade purtroppo ai nostri giorni in cui i doppiaggi non sono più interpretati ma sono solo letti perché si fanno di corsa. Basti pensare ad esempio ad un film del 1994, Pulp Fiction che abbiamo doppiato in circa due mesi e mezzo, oggi lo stesso film lo si fa in una settimana ottenendo ovviamente un risultato ben diverso. Un tempo non ci si accorgeva nemmeno del doppiaggio in un film perché era fatto talmente bene e a regola d’arte che le voci si incollavano perfettamente alle interpretazioni, anch’esse di tutto rispetto. Oggi tutto è cambiato e la voce viene messa in secondo piano, senza pensare che invece essa è fondamentale perché è la vera colonna sonora di un film. Pensiamo ai non vedenti: loro si accorgono subito se un attore recita bene oppure no, se trasmette emozioni o no, perché hanno un udito talmente fine e sofisticato che riesce a carpire qualsiasi sfumatura. Loro sono i più esperti in fatto di “voci” cinematografiche e spesso i film di nuova generazione preferiscono non sentirli, rimanendo ancorati ai vecchi film in cui la recitazione era molto più profonda.

– La filosofia e la recitazione sono due discipline che sono meno distanti l’una dall’altra di quanto si potrebbe pensare, viste le numerose questioni con le quali entrambe le discipline si confrontano. Un esempio di questa reciproca influenza è dato dalla problematicità della condizione di sdoppiamento vissuta dall’attore, il quale deve inscenare un “altro” e allo stesso tempo si interroga sulla propria condizione esistenziale in rapporto al personaggio interpretato, sul rapporto con l’altro. Secondo la sua esperienza personale, quante volte le è capitato di porre delle domande di vita a Luca-persona in relazione a Luca-personaggio appena interpretato? È qualcosa che l’ha aiutata a capire meglio se stesso e il mondo oppure no?

Assolutamente no, non mi capita mai perché sono due mondi completamente diversi: Luca è Luca sempre anche quando sono sul palcoscenico e interpreto un personaggio. Rimango sempre io e perfettamente cosciente di essere Luca, non mi sdoppio mai. Rispetto le opinioni di tutti, ma credo che chi alla fine di uno spettacolo si chieda “chi è”, usi tale discorso solo come specchietto per le allodole.

Gilles Deluze trovava la somiglianza tra cinema e filosofia nel fatto che “il cinema stesso è una nuova pratica delle immagini e dei segni, di cui la filosofia deve fare la teoria in quanto pratica concettuale”, intendendo la filosofia appunto come pratica dei concetti. Tutto questo per dire che la filosofia è una pratica tanto quanto il cinema e, anzi, diventa la teoria del cinema stesso, perché lo concretizza in concetti. Lei, da attore, lontano dal mondo filosofico, vede lo stesso intersecarsi delle due discipline? Perché?

Non saprei, credo dipenda fortemente dai temi trattati da un film piuttosto che da un altro. Ovviamente ci sono dei film e dei lungometraggi che vengono fatti apposta per fare riflettere e per innescare un ragionamento filosofico, ma sono sicuramente una minoranza vista da un pubblico di nicchia.

Tutti insieme appassionatamente, musical contro la guerra con, sullo sfondo, l’annessione dell’Austria al Terzo Reich. Un musical che vuole lanciare un messaggio positivo: una grande storia d’amore e il sorriso di sette bambini come antidoto alla guerra. Quali sono i punti di forza di questo popolare spettacolo che vuole celebrare il desiderio di riunirsi ‘tutti insieme appassionatamente’ a teatro trasmettendo serenità, speranza e passione?

Il punto di forza è sicuramente il concetto di famiglia che oggi, secondo me, è l’unico reale punto di riferimento rimasto per i giovani. Io sono di un’altra generazione, direi molto più fortunata di quelle di oggi, perché abbiamo avuto la possibilità di avere tanti punti di riferimento: c’erano i grandi sportivi, i grandi gruppi rock, i grandi politici, i grandi attori…eravamo ricchi in ogni campo. Oggi, invece, i grandi politici non ci sono più, i grandi attori nemmeno, i grandi sportivi lo stesso e i grandi gruppi rock sono finiti, quindi qual è il punto di riferimento rimasto fondamentale e forte? Sicuramente non la chiesa, ma la famiglia. Il bello è che piano piano i giovani lo stanno capendo e ne stanno riscoprendo il valore, perché si rendono conto che in effetti fuori cosa c’è? Il nulla (a parte il mondo meraviglioso della natura), non ci sono più stili da seguire, rimane solo quello familiare di cui l’esempio dato dai genitori è fondamentale.

– Dai video che lei pubblica sui suoi profili Social traspare un Luca gioviale e auto-ironico che si sa godere la vita. È forse questa la ricetta, oltre a studio, perseveranza e gavetta, per rimanere ai massimi livelli in qualunque campo professionale?

L’unica ricetta è essere se stessi, non c’è altro modo per durare: essere se stessi nel bene e nel male. Nel mio mondo falso e ipocrita (come in realtà ormai tutti i campi lavorativi) è sicuramente difficile esserlo ma bisogna essere superiori e lavorare ognuno facendo il proprio. Certamente il tutto dipende da che persona sei perché non tutti sono altruisti, simpatici, gioviali, ma si possono trovare benissimo persone scorrette; l’importante è andare avanti come uno schiaccia sassi per la propria strada, senza fare del male a nessuno, senza prevaricare, rimanendo sempre leali.

– Che consiglio darebbe ad un giovane di oggi che voglia intraprendere un percorso artistico nel mondo odierno così sopraffatto da qualunquismo, raccomandazioni e superficialità?

Il mio primo consiglio spassionato è quello di studiare per essere sempre pronti, senza ascoltare i media che cercano di inculcare che basti fare un grande cugino o un grande cognato per diventare un attore, perché non è assolutamente così. Il secondo è quello di tenere sempre presente il confronto con l’estero, perché oggi non possiamo più pensare al paese-Italia; chi vuole fare questo mestiere deve guardare oltre i confini senza rimanere qua. Noi siamo piccoli e produciamo cose piccole e provinciali solo per l’Italia, non venendo mai esportate da nessuna parte. Ma tutto questo quanto può ancora durare? Se noi guardiamo gli altri paesi, bastano quelli intorno a noi, i francesi, gli spagnoli, gli inglesi, loro sì che viaggiano! Perché da loro l’arte è arte e rimane tale, pura, i grandi cugini rimangono grandi cugini. Molti giovani scelgono il talent come via per il successo, però io consiglio loro di vedere come va a finire la maggior parte dei ragazzi che vi partecipano: girano all’interno degli stessi programmi e vengono frantumati in breve tempo, perché non hanno un background solido costruito nel tempo; guardiamo invece a Claudio Baglioni, Zucchero, Vasco Rossi che vengono da una gavetta vera, avendo iniziato a suonare nei garage, negli scantinati, facendo un percorso lungo e faticoso prima di arrivare dove sono. Questo è il successo duraturo. Quello dei talent quanto può durare realmente? Il nostro difetto è quello di vedere nei programmi il vero talento e di cercare in essi di apparire senza essere veramente; se proviamo invece ad andare in Russia? Qui quando si parla di danza si parla solo di Bolshoi, lo stesso vale per gli attori che sono tutti grandi attori.

– Vi è una grande disparità nella percezione della cultura teatrale tra le città del Nord e per esempio Napoli, lei cosa ne pensa?

Concordo. A Napoli il teatro fa parte della città, i napoletani si mettono da parte i soldi per avere una poltrona per assistere a qualche spettacolo teatrale, sono abituati, fa parte della loro cultura. Basti pensare che quando le compagnie romane, torinesi o bolognesi devono andare a Napoli, hanno tutte paura perché quelli seduti in platea sono degli esperti veri, anche se fanno il calzolaio, il droghiere, il barbiere, a livello teatrale non li batte nessuno. Questo è anche il motivo per cui le compagnie napoletane sono le uniche in attivo, mentre nel resto di Italia si chiudono i teatri, le compagnie falliscono e agli spettacoli assiste solo un pubblico anziano, a differenza di Napoli dove vedi anche i ragazzi.

– L’ultima domanda che facciamo a tutti i nostri ospiti: cosa pensa lei della filosofia?

La filosofia c’è in tutto perché è vita!

Per parlare in assurdo la filosofia è presente anche quando devi comprare un panino al prosciutto: c’è la scelta del tipo, la riflessione sulla differenza tra uno e l’altro, il perché si usi un coltello piuttosto di un altro. La filosofia è un mondo fantastico e chi la considera inutile non sa nemmeno di cosa stia parlando, perché non riesce a vedere che la storia del pensiero è dietro ogni cosa e ne andrebbe aumentato lo studio per aiutare a sviluppare il pensiero. Ma evidentemente chi la rinnega ha paura di formare persone pensanti e cerca di lobotomizzarle anche attraverso i Social Network, perché in questo modo tu non scendi più in piazza ma ti sfoghi con un semplice post, facendo, così, il loro sporco gioco. Mi auguro che tutto questo prima o poi sparisca e che la gente, soprattutto i giovani, capiscano che è molto meglio ritrovarsi al tavolino di un bar per discutere e cercare di cambiare le cose.

Le parole di Luca Ward, in questa intervista, sono rivelatorie di un mondo che sempre più si basa sull’apparenza e sull’esistere piuttosto che sull’essere. Occorre riflettere sul concetto di Arte e sulla persona che la interpreta per vocazione, l’Artista, arrivando a capire che essere artisti non significa per forza essere solo speciali, famosi, conosciuti e riconosciuti, ma vuol dire fare un lavoro di studio, fatica, disciplina e passione, come qualunque altro lavoro; però ciò che può fare la differenza tra questo mestiere e uno più ‘consueto’ è la persona che lo svolge e il modo di approcciarsi ad esso: la semplicità di essere Artista, i valori che gli appartengono possono distinguere un vero artista da una meteora pronta a sparire.

Ancora più evidente è che essere Artisti non è da tutti e non è per tutti.

Il vero artista è chi ha la consapevolezza del mondo per poterlo interpretare ogni volta in modo diverso; è colui che, a volte, prende le distanze dalla vita per poterla oggettivare e raccontare agli altri, riunendo il tutto nel suo sguardo o nella sua voce o nei suoi movimenti.

L’Artista vero è quello che conosce il sacrificio e il valore del rispetto del lavoro altrui che gli ruota attorno ed è in grado di stare al livello degli altri sentendosi a proprio agio.

Occorre essere sempre critici, prudenti e obiettivi quando si parla di Arte, per non rischiare di semplificarla e banalizzarla. Allo stesso modo è necessario porre attenzione nello scovare l’artista vero, colui per cui onore e successo sono indifferenti perché l’unica cosa che conta è l’arte per cui si sacrifica.

 

Esistono due modi per non apprezzare l’Arte. Il primo consiste nel non apprezzarla. Il secondo nell’apprezzarla con razionalità.

Oscar Wilde

 

Valeria Genova

[Immagini di proprietà di Luca Ward]

 

La ‘voce’ come espressione dell’unicità umana

Era il tipo di voce che le orecchie seguono come se ogni parola fosse un arrangiamento di note che non verrà mai più suonato.
(F. Scott Fitzgerald)

La voce rimane sempre in sordina, non viene mai messa in primo piano, tutti ce ne dimentichiamo eppure è il nostro più potente mezzo di comunicazione.

Quanto influisce veramente la voce nella vita di tutti i giorni?

Moltissimo. La voce, o meglio il tono della voce, fa la differenza, perché sottolinea in modo marcato l’efficacia, la credibilità, il ricordo di un messaggio e di chi lo interpreta.

La voce è un “lavoro” complesso di più parti del nostro organismo che si organizzano come un’orchestra e danno vita alla comunicazione più avanzata che l’essere umano abbia. Si pensa addirittura che anche il pensiero sia elaborato dal nostro cervello attraverso i suoni.

La voce è fondamentale in quanto trasmette emozioni e sensazioni differenti ma non deve essere incerta perché il ricevente potrebbe confondere l’intenzionalità del mittente. Questa importanza è ben conosciuta a livello politico dove il carisma si misura soprattutto dal tono della voce che può infondere sicurezza, profondità, prudenza, fascino, andando così ad “identificare” la persona stessa.

In ambito filosofico raramente troviamo riflessioni sull’elemento concreto “voce”, a fronte di innumerevoli ricerche intorno al concetto astratto di Uomo, quando invece possiamo trovare uno stretto legame tra il concetto di voce e l’ontologia, in quanto il primo ha la capacità di esprimere la vera identità di una persona, rendendola in tal modo unica.

Forse nella mitologia classica alla voce era riconosciuto un qualche potere, basti pensare alle sirene che con il loro canto cercavano di ammaliare Ulisse che si dovette addirittura legare per resisterle: in questo caso la voce ha avuto il ruolo di protagonista, in quanto le è stato riconosciuto il potere di circuire per un motivo ben preciso, visto che, come disse anche Socrate, ognuno ‘usa la voce’ a seconda dell’interlocutore che si trova di fronte, proprio perché viene riconosciuta, seppur inconsciamente, l’unicità dell’essere umano.

Il tema, però, di unicità legato al concetto di voce, non è mai stato ben visibile, seppure diversi pensatori nel corso della storia vi si siano avvicinati; un esempio è Levinas che vede l’espressione dell’unicità nel volto dell’Altro mentre l’aspetto vocale è relegato nel concetto di relazione oppure Aristotele che riconosce al logos la “vocalità” ma dà maggiore importanza al significato, considerando proprio questo l’elemento di differenza tra l’uomo e l’animale (anch’esso dotato di foné ma non di semantiké).

Socrate stesso, all’apparenza, vive per la sua vocalità, parlando nelle opere di Platone, eppure sarà proprio quest’ultimo a screditare la proprietà vocale considerandola un mero involucro da buttare perché solo il contenuto è da considerare meraviglioso.

Come si vede, la voce è sempre comparsa nella storia della filosofia ma difficilmente è stata concepita come fondamentale proprietà dell’uomo per comunicarsi.

Oggi le cose sono forse diverse e il principio del cambiamento può vedersi nel teatro già a partire dall‘800 dove il tono della voce nelle opere liriche era di fondamentale importanza per trasmettere, anche in lingue diverse, le emozioni dei personaggi che costruivano l’intera storia.

Anche la comunicazione odierna nel campo del marketing si è evoluta, andando sempre alla ricerca di una vocalità convincente, forte, carismatica per pubblicità, spot o quant’altro; così come al cinema la tonalità della voce decreta la riuscita di un film perché, come una canzone, mantiene integra nella memoria dello spettatore una battuta, una scena, un’immagine che viene raccontata.

Eppure tutto questo dovrebbe essere sempre così evidente!

La voce è il primo contatto che abbiamo con nostra madre dall’interno della pancia, un contatto sonoro che noi siamo in grado di riconoscere non appena nasciamo.

La voce è la colonna sonora delle nostre vite, ciò che è in grado di entusiasmarci ma anche di allarmarci e spaventarci, un suono che ci accompagna sempre e che aiuta le immagini, le realtà, gli eventi che vediamo e viviamo ad imprimersi nella nostra mente per sempre.

Valeria Genova

Per approfondimenti consiglio questa lettura: Adriana Cavarero, A più voci. Filosofia dell’espressione vocale Feltrinelli, 2003.