L’umano nell’uomo. L’utilità della filosofia per la nostra missione di vita

Che cosa significa l’affermazione “restiamo umani”? Ve lo siete mai chiesto? E quanto spesso lo avete sentite dire con leggerezza?
Solamente due parole, che nascondono in realtà un significato e una riflessione molto profonda. Ce lo fa notare il teologo e filosofo Vito Mancuso nella sua ultima fatica letteraria I quattro maestri (Garzanti 2020), il corposo volume dove la riflessione si incentra su quattro grandi personalità decisive per il pensiero umano in tutto il suo sviluppo storico: Socrate, Buddha, Confucio e Gesù.

Nella parte iniziale del libro, Mancuso ci pone davanti ad un dilemma non certo semplice, quello di capire che cos’è l’umano nell’uomo. Sembra un gioco di parole, ma si tratta di comprendere che cosa ci distingue dalle altre creature, quale è la peculiarità dell’essere umano.
Il filosofo si chiede se sia l’intelletto, la ragione, il corpo oppure il sentimento, la passione, l’amore:

«Si potrebbe sostenere che lo specifico umano è dato piuttosto dal sentimento, in particolare dall’amore, inteso sia come attrazione verso altre persone, sia come benevolenza e dedizione per l’umanità nel suo complesso, sia come consacrazione al lavoro e al proprio dovere di cittadino, per cui, sommando tutte queste declinazioni dell’amore, si potrebbe dire che lo specifico umano è la passione»
(Vito Mancuso, I Quattro maestri).

Il teologo però non si ferma a questa possibilità e individua una soluzione diversa:

«Io ritengo che il nostro specifico, l’umano nell’uomo, sia uno spazio vuoto. Intendo dire che tra noi e il nostro corpo, noi e l’intelletto analitico, noi e la nostra ragione sintetica, tra noi e la nostra passione, c’è uno spazio vuoto. Tale spazio vuoto fa sì che noi siamo e insieme non siamo il nostro corpo, il nostro intelletto, la nostra ragione, la nostra passione» (ivi).

Ma che cos’è lo spazio vuoto di cui parla Mancuso e soprattutto che cosa determina nell’uomo? «Il nome più appropriato di questo spazio vuoto è libertà» (ivi).
Spiega Mancuso che se si dimentica la libertà non si coglie lo specifico del fenomeno umano, ciò che ci rende così ambigui, vicino alla divinità e al contempo alle bestie. Ma che tipo di libertà intende il filosofo? L’umano nell’uomo non è solo la libertà, ma è la libertà indirizzata al bene e alla giustizia, la libertà in quanto rettitudine e bontà. E in effetti qual è il senso della nostra esistenza se non quello di riconoscere il nostro spazio vuoto, la nostra libertà, e muoverci al suo interno per diventare buoni, giusti e liberi, ovvero umani?
Questo spazio vuoto, questa libertà che ci portiamo dentro è il nostro problema più grande: può risolversi, spiega il teologo, in un buco nero che ci risucchia, o in una sorgente perenne di energia. Dipende tutto dalla cura e dalla direzione che sapremo imprimere al nostro “spazio vuoto”, alla nostra libertà. Il lavoro principale della nostra esistenza è proprio dare una forma al vuoto, all’umano che è in noi.

I maestri come Socrate, Buddha, Confucio, Gesù, citati da Mancuso, ci aiutano in questo, ma secoli e secoli di filosofia sono a nostra disposizione se vogliamo trovare un condottiero che ci guidi alla scoperta del nostro umano. La filosofia è stata per me una vera e propria compagna di vita, una guida sincera a cui potersi affidare nei momenti più difficili, da cui farsi aiutare nelle scelte di tutti i giorni. Eppure l’obiettivo ultimo va ben oltre l’essere guidati: la nostra missione è acquisire conoscenze e motivazioni e diventare noi stessi autori consapevoli e responsabili della nostra esistenza.
Scrive Buddha:

«Siate un’isola per voi stessi, prendete rifugio in voi stessi e non in altro!»
(La rivelazione del Buddha)

A ribadire il concetto più significativo: ognuno di noi è filosofo. Ma soprattutto ognuno di noi è maestro di se stesso. Il maestro più importante, quello interiore. Apprendi dalle fonti tutto ciò che puoi: la riflessione finale per giungere a un modo funzionale di affrontare il mondo è però solo tua.

 

Martina Notari

 

[photo credit Artem Kniaz via Unsplash]

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Libri selezionati per voi: marzo 2018!

Siamo piuttosto sicuri che negli ultimi giorni ci avete dato retta e avete seguito il nostro incoraggiamento a leggere un buon libro. Il freddo si sta facendo particolarmente sentire e con lui anche il piacere di accoccolarsi sul divano con una storia tra le mani. Alcuni di voi invece saranno rimasti bloccati per ore in treno o in qualche stazione a causa dei ritardi provocati dal maltempo, e chissà… magari avranno davvero trovato la salvezza nella compagnia di quel libro che da sempre si portavano appresso ma che ancora non erano riusciti ad aprire.

A tutti voi amanti della lettura ecco i nostri suggerimenti letterari per il mese di marzo. Fateci sapere se questi titoli sono piaciuti anche a voi, ci farebbe molto piacere!

 

ROMANZI CONTEMPORANEI

la-casa-del-silenzio-la-chiave-di-sophiaLa casa del silenzio – Orhan Pamuk

Fin dalle prime pagine Pamuk ci offre un senso di amarezza, distanza e negazione. Sentimenti oscuri che permeano le stanze di un’austera casa affacciata sul mare, abitata ormai solo dalla novantenne Fatma e dal figlio illegittimo del suo defunto marito, Recep. Tra di loro non c’è dialogo, ma indifferenza e tormento. La casa viene animata solo d’estate, all’arrivo dei tre nipoti della bisbetica Fatma, ognuno dei quali nutre un motivo diverso per convincere la nonna a vendere la casa.

padre-sergij-la-chiave-di-sophiaPadre Sergij – Lev Tolstoj

L’equilibrio tra fede e ragione, la ricerca costante del fondamento, della risposta mediante l’errare per questo mondo. Il principe Kasatskij protagonista del racconto è veicolo dell’indagine filosofica e religiosa dell’essere umano, dell’umanità intera che lo sta ad osservare tra le pagine scritte da Tolstoj. Giusto e sbagliato, bene e male convogliati in una vita, un’esistenza che si fa specchio e ci invita a conoscere tutte le cose, cercarle con insistenza e con pazienza, quasi a consegnarci ad un’esistenza che nella sua finitezza conterrà un impensabile infinito, una totalità capace d’abbracciare amoralmente ogni cosa necessaria della vita.

 

UN CLASSICO

fontamara-chiave-di-sophiaFontamara – Ignazio Silone

Ambientato in un paesello del territorio abruzzese, Fontamara narra la storia degli abitanti del posto, contadini poveri legati alla terra natale, segnati da un ritmo di vita immutato da secoli, accaniti lavoratori degli appezzamenti di terreno dove vivono. La caratterizzazione sociale è alla base del romanzo di Silone, che attraverso una polemica sottile mostra la situazione vissuta da una classe inconsapevole dei meccanismi di potere e per questo oggetto di prepotenze e di soprusi, a cui fatica a sottrarsi. I poveri “cafoni” sono presentati quali uomini profondamente tradizionali, da una viva cultura religiosa, dai costumi semplici ma allo stesso tempo bisognosi di svecchiamento. Un romanzo che induce alla riflessione, adatto a tutti coloro che amano pensare ad una realtà storica riletta in chiave letteraria, nella quale forte e vivo rimane scolpito il disegno sociale voluto dall’autore.

 

SAGGISTICA

la-citta-nella-storia-la-chiave-di-sophiaLa città nella storia – Lewis Mumford

L’americano Mumford tesse una voluminosa narrazione della città occidentale e dei cambiamenti cui essa è andata incontro nei secoli. Sfruttando gli strumenti d’indagine della filosofia, dell’economia, della sociologia e dell’arte, indaga le origini, il valore e il destino della città, dai primi centri mesopotamici fino alle metropoli contemporanee. Senza dimenticare le problematiche ecologiche e sociali che investono il presente, la città è presentata come lo spazio dove prende forma la vita comunitaria, dove si definiscono le regole di convivenza, dove la Storia inizia il suo cammino.

 

JUNIOR

la-leggenda-di-zumbi-limmortale-la-chiave-di-sophiaLa leggenda di Zumbi l’immortale – Fabio Stassi, Federico Appel

Come mostrato dalla bellissima illustrazione di copertina, questo fumetto vi porterà indietro nel tempo e in un luogo lontano. Vi immergerete nel Brasile del 1600 e conoscerete la storia delle tribù del luogo che dovettero sopportate le crudeltà dei colonizzatori europei. Zumbi vi insegnerà a combattere e a non lasciarvi sopraffare dalle ingiustizie. Una storia per tutti (sì, grandi compresi!) dai 10 anni all’insù.

 

SPECIALE RIVISTA

copertina-chiave-sophia-5La Chiave di Sophia #5  Le dimensioni dell’abitare

Gli spazi all’interno dei quali si svolge la vita umana sono molteplici e vanno oltre l’idea di “casa”. Questo perché non viviamo soltanto nella nostra abitazione ma abitiamo anche un paesaggio, una nazione, un mondo, una città, una comunità, una stanza, un contesto, la nostra propria persona. Una gamma dimensionale che, potenzialmente, non ha confini. Questi i temi affrontati nel dossier della quinta uscita della nostra rivista cartacea, di cui siamo molto soddisfatti e che non vediamo l’ora di farvi conoscere! All’interno di questo numero trovate anche un’intervista a Vito Mancuso e una a Mario Botta, contributi di Gianluca Ligi, Carla Danani, Giovanni Hänninen, Vittorio Lingiardi e molti altri articoli dei nostri giovani ed entusiasti editorialisti.

 

Sonia Cominassi, Alvise Gasparini, Anna Tieppo, Federica Bonisiol

 

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Fede, filosofia e mistero: intervista a Vito Mancuso

In questo articolo proponiamo la seconda parte dell’intervista al filosofo e teologo Vito Mancuso, pubblicata all’interno della nostra rivista cartacea La chiave di Sophia #5 – Le dimensioni dell’abitare. La nostra chiacchierata con lui è stata così profonda ed interessante che non possiamo non condividere con voi la versione integrale dell’intervista. Buona lettura!

 

La Scolastica ha formato generazioni di teologi ad affidarsi in egual modo a ragione e fede nella loro ricerca, ma negli autori contemporanei si rileva la tendenza a privilegiare la prima e ad abbracciare più una “teosofia”. È possibile in un’era post-illuminista mantenere il paradigma scolastico, o è inevitabile che l’aspetto razionale fagociti quello fideistico?

Partirei con una considerazione di tipo storico alla luce di quello che mi chiedete in riferimento alla scolastica e alla sua promozione dell’armonia tra fede e ragione. Ora, certamente c’è un paradigma scolastico che consiste nell’armonia di fede e ragione: è il paradigma tomista, che in Alberto Magno prima e in Tommaso d’Aquino poi trova la propria consacrazione. Un’armonia tra l’altro non del tutto simmetrica, perché in questa prospettiva si considera la filosofia in funzione servile rispetto alla teologia, si pensi alla famosa espressione Philosophia ancilla theologiae. In ogni caso qui ci muoviamo all’interno di un paradigma di concordanza, di armonia, di fiducia reciproca.

La scolastica però ha conosciuto anche un’altra linea, direi opposta, la quale non crede nell’armonia fede-ragione ma al contrario tende a costruire la fede sulle macerie della ragione. Questa visione la ritroviamo nel filone francescano dove con Ockham ha trovato la maggiore espressione. Da qui nasce la fortissima opposizione alla filosofia da parte della tradizione classica del protestantesimo, e noi sappiamo che Lutero ebbe una formazione occamista soprattutto mediata da Gabriel Biel.

Questo per dire che quando parliamo della scolastica in realtà ci troviamo al cospetto di una grande dialettica: da un lato una fiducia della fede rispetto alla ragione, dall’altro una vera e propria guerra. Tra l’altro la scolastica rimanda a sua volta alla patristica, perché anche lì ritroviamo i due filoni: il primo, quello di Giustino, di Origene, del primo Agostino (penso al De vera religione o al De Magistro e in genere ai suoi primi dialoghi), che è estremamente ottimista nei confronti del lavoro della ragione e in generale dell’impresa umana. Cito al riguardo una frase di Giustino tratta dalla Prima apologia, paragrafo 21, e rivolta ai pagani: «Nel dire che il Verbo, primogenito di Dio, Gesù Cristo nostro Maestro, è nato senza rapporto umano, è stato crocifisso, è morto, è risorto ed è asceso al cielo, nulla di nuovo diciamo rispetto a coloro che, presso di voi, parlano dei figli di Zeus.» È una frase sconvolgente, perché sostiene che il centro del cristianesimo, quello che viene chiamato il kèrigma, l’Annuncio, coincide totalmente con quanto la visione greca, e quindi in generale la ricerca umana, aveva colto già da sé.

Sempre in epoca patristica però abbiamo Tertulliano che nell’Apologetico sostiene esattamente l’opposto: che cosa c’è in comune tra il Cristianesimo e la filosofia, tra Tebe e Gerusalemme? Domanda retorica la cui risposta è chiaramente nulla. Ecco le parole precise di Tertulliano: «In che cosa sono simili i filosofi cristiani discepoli della Grecia e quelli del cielo?», domanda retorica la cui risposta è ovviamente “nulla” (Apologeticum, 46-18).

Questo ci rimanda a sua volta alla Bibbia, perché anche nella Bibbia ebraica e nel Nuovo Testamento troviamo allo stesso tempo una tendenza di apertura e fiducia e una tendenza opposta di chiusura e opposizione. Lo stesso apostolo Paolo da un lato nella Lettera ai romani, primo capitolo, condanna i pagani perché sostiene che avrebbero potuto tranquillamente, ragionando sulla creazione, giungere all’esistenza di Dio, e quindi raggiungere la conoscenza della verità, affermando perciò la stessa cosa sostenuta da Giustino quando pone una grande continuità tra il centro del cristianesimo e la ragione umana. Ma nel primo e nel secondo capitolo della Lettera ai Corinzi l’apostolo Paolo afferma quanto sostenuto da Tertulliano col porre l’opposizione più ampia possibile tra sapienza umana e sapienza divina.

Quindi noi ci troviamo al cospetto di un nucleo incandescente che dal Nuovo Testamento raggiunge la Patristica e poi giunge nella Scolastica, genera le divisioni all’epoca di Pascal tra la scuola dei gesuiti e la scuola dei giansenisti, e arriva fino ai nostri giorni, perché ancora oggi c’è una Chiesa che ha un’ala più progressista e un’ala più conservatrice, si pensi alla divisione del Vaticano II tra quella che fu la maggioranza conciliare e quella che fu la minoranza. Si tratta insomma di una dialettica che attraversa da sempre il Cristianesimo.

Il Cristianesimo è abitato da fiducia e da sfiducia nei confronti della ragione e questo vale sia per il cattolicesimo sia per il protestantesimo. La sfiducia è originaria, connaturale a Lutero, il quale parlava della ragione umana come di una puttana e pensava che la filosofia fosse un’opera del demonio. Si tratta di una prospettiva che nel Novecento rivive in Karl Barth e in genere nella cosiddetta teologia dialettica. Ma il protestantesimo conosce anche il protestantesimo liberale, quello di F. Schleiermacher, A. von Harnack, E. Troeltsch, i quali al contrario hanno nei confronti del rapporto fede-ragione lo stesso ottimismo che l’analogia entis cattolica porta con sé. Questo è lo statuto storico, detta in maniera sintetica, del rapporto tra teologia e filosofia.

Per quanto mi riguarda, io penso che sia nella stessa parola teologia che si ritrovi il senso del giusto rapporto tra fede e ragione, tra teologia e filosofia. Il termine teologia dice infatti rapporto tra Theós e lògos, e non si deve mai dimenticare tra l’altro che questa connessione non è specificatamente cristiana perché colui che ha coniato il termine ‘teologia’ è stato Platone nel II libro della Repubblica, mentre il termine teologia entra nel cristianesimo in epoca patristica perché nel Nuovo Testamento non c’è. Il che significa che questa connessione tra theós e lògos è qualcosa di originario, è una tendenza della mente e direi anche del cuore umano, in base alla quale si pensa che l’assoluto, il theós, non sia qualcosa di estraneo al mondo e alla mente umana, ma al contrario qualcosa che ha a che fare con la logica del mondo e con la logica della mente umana, direi con il linguaggio umano. Non è un caso che il termine lògos rimandi al contempo sia alla ratio nel senso di ordinamento complessivo del cosmo (come per esempio nel Vangelo di Giovanni e prima ancora negli Stoici, dove logos ha un senso metafisico), sia al senso linguistico per cui lògos è parola, frase, discorso… Questo implica l’intuizione primordiale, ovvero la grande fiducia nel fatto che la logica che governa il mondo, il lògos che è archè, che è “in principio”, abbia strettamente a che fare anche con il linguaggio umano e quindi con tutto ciò che dal linguaggio scaturisce: l’etica, la creatività, l’espressività. Siamo cioè all’interno di un unico discorso: theós e lògos, questa è l’idea di fondo che rende possibile il discorso teologico.

Ne viene a mio avviso una conclusione stringente, ovvero che nella misura in cui la teologia è fedele a sé stessa non può che essere condotta sulla base del paradigma della concordanza tra fede e ragione, ovvero secondo l’idea di Giustino, di Origene, del primo Agostino, di Tommaso d’Aquino, del protestantesimo liberale, della maggioranza conciliare nel Vaticano II e di teologi cattolici come Teilhard de Chardin, Congar, Rahner, Küng, Panikkar.

 

Nella storia del pensiero sono state molte le ‘dimostrazioni razionali’ dell’esistenza di Dio, pensiamo a Cartesio, Anselmo, Tommaso, Kierkegaard… alternando prove e argomentazioni a favore della sua esistenza o della sua inesistenza. Ritiene che oggi i numerosi tentativi del passato a dimostrazione dell’esistenza di Dio possano ancora reggersi? O forse – già con Kant – siamo giunti alla consapevolezza che la ragione di fronte alla vita – e aggiungerei anche nei confronti della fede – non è sufficiente a ‘chiudere’ il discorso?

C’è una frase di Bobbio nella lettera che consegnò alla stampa con l’incarico di pubblicarla all’indomani della sua morte, che dice: «Non mi considero né ateo né agnostico. Come uomo di ragione e non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare fino in fondo, e le varie religioni interpretano in molti modi». A mio avviso questa è una delle più lucide esemplificazioni contemporanee del rapporto fede-ragione, perché Bobbio afferma che, come uomo di ragione, egli sa di essere immerso nel mistero.

Vede, noi normalmente pensiamo che sia la fede a parlare di mistero, mentre al contrario riteniamo che la ragione sia chiarificatrice, le assegniamo un lume che arriva e illumina ogni cosa. Ma Bobbio dimostra che non è così. È lo stesso risultato a cui giunse la grande speculazione di Kant, che pose la critica della ragion pura che si chiude con irrisolvibili antinomie: e che cos’è il mistero, se non il vedere le contraddizioni che costituiscono le esistenze stesse e le varie antinomie?

Vedere la contraddizione e riconoscerla come tale, significa cogliere due nomoi, due leggi entrambe legittime ma contrapposte l’una all’altra, e così generare l’anti-nomia. In Kant si ha l’antinomia della ragion pura e l’antinomia della ragion pratica. Da qui si origina un fondo oscuro, capiamo cioè che la ragione esercitata fino in fondo non ci consegna alla luminosità. Benché qualche positivista possa pensare il contrario, vi sono eccellenti ragionatori che chiudono il senso del loro ragionare ritrovandosi al cospetto di un irrisolvibile chiaroscuro, dove le luci sono sempre connesse alla tenebre. Ne viene il senso del mistero, termine che rimanda a mystérion in greco, il quale si rifà al verbo myō, che significa chiudere, detto di occhi e di bocca, così che il mistero è ciò che ti fa chiudere gli occhi e la bocca. E quando uno chiude gli occhi e la bocca, vuol dire che ha capito di essere alla presenza di qualcosa di più grande che non può dire, o pensare di racchiudere in una formula, e in un certo senso vi si affida.

Non a caso da mistero deriva anche mistica, il rimando alla dimensione eccedente della mente che si ritrova al cospetto di qualcosa di più grande e vi si affida. Confida, si fida, ha fiducia, eccoci qui, siamo arrivati alla fede. In questa prospettiva la fede non è qualcosa che si contrappone alla ragione, o la fede o la ragione, o si pensa o si crede, come cita una raccolta di scritti di Schopenhauer. In realtà è proprio perché si pensa fino in fondo che poi, ad un certo punto, una persona, posta di fronte alla scelta di quali debbano essere i criteri per orientarsi nella vita, capisce che deve fidarsi di un orientamento. La semplice ragione ti dà argomenti tanto per aprirti quanto per chiuderti, tanto per dire di sì alla vita quanto per dire di no, tanto per benedire quanto per maledire. La fede dunque nasce dal continuo rapporto con le domande della ragione. Senza questo rapporto la fede è un’ideologia come altre, e consegna a una delle tante appartenenze religiose che fanno parte del variegato cammino dell’umanità. Ma la fede vera è quella che, come diceva il cardinal Martini, sa affermare «dentro di me c’è il credente e il non credente», c’è l’uomo di ragione che vuole trovare ragioni e al contempo c’è l’uomo di fede che sa che si deve fidare, i due sono legati l’uno all’altro.

In questa prospettiva l’idea che qualcuno possa sostenere che la fede si basa totalmente sulla ragione, la quale arriva e giunge a dimostrare l’esistenza di Dio, è qualcosa che sfiora l’empietà dal punto di vista spirituale, perché chiunque abbia fatto esperienza della vita e del mistero religioso, intuisce che non c’è nessuna possibilità di capire, proprio nel senso etimologico del termine capio, capere, il cui participio passato è captum da cui deriva captivus cioè prigioniero, dunque capire in quanto imprigionamento. Io con la mente capisco una cosa, la capisco e la carpisco; oppure la comprendo, la prendo dentro di me, la faccio mia. Se questo avviene, non si ha la genuina esperienza religiosa, non a caso diceva Agostino: «Si comprehendis non est Deus», se comprendi non si tratta Dio, perché da Dio, da questa dimensione dell’Assoluto, dell’Essere, del Bene, da questa dimensione più grande da cui veniamo e a cui torniamo, a cui normalmente ci si riferisce dicendo divino, è chiaro che si può essere solamente capiti, compresi, nel senso di contenuti, di essere dentro.

Le prove dell’esistenza di Dio sono dunque a mio avviso qualcosa di assolutamente contrario all’esperienza del pensare e del sentire religioso. Se ne può parlare semmai come di argomenti, di tentativi di legittimare un oggetto che non sarà mai oggetto e che tuttavia devo in qualche modo oggettivare se voglio pensare, perché non posso pensare se non oggettivando. C’è infatti un paradosso costitutivo della teologia, dato dal fatto che la cosa che voglio oggettivare non sarà mai oggettivabile, non lo sarà perché mi contiene e quindi io non posso mai renderla obiectium, metterla di fronte a me, gettarla di fronte a me, e quindi vederla e così capirla. Di fronte all’assoluto, che è per definizione ciò che non ha relazione, ciò che è l’intero, l’Uno, è chiaro che mi contiene e io non posso oggettivarlo. Tuttavia se in qualche modo non oggettivo, non parlo. Quindi capisco come mai nella storia del pensiero siano nate le cosiddette prove dell’esistenza di Dio, anche se è del tutto evidente, anche alla luce di quello che hanno prodotto, che non sono prove. Sono piuttosto argomenti per dire che quel discorso ha una sua legittimità da un punto di vista razionale, e da questo punto di vista possono avere una loro utilità.

 

Lavori come Homo Deus di Yuval Noah Harari prospettano un’umanità che, rifuggendo il trascendente, divinizza se stessa e vede in un neopositivismo rivisitato un nuovo Vangelo. È questa la nuova prospettiva della teologia?

Che cosa ci riserverà il futuro non lo so, si possono fare previsioni naturalmente ma penso che non lo sappia di preciso nessuno, neppure Harari. Leggere i libri del passato che hanno parlato di futuro e quindi giungono a parlare del nostro presente non è sempre un’esperienza di grande consonanza, concordanza, si vede quante cose si immaginano che poi non avvengono per nulla. Il destino della teologia è legato a quello della libertà, a quella capacità di cogliere il mistero di cui ho detto sopra. Nella misura in cui negli esseri umani continuerà questo fremito di fronte alla dimensione dell’inattingibile, di fronte alla libertà e al sentire la pochezza del linguaggio rispetto alle grandi questioni dell’esistenza, fino a quando rimarrà questo scarto tra il di più della vita e la mente umana, –un di più che la mente umana che comunque percepisce, che capisce che non può ridurre, ma percepisce e sente– vi sarà spazio per la teologia. È chiaro se l’umanità attraverso microchip o altri meccanismi a me ignoti riuscirà a togliere e pacificare ogni tensione, arrivando a quella conciliazione che Hegel assegnava come compito alla filosofia e che oggi si assegna invece alla tecnica, per cui l’uomo da passione diventa qualcosa di soluto, di sciolto, di assolto, e sarà un essere addomesticato, è chiaro che non ci sarà spazio per la teologia, per la religione, per la trascendenza.

Nel mio libro Il principio passione (Garzanti, 2013) ho scritto che il mondo è un esperimento e come tale può anche fallire. Ritengo che se avverrà una chiusura di un’umanità su se stessa, una totale conciliazione di un’umanità che si compiace di sé e della propria intelligenza volta a soddisfare solo i propri bisogni, questo sarà un fallimento dell’esperienza umana. Evidente quindi che non vi sarà spazio per la teologia e l’uomo sarà dio all’uomo, ma non nel senso classico Homo homini deus, cioè l’uomo è qualcosa di divino, ma nel senso che l’uomo sarà l’Assoluto. La storia del Novecento però insegna: quando l’umanità ha voluto porre l’umanità stessa, l’umanità concreta con le sue ideologie, ad assoluto, il sangue non ha cessato di scorrere. Non lo so come finirà, ma se la nostra corsa finirà in questo neopositivismo tecnologico, vi sarà certo un fallimento della religione, e con essa finirà probabilmente la filosofia, di sicuro questa sarà la sorte per quel tipo di filosofia che prende sul serio il suo essere philos e il suo coltivare philein, cioè amare, perché non vi può essere spazio per l’amore laddove tutto è appagato. E forse finirà anche il nostro essere sapiens, saremo solamente faber, non più Homo sapiens ma Homo faber, o peggio Homo consumans, ammesso che si possa dire in latino.

Per leggere l’intera intervista sulla nostra rivista cartacea: qui

Giacomo Mininni

[Credit Giacomo Maestri]

Febbraio in cultura: tra filosofia, editoria ed arte

Febbraio, mese di passaggio tra l’inverno e la primavera, è il mese del Carnevale, dove colori, musica, e vitalità sembrano essere gli ingredienti principali per lasciarsi alle spalle la pigrizia che ci conquista durante l’inverno.
Così anche la Cultura, contro il freddo e la pigrizia, sembra voler uscire allo scoperto, anticipando la freschezza della primavera.
Come consueto, per voi lettori una selezione degli eventi culturali e filosofici per il mese di febbraio nelle varie regioni e città d’Italia: non fatevi frenare e ostacolare dal freddo, la cultura ci aspetta!
 

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VENETO | Opening Caffè ai Crociferi –  Venezia

Giovedì 16 Febbraio 2017, ore 18.30 – Campo dei Gesuiti Cannaregio 4878, 30121 Venezia

Inaugura il Caffè Ai Crociferi, situato all’interno dell’antico convento presso la chiesa di Santa Maria Assunta detta I Gesuiti oggi adibito a ostello e a studentato. È una realtà nata per sviluppare progetti innovativi nell’ambito degli studentati e degli ostelli e che vuole distinguersi per il suo carattere culturale. 

La serata di giovedì 16 Febbraio dalle ore 18.30 sarà accompagnata dalla musica dal pop acustico della band The Bridge e dal rock di Alberto Pagliuca & Damiano Affinito, giovanissimi musicisti veneziani, che si fonderà con l’esposizione delle opere di sei artisti,  giovani e talentuosi.  
Si susseguiranno poi altri eventi a carattere fortemente letterario, che verranno svelati poco per volta. L’evento inaugurale è progettato e coordinato da CULTURIT Venezia, associazione no profit formata da giovani che operano nell’ambito della consulenza per il settore culturale e che, da circa un anno, sono attivi con numerosi progetti locali e nazionali.

Ingresso gratuito

Evento: qui

Per maggiori informazioni
Tel: 041 528 6103
Email:  hello@we-crociferi.it sito web: qui

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LOMBARDIA | FilosofArti 2017 − Gallarate, Busto Arsizio, Besnate, Castellanza, Cardano al Campo, Varese

PANDORA, NUOVI VIZI E NUOVE VIRTÙ
è il filo conduttore della XIII edizione di Filosofarti, proposta che ancora una volta si sviluppa in coerenza con l’onoreficenza al merito ottenuta dalla Presidenza della Repubblica per l’impegno sociale e culturale che rappresenta nel territorio.
L’iniziativa, preziosa attività di Officina Contemporanea nella logica della rete culturale cittadina che unisce un territorio di area vasta in una progettualità condivisa, offre esperienze di carattere filosofico, artistico − musicale, teatrale, visivo, fotografico − e teologico, grazie alle quali si permette a tutti, dal bambino all’adulto, dall’esperto al semplice curioso, di confrontarsi con la riflessione filosofica e di farlo attraverso modalità interattive e innovative senza snaturare la complessità della teoresi.
 
Il Festival promuove infatti la diffusione delle relazioni fra arte e filosofia con la presenza di testimoni illustri della contemporaneità e con esperienze significative per la Provincia e per la Regione Lombardia, generando un circuito virtuoso che coinvolge le città di Gallarate − città che lo propone come un’iniziativa annuale a cura del Teatro delle Arti −, Busto Arsizio, Castellanza, Cardano al Campo e di Besnate; le esperienze del teatro, del cinema, della musica e della danza, della scrittura e delle arti figurative sono infatti proposte come veicolo di riflessione e di pensiero, di comunicazione aperta e rispettosa delle diversità ideologiche.
 
Il tema annuale, partendo dal mito di Pandora al quale si deve l’invasione nel tempo dell’uomo da parte del male − morte, dolore, vizi −, intende fondare un lessico della speranza con le parole che rappresentano i valori e le virtù dell’oggi: onestà, trasparenza, rispetto, condivisione, solidarietà e accoglienza, fede e amore, fra le altre, in una lettura critica e polimorfa della società nella quale abitiamo il contemporaneo.
Il Festival coniuga pertanto l’aspirazione di ciascuno alla bellezza e alla verità proponendo una ricerca che invita a riprendersi il proprio tempo, ovvero quello meno concitato e più dilatato del pensiero e della contemplazione.
 
Tra gli ospiti dell’edizione di quest’anno: Luca Mercalli, Umberto Galimberti, Massimo Cacciari, Carlo Sini, Vito Mancuso e molti altri.
Un programma ricco tra incontri, musica, letture, cinema e arte.
 
Programma completo: qui
 
Sito web: qui
 
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EMILIA ROMAGNA | BUK Festival della piccola e media editoria − Modena
 
Giunto alla sua decima edizione, il BUK Festival della piccola e media editoria, come ogni anno, non è un’esposizione fine a se stessa, ma diventa l’occasione per seguire le numerose iniziative collaterali in programma, dalle presentazioni delle nuove offerte culturali alle conferenze e ai dibattiti sui grandi temi dell’attualità.
 
Un punto di riferimento per la piccola e media editoria, quell’editoria che fatica a emergere nel mercato italiano a causa dei grandi gruppi editoriali che hanno il monopolio del mercato editoriale.

L’edizione 2017, che si svolgerà il 18 e 19 febbraio, per la prima volta vedrà la presenza della Nave di Teseo, grande casa editrice che approda al festival con prestigiosi autori. Fra le iniziative in calendario anche il Premio Letterario per autori e case editrici di romanzi: i vincitori saranno proclamati nel corso di una cerimonia che si terrà nell’Auditorium Biagi.

Per festeggiare il decennale del festival inoltre è stata ideata la Tessera Bukfan 2017, un’iniziativa di crowdfunding per sostenere Buk e al tempo stesso per gli appassionati per gustare in pole position la decima edizione, con la possibilità di riservare il proprio posto a sedere agli incontri e agli eventi del festival.

Programma completo: qui

Sito web: qui

 
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LAZIO | Vivere con Filosofia − Roma
 
Ripartono gli incontri dell’Associazione Vivere con Filosofia a Roma dove l’attualità è cardine della riflessione. Interrogarsi su ciò che ci circonda oggi è più che mai necessario per dare senso e significato a ciò che viviamo tutti i giorni.

01 Febbraio: ‘Filosofia per l’attualità’ − S. DI LORENZO: L’anima è mediatrice del conflitto? − via Tunisi 16 – h 18.15

08 Febbraio: ‘Filosofia per l’attualità’ – P. CIUCCATOSTI: Critica della filosofia della scienza − via Tunisi 16 – h 18.15

16 Febbraio: ‘La Filosofia interroga la Scienza’ − G. NOVELLI: Ricerca ed innovazione nella Genetica − CNR – h 16.30

22 Febbraio: ‘Filosofia per l’attualità’ − R. PALIERI: La parola dell’oracolo e la voce del demone − Via Tunisi 16 – h 18.15

Sito web: qui

 

Elena Casagrande

 

Per quanto riguarda invece l’arte, tre sono gli eventi che vi vogliamo segnalare.

EMILIA ROMAGNA | sessanta-ottanta_bologna_La chiave di SophiaSessanta/Ottanta. La grande grafica europea alla Pinacoteca Nazionale di Bologna | BOLOGNA 20 gennaio − 17 aprile 2017

La Pinacoteca Nazionale di Bologna presente la collezione di grafica europea del Novecento di Luciana Tabarroni (1923-1991), al cui interno compaiono circa 900 stampe di autori riferibili agli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Una visione trasversale nell’immaginario visivo di un’Europa ancora da costruire, per ripercorrere stili, correnti e innovazioni di un ventennio in pieno fermento creativo.

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siza_sacro_maxxi_roma_La chiave di SophiaLAZIO | Álvaro Siza, Sacro. | ROMA, MAXXI 9 novembre 2016 − 26 marzo 2017

Siamo al giro di boa per questa mostra curata dal grande critico Achille Bonito Oliva e da Margherita Guccione esposta al MAXXI di Roma. Attraverso una selezione di disegni dell’architetto portoghese, una serie di fotografie artistiche e l’atmosfera avvolgente del museo stesso, progettato dall’archistar Zaha Hadid, l’esposizione vuole indagare il concetto di sacralità attraverso il linguaggio architettonico ed il dialogo tra architettura e paesaggio naturale all’interno della ritualità.

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keith_haring_milano_La chiave di SophiaLOMBARDIA | Keith Haring. About art | MILANO, Palazzo Reale 20 febbraio − 18 giugno 2017

Con anticipo vi segnaliamo l’inaugurazione di una grande mostra dedicata alla parabola di vita del popolare genio dell’arte Keith Haring, le cui creazioni sono facilmente riconosciute in ogni angolo del mondo. Un’ottima occasione per approfondire un artista che si conosce ma non abbastanza, anche attraverso una selezione di opere provenienti da numerosi musei e collezioni internazionali. Oggetto di particolare interesse in questa mostra sarà il dialogo tra le diverse culture, poiché le opere di Haring saranno affiancate non solo da quelle di illustri colleghi come Dubuffet e Klee ma anche da ritrovamenti d’archeologia precolombiana e creazioni dei nativi americani: una sintesi di archetipi che costituisce il fulcro della sua poetica artistica.

Maggiori informazioni qui.

Claudia Carbonari & Giorgia Favero

[Immagini tratte da Google Immagini]