Filosofia e visione del mondo

Riguardo la presunta inutilità della filosofia di risolvere i problemi dell’esistenza umana ormai si è scritto molto, ma vale la pena prima di tutto chiederci come avvenga la nostra conoscenza del mondo esterno.

Avviene senza dubbio attraverso le percezioni, o impressioni: esse sono uno strumento immediato, potente, ipersensibile; solo la loro successiva rielaborazione ne permetterà la trasformazione in idee. Quanto sopra descritto è la forma mentis del movimento empirista inglese che ebbe prima in Locke e poi in Hume, i suoi due più grandi esponenti; quest’ultimo, in particolare, elevò il pensiero empirista a tal punto che, forse senza volerlo, lo completò di un inquietante scetticismo. Per il suo credo filosofico il problema ha origine proprio dalla “catalogazione” delle idee derivanti dalle impressioni percepite con i sensi. La ragione procede all’ordinazione tramite la loro somiglianza, contiguità di tempo e/o spazio od apparente causalità, andando in tal modo a formare le nostre credenze. Lo stesso evento oggettivo è quindi analizzato ed interiorizzato dallo stesso apparato ma di persone diverse, ognuna con categorie proprie e differenti sia per numero e qualità, così da far acquisire al fatto in sé una valenza “finale” soggettiva. La nostra ragione non può fare altro che cercare delle soluzioni solo relativamente all’idea, anzi alla catalogazione che gli abbiamo assegnato, tutta soggettiva, semplificandone certamente l’interpretazione ma non permettendocene una completa visione.

Il paragone, metodo così tanto caro ai filosofi, è quello di dover osservare un oggetto; solo l’unione dell’osservazione a diverse “distanze focali” ci potrà offrire un quadro veritiero della realtà. L’utilizzo sragionato ed estremo dell’apparato visivo diventa quindi uno strumento inefficace. Anche le idee spinte al loro estremo, portano alla loro negazione? Diversi filosofi ne erano convinti ed è pure la mia impressione che ogni sistema, valore, credo e strumento spinto all’estremo porti in sé il seme della propria distruzione. Allo stato dell’arte, ad ogni livello, le spinte risolutive verso i grandi problemi che si presentano sono troppo spesso tanto più potenti, miopi e settoriali quanto più grande e totale sia il contesto da affrontare. Questo aspetto ha anche una valenza psicologica, pare ormai mancare da più parti la presa di coscienza che non tutto è sotto il nostro totale controllo e dominio.

Non ci è più concesso il diritto di non sapere o perlomeno dubitare di qualcosa, come “il tafano” Socrate, all’alba filosofica di questo nostro mondo andava facendo e predicando con saggia umiltà. Sicuramente, sulla base di quanto sopra esposto, sarebbe auspicabile invece tendere ad avere una visione più generale e meno miope, senza per questo sconfinare nella rassegnazione sofista, in una sorta di agnosticismo intellettuale. Nietzsche usò un azzeccatissimo paragone per l’esistenza umana: siamo come un cammello, che dovrà diventare martello, e che infine potrà scegliere come un fanciullo, immagine dell’Übermensch (Oltreuomo, non Superuomo, attenzione). Poco importa se per fare questo non saremo coerenti, cercare variegate soluzioni alle difficoltà dell’esistenza ha instillato il seme della buona incoerenza! Si noti, nulla a che vedere con l’incoerenza opportunista figlia della ricerca del facile consenso del branco e delle circostanze. La cattiva novella è che una destinazione sicura e certa non c’è, la buona novella però sta nel fatto che la rotta c’è e sta nel capire che la realizzazione della teoria di Nietzsche esposta non solo non è totalmente necessaria, ma nemmeno totalmente auspicabile. Quello di cui abbiamo quanto prima bisogno, a mio avviso, è di una coscienza critica e di un sincretismo ideologico volto a superare ogni forma di pensiero che abbia la pretesa di voler essere totale, assoluta e dogmatica, cercando, nella mutevolezza dei fenomeni, l’apparente sua dimostrazione.

Abbiamo osservato tramite semplici ragionamenti quanto mendaci siano le nostre credenze, le nostre idee. Dopo 2500 anni e più di Filosofia dovremmo avere il dovere, di fronte ad un assortimento così vasto di pensieri, di prendere spunto laddove riteniamo opportuno farlo, senza vincoli ideologici, temporali e religiosi: questo sarebbe un estremo atto d’amore alla filosofia, al libero pensiero, al mondo, al tutto. Vivere in un positivo e stimolante dubbio cercando individualmente una risposta che paradossalmente sappiamo essere parziale e non definitiva oppure assopiti e fatalisti, sposati all’altare della ragione con idee che giorno dopo giorno, ad essere sinceri, riconosciamo essere parte del problema, sia quello percepito, fin troppo vicino agli occhi, sia quello ben più grande, al di là del velo di Maya di schopenhaueriana memoria? Rispondendo alla domanda iniziale, quindi, nel caso della prima ipotesi, la risposta è certa: la filosofia non solo è utile, è assolutamente indispensabile!

 

Amos Bonato

Amos Bonato, 41 anni, abita in un paesino ai piedi del Monte Grappa. Di formazione tecnica, é da qualche anno appassionato di filosofia e psicologia.

 

[Photo credit Tobias Bjerknes su unsplash.com]

Il Capitale Umano: scippo ben riuscito

A questo punto possiamo chiederci: come mai gli economisti si sono impadroniti di questa forma linguistica che sembrerebbe essere più competenza di filosofi, psicologi e pedagogisti? Gli economisti hanno ben capito quello che altri non avevano messo sufficientemente in rilievo, vale a dire che esiste una stretta correlazione tra benessere collettivo e Capitale Umano, che tutti gli investimenti che una comunità fa per migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini si traducono col tempo in un aumento del reddito pro-capite. Insomma, il Capitale Umano viene considerato un investimento in un bene che produce rendimento.Molteplici studi a livello internazionale ci dicono che a un anno di istruzione in più dei lavoratori corrisponde una crescita del prodotto pro capite del 5%; e ancora, che le persone in possesso di una laurea specialistica guadagnano almeno il 50% in più di coloro che hanno soltanto un diploma. Ma non basta. Il Capitale Umano riduce anche la propensione a delinquere e produce effetti positivi sulla salute.

Perché un investimento sia produttivo è necessario, però, agire prima che i giochi siano fatti puntando decisamente sui processi educativi ai quali l’individuo viene sottoposto, quindi su scuole efficienti, docenti preparati e aggiornati, buon livello culturale familiare, supporti e iniziative per i giovani, e molto altro. Tutte cose che gli studi filosofici hanno più volte sottolineato e che sembrano sfuggire troppo spesso all’ambito dell’Economia e di chi se ne fa portavoce. Basti pensare alle numerose ricerche sull’incidenza positiva che la frequenza al nido ha sui bambini piccoli ad esempio per capire come “Il Capitale Umano” associato tendenzialmente a persone adulte sia invece strettamente legato a tutte le fasi dello sviluppo della persona, in quella sede i più piccoli non si limitano a stare fisicamente in un luogo diverso, ma esperiscono soprattutto a interagire con altri che non siano i familiari, vivendo ruoli e esperienze stimolanti. Sembra addirittura che il futuro dei cittadini dipenda, almeno in parte, dalle opportunità di apprendimento di cui hanno goduto nei primissimi anni di vita.

Nonostante a livello economico venga troppo spesso inflazionato il termine Capitale Umano è anche vero che possiamo facilmente accorgerci di come le nuove generazioni crescano spesso in una situazione di povertà educativa dove i beni materiali proliferano, ma mancano investimenti sugli aspetti dei valori che andranno a costituire la parte più intima della persona.

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