Changeling: un film per riflettere sulle manipolazioni della verità

Qualche sera fa decido di guardare un film, interpretato da Angelina Jolie e girato da Clint Eastwood. Due ore di pura angoscia, scandite dalle sconcertanti vicende vissute dalla giovane donna protagonista e dagli altri personaggi della pellicola. La dose del mio malessere è rincarata dal fatto che la trama si ispira a degli avvenimenti realmente accaduti: Changeling è un film che ci permette di indagare non uno ma più passati.

Il primo è quello che riguarda la particolare vicenda vissuta da Christine Collins nel 1928 a Los Angeles; alla donna viene infatti rapito il figlio Walter. Dopo mesi di indagini, la polizia dice di aver ritrovato il ragazzo, e decisa a mettere a tacere tutta la questione in favore dell’abbellimento della propria condotta, sminuisce e ridicolizza le attese e le speranze della povera madre, alla quale in realtà viene appioppato un altro ragazzo, non il suo Walter! Con l’aiuto di medici e specialisti altrettanto corrotti, il capitano di polizia, abile oratore, vuole convincere la donna riguardo l’identità del ragazzo capitato alla sua porta. Se non è stata in grado di riconoscerlo subito, la colpa è del semplice shock emozionale che ha preso il sopravvento in lei a causa della gioia della notizia, ma con il tempo e la pazienza, lei stessa potrà confermare che il ragazzo è suo figlio, non contano le differenze d’aspetto, non conta la statura, non conta il suo parere di madre.

La donna non si perde d’animo e confidando ciecamente nel sistema, continua a dirsi vittima di un grosso errore, rivolgendosi anche alla stampa. La polizia non manca al contrattacco e, accusandola di pazzia, la fa rinchiudere con disinvoltura nell’ospedale psichiatrico della città: ammettere lo “sbaglio” delle autorità ne macchierebbe e comprometterebbe forse irrimediabilmente l’immagine.

È questo il secondo passato che il film ci fa ricordare: il passato dei manicomi. Un termine che la dice lunga non solo sulla funzione di questo istituto, ma anche sulla considerazione della persona che esso proponeva. Le scene delle violenze subite dalle donne rinchiuse al Los Angeles County Hospital, per quanto limitate che siano, non mancano di suscitare fastidio ed indignazione.

Eppure avvenimenti come questo sono successi per davvero, e ciò che ci dovrebbe far riflettere è che, sebbene con dinamiche e modalità diverse, succedono tutt’ora. Lì, per garantire l’immagine e l’operato delle autorità si rinchiudevano le personalità scomode, oggi si compra il silenzio e si oscura la verità a suon di favoritismi e mazzette, oppure basti pensare alle notizie che arrivano proprio in questi giorni dalla Turchia: migliaia di persone sono vittime di una politica di epurazione che, al di là dello schieramento politico, tutti fatichiamo a definire come portatrice di bontà.

Non svelo il seguito del film, perché non necessario ai fini di questo scritto (sebbene anche riguardo a quello ci sarebbe molto da scrivere) e perché voglio invitarvi alla sua visione, per quanto tormentata essa possa essere, in particolare per gli animi più sensibili.

Per me il film è stato un’occasione (come troppe altre di questi tempi) per riflettere su come gli uomini sono arrivati e arrivano ancora oggi a trattarsi l’un l’altro. Che sia per raggiungere un certo livello di potere, un certo benessere economico, una certa fama… Cosa siamo disposti a fare? A quanta verità siamo disposti a rinunciare? Quanta violenza, verbale, mentale, fisica, ci sentiamo legittimati ad usare? Quanta giustizia viene messa a tacere ogni giorno? Quanto veniamo presi in giro e quanto oscuriamo a nostra volta noi stessi?

Federica Bonisiol

[Immagine da Google Immagini, tratta dal film Changeling]

“Fatti (non) foste a viver come bruti”

Il titolo è deliberatamente preso in prestito dalla Divina Commedia, canto ventiseiesimo, località Inferno.
Non è mia intenzione analizzare Dante, né sviscerare ulteriori chiavi di lettura dalle sue opere, mi è semplicemente balzata agli occhi quella frase pronunciata da Ulisse per esortare i compagni, rientrati in patria dopo le mille peripezie degne di un’Odissea, a intraprendere l’ultima impresa: attraversare le Colonne d’Ercole e violare così i confini del mondo.

«O frati, che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza»¹.

Leggere e rileggere quella frase, estrapolata totalmente dal suo contesto e dalle dinamiche narrative, mi ha convinto dell’esatto contrario.
Noi siamo nati come “bruti”, e dobbiamo prenderci la responsabilità di ammetterlo.

Viviamo in un mondo dove sempre più spesso cerchiamo di scindere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è bene e ciò che è male, cosa si può e cosa non si può fare/dire/vedere.
Ci allontaniamo dall’oscurità per abbracciare la luce che avvolge le cose immacolate, senza renderci conto della cecità che il fulgore provoca, senza capire che la penombra non è sinonimo di ambiguità ma strumento per vedere meglio le cose.

“Bruto” vuol dire privo di ragione, violento… e noi di natura spesso lo siamo, non solo fisicamente, ma anche verbalmente e, negli ultimi anni, virtualmente.
Il web è il ricettacolo di commenti cattivi, ma sono lo specchio di ciò che, almeno a parole, vorremmo fare: “Se ci fossi stato io”, “Se ci fosse stato lui”, “Io avrei fatto così”; o vorremmo essere: “Se io fossi il capo del mondo”, “Se fosse successo a me”.
Queste frasi-matrice, state pur certi, undici volte su dieci si completano con una sorta di piccola apocalisse, o una vendetta stile Rambo.

Inizialmente davo colpa alla sola ottusità, ma scavando più a fondo mi sono reso conto che tutto ciò avviene per scarsa conoscenza della violenza stessa.
Pensiamo, crediamo, vogliamo, facciamo finta di essere violenti perché non sappiamo cosa voglia dire violenza, non perché non esista, ma perché è argomento tabù.

Negli ultimi vent’anni abbiamo passato il tempo a prevenire, a proteggere, ad evitare, abbiamo insomma contribuito piano piano a costruire, attorno al nostro piccolo mondo di benessere, una sorta di muro ovattato che ci impedisce di vivere la realtà così com’è.

Tutto molto bello, tutto molto pericoloso.

Succede infatti, che ad un certo punto, qualcuno o qualcosa, quel muro d’ovatta riesce a sfondarlo: ultimamente ci sono riusciti gli attentati terroristici.
Il terrorismo è sempre esistito, l’Italia ne sa qualcosa: la quantità di piombo sparso sulle strade ha dato il nome a un decennio, eppure è solo oggi che raggiungiamo punte di panico incontrollato per il primo bagaglio non custodito lasciato in un luogo pubblico.
E’ solo oggi che leggiamo, complice un giornalismo sensazionalistico irrispettoso, di finte bombe disinnescate dagli artificieri solo per sentirci più sicuri.

Non sto suggerendo di rimanere indifferenti davanti al male, sarebbe comunque un mattone ovattato in più, ma di riscoprirne l’esistenza, e risulta estremamente necessario, vi spiego il perché.

Il parallelismo è azzardato, ma avete presente come funziona lo schema di una fiaba?
C’è un protagonista “buono” e un antagonista “cattivo”; il buono verrà messo alla prova dalla vita stessa che lo farà precipitare in una condizione difficile, ma solo così potrà forgiare il suo spirito per poter sconfiggere il cattivo.
Oggi è come se avessimo esiliato nel dimenticatoio i cattivi – perché diseducativi, portatori di disagio al bambino ecc. – per rendere felici i protagonisti di una storia che si concluderebbe a pagina 2, senza aver lasciato nulla di consistente al lettore.

Abituarsi alla nostra natura di “bruti” infine non ci condanna ad esserlo per sempre, non ci autorizza a compiere danno contro altre persone, può servirci a conoscere meglio ciò che siamo, a capire quali sono i nostri limiti per poterli superare.
Può aiutarci a decidere cosa vogliamo o non vogliamo diventare.
Solo in questo modo, secondo il mio punto di vista, possiamo maturare.

Alessandro Basso

[Immagine tratta da Google Immagini]

NOTE:
1. Divina Commedia, Inferno, Canto XXVI, vv.112-120

Il limite sottile tra ‘normale’ e ‘tradizionale’ – Family Day

Essere genitori non è un diritto né un dovere. Essere genitori è il più grande privilegio destinato all’uomo..e questo, in particolare, è legato alla presenza d’amore e volontà, di forza e tenacia, un pizzico di follia e spirito di sacrificio, ma sicuramente essere genitori prescinde dalla sessualità di una persona.

“Family day”

Una scritta, un niente che porta con sé immensità di implicazioni.

Avrei voluto crescere con la famiglia perfetta, dove la mattina di Natale si corre sotto l’albero, dove i genitori si guardano complici, dove un abbraccio viene sempre prima di ogni cosa, dove l’amore si respira nell’aria.

Non è forse questa l’idea alla base di questa giornata?

La famiglia perfetta, quella della pubblicità della Mulino bianco.

Beh, volete la verità? Di famiglie così ce ne sono poche, troppo poche purtroppo, ma, come ribadisco sempre, l’apparenza conta molto di più della verità, in questa società.

Sono imposizioni implicite…tutti devono apparire sereni, felici, nessuno dovrà mai capire che le espressioni indossate mascherano realtà atroci.

Si è “costretti” a vergognarsi dei soprusi subiti, a vergognarsi della propria realtà…mi sono state rivolte tante accuse, nel momento esatto in cui ho deciso di non acconsentire e liberarmi da quella gabbia di bugie e odio, qualcuno mi disse di dover tacere, altri non mi hanno creduta, perché i loro sorrisi sono sempre stati più facili da accettare.

Ho iniziato a vergognarmi d’aver avuto il coraggio, la forza, di essermi asciugata le lacrime da sola….

Con gli anni ho compreso che la famiglia non è necessariamente e obbligatoriamente il nucleo parentale in cui si nasce.

Un legame sanguigno non potrà mai vincolare le persone ad amarsi, per quanto tale verità possa turbare la mente di chi ha vedute troppo ristrette per accettare che non tutto ciò che si scorge è rappresentativo della realtà dei fatti.

Mi hanno sempre insegnato a dire che la mia famiglia era meravigliosa, che eravamo felici, ma solo noi sapevamo cosa accadeva la notte.

Solo io so cosa voglia dire trovarsi soli, perché i propri genitori hanno deciso che quelle mura, che hanno costituito una galera, fossero l’unico vero collante tra noi.

La famiglia è una scelta.

Io la mia scelta l’ho compiuta, quando ho compreso che coloro che mi hanno concepita non erano, nel vero senso della parola e non in quello che riporta un dizionario, i miei genitori.

Una donna a me molto cara mi ha sempre ribadito come i genitori non potessero scegliere i figli, ma come la situazione fosse analoga dall’altra parte.

La famiglia, la casa, sono sentimenti…sono quelle sensazioni che liberano le tensioni quando le braccia di chi ami ti stringono, sono quelle lacrime asciugate amorevolmente malgrado gli errori, sono là segnaletica che ti indica la retta via senza presunzione, sono la condivisione di ogni lato del proprio sé, senza paure né riserve.

La mia famiglia l’ho trovata negli amici di sempre, che malgrado i litigi sono qua con me, in ogni istante…la mia famiglia l’ho scoperta in due signori incontrati in spiaggia per caso che mi hanno protetta e accolta, dandomi gli strumenti per comprendermi ed amarmi…la mia famiglia si presenta davanti la porta ogni volta che giro nella toppa le chiavi e vedo un cumulo di pelo che scodinzola e mi guarda con un amore infinito…amore lo sento accanto a coloro che scelgono di stare accanto a me, perché la vita insieme è più bella…amore che non ho mai potuto scorgere negli occhi dei miei genitori.

L’amore non può essere standardizzato da una serie di stereotipi che la storicità e la propria società impongono.

Lo ammetto, io avrei voluto una famiglia da sempre, sulla quale contare in ogni istante…ma una famiglia normale, per me, per coloro che non hanno avuto il privilegio immenso di averla, non significa avere la presenza di una mamma e di un papà necessariamente.

Avrei preferito mille volte due mamme, due papà, piuttosto che non sentire mai sulla pelle nemmeno un sospiro d’amore.

Avrei desiderato mille volte mangiare con due mamme o due papà, ma non auguro a nessuno di non poter cenare con il proprio padre per 20 anni “perché lui non ha voglia di sedersi a tavola” e predilige a te una serie TV guardata in soggiorno mangiando col vassoio.

Avrei voluto…avrei desiderato mille cose…vorrei, adesso, che la famiglia fosse considerata un luogo dove dei bambini possano sentirsi amati, sempre, e non additati come l’errore che incatena due persone.

La vera famiglia non ha bisogno di una giornata, è l’amore quotidiano che rende possibile festeggiare ed essere grati.

Vorrei che qualcuno lo spiegasse a queste persone, quanto fa male sentirsi esclusi da un insieme così importante, unicamente perché per noi TRADIZIONALE non vuol dire NORMALE.

Nicole Della Pietà

Ciò che era (cosa sarà?)

Non esiste un libretto di istruzioni, ho provato a cercarlo, ho controllato ovunque ma non vi è traccia di nessun manuale che ti spieghi come gestire il dopo.
Mi è sempre piaciuto studiare, leggere, imparare, interiorizzare, fare propria la scienza di altri, trasformarla, renderla strumento di vita ma io lo strumento per questa vita, per questa nuova esistenza, non so dove poterlo trovare.

 
È un vortice inarrestabile di pensieri, di sorrisi interrotti da pianti isterici, di gioia e solitudine mista a malinconia; non capisco più chi sono e dove sto andando, non vedo più il sentiero, quasi la foschia autunnale si facesse sempre più fitta, ostruendo la visuale, perché, mio malgrado, tutto quello da cui sono scappata, è parte della persona che sono. Quel dolore, quello squallore emotivo sono ciò da cui io sono nata, come potrei non portarne traccia dentro me? come posso convivere con la consapevolezza che nonostante ciò che potrò fare, nulla cambierà una realtà che mi ha terrorizzata così a lungo da non farmi dormire di notte?
Non è facile da scrivere, perché le parole scritte su un foglio restano, indelebili; ammettere che, per quanto io abbia sempre lottato strenuamente per essere il più diversa possibile da loro, mi porterò sempre dentro tutti quegli accadimenti, fa male.

 
Fa male rendersi conto che non passerà mai, che, senza chiedere permesso, i ricordi riaffioreranno all’improvviso, per trascinarti per l’ennesima volta verso la voragine e le unghie sono sporche di terra, sto provando ad aggrapparmi a quell’ultimo ramo spoglio e temo che la mia mano possa non sopportare il mio peso.
Sono sempre fuggita da una realtà che aggrediva la mia interiorità, ma adesso? Ora che la corsa è finita tutto ciò che è stato cos’è destinato a diventare? Quel pesantissimo “bagaglio emotivo” di cui in tanti parlano lo dovrò portare con me per sempre?
Perché di questo si tratta: di riuscire a prendere il peggio della vita, della propria esistenza, della propria persona, farlo evolvere in uno strumento in grado di sintetizzare tutto ciò che nella sua interezza ferisce e logora.
Non è facile riniziare, il lavoro interiore che un individuo deve compiere con estrema meticolosità è lungo e restare in piedi, senza farsi travolgere è ancora più complicato.

 
Perché nessuno spiega come potersi lasciare alle spalle la sofferenza e guardare al domani col sorriso, nessuno sarà mai in grado di fornire delle spiegazioni alla moltitudine di emozioni che travolgono, togliendo il respiro.
Ho sempre saputo chi non volevo essere, dove non avrei mai voluto stare, a chi non avrei voluto somigliare, lotto contro me stessa per ricacciare quei tratti delle loro personalità che sono insiti in me, e non potrebbe essere altrimenti, anche se tutti vogliono far credere il contrario, purtroppo essere figli implica inevitabilmente l’accettazione di dover convivere con quella somiglianza e forse è questo il punto cruciale.
Lotto per non essere, fermarmi un secondo a riflettere su chi sono davvero, quale sia la mia reale natura.

“Il fiore che sboccia nelle avversità è il più bello e il più raro di tutti.”
​​​​​​Mulan

Solo che adesso le domande affollano la mente e forse devo solo lasciarle crescere, sperando che possano tramutarsi in un qualcosa che possa darmi la serenità, un qualcosa che mi dia il coraggio di pazientare l’arrivo del mattino e il diradarsi della nebbia, per poter finalmente lasciarmi incantare dalla vista di quell’unico fiore in mezzo al campo arido, quel fiore che è stato in grado di vivere laddove vita pura non ve ne è mai stata.

Nicole Della Pietà

[Immagine tratta da Google immagini]

Vogliamo parlare di guerra? Eliminiamo ogni forma di finalismo: il punto di vista di Bobbio

È l’ormai lontano 1979 quando Norberto Bobbio, con lo scritto Il problema della guerra e le vie della pace, cerca di dimostrare con decisione l’insostenibilità di qualsiasi tipo di giustificazione della guerra. Con le sue pagine egli vuole affermare la necessità di un totale abbandono non solo di questa pratica, ma anche, in senso più generale, della violenza e di ogni suo tipo di manifestazione. Al centro della sua analisi vi è il fatto che gli armamenti delle varie potenze mondiali si sono sviluppati, durante il secolo scorso, fino a raggiungere un livello tale per cui, se si dovesse ricorrere al loro utilizzo, si potrebbe compromettere la stessa esistenza dell’uomo sulla terra. Un’affermazione di questo genere a molti potrebbe sembrare esagerata o addirittura infondata: è proprio questa la preoccupazione che tanto assilla Bobbio, ovvero la mancanza di una “coscienza atomica”. Il livello di sviluppo tecnico e militare a cui siamo giunti è in grado di esporci, infatti, alla possibilità di una guerra termonucleare, la quale, non potendo assolutamente essere paragonata alle guerre che finora si sono verificate, ci pone di fronte ad una vera “svolta storica”.

Perché una guerra di tal tipo è da considerare come una guerra nuova e dunque da rifiutare con assolutezza? A detta di Bobbio, non è affatto a causa dell’orrore: per lui, infatti, ogni guerra è orrenda; ogni guerra avrebbe dovuto, in passato, e dovrebbe, in futuro, essere condannata.

Le ragioni su cui si concentra il suo ragionamento ci conducono ad una riflessione molto più profonda. La guerra termonucleare, infatti, potrebbe mettere a repentaglio la vita e la storia intera dell’umanità, potrebbe distruggere tutto ciò che è esistente. Inoltre, la guerra termonucleare potrebbe non condurre a nessun tipo di risultato. Se lo scopo di ogni conflitto bellico è la vittoria (e il raggiungimento di tutti i vantaggi politici, economici e sociali che essa consente di ottenere), la guerra termonucleare, a differenza delle guerre passate, potrebbe invece non permettere una distinzione tra vincitori e vinti1.

Alla luce di queste considerazioni, mi chiedo e vi chiedo: possiamo rimanere indifferenti di fronte ad una tale eventualità? Possiamo pensarla con distacco o indifferenza? Io credo di no! Credo che ciò non sia possibile nemmeno per l’animo più bellicoso. Il motivo è semplice, ed è Bobbio stesso a suggerircelo: la possibilità di una guerra atomica ci costringe ad elaborare prima, e ad assumere poi, un nuovo e decisivo punto di vista storico: dovremmo eliminare dal nostro orizzonte di pensiero qualsiasi forma di finalismo. Ebbene sì, dovremmo spogliarci proprio di quel tipo di ragionamento che tanto caratterizza la nostra mentalità occidentale! Dovremmo imparare a vedere la storia dell’uomo non più come un processo inevitabile, connotato da un tendenziale miglioramento, ma come un susseguirsi di fatti sì inevitabile, ma sprovvisto di qualsiasi tipo di senso.

Di fronte a questo panorama, Bobbio propone un irrinunciabile atteggiamento di pacifismo attivo, il quale consisterebbe nel negare in modo totale ogni ricorso a conflitti armati, affermando così una profonda fiducia negli effetti pratici che possono discendere dall’utilizzo delle tecniche nonviolente. Questa soluzione vi lascia perplessi? Ebbene, la sensibilità disillusa di Bobbio è perfettamente cosciente della difficoltà di questo tipo di alternativa: egli infatti ritiene che essa si presenti ancora come (inaccettabilmente) distante dalla nostra realtà attuale, nella quale «l’etica dei politici è l’etica della potenza».

Ciò che gli preme di più, dunque, sembra essere l’indirizzarci ad una revisione del nostro modo di stare al mondo e del nostro modo di percepire e valutare ciò che quotidianamente ci potrebbe apparire come invece inafferrabile, come troppo grande rispetto alla nostra finitudine di singoli individui, e come troppo lontano dalla portata delle nostre decisioni ed azioni. Ciò che più conta sembra essere il gettare il seme, il delineare delle piste di lavoro, lo smuovere la sensibilità pubblica, nell’attesa, speranzosa e calma (ma non inerte) che le cose comincino a mutare dal loro profondo.

Ma le cose potranno cambiare davvero? Di fronte a ciò che quotidianamente accade nel mondo, possiamo dirci fiduciosi? Certamente ed innegabilmente, ritengo si imponga sempre più come necessaria, e con una certa fretta, una più profonda riflessione da parte di ciascuno di noi rispetto a queste tematiche; non soltanto per riscattarci dal punto di vista bobbiano secondo il quale «l’arma totale è arrivata troppo presto per la rozzezza dei nostri costumi, per la superficialità dei nostri giudizi morali, per la smoderatezza delle nostre ambizioni, per l’enormità delle ingiustizie di cui la maggior parte dell’umanità soffre non avendo altra scelta che la violenza e l’oppressione»; ma anche per prendere posizione di fronte al fatto che sebbene la guerra atomica sembri essere solo una mera possibilità “futuristica”, in realtà siamo tutti potenzialmente coinvolti e dunque tutti potenziali vittime, e questo, la Storia, non solo passata, ma anche presente, la quotidianità, ce lo hanno già dimostrato.

 Federica Bonisiol

NOTE:
1. Per non limitarsi al puro piano teorico, è Bobbio stesso che cita un esempio riguardante gli U.S.A.: «gli Stati Uniti potrebbero riprendersi in 5 anni se subissero un attacco con soli 10 milioni di vittime, mentre con un attacco massiccio che uccidesse 80 milioni di americani, la ripresa richiederebbe mezzo secolo». Queste stime sono risultate da studi antecedenti di vent’anni rispetto al saggio del 1979, e sebbene debbano essere prese in considerazione e ridimensionate alla luce del progresso tecnologico che sempre più ci impone i suoi tempestivi risultati, sono comunque utili per farci valutare il fenomeno della guerra atomica in modo più concreto.

BIBLIOGRAFIA:
Norberto Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, 2009

Violenza: il coraggio di ritornare a vivere

Sono cresciuta nell’illusione che lo sbagliato fosse giusto, che il male fosse il bene. Sono stata cresciuta a cereali e ipocrisia, a latte e menzogne. Sono stata educata ai mille sotterfugi, alle mezze verità, all’amore per profitto, alla comodità…sono stata cresciuta da persone per le quali una bella maglia possedeva più valore di un bell’animo.
Ognuno di noi, o quasi, avrà da raccontare qualcosa di celato, quel “non dirlo a nessuno”, quello scheletro che non riesce più a restare nell’armadio.
Mi sono sempre piaciute le metafore, i paragoni, potevo immaginare la mia realtà “come se…” E forse il mio vivere in un mondo parallelo mi ha salvata: sono stata io o qualcos’altro a salvarmi? Ancora oggi non lo capisco.

“In un mondo altamente improbabile, ciò che è altamente improbabile, è probabile quanto ogni altra cosa.”

Si creano meccanismi di difesa, il mio è questo: ho creato centinaia di mondi paralleli, ho vissuto con i ragazzi della 56esima strada, ho ascoltato Jack frusciante, per poi farmi cullare dalla Niebla di Unamuno. Ho percorso centinaia di chilometri attraverso i parchi del Trinity College con Wilde, ho vissuto la maestosità della solitudine con Rilke.
Questo sognare mi ha dato la forza di costruire le mie ali, copiando Icaro, ma con la consapevolezza di un Sole in grado di scioglierle. Ho atteso, sorriso, acconsentito, ho messo in un cassetto me stessa, ho custodito la sensibilità e la forza lontano da fonti di odio, debolezza, rancore e malattia dell’animo, perché, troppo spaventata dall’oggi, sono stata lungimirante e ho corso a perdi fiato fino al domani.

Nel varcare la soglia con l’ultima sacca di fortuna contenente gli ultimi calzini, ho rivissuto tutto ciò che mi ha condotta a quel passo, a quell’ ultimo gradino; a quel l’addio, addio alle mura background di mille viaggi, ai ricordi del nonno, alle mie mattine con la mamma, alla saga del “Padrino” vista mille volte con papà, a quel cantare a squarciagola con mia sorella, due spazzole in mano e io e lei come Emma e la Halliwell.
Quei pochi attimi di felicità, li ho lasciati, insieme alla paura, all’insicurezza, alla poca autostima, al sentirmi un fallimento, a sentirmi il più grande errore dei miei genitori, ho lasciato il bene e il male di un ventennio irrorato da lacrime, nutrito di sentimenti talmente bassi da non poter essere nemmeno afferrati, perché troppo viscidi per esser colti.

Un mese.

Il primo mese di VITA.
La mia casa, la mia luce del mattino, il mio addormentarmi senza paure, il mio piangere dalla felicità perché posso girare la chiave nella toppa e trovare solo la mia Brooki, che mi aspetta per amarmi.

E non ho mai respirato davvero, non fino ad oggi.

Non abbiate paura, non fatevi schiacciare, fate sì che ogni goccia di sudore nasca sulla vostra fronte per una motivazione in grado di darvi la gioia della vita.

Coloro che dicono che non importa quanto sia lungo il cammino, ma come lo si intraprende, non possono essere più in fallo.
Importa eccome quanto sarà lunga la sofferenza, quanto l’animo dovrà subire, quanta forza si dovrà aver per rialzarsi ogni singola volta che vorranno la tua caduta, importa ma nulla varrà di più di tutto ciò che vi aspetterà dopo, quando riuscirete a varcare la soglia.

L’inferno è il paradiso esistono, sono qui e ora, il punto di partenza non è mai una scelta, ma l’arrivo (e la salita è appena iniziata) è una decisione che solo noi possiamo prendere.

IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

Come una fenice

Quando decisi di tornare non immaginavo felicità più grande, ero di nuovo nella mia fortezza, in quella casa scrigno di ricordi preziosi, capace di cullarmi, di farmi addormentare nell’illusione di poter tornare bambina, quando il nonno era ancora con noi, quando tutto, anche se solo in apparenza, prendeva le sembianze della normalità.

 
Per un po’ di mesi è stato così, tutto andava benissimo, tutta la mia quotidianità era racchiusa in un’atmosfera ovattata, un’ immagine distorta che mi era stata declinata come verità assoluta prima impossibile da far emergere.
Credevo di poter aver più tempo, mi illudevo fosse davvero diverso.

 
Ho pensato a volte di essere afflitta dalla “sindrome di Stoccolma” o una di quelle patologie psicologiche inspiegabile….invece ho compreso che credo semplicemente è stupidamente nel genere umano. Ci credo così disperatamente da voler giustificare azioni e parole taglienti come lame e l’ho compreso troppo tardi, perché quella notte, quando la porta si è spalancata e ho sentito lui urlare, ho realizzato che tutto sarebbe tornato come prima, che il mantello dell’invisibilità di Harry era tornato al suo proprietario, rivelando le forme dell’orco che da lì sarebbe solo stato in grado di sgretolarmi tra le sue mani, quasi fossi di argilla essiccata al sole, non trattata; perché quando si è “nudi e crudi”, anime prive di artifici, la possibilità di essere schiacciati dalla malvagità e dalla cattiveria si moltiplicano.

 
Ho dovuto accettarlo, ho dovuto accettare di abbandonare la MIA CASA, i miei ricordi più cari; ho compreso di dover sradicare ogni cosa dal terreno dove per anni tutto è vissuto, per trapiantare in un luogo nuovo, da curare, da fertilizzare, di cui prendersi cura. Un luogo, però, solo mio dove non aver più paura la notte, dove essere libera di essere serena e per alcuni è così scontato da non realizzare quale dono prezioso sia.
Stamattina la luce del sole delle sei batteva sul parabrezza, l’aria entrava furtiva dal finestrino, quasi a volermi accarezzare e io mi sono scoperta sorridere; per quanto possa essere complicata la propria origine, nel momento in cui il cambiamento inizia a prendere forma, la libertà inebria ogni parte di quell’animo ferito e martoriato, le cicatrici resteranno, come righe di un diario, perché ogni lacrima ha condotto alla rinascita intrapresa e va ricordata, custodita, come uno dei tesori più cari che si possiede, perché una rinascita non può non derivare dalla sofferenza vissuta.
Ogni cosa passata resterà, perché ogni evento ha portato con sè effetti positivi.

 
Rilke scrisse di aver pazienza per quanto ancora di irrisolto risiede nelle nostre anime, di guardare alle domande stesse come fossero libri scritti in una lingua straniera, di non cercare risposte che non potrebbero arrivare in quanto non vissute, perché l’essenza della vita risiede nella capacità di vivere tutti i momenti; così ci si avvicinerà, senza nemmeno percepirlo, all’ottenimento di quelle risposte così tanto agoniate quanto evitate per il timore facessero troppo male.
E io, oggi, ho le risposte.

Nicole Della Pietà

[immagine tratta da Google Immagini]

Colpevole

– “Sei forte” –
Continuo a sentirlo dire, continuò a ripetermelo quando, nel cuore della notte, cerco di rannicchiarmi il più stretta possibile, sotto quel lenzuolo così leggero che è diventata la mia armatura.
Io non sono forte, però. Sono debole, forse l’emblema della debolezza. Rifuggo i miei fantasmi, sono sotto il letto, dentro l’armadio, dentro il mio esoscheletro…li lasciò li, perché aprire questo maledetto Vaso di Pandora implicherebbe annientare la poca pace, i pochi posti nel mondo che sono riuscita ad aver e a mantenere incontaminati.
È come un diario di bordo, scrivi per far non perder l’orientamento, al fine di non permettere all’ennesima onda di riempire i tuoi piccoli e affaticati polmoni di acqua…acqua salata, sporca, carica dei detriti di una vita dedita alla produzione incessante di immondizia.
Non sono forte.
Non posso rallentare i pensieri, quelli che si tramutano in colpe. Quegli orridi mostri che ti portano a credere, a un certo punto, di meritare di esser la vittima di accadimenti e comportamenti estremamente deterioranti per l’animo.
Non sono forte perché, malgrado la volontà di fuga e l’impossibilità di attuarla, sono si vittima, ma consapevole.
Non sono forte.
Sono una codarda, anche solo per i mille pensieri che invadono la mia testa, senza chiedere il permesso di essere…nascono, si nutrono di paure…stanno iniziando a pesare, tenere la testa alta è troppo faticoso…e io la sto lasciando cadere, quasi mi fosse stato sfilando quel filo di perle chiamato spina dorsale.
Non sono forte.
Per paura sono dovuta diventare accondiscendente, “si, hai ragione, scusami”. Per paura, ma dentro urlo, strepito, scalcio…colpendo inevitabilmente me stessa.
Sono davanti allo specchio, io non so se ciò che vedo corrisponde alla realtà, ma mi sto chiedendo…se quell’immagine scomparisse, sarebbe il capitolo finale di un libro così macabro?”

È l’altra faccia della medaglia, quella che nessuno è disposto a mostrare, quella sporca, quella raffigurante la sconfitta più totale di un individuo, quella che nei tratti racchiude la storia di chi indossa vesti di colpevolezza, incapace di trovare perché razionale ad una violenza così inarrestabile.
È la rappresentazione di chi, oltre che vittima di violenze psicologiche e fisiche, oltre ai tremori e alla paura, sta nutrendo convinzioni malate sulla propria posizione in una realtà squallida e inaccettabile.

IODICOBASTA. E TU?

Nicole Della Pietà

Perdersi

“Tutti dicono che l’amore fa male, ma non è vero. La solitudine fa male. Il rifiuto fa male. Perdere qualcuno fa male.”
O. Wilde

Non avrei mai creduto di vedere il nulla, dietro di me.. Di non sentirmi più appartenente a qualcuno, perché essere figli vuol dire trovare la propria identità negli occhi di chi ti regala la vita.

 
REGALA.

 
Regalare è sempre stato il verbo che ho associato alla figura genitoriale, non so bene per quale ragione intrinseca, forse perché mi illudevo che mio padre e mia madre, la mia “famiglia” avessero la funzione di regalarmi la vita, il mondo, la bellezza della quotidianità. Forse ho vissuto fino ad oggi nella speranza disillusa di poter essere una ragione abbastanza valida per loro, per cambiare, per capire e comprendere finalmente che essere genitore è vocazione, che i figli a 20 anni necessitano dello stesso amore, delle stesse carezze e abbracci di quando ne avevano due.
Ho sperato, ho creduto in loro con quanta più forza avevo in me, ho tentato di esser la figlia che loro professavano di volere, ma, malgrado ciò, oggi mi scopro sola, sola ad affrontare un dolore incolmabile, sola ad asciugare lacrime inarrestabili….sola, ad accettare che loro non saranno mai più al mio fianco, sola a metabolizzare il fatto che loro, accanto a me, non sono mai stati davvero.

 
Si, la solitudine uccide, si, il rifiuto massacra, una perdita devasta ma quanto può costare all’animo la forza di dire basta? Quanto possono valere le proprie aspirazioni, i propri valori se poi si è totalmente persi nella ricerca di una vita migliore?
Ciò che lacera, che squarcia davvero l’animo, gettando a terra frammenti, quasi si fosse uno specchio rotto da un pugno, è l’accettazione.
Accettare la natura “sporca” del posto da cui si arriva, accettare la solitudine causata dalla volontà di vivere in modo “pulito”, di voler essere una persona migliore.
Io ho perso tutto: la mia famiglia, quel cerchio che avrebbe dovuto essere la mia isola felice, il mio mondo ovattato, la mia protezione. Io ho perso. Ho perso per poter vivere. Ho perso perché ho deciso che IO conto, che la mia esistenza conta.

 
E sapete qual’è davvero il nocciolo della questione? Il fallimento.
La mia famiglia resterà la mia più grande sconfitta, non essere come loro mi vogliono, per essere una persona migliore e aver scelto il giusto, rappresenterà per sempre il mio più gran fallimento.
Le vittime dirette di abusi hanno, molte volte, la possibilità di scelta, i figli della violenza non ne hanno e mai ne avranno.
I figli di violenza si sentiranno per sempre marchiati a vita e si crocifiggeranno per i limiti che hanno loro impedito di cambiare chi, di cambiare, non ne ha mai voluto sapere.
I figli di violenza si sentiranno sempre in dovere di accontentare gli altri, di dimostrare qualcosa al mondo, unicamente per sentir, anche solo per un istante, di non esser sbagliati.
Le più grandi vittime sono coloro che hanno deciso di combattere, perché porteranno per sempre con loro i segni delle scelte altrui, perché saranno sempre coloro che subiranno le conseguenze delle azioni di chi, dando loro la vita, aveva promesso implicitamente di amarli e proteggerli.
Le più grandi vittime saranno sempre coloro che decideranno di ribellarsi, perché in questa vita, mio malgrado, la libertà comporta più sofferenza della sudditanza.

IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

[immagine tratta da Google Immagini]

Sei mio, nonostante tu non ci sia più

“Dicono che scrivere sia utile per esorcizzare i propri fantasmi…io ho sempre visto la scrittura come l’unico strumento in grado di darmi la forza di affrontare la realtà degli accadimenti della mia vita.

E tu sei la mia realtà inaccettata, per me inaccettabile ieri, oggi e, se nemmeno scriverti ciò mi aiuterà, anche domani.

Mi sono sempre auto-proclamata difensore delle libertà personali inalienabili, ma a te posso confidare che non è vero: sono stata l’ennesima ragazzina che, spaventata e soggiogata, ha ceduto e ha perso.

Perso. Perso si, ma cosa? Perché non credo che nessuno, tranne noi, potesse immaginare quale legame si fosse creato, non dal giorno del test, ma appena l’ho percepito, l’istante dopo io, in cuor mio, sapevo che c’eri, eri li, mio.

E io adesso ti devo una spiegazione, un qualcosa che sappia anche solo vagamente spiegare i perché di tutto ciò, della tua assenza oggi, del tuo non essere più mio.

Ci si fida ciecamente di chi chiamiamo “mamma”, anche se tu non potrai mai conoscere questa sensazione di infinita protezione che si prova accoccolati tra le braccia di chi ti ha dato la vita…e non sai quando vorrei che tu potessi sentirla pervaderti ogni istante tu lo voglia, tu ne abbia bisogno…beh io della mia genitrice mi fidavo, lei era ciò che di più reale avessi, il mio faro nella notte.

Quella notte fu la più buia, malgrado le lucciole illuminassero il sentiero del percorso.
Lei non comprese, lei fu la ragione per cui io non mi misi ad urlare, la ragione per cui non feci sentire né la mia né la tua dolce voce. Lei mi coprì gli occhi, così dovetti farmi guidare senza possibilità di scegliere da sola. E, forse, per me è stato bene così, in parte.

Potevo incolpare altri per il nostro distacco, senza assumermene le colpe…”è piccola, la sua vita sarebbe rovinata”…ero piccola solo quando lo volevo io, altrimenti mi giudicavo abbastanza grande per sbagliare, per scivolare…ma poi urlavo, finché qualcuno non accorreva al mio capezzale.

I mesi insieme sono stati i più gratificanti, belli, motivanti che io abbia mai avuto l’onore di vivere.

Averti, portarti con me è stata la gioia più grande che mai mi investirà, perché neanche chi verrà dopo potrà prendere il tuo posto dentro di me…e questa è una promessa che io faccio a te, mio piccolo amore.

Mio. Tu. Lui. Non mi ha mai sorvolata il pensiero di una lei, come se già ti vedessi stringermi la mano, guardarmi per dirmi con gli occhi che hai bisogno di me.

La sera prima avevo pianificato di non presentarmi, con la tua foto stretta al petto, la mia mano a cullarti i sonni, non volevo andare…ma lei, non accorse al mio capezzale, mi gettò tra i leoni, CI gettò tra i leoni.

Non ebbi la più remota via di fuga…non ebbi nemmeno il coraggio di salutarti…sono una codarda, ancora oggi rifuggo la tua essenza, quasi la sentissi librarsi nell’aria che respiro…oggi abbasso lo sguardo, schifata dalla mia codardia e dal sacrificio che tu sei diventato per dare a me la possibilità di crescere senza conseguenze.

5 anni dal giorno in cui saresti diventato la mia realtà, il mio per sempre. 5 anni.

Io ti sento, in casa, nel lettone. Lungo la strada per casa cammiamo insieme, ti percepisco durante la pioggia leggera in primavera, quella profumata…tu corri in giardino e io ti osservo mirando il capolavoro che sei.

Per me sei, non saresti, tu sei.

Sei la motivazione per cui cercherò di aver una vita piena, perché io possa essere il tuo canale per raggiungere la vita, farò si che che la mia esistenza sia un elogio a te e non potrei mai contemplare la mediocrità per te.

Sederemo sempre accanto, perché quello che fa una mamma è garantire alla propria creatura sempre un posto protetto accanto a sè, per far si che il male non lo tocchi.

E io mi sento mamma, non da 5 anni, ma da quando ti ho sentito.
Io sono mamma, perché tu per me non sei mai stato un accumulo di cellule, tu sei il mio bambino.
Io sarò sempre mamma, perché vivrò in tua memoria qualsiasi cosa accada.
Ero, sono e sarò mamma anche se me ne è stata tolta la possibilità tangibile. Io porterò la tua intangibilità nel mondo, ad ogni mio passo se ne affiancherà un altro.

Saremo noi.”

La violenza ha mille sfaccettature, è perpetuata attraverso mille forme, da milioni di persone che celano la loro crudeltà dietro una maschera di buonismo e ipocrisie.
La costrizione e il soggiogamento non possono essere contemplate come gesti d’amore, in nessun caso, per nessuna ragione credano d’aver gli individui che li manifestano.

Sono sempre stata contro l’aborto, non chiedetemi perché, non essendo credente o simili, ma sono sempre stata contro. Per la prima volta in vita mia, ho compreso come un gesto tanto forte  possa essere più doloroso per chi resta, che per chi non c’è mai stato…e non per propria volontà.

Non essere vittime significa anche poter scegliere. Essere vittime prescinde dalle violenze di un uomo. Si può essere vittime in milioni di modi, è come guardare la realtà col caleidoscopio…troppe versioni di un’unica immagine.

#IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

[Immagini tratte da Google immagini]