La banda dei buonisti inconsapevoli

Si aggira indisturbata ormai da anni, inerpicandosi e infiltrandosi nelle più nascoste intercapedini dell’informazione. Si mostra quotidianamente, in modo beffardo, sfidando la piazza – quella del web – con tutte le sue contraddizioni.
È una banda di profili dietro i quali vi sono persone che vivono in mezzo a noi, compiono le normalissime mansioni che la vita richiede, sono irriconoscibili a prima vista… si manifestano solo da ciò che seminano: commenti, ingiurie, grandi e inconcludenti sermoni.
La banda dei buonisti inconsapevoli non ha un’organizzazione alle spalle, non ha una struttura definita, gli affiliati non sempre sanno di appartenervi.

Avete presente il proverbio del bue che dà del cornuto all’asino? Ebbene, modificandone gli elementi e mantenendone intatta la forma loro sono i buonisti che danno del buonista al prossimo.
Com’è possibile, direte voi, che tante persone cadano in un paradosso simile?

Occorre entrare nel delicato mondo della cronaca nera, quello che piomba nelle nostre case attraverso telegiornali e social, in particolar modo quella cronaca nera legata alle violenze sessuali e agli omicidi in cui sono vittime le donne.
Occorre anche assistere all’epilogo di una notizia data in pasto all’opinione pubblica per veder materializzarsi la famigerata banda al completo.

Indignazione, rabbia, sentenze di morte, palchi di tribunale improvvisati, cataste di legna pronte per un nuovo rogo a Giordano Bruno, urla in formato scritto riassumibili con: crucifige crucifige!1
Tralasciando l’inopportuno volersi sostituire alla legge, sarebbe altrettanto ipocrita affermare di non provare rabbia davanti a fatti del genere e lo sfogo, entro certi limiti, è comprensibile.
Il problema sorge quando il giudizio della massa sconfina in ambiti non propriamente legati al fatto criminoso, poiché diretti ad altre persone nella ‘piazza’, quelle che inizialmente scelgono di tacere, di non esprimere un’opinione a loro avviso troppo frettolosa, coloro che attendono dettagli più consistenti rispetto ad una freschissima breaking news.
Persone che prima di sentenziare si chiedono perché, scavando alle origini sociali del male per trovare, forse invano, una possibile verità.

Questa attesa, questo voler scavare più a fondo, è visto con sospetto.
Viviamo in un mondo che vuole tutto e subito; molti poi, nutrendosi di assoluti, pongono la gente davanti a bivi: o sei con noi o contro di noi / o condanni il gesto, oppure sei amico dell’assassino.
Un buonista insomma.
Complicità, sostegno, addirittura sadico piacere nelle disgrazie altrui, queste sono le accuse mosse a chi stona dal coro delle ingiurie… se il colpevole del fatto criminoso è straniero. Se è italiano, beh, le cose cambiano e parecchio.

Gli assetati di giustizia “fai da te”, davanti ai crimini di un italiano, diventano spesso i veri buonisti di questa triste storia. Le accuse mosse ai prudenti, diventano improvvisamente virtù: l’attesa, il capire meglio, la presunzione di innocenza fino-a-prova-contraria nei confronti del reo.

«Era… rimasto senza benzina. Aveva una gomma a terra. Non aveva i soldi per prendere il taxi. La tintoria non gli aveva portato il tight. C’era il funerale di sua madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa sua!»2.

E lo stupro di un homo italicus ai danni di una donna? Il «se l’è cercata» balza agli occhi in molti commenti, ferisce e dilania – per due volte – la dignità della vittima e anche di chi legge, di chi è madre, di chi è donna, di chi crede nel rispetto reciproco.
Il reato cade, cade la sua efferatezza, cade la malattia che lo provoca, rimane il giudizio impietoso del colore della pelle. «Si può sapere la nazionalità?» precede di gran lunga il «come sta la ragazza?».
Le accuse al giornale che cela inizialmente le generalità del criminale sembrano voler chiedere indicazioni sul comportamento: dicci in fretta che dobbiamo sapere se giustificare o reclamare la testa.

La banda dei buonisti inconsapevoli ha fame, vive aspettando il macabro spettacolo degli orrori, arroccata ai suoi leader eletti a rappresentanza le cui autorevoli voci legittimano tutte le altre.
I pessimi esempi crescono, si fanno forza e vomitano tutta la loro inconfondibile assurda contraddizione.

 

Alessandro Basso

 

NOTE: 
Jacopone da Todi, Donna de Paradiso, verso 28, XIII sec.
Citazione modificata presa in prestito dal film “The Blues Brothers”, USA 1980.

[immagine tratta da google immagini:
Antonio Ciseri “Ecce homo”, (pre 1891), dettaglio, Galleria di Arte Moderna Palazzo Pitti, Firenze.]

 

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Colpevole

– “Sei forte” –
Continuo a sentirlo dire, continuò a ripetermelo quando, nel cuore della notte, cerco di rannicchiarmi il più stretta possibile, sotto quel lenzuolo così leggero che è diventata la mia armatura.
Io non sono forte, però. Sono debole, forse l’emblema della debolezza. Rifuggo i miei fantasmi, sono sotto il letto, dentro l’armadio, dentro il mio esoscheletro…li lasciò li, perché aprire questo maledetto Vaso di Pandora implicherebbe annientare la poca pace, i pochi posti nel mondo che sono riuscita ad aver e a mantenere incontaminati.
È come un diario di bordo, scrivi per far non perder l’orientamento, al fine di non permettere all’ennesima onda di riempire i tuoi piccoli e affaticati polmoni di acqua…acqua salata, sporca, carica dei detriti di una vita dedita alla produzione incessante di immondizia.
Non sono forte.
Non posso rallentare i pensieri, quelli che si tramutano in colpe. Quegli orridi mostri che ti portano a credere, a un certo punto, di meritare di esser la vittima di accadimenti e comportamenti estremamente deterioranti per l’animo.
Non sono forte perché, malgrado la volontà di fuga e l’impossibilità di attuarla, sono si vittima, ma consapevole.
Non sono forte.
Sono una codarda, anche solo per i mille pensieri che invadono la mia testa, senza chiedere il permesso di essere…nascono, si nutrono di paure…stanno iniziando a pesare, tenere la testa alta è troppo faticoso…e io la sto lasciando cadere, quasi mi fosse stato sfilando quel filo di perle chiamato spina dorsale.
Non sono forte.
Per paura sono dovuta diventare accondiscendente, “si, hai ragione, scusami”. Per paura, ma dentro urlo, strepito, scalcio…colpendo inevitabilmente me stessa.
Sono davanti allo specchio, io non so se ciò che vedo corrisponde alla realtà, ma mi sto chiedendo…se quell’immagine scomparisse, sarebbe il capitolo finale di un libro così macabro?”

È l’altra faccia della medaglia, quella che nessuno è disposto a mostrare, quella sporca, quella raffigurante la sconfitta più totale di un individuo, quella che nei tratti racchiude la storia di chi indossa vesti di colpevolezza, incapace di trovare perché razionale ad una violenza così inarrestabile.
È la rappresentazione di chi, oltre che vittima di violenze psicologiche e fisiche, oltre ai tremori e alla paura, sta nutrendo convinzioni malate sulla propria posizione in una realtà squallida e inaccettabile.

IODICOBASTA. E TU?

Nicole Della Pietà

Perdersi

“Tutti dicono che l’amore fa male, ma non è vero. La solitudine fa male. Il rifiuto fa male. Perdere qualcuno fa male.”
O. Wilde

Non avrei mai creduto di vedere il nulla, dietro di me.. Di non sentirmi più appartenente a qualcuno, perché essere figli vuol dire trovare la propria identità negli occhi di chi ti regala la vita.

 
REGALA.

 
Regalare è sempre stato il verbo che ho associato alla figura genitoriale, non so bene per quale ragione intrinseca, forse perché mi illudevo che mio padre e mia madre, la mia “famiglia” avessero la funzione di regalarmi la vita, il mondo, la bellezza della quotidianità. Forse ho vissuto fino ad oggi nella speranza disillusa di poter essere una ragione abbastanza valida per loro, per cambiare, per capire e comprendere finalmente che essere genitore è vocazione, che i figli a 20 anni necessitano dello stesso amore, delle stesse carezze e abbracci di quando ne avevano due.
Ho sperato, ho creduto in loro con quanta più forza avevo in me, ho tentato di esser la figlia che loro professavano di volere, ma, malgrado ciò, oggi mi scopro sola, sola ad affrontare un dolore incolmabile, sola ad asciugare lacrime inarrestabili….sola, ad accettare che loro non saranno mai più al mio fianco, sola a metabolizzare il fatto che loro, accanto a me, non sono mai stati davvero.

 
Si, la solitudine uccide, si, il rifiuto massacra, una perdita devasta ma quanto può costare all’animo la forza di dire basta? Quanto possono valere le proprie aspirazioni, i propri valori se poi si è totalmente persi nella ricerca di una vita migliore?
Ciò che lacera, che squarcia davvero l’animo, gettando a terra frammenti, quasi si fosse uno specchio rotto da un pugno, è l’accettazione.
Accettare la natura “sporca” del posto da cui si arriva, accettare la solitudine causata dalla volontà di vivere in modo “pulito”, di voler essere una persona migliore.
Io ho perso tutto: la mia famiglia, quel cerchio che avrebbe dovuto essere la mia isola felice, il mio mondo ovattato, la mia protezione. Io ho perso. Ho perso per poter vivere. Ho perso perché ho deciso che IO conto, che la mia esistenza conta.

 
E sapete qual’è davvero il nocciolo della questione? Il fallimento.
La mia famiglia resterà la mia più grande sconfitta, non essere come loro mi vogliono, per essere una persona migliore e aver scelto il giusto, rappresenterà per sempre il mio più gran fallimento.
Le vittime dirette di abusi hanno, molte volte, la possibilità di scelta, i figli della violenza non ne hanno e mai ne avranno.
I figli di violenza si sentiranno per sempre marchiati a vita e si crocifiggeranno per i limiti che hanno loro impedito di cambiare chi, di cambiare, non ne ha mai voluto sapere.
I figli di violenza si sentiranno sempre in dovere di accontentare gli altri, di dimostrare qualcosa al mondo, unicamente per sentir, anche solo per un istante, di non esser sbagliati.
Le più grandi vittime sono coloro che hanno deciso di combattere, perché porteranno per sempre con loro i segni delle scelte altrui, perché saranno sempre coloro che subiranno le conseguenze delle azioni di chi, dando loro la vita, aveva promesso implicitamente di amarli e proteggerli.
Le più grandi vittime saranno sempre coloro che decideranno di ribellarsi, perché in questa vita, mio malgrado, la libertà comporta più sofferenza della sudditanza.

IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

[immagine tratta da Google Immagini]

Perché proprio io? Izzy, vittima del bullismo.

Io arrivo,
felice e fresca,
pronta ed eccitata
per celebrare il festival.
Sono desiderosa e ansiosa di trascorrere un bel momento.
Sorrido per l’eccitazione,
comincio a vedere la folla,
vedo sempre più persone ,
Molti sono felici e gioiosi.
Sono lì come me,
per festeggiare,
io sorrido a loro e dico ciao ai tanti volti che vedo,
si guardano scioccati e sorpresi di vedermi,
io metto in discussione il loro giudizio e mi chiedo,
‘Che cosa ho fatto di male?’
Provo a tornare nel cerchio di risatine e a parlare,
mi spingono via.
sto ferma,
I miei occhi vitrei e assenti.
Improvvisamente mi chiamano,
penso, ‘sì! Mi hanno notato! ‘
Ma poi iniziano a fare domande,
sul motivo della mia presenza.
Cominciano a dirmi che nessuno mi vuole lì.
Il mio cuore, la mia testa, il mio corpo: la nebbia
sento i rimorsi che iniziano a pizzicare i miei occhi come le guance cominciano a bruciare.
‘Non lasciare che ti vedano,
Non mostrare loro che sei indebolito ,
Indebolito dai loro commenti’,
‘Stay Strong’ penso,
ma è troppo tardi,
i miei palmi delle mani sono umidi,
le guance e il mio collo sudano
Cammino in fretta tra le risate.
Il mio cuore comincia a rompersi.
Guardo giù e cammino,
I miei occhi annegano in un mare di emozioni.
Un altro pezzo di me, spuntato fuori dalle loro crudeli osservazioni e percezioni,
mi arrendo Read more