Poesia per l’emancipazione: le parole di Virginia Woolf

Uno spettro che palpita e si reincarna nei grandi scrittori, secolo dopo secolo, istante per istante: il fantasma della poesia è la penetrante immagine con cui si chiude il capolavoro di V. Woolf Una stanza tutta per sé (1929). Nel suo saggio più celebre l’autrice inglese elabora brillantemente il suo pensiero sulla condizione femminile nella letteratura patriarcale, concludendo con un’intensa perorazione finale rivolta a tutte le donne: l’esortazione a scrivere, suggerendo come unico riferimento l’ascolto di sé e del proprio ritmo narrativo.
Questa conclusione dal tono vivace e severo, di appello allo studio e alla libertà di pensiero, è una scheggia tagliente nella coscienza delle lettrici: perché la penna, la buona penna, afferma la Woolf, si rivela sempre nella piena libertà intellettuale; e una simile libertà scaturisce, a sua volta, dalla possibilità di ricevere con una buona istruzione le basi essenziali per interpretare e affrontare autonomamente il mondo. La scrittrice ci invia un messaggio fondamentale: l’istruzione è il trampolino per decifrare la vita complessa che ci circonda, e indagarla, e interrogarla, e darci delle risposte.

Ma da un punto di vista più concreto, la nobilitazione della scrittura ha uno scopo reale? L’atto di scrivere quale importanza potrà mai avere nel faticoso, guerresco percorso di emancipazione delle minoranze?
Italo Svevo ci fornisce un possibile spunto di risposta, descrivendo la scrittura come il migliore strumento di purificazione mentale, che permette di esprimere con chiarezza pensieri ed idee altrimenti ingarbugliati e difficilmente districabili. La scrittura diventa allora l’espressione più alta della razionalità umana, il frutto fecondo di una conoscenza progressiva della propria interiorità, in grado di aprire spiragli sulla nostra anima ed estrarne degli spizzichi, suggerirne dei barlumi.

Scrivendo possiamo riaffermare la nostra identità, ma quest’ultima non è un’entità statica che si limita a venire “rivelata” dalle parole: essa al contrario si sviluppa di istante in istante, fiorisce ancora e ancora; l’identità è sostanza multiforme e in perenne maturazione, che si lancia dietro alle visioni proposte dalla penna e si modifica in base alle nuove parole e ai nuovi orizzonti che grazie a quella stessa penna scopre o inventa.
Scrivendo, quindi, scopriamo noi stessi e contemporaneamente ci realizziamo, tassello dopo tassello; scrivendo siamo tensione, perché ci compiamo costantemente.

È naturale e implicito che attraverso la scrittura sviluppiamo spirito critico, punto di partenza universale per la sovversione dei sistemi precostituiti; ed è di conseguenza altrettanto naturale che chi esercita il potere in tali sistemi favorisca il livellamento della cultura media e la diffusione di una generale disinformazione, allo scopo di indebolire sistematicamente le autocoscienze.
L’ignoranza è come un coltello di cui viene sfruttata la lama per controllare le masse; è una frana sulla grotta dell’Io inizialmente teso a indagare la molteplicità luminosa del mondo e che invece rimane isolato nel buio disorientante del non sapere, condannato ad un’eterna fragilità.
L’ignoranza è, fondamentalmente, il terreno sterile che l’ombra fantasma narrata dalla Woolf non poteva abitare.

Quel fantasma letterario non è più quindi solo un’elegante metafora della poesia, ma diventa l’emblema di un valore, quello della conoscenza, di un obiettivo per le donne, quello di scrivere, e di un ideale: scavare continuamente nella crosta tenera della realtà per coglierne squarci sempre più ampi e arricchire autenticamente, passo dopo passo, la propria visione del mondo.

 

Cecilia Volpi

 

Nata a Mantova nel 2002, ho frequentato il liceo scientifico; a diciassette anni ho vissuto in Messico un’esperienza di studio semestrale, promossa dall’associazione Intercultura. In settembre mi iscriverò probabilmente alla facoltà di Lettere di Torino, indirizzo linguistico. Mi appassiona molto la dimensione del dibattito, dei viaggi e delle lingue straniere.

[Photo credit unsplash.com]

Ruth Bader Ginsburg: il soggetto che si afferma

Era una serata piovosa quella in cui mi recai in un piccolo cinema della mia città a vedere Una giusta causa. Quel genere di cinema che amo definire esortativo, capace di infondere coraggio e intraprendenza nello spirito più assopito.

La prima giusta causa che noto è la non conoscenza, l’alone nebuloso che avvolge in Europa la figura della statunitense Ruth Bader Ginsburg, giudice della Corte Suprema e oggi anche indiscussa icona (e non troneggia solo su t-shirt, tazze e tatuaggi). Nata a Brooklyn nel 1933 da genitori ebrei immigrati dalla Russia, è divenuta, a partire dagli anni Sessanta, una delle figure principali nella lotta per la parità di genere. Come la melodia inziale Ten Thousand Men of Harvard anticipa, Ruth fu una delle nove donne che nel 1955 si iscrisse alla Harvard Law School, andando a occupare un posto dove avrebbe potuto sedere il cinquecentunesimo uomo. Rifiutata dagli studi legali per i quali era pressoché impensabile avere una collega donna, Ginsburg fa dell’insegnamento la sua aula di tribunale dove dimostrare, con i toni e i modi a lei propri, per nulla collerici, ma pacati e fermi, che la discriminazione esiste. La discriminazione è legale. Esistono leggi e relative applicazioni basate sul sesso, come recita il titolo originale: On the Basis of Sex.

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Immobile dinanzi allo schermo, mi è tornato in mente uno dei testi più belli che Virginia Woolf abbia scritto, Le tre ghinee, pubblicato nel lontano 1938: ad oggi un vero e proprio “classico” della letteratura femminista. Il titolo si riferisce alla somma di denaro di cui dispone l’autrice, la quale ha ricevuto tre richieste di donazione, per così dire. La prima da parte di un’associazione maschile pacifista, la seconda rivolta ad aiutare gli esigui istituti superiori per le donne e la terza proveniente, invece, da un’associazione che supporta le donne nell’inserirsi nel mondo delle libere professioni. La prima ghinea Woolf la destina all’istituto di istruzione per ragazze a condizione che quest’ultimo offra un’educazione che non sia la sterile replica di quella maschile, ma che costituisca bensì una cultura differente che formi alla pace, ossia contribuisca a “produrre il tipo di società, il tipo di persone che possano prevenire la guerra”1.. La seconda ghinea la dona all’associazione che aiuta le donne nell’accesso alle libere professioni, così che queste non vengano gestite solo da uomini. Al contrario, le donne devono portarvi il loro modo di essere, di comportamento e di sentire. La terza ghinea, invece, la consegna all’associazione pacifista maschile che lotta contro la guerra e i regimi totalitari.

Io credo che la Ginsburg abbia agito rivendicando un proprio e personale ruolo nel mondo forense. Infatti, la magistratura dell’epoca non era per nulla consapevole di come centinaia di leggi fossero basate e favorissero la discriminazione di genere. È qui che apporta il suo personale sentire: stanando la discriminazione di genere annidata in svariate leggi dei codici statunitensi. Ella diviene pubblicamente, andando oltre la sfera privato-domestica, l’altro dell’uomo e, a livello microscopico, del marito Martin. Altro perché ha una percezione diversa. Altro perché offre una diversa interpretazione dei codici normativi. Per venire riconosciute come altro è necessario muovere il primo passo fuori dalla condizione di sottomissione e oppressione dettata dal modello patriarcale, che, detto in altri termini, significa essere economicamente indipendenti. La Ginsburg vuole lavorare, è un essere pensante dotato di una propria intelligenza e, come tale, desidera metterla a frutto. Ciò equivale all’abolizione della schiavitù di una metà dell’umanità, per dirla come la De Beauvoir de Il secondo sesso

Abolire la schiavitù permette alla società di vivere una nuova stagione, di vedere rifiorita la spontaneità, la libertà e la dignità. Invece di una differenza tra maschio e femmina conflittuale e crudele si può passare ad una differenza che si riconosce reciprocamente tra soggetti, di pari dignità e libertà, solo altri l’uno dall’altra. La discriminazione di genere è un insieme di parole altre, che porta con sé nuove pratiche e nuovi metodi, dove ogni donna può apportare il suo proprio sentire e la sua propria intelligenza. Credo si sia sempre altri nel mondo a seconda del punto di riferimento che si tiene in considerazione. Tuttavia, l’altro non è meno soggetto di ciò che è di volta in volta l’io. È tutto qui: il riconoscimento che si è sempre di fronte ad un soggetto, altro certo, ma pur sempre con una soggettività propria che non si lascia schiacciare a mezzo, ma si erge kantianamente a fine.

 

Sonia Cominassi

 

 

NOTE
1. V. Woolf, Le tre ghinee, Feltrinelli, Milano 1980, pp. 57-58.

 

[Photo credit Award Today]

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Una parola per voi: conquista. Luglio 2019

«Questo è un piccolo passo per un uomo ma un grande balzo per l’umanità».

Neil Armstrong, 21 luglio 1969
 
Cinquant’anni fa l’umanità intera, incollata davanti agli schermi televisivi o ipnotizzata dalla radiocronaca, balzò sulla Luna insieme a Neil Armstrong e a Buzz Aldrin. «If you believed they put a man on the moon…» cantavano i R.E.M. nel 1992, ossia «Se hai creduto che hanno portato un uomo sulla Luna…», alludendo, naturalmente, all’eccezionalità dell’evento, avvenuto in un’epoca ancora scarsamente tecnologica.
 
Eppure, checché ne dicano i complottisti o gli scettici, lo sbarco sulla Luna fu a tutti gli effetti un momento storico e lo fu perché sancì la conquista, da parte dell’essere umano, d’un territorio extra-terrestre. Quel giorno di luglio del 1969 l’uomo travalicò i suoi stessi limiti, approdando a un luogo estraneo, non concepito per lui. Un’avventura fantascientifica, una missione indimenticabile. Indelebile nelle nostre menti resterà per sempre la celebre frase pronunciata da Armstrong: con essa l’astronauta volle sottolineare che le grandi conquiste si fanno poco alla volta, tramite piccoli passi che fanno guadagnare terreno e conducono alla meta finale. Quel giorno lui fece una “semplice” passeggiata, che tuttavia simboleggiò il raggiungimento di un risultato epocale e grandioso per la razza umana.
 
In questo luglio bollente, noi de La Chiave di Sophia volgiamo uno sguardo alla Luna, riflettendo sulle grandi e sulle piccole conquiste. La parola per voi di questo mese è appunto conquista. Essa a volte è assoggettamento, prevaricazione, violenza – basti pensare alle prime scoperte geografiche e al colonialismo – ma può rappresentare anche un balzo in avanti, un miglioramento, un’evoluzione – si pensi ad esempio alla conquista di diritti civili, sociali e politici.
A quali film, libri, canzoni o opere d’arte vi fa pensare la parola conquista? Ecco ciò a cui abbiamo pensato noi!
 
 

UN LIBRO

chiave-di-sophia-una-stanza-tutta-per-seUna stanza tutta per sé Virginia Woolf

Opera dal contenuto rivoluzionario. La Woolf parte da un’esperienza biografica, il rigetto della società patriarcale sentita come una prigione, per analizzare il rapporto storico tra il mondo femminile e la letteratura. Testo cardine della lotta femminista, in esso l’autrice riflette su come fino al Settecento, una donna, per quanto dotata di talento, non avrebbe mai potuto avere uno spazio in una società maschilista. Perché una donna conquisti il proprio posto nel mondo, diviene necessario non equiparare i due sessi, i quali presentano essenziali differenze, ma identica dignità. Da qui un appassionato appello alle donne affinché siano curiose, intraprendenti e non smettano di combattere per sé.

 

UN LIBRO JUNIOR

chiave-di-sophia-che-noia-il-ciuccioChe noia il ciuccio che noia! – Alessandra Goria, Serena Riffaldi

Il vostro bambino non ne vuole sapere di abbandonare il suo fedele ciuccio? Questa allegra storiella fa al caso vostro! Immagini colorate, rime e filastrocche forse lo convinceranno a realizzare questa piccola-grande conquista e a diventare grande per davvero! I più affezionati saranno contenti di trovare, nella seconda di copertina, un riquadro su cui incollare una propria foto con il ciuccio, per poi conservare il libro come un dolce ricordo d’infanzia.

 

UN FILM

chiave-di-sophia-diritto-di-contareIl diritto di contare – Theodore Melfi

Tre donne afro-americane, calcolatrici nel campus aereospaziale della NASA a Langley, Virginia, con il loro talento, le loro capacità e l’ardente desiderio di riscatto hanno posto le basi per la vittoria americana della competizione per lo spazio contro l’allora Unione Sovietica. Si tratta della matematica Katherine Johnson, l’ingegnera Mary Jackson e la responsabile del settore IBM Dorothy Vaughn, magistralmente interpretate da Taraji P. Henson, Janelle Monáe e Octavia Spencer nel film “Il diritto di contare”, pellicola del 2016 del regista Theodore Melfi. Le tre calcolatrici lavorarono ad una delle più grandi operazioni della storia: la spedizione in orbita dell’astronauta John Glenn, un obiettivo importante che non solo riportò fiducia nella nazione, ma che ribaltò completamente la “corsa allo Spazio”. Due grandi conquiste: non solo quella spaziale, ma quella del diritto al riconoscimento delle proprie capacità e del proprio talento per tre donne di colore in uno dei momenti più difficili della segregazione razziale in America.

 

UNA CANZONE

parola-del-mese-conquista-queenWe Are the Champions – Queen

Il suo ritornello è un must di ogni vittoria, così noto da apparire scontato, ma quanti oltre a “Weeeee are the chaaampions my frieeeeeeeeends” hanno provato ad ascoltare (o leggere con calma) il testo? Perché il testo non parla di una vittoria qualunque ma di una vittoria conquistata con fatica e dolore. “And bad mistakes / I’ve made a few / I’ve had my share of sand kicked in my face / But I’ve come through” (“Di brutti errori / ne ho fatti un bel po’ / ho avuto la mia parte di sabbia buttata in faccia / ma ne sono venuto fuori”) canta Farrokh Bulsara in arte Freddie Mercury, e probabilmente lo fa con cognizione di causa. I Queen hanno raggiunto un successo stratosferico e infatti, a quasi trent’anni dalla morte del loro leader, troviamo i loro pezzi insinuarsi ancora negli spot commerciali, nei programmi televisivi, nei video. Sicuramente ognuno di noi ha raggiunto un successo, una piccola grande conquista, che lo può far sentire in assoluta sintonia alla canzone quando Freddie canta “But it’s been no bed of roses / no pleasure cruise / I consider it a challenge before the whole human race / and I ain’t gonna lose” (“Non è stato un letto di rose / né una crociera di lusso / La considero una sfida di fronte all’intera razza umana / e io non la perderò”): del resto è proprio grazie alla fatica che si può trarre un grande godimento dalla propria conquista.

 

UN’OPERA D’ARTE

juditta-klimt-conquistaGiuditta – Gustav Klimt

Quest’opera del 1901 è tra le più famose in assoluto non solo di Klimt ma di tutta la Secessione Viennese. Il riferimento biblico è un pretesto per dipingere una donna forte, come quelle che stavano cominciando ad emergere all’inizio del Novecento e che in ogni Paese iniziavano a conquistare uno dei riconoscimenti civili più importanti: il diritto al voto. Klimt spinge questa donna all’estremo, ad una fredda crudeltà che però le consente di vincere l’oppressore (l’uomo, Oloferne) e di conquistare la propria libertà. Insieme al soggetto, anche lo stile si rende partecipe di questa volontà di conquista del proprio diritto ad essere ciò che si è e di conseguenza ad esprimersi in tal modo. Come espresso infatti dal motto scritto a chiare lettere dorate sulla facciata del Palazzo della Secessione a Vienna (“Ad ogni epoca la sua arte, ad ogni arte la sua libertà“) anche l’arte stessa in quel periodo cerca di liberarsi dal peso dell’accademia e degli stili del passato per potersi esprimere al proprio meglio e con le proprie modalità. Una delle più grandi conquiste dell’arte del Novecento.

 

Francesca Plesnizer, Sonia Cominassi, Federica Bonisiol, Martina Notari, Giorgia Favero

 

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Semplicemente essere, semplicemente insostituibile

Insostituibilità.

Quella vera. Quella che ci fa sentire autenticamente unici.
Quella che ci fa capire che, in fondo, abbiamo lasciato una traccia nel cuore delle persone.

Insostituibilità.

È l’unica cosa che cerchiamo. Per lasciare un segno di quello che siamo.
Per fare in modo che un pezzo di noi, anche solo un’ombra, riesca a fare la differenza.

Insostituibilità.

Quella autentica, profonda, che ci fa amare la vita.
Quella che, incondizionatamente e senza ragione alcuna, fa ricordare all’altro che anche noi esistiamo, che siamo qui, rannicchiati in un angolo, implorando anche solo di essere guardati, accarezzati, visti di sfuggita.
Anzi, no, è inutile convincerci che ciò basti. Lo sguardo fuggitivo di qualcuno che scappa all’improvviso è esattamente il contrario di ciò di cui abbiamo veramente bisogno.

Irremplaçable. Insostituibile.

In questo caso è il francese, a mio avviso, a trovare la parola giusta per dirlo: “une place”, un posto, che non può essere occupato da nessun altro, in quanto solo nostro. Un ir privativo accostato al verbo remplacer (rimpiazzare), che mi fa subito venire in mente quelle belle parole di Kant, secondo le quali ogni essere umano ha una sua dignità che lo fa essere naturalmente insostituibile, non-rimpiazzabile

Une place che nessuno può toglierci, un po’ simile a quella stanza tutta per sé[1]di cui ci parla Virginia Woolf.
Ciascuno di noi  è irremplaçable, però talvolta siamo troppo presi dalla nostra vita liquida per capirlo.
Insostituibile perché unico. Perché abbiamo un corpo ed è solo nostro. E perché è attraverso questa corporeità che riusciamo a manifestare ciò che di più profondo esiste in noi.

Non una semplice place, quindi. Ma une place parlante, e laddove non è parlante, desiderante. E quando nemmeno il desiderio viene sussurrato, il corpo, in quella precisa e insostituibile place, diviene soffrente, perché è stato trafitto dalla lama tagliente del non- riconoscimento, un non-riconoscimento che l’ha privato di quell’irremplaçabilité necessaria per sentirsi accettato, considerato, ma anche solo per sentirsi speciale in quanto diverso rispetto ad ogni altro essere umano.

Nessuna copia. Nessun identico.

Al contrario, talvolta diveniamo vittime inconsapevoli di doveri ed etichette omologatrici che ci vengono sbattute in faccia, impedendoci di essere liberamente ciò che vorremmo.
Come se non avessimo il diritto di esistere, essere, vivere. Talvolta, perfino di amare.
Come se, quest’insostituibilità, dovesse essere a tutti i costi negata. Oppure negoziata, divenendo oggetti di un mondo già consumato da perversi meccanismi utilitaristici. Tutto il contario di ciò che il buon Kant sosteneva, quindi.

Siamo Insostituibili. E lo voglio ripetere! Ancora e ancora.

Perché sono la prima a dimenticarselo ogni giorno, o forse a non crederci abbastanza. Anzi, forse è anche per questo che finisco troppo spesso con il dimenticare l’importanza dell’ascolto e della comprensione della mia interiorità.
Eppure, è da ciascuno che deve partire questo movimento interiore, quest’apertura nei confronti del proprio orizzonte di senso, non da quell’alterità che tanto cerchiamo e ricerchiamo.
Ma in fondo lo so. Per quanto lo ripeta ogni giorno, ho sempre bisogno di una conferma dal mondo esterno. Come quel “grazie che esisti”, sussurrato all’orecchio prima di prendere due direzioni diverse. Quella carezza strappata allo scorrere del tempo. Quello sguardo commosso. Quel “non devi fare nulla”. Quel “ho bisogno di te..”.
E allora sì, anche io capisco che quel posto che ora occupo, non potrà prenderlo nessun altro. Magari anche solo per un istante, alcuni minuti, una giornata intera, chi lo sa..

Ogni essere umano è unico.

Unico, nel modo di tenere stretta la penna e di far scivolare la mano sul foglio. Unico nella maniera di camminare, un po’ sbilanciato a destra oppure a sinistra, con il peso equamente distribuito o le gambe che si sfiorano appena, come quelle di una ballerina.
Unico nel modo di attorcigliarsi i capelli, di disporre le pietanze sul piatto. Unico nelle proprie ossessioni e nei propri chiodi fissi.
Unici nel nostro modo di amare, indipendentemente da ciò che la società classifica come giusto oppure sbagliato, categorie spesso fuorvianti e che impediscono di inseguire il desiderio, anche andando controcorrente.
Perché ormai, l’ho capito, andare controcorrente è quello che mi definisce, e chi mi ama lo sa.

Irremplaçables, quindi. E irremplaçables proprio perché semplicemente siamo, e siamo noi, così veri.

E scrivo “semplicemente”, anche se non è poi così scontato ammettere la propria insostituibilità.
È il gesto d’amore più difficile e complicato che possa esistere. Talvolta implica coraggio, un salto in quel vuoto che fa paura.
Essere se stessi implica un’apertura, l’apertura progressiva della propria interiorità da quell’involucro che ci protegge talmente forte da impedirci di respirare.
Ci creiamo una sorta di crisalide in cui stare al sicuro, ma per aprirci liberamente al mondo come una farfalla, le nostre ali possono trovare respiro soltanto librandosi in volo.

Ho tanta voglia di credere che le cose cambino. Che esista la forza del coraggio e la libertà di essere ciò che si è, senza accuse, recriminazioni. Senza prezzi da pagare quasi come fossimo merce da scambiare. Divenendo intercambiabili, appunto, invece di fare l’elogio di quella che è la nostra più profonda insostiuibilità

 

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

 

 

[1] Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, traduzione di L. Bacchi Wilcock e J. R. Wilcock, Feltrinelli Editore, 2011.