Amabili resti – Alice Sebold

«Questi erano gli amabili resti, cresciuti intorno alla mia assenza, i legami, a volte esili, a volte stretti a caro prezzo, ma spesso meravigliosi, nati dopo che me n’ero andata. E cominciai a vedere le cose in un modo che mi lasciava concepire il mondo senza di me».
Susie Salmon è una ragazzina di quattordici anni con le aspirazioni e i sogni propri della sua età. Ma la sua giovane vita è destinata ad essere calpestata, straziata e recisa da un mostro, un insospettabile mostro che vive a pochi passi da casa sua, celato da una maschera di perbenismo.
Un mostro che il lettore individuerà ben presto e ben presto inizierà a disprezzare e odiare.
A raccontare la storia è la ragazzina uccisa, la voce narrante appartiene infatti alla stessa Susie che ci parlerà da un ‘Cielo’ tutto suo. Si tratta quindi di una prospettiva insolita che smarrisce e conforta allo stesso tempo. Dall’alto, Susie, osserva la vita continuare senza di lei, partecipa al dolore della sua famiglia e assiste agli strazianti momenti successivi alla sua scomparsa. Ma la sua attenzione non si focalizza solo sui suoi familiari distrutti dal dolore. Susie osserva anche il suo assassino, la freddezza delle sue simulazioni, la ripugnanza celata dietro ai suoi intenti, sostenendo a distanza l’intuito del padre che forse ha percepito prima degli altri un retroscena poco chiaro dietro quell’uomo apparentemente educato e tranquillo.
Amabili resti è un libro che non lascia indifferenti, impossibile trattenere le lacrime e non avvertire una morsa allo stomaco durante la narrazione. È un libro che scuote, destabilizza, ferisce. Un effetto per me amplificato dall’essere genitore, dall’essere madre di una bambina che mi auguro di saper proteggere da un mondo che sa essere spietato ben oltre l’umana immaginazione.
«Dentro la palla di neve sulla scrivania di mio padre c’era un pinguino con una sciarpa a righe bianche e rosse. Quando ero piccola papà mi metteva seduta sulle sue ginocchia e prendeva in mano la palla di neve. La capovolgeva perché la neve si raccogliesse tutta in cima, poi con un colpo secco la ribaltava. E insieme guardavamo la neve che fioccava leggera intorno al pinguino. Il pinguino è tutto solo, pensavo, e mi angustiavo per lui.
Lo dicevo a papà e lui rispondeva: “Non ti preoccupare, Susie, sta da re. È prigioniero di un mondo perfetto”».
 
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Per alcuni lunghissimi istanti, quelli in cui Susie racconta della violenza subita, ho pensato di non farcela, di non riuscire a proseguire nella lettura. Il suo dolore è diventato il mio, l’orrore salendo dallo stomaco alla gola mi si è appiccicato addosso come una seconda pelle.
Eppure temi come la violenza, la morte precoce, il dolore per la perdita, vengono trattati con un tocco delicato, proprio perché filtrati dallo sguardo limpido e innocente di Susie.
Ed è sempre la piccola Susie ad impedire che il lettore venga inghiottito dalla rabbia e dal dolore, offrendogli qualcosa a cui aggrapparsi, offrendogli la speranza: l’amore è eterno ed è l’unico legame che non può essere spezzato.
Un’ancora di salvezza, ecco cosa offre l’autrice al lettore, quasi come se si sentisse in dovere di non caricarci di un fardello troppo pesante. Un’attenzione che accomuna molte persone che hanno subito violenza, e nella quale è forse possibile riconoscere il vissuto autobiografico dell’autrice.
La scrittura, semplice e lieve, rispecchia l’intento di mantenere dei toni dolci, tenui, senza permettere all’oscurità di prendere il sopravvento.
Struggenti le descrizioni dei familiari, dei genitori e dei fratelli di Susie, del modo di ognuno di reagire alla perdita. Queste, insieme ai flashback che la protagonista inserisce nel racconto, ci regalano uno spaccato di vita di una famiglia americana degli anni 70, una famiglia felice che vive in Pennsylvania quando la provincia americana è considerata un luogo sicuro, sereno, dove si respira ottimismo e positività.
Un libro toccante, con una protagonista che si impadronirà di un pezzetto del vostro cuore.
 

Stefania Mangiardi

[Immagini tratte da Google Immagini]

Violenza: il coraggio di ritornare a vivere

Sono cresciuta nell’illusione che lo sbagliato fosse giusto, che il male fosse il bene. Sono stata cresciuta a cereali e ipocrisia, a latte e menzogne. Sono stata educata ai mille sotterfugi, alle mezze verità, all’amore per profitto, alla comodità…sono stata cresciuta da persone per le quali una bella maglia possedeva più valore di un bell’animo.
Ognuno di noi, o quasi, avrà da raccontare qualcosa di celato, quel “non dirlo a nessuno”, quello scheletro che non riesce più a restare nell’armadio.
Mi sono sempre piaciute le metafore, i paragoni, potevo immaginare la mia realtà “come se…” E forse il mio vivere in un mondo parallelo mi ha salvata: sono stata io o qualcos’altro a salvarmi? Ancora oggi non lo capisco.

“In un mondo altamente improbabile, ciò che è altamente improbabile, è probabile quanto ogni altra cosa.”

Si creano meccanismi di difesa, il mio è questo: ho creato centinaia di mondi paralleli, ho vissuto con i ragazzi della 56esima strada, ho ascoltato Jack frusciante, per poi farmi cullare dalla Niebla di Unamuno. Ho percorso centinaia di chilometri attraverso i parchi del Trinity College con Wilde, ho vissuto la maestosità della solitudine con Rilke.
Questo sognare mi ha dato la forza di costruire le mie ali, copiando Icaro, ma con la consapevolezza di un Sole in grado di scioglierle. Ho atteso, sorriso, acconsentito, ho messo in un cassetto me stessa, ho custodito la sensibilità e la forza lontano da fonti di odio, debolezza, rancore e malattia dell’animo, perché, troppo spaventata dall’oggi, sono stata lungimirante e ho corso a perdi fiato fino al domani.

Nel varcare la soglia con l’ultima sacca di fortuna contenente gli ultimi calzini, ho rivissuto tutto ciò che mi ha condotta a quel passo, a quell’ ultimo gradino; a quel l’addio, addio alle mura background di mille viaggi, ai ricordi del nonno, alle mie mattine con la mamma, alla saga del “Padrino” vista mille volte con papà, a quel cantare a squarciagola con mia sorella, due spazzole in mano e io e lei come Emma e la Halliwell.
Quei pochi attimi di felicità, li ho lasciati, insieme alla paura, all’insicurezza, alla poca autostima, al sentirmi un fallimento, a sentirmi il più grande errore dei miei genitori, ho lasciato il bene e il male di un ventennio irrorato da lacrime, nutrito di sentimenti talmente bassi da non poter essere nemmeno afferrati, perché troppo viscidi per esser colti.

Un mese.

Il primo mese di VITA.
La mia casa, la mia luce del mattino, il mio addormentarmi senza paure, il mio piangere dalla felicità perché posso girare la chiave nella toppa e trovare solo la mia Brooki, che mi aspetta per amarmi.

E non ho mai respirato davvero, non fino ad oggi.

Non abbiate paura, non fatevi schiacciare, fate sì che ogni goccia di sudore nasca sulla vostra fronte per una motivazione in grado di darvi la gioia della vita.

Coloro che dicono che non importa quanto sia lungo il cammino, ma come lo si intraprende, non possono essere più in fallo.
Importa eccome quanto sarà lunga la sofferenza, quanto l’animo dovrà subire, quanta forza si dovrà aver per rialzarsi ogni singola volta che vorranno la tua caduta, importa ma nulla varrà di più di tutto ciò che vi aspetterà dopo, quando riuscirete a varcare la soglia.

L’inferno è il paradiso esistono, sono qui e ora, il punto di partenza non è mai una scelta, ma l’arrivo (e la salita è appena iniziata) è una decisione che solo noi possiamo prendere.

IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

Come una fenice

Quando decisi di tornare non immaginavo felicità più grande, ero di nuovo nella mia fortezza, in quella casa scrigno di ricordi preziosi, capace di cullarmi, di farmi addormentare nell’illusione di poter tornare bambina, quando il nonno era ancora con noi, quando tutto, anche se solo in apparenza, prendeva le sembianze della normalità.

 
Per un po’ di mesi è stato così, tutto andava benissimo, tutta la mia quotidianità era racchiusa in un’atmosfera ovattata, un’ immagine distorta che mi era stata declinata come verità assoluta prima impossibile da far emergere.
Credevo di poter aver più tempo, mi illudevo fosse davvero diverso.

 
Ho pensato a volte di essere afflitta dalla “sindrome di Stoccolma” o una di quelle patologie psicologiche inspiegabile….invece ho compreso che credo semplicemente è stupidamente nel genere umano. Ci credo così disperatamente da voler giustificare azioni e parole taglienti come lame e l’ho compreso troppo tardi, perché quella notte, quando la porta si è spalancata e ho sentito lui urlare, ho realizzato che tutto sarebbe tornato come prima, che il mantello dell’invisibilità di Harry era tornato al suo proprietario, rivelando le forme dell’orco che da lì sarebbe solo stato in grado di sgretolarmi tra le sue mani, quasi fossi di argilla essiccata al sole, non trattata; perché quando si è “nudi e crudi”, anime prive di artifici, la possibilità di essere schiacciati dalla malvagità e dalla cattiveria si moltiplicano.

 
Ho dovuto accettarlo, ho dovuto accettare di abbandonare la MIA CASA, i miei ricordi più cari; ho compreso di dover sradicare ogni cosa dal terreno dove per anni tutto è vissuto, per trapiantare in un luogo nuovo, da curare, da fertilizzare, di cui prendersi cura. Un luogo, però, solo mio dove non aver più paura la notte, dove essere libera di essere serena e per alcuni è così scontato da non realizzare quale dono prezioso sia.
Stamattina la luce del sole delle sei batteva sul parabrezza, l’aria entrava furtiva dal finestrino, quasi a volermi accarezzare e io mi sono scoperta sorridere; per quanto possa essere complicata la propria origine, nel momento in cui il cambiamento inizia a prendere forma, la libertà inebria ogni parte di quell’animo ferito e martoriato, le cicatrici resteranno, come righe di un diario, perché ogni lacrima ha condotto alla rinascita intrapresa e va ricordata, custodita, come uno dei tesori più cari che si possiede, perché una rinascita non può non derivare dalla sofferenza vissuta.
Ogni cosa passata resterà, perché ogni evento ha portato con sè effetti positivi.

 
Rilke scrisse di aver pazienza per quanto ancora di irrisolto risiede nelle nostre anime, di guardare alle domande stesse come fossero libri scritti in una lingua straniera, di non cercare risposte che non potrebbero arrivare in quanto non vissute, perché l’essenza della vita risiede nella capacità di vivere tutti i momenti; così ci si avvicinerà, senza nemmeno percepirlo, all’ottenimento di quelle risposte così tanto agoniate quanto evitate per il timore facessero troppo male.
E io, oggi, ho le risposte.

Nicole Della Pietà

[immagine tratta da Google Immagini]

Fidarsi

“Più conosco il mondo, più ne sono delusa, ed ogni giorno di più viene confermata la mia opinione sulla incoerenza del carattere umano, e sul poco affidamento che si può fare sulle apparenze”. (Jane Austen)

Cosa spinge l’animo a lasciarsi andare liberamente, senza paure né riserve, senza maschere, senza un finto apparire che cela il vero essere? Chi comprende davvero come una donna possa affidarsi totalmente ad un uomo, ad un estraneo, che fino a pochi attimi prima non era parte del proprio mondo? Cosa porta qualcuno ad abbandonarsi, anima e corpo, ad un viso di cui non si ha memoria così pregressa da poter riflettere ponderatamente prima di consegnare sé stessi?

Non parlo della fiducia nei propri cari, nei propri genitori o fratelli, negli amici di sempre…parlo di quella fiducia scatenata dall’amore improvviso, quell’emozione che ti lega profondamente ad un altro essere, senza spiegarsi, senza chiedere il permesso…e quando si ama, purtroppo, non esiste lungimiranza, non vi è traccia del buon senso, del soppesare le situazioni, le persone, come può avvenire, invece, nella quotidianità delle nostre interazioni più abitudinarie.

L’amore non conosce vincoli, travalica tutti i confini, li dissolve, portando con sé quella sensazione di assoluta libertà di poter essere, di poter posare la maschera, di abbattere il muro che ognuno di noi costruisce in propria difesa.

E quando, la persona che si sentiva più vicina, distrugge questa fiducia? Quando quell’emozione così inebriante viene spazzata via in un solo attimo? Quando il mondo che si è costruito con impegno e fatica è devastato da un tornado che dietro di sé lascia solo macerie?Quando si scopre davvero l’essenza dell’altro? Quando quei contorni del volto, quello sguardo, le smorfie, si rivelano nascondere unicamente un mostro? Allora si prende consapevolezza del mondo, si realizza che quella fiducia non ha mai avuto motivo di essere, ci si colpevolizza, la mente si affolla di “se” e di “ma”….

Mi domando come quella povera ragazza, lei, la cui storia mi ha profondamente colpita sin da subito, reagì nel comprendere chi fosse realmente la persona che sedeva accanto a lei. Mi chiedo quanta bontà doveva essere insita in lei per farle aprire per l’ennesima volta la porta a lui che distrusse quel mondo perfetto che era stato creato insieme, lui che si palesò come un mostro. Cercando di capire qualcosa di inspiegabile, vado a ritroso negli anni, rifletto sulle menzogne, sulla privazione di giustizia, quell’ennesime falsità che sono state riservate ad una ragazza, punita perché a conoscenza di segreti inenarrabili, che l’hanno condotta ad essere “di troppo” nel panorama della perfezione ideato da una mente malata e distruttiva.

Distruttivo secondo il vocabolario è ciò che è atto a devastare, distruggere, annientare, come una bomba.

E Alberto Stasi fu l’ordigno, lo scoppio e l’eliminazione di Chiara Poggi, la quale sapeva troppo, che fu uccisa perché “pericolosa”. Una presenza scomoda, un’ombra che avrebbe oscurato l’immagine di quel giovane bocconiano dai tratti così innocenti.

Alberto Stasi è stato condannato a sedici anni di carcere per aver privato Chiara della propria vita. Stasi sconterà una pena di sedici anni per aver massacrato la propria fidanzata senza riserve, senza scrupolo.

Strappata alla vita per essersi fatta cullare dalla speranza che quel sentimento fosse ben riposto. Speranza disillusa da un uomo che, per aver scritto la parola fine all’esistenza di una persona, non pagherà mai abbastanza.

 Nicole Della Pietà

IODICOBASTA.ETU?

Dall’amore alla morte

– Pesava meno di 20 chili. Mai vista una cosa del genere – 

Queste furono le parole dei medici che si erano occupati della cinquantacinquenne di Pavia. Laura Carla Lodola era ridotta ad uno scheletro quando è stata ricoverata in ospedale. E’ morta ieri mattina per lo stato grave di denutrizione.
Ha trascorso anni di sofferenza, di mancanza di cibo, di acqua e di una vita normale. Il convivente sessantenne – Antonio Calandrini – è il colpevole di questo massacro ed è ora in carcere con le accuse di sequestro di persona e abbandono di incapace. E’ stato proprio lui a chiamare l’ambulanza il 27 Gennaio, quando la donna era ormai priva di coscienza, sostenendo che fosse la compagna a non voler mangiare.

Questa vicenda di cronaca dal triste epilogo ci porta ad una riflessione.
Perché? Cosa spinge un uomo che anni prima decide di convivere con una donna a tenerla rinchiusa portandola in fin di vita? Esiste un motivo che possa giustificare un gesto del genere?

Non credo proprio. Nulla può giustificare violenza. Nulla può giustificare sevizie e torture. Nulla può giustificare la parola umiliazione addossata ad un corpo già ridotto al limite della vita. Nessuna Donna non merita di essere chiamata tale, nessuna Donna merita di non poter urlare il proprio dolore. Nessuna di noi, di Voi. Io, Lei, Tu che stai leggendo. Nessuna.

Con il passare del tempo i segni risultano sempre più evidenti, lo stato di salute e il male provocato rimbalzano su quel corpo; come si può guardare in faccia una donna ridotta a pesare poco più di 15 chili e non fare nulla? Possiamo cercare una risposta, ma dubito saremo in grado di trovarne una valida.

Il mio pensiero in questa tragica storia va soprattutto a questa Donna; il mio pensiero va a chiedersi se non avesse davvero l’opportunità di chiamare aiuto, se le fosse stato tolto dal compagno ogni mezzo possibile per farsi sentire. Se non fosse così sarebbe davvero triste pensare che Laura – invasa dalla paura o dal malessere – non riuscisse a chiedere aiuto, rassegnandosi invece della sua condizione. Una condizione che non mi sentirei di chiamare “Vita”, una condizione che non sarei in grado di definire linearmente. Una condizione che spaventa ognuna di noi, una condizione che è da combattere da parte di Tutte Noi. Non in una somma, ma in una sintesi di forza.

Donne violentate, maltrattate, uccise e sequestrate:

IO DICO BASTA. E TU?

Katia Maistro

[immagini tratte da Google Immagini]

Il Coraggio di Rinascere

Stava camminando lungo la via di casa, il sole risplendeva e lei, stupita, si accorse che stava sorridendo. Non lo credeva possibile, non più ormai, non avrebbe mai pensato che dalla sua anima ferita potesse nascere un sorriso.

Il sole le sfiorava i tratti del volto e non riuscì a non pensare a tutto ciò che era successo fino a quel momento, fino a ciò che l’aveva condotta a quel sorriso disperatamente cercato senza successo per anni.

La sue mente corse indietro nel tempo, le immagini di quell’orrore durato una vita intera si affollarono, quasi facendo a gara a quale dovesse riapparirle per prima.

Si sentono spesso storie di ragazze che, cresciute nella violenza domestica, inconsciamente, perpetuano il modello relazionale genitoriale.

Era terrorizzata che ciò potesse accaderle, ma non da sempre, soltanto da un po’ di anni a questa parte, da quando aveva capito realmente che le famiglie non erano come la sua. Sì, perché la sua rappresentava l’eccezione che conferma la regola, nonostante le avessero insegnato per tutta la vita che quell’inferno fosse la regola.

Lei, una di quelle ragazzine così desiderose di essere amate; lei, che si lanciava a capofitto in troppe relazioni con persone discutibili, che sfruttavano le sue debolezze a loro piacimento, per puro divertimento.

Si scottò, in quel momento, ripercorrendo gli errori della sua esistenza, sentì ancora il dolore delle mille lacrime versate, che come spilli le trafiggevano il cuore, perché credeva di essere sbagliata, perché credeva di non meritare nulla se non una relazione malata e infelice come quella dei suoi genitori.

La violenza non si manifesta colpendo unicamente le persone direttamente coinvolte, coloro che restano e non vanno, coloro che a volte soccombono sotto il peso della mancanza di autostima. La violenza colpisce anche chi non ne è direttamente investito, chi – come i figli – resta a guardare dallo spioncino della serratura.

E le conseguenze di ciò che si vede possono essere atroci quanto quelle provocate dalla violenza verbale o da un pugno sferrato.

Lei a questo ci pensava in continuazione.  Non aveva potuto farne a meno da quando era riuscita a comprendere le dinamiche di ciò che la circondava e a distaccarsene; quelle dinamiche che pur restavano lì, insieme a lei, ed era stata in grado di costruirsi un suo mondo, nel quale quel dolore agonizzante e paralizzante non poteva entrare. Nessuno poteva entrare nel suo mondo, nessuno fino a quella sera d’estate.

Lei, al primo sguardo, aveva sentito qualcosa; un legame, quasi fosse stato il destino. Faticò a capirlo subito, faticò a comprendere ed accettare la natura di quell’alchimia, impiegò anni prima di lasciarsi andare, di far entrare questo qualcuno nel suo mondo ovattato.

Passarono quattro anni prima, durante i quali si rafforzò e intensificò un legame talmente intimo da permettere ad entrambi di mostrarsi per quello che erano, senza paure né riserve, fino a quando non misero da parte tutti i timori e si lasciarono andare; riuscirono a lasciare lo spazio vitale a quell’amore così forte e profondo da sacrificarsi per non intaccare la vita dell’altro.

E a quel punto lei si guardò la mano e vide quel piccolo cerchietto d’oro, un minuscolo cerchietto, che si sarebbe perso nel vasto mondo della crudeltà e delle sofferenze che le aveva dato vita, che simboleggiava l’inizio di un’esistenza reale, fondata su sentimenti a lei sconosciuti fino a quell’istante, fino a che lui non ebbe il coraggio per entrambi di abbracciarla per non lasciarla più.

Il suo sorriso arrivava da tutto questo, da un’infanzia malata in un ambiente altrettanto malato, dalla forza che dimostrò nello staccarsi da quelle anime portatrici di dolore, da quell’affidarsi – per la prima volta – totalmente ad un’altra persona, sapendo che il suo mondo si sarebbe proiettato verso qualcosa di più grande, un qualcosa capace di farla respirare davvero.

Non è altro che una riflessione, non è altro che un misero –  in confronto allo dispiegarsi di una realtà molto più vasto – riassunto della rivincita di una ragazza che ha avuto il coraggio di non accontentarsi, che ha provato talmente tanto dispiacere nel vedere i suoi genitori gettare la propria vita in un vortice di sofferenze, che non voleva accadesse lo stesso a lei. Non voleva che un giorno i suoi figli potessero vivere ciò che aveva traumatizzato lei.

La violenza, nostro malgrado, ha risvolti che vanno ben oltre i segni fisici, come abbiamo sempre cercato di spiegare grazie alla nostra rubrica.

E la violenza non sempre vince: ci sono donne che hanno il coraggio di ribellarsi, ci sono figli e figlie così forti da tagliare quel cordone ombelicale e quel legame così profondo coi propri genitori, per potersi liberare dalla catene di una violenza che a loro è sempre stata imposta, senza la possibilità di una scelta.

Vorremmo iniziare il nuovo anno con la speranza di poter scrivere mille storie del genere, mille storie che lascino spazio alla speranza e regalino al lettore un sorriso, un sorriso nel vedere che, molte volte, la violenza non sconfigge.

IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

Black Bird

Era una ragazza come tante altre, impaziente di crescere e diventare grande. Lei, così bella con i suoi grandi occhi azzurri, lei così dolce, con l’aria ancora da bambina, lei così determinata e intraprendente. Non voleva dipendere da nessuno, malgrado la tenera età di sedici anni. Lei, così ingenua e pulita da non poter scorgervi la malizia, i sottintesi, un sorriso o un complimento che implicano qualcosa di più.

Iniziò a lavorare come cameriera in un bar, durante i turni serali. Stava progettando di andare via da quel piccolo paesino di provincia dove era cresciuta, troppo stretto per la sua anima di sognatrice.

Le piaceva lavorare, le piaceva scherzare con i clienti; era propensa al rapporto umano, non negava a nessuno un sorriso, una parola gentile, pur sempre con la purezza di chi desidera solo attenuare i momenti bui di chi la circonda.

Chi lavora nei bar sa bene che molte volte i clienti diventano amici, amici che aspettano che si finisca il turno, anche solo per far due parole seduti sui gradini della piazza. E lei di amici ne aveva trovati molti e non si sarebbe mai immaginata che la sua gentilezza l’avrebbe portata alle porte dell’oscurità.

Una sera finì più tardi del solito a causa di una festa cittadina che si era protratta fino a tarda notte, così uno dei ragazzi che frequentava il bar assiduamente si era offerto di riaccompagnarla a casa.

Era un ragazzo come tanti altri; ancora oggi è difficile crederlo capace di tale atrocità.

Si incamminarono verso la macchina, lei sorrideva, grata per quel gesto gentile che le appariva disinteressato. Lui accese la macchina, partirono, ma ad un semaforo a cui avrebbe dovuto girare, il ragazzo andò dritto.

Gli disse che aveva sbagliato, che avrebbe dovuto svoltare a destra, ma lui continuò a guidare, come se non sentisse nemmeno la voce di lei.

Parcheggiò a lato di un casolare disabitato, spense l’auto e scese dalla macchina. Un attimo dopo stava trascinando la ragazza fuori dal veicolo, dentro al casolare, mentre le urla di lei si innalzavano nel silenzio della notte.

Lei scrisse come la violenza si fosse protratta per ore, come dopo le percosse avesse abusato di lei, per poi abbandonarla nel mezzo del nulla, sola.

Impiegò due giorni ad andare a casa: i traumi inflitti erano troppo debilitanti per permetterle di camminare o anche solo per cercare di invocare aiuto.

Non raccontò nulla, giustificò in mille modi quell’assenza, ma non disse a nessuno ciò che era successo e riprese la sua quotidianità, come se nulla fosse mai accaduto.

Due anni dopo, in una notte come tante altre, quando rincasò da lavoro accese lo stereo e fece suonare “Black Bird” dei Beatles, che amava moltissimo; le piaceva l’idea di quel canto nella notte, di quel merlo che non aspettava altro se non il momento giusto per poter spiccare il volo.

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La canzone continuò a ripetersi ancora e ancora; quando i genitori si svegliarono per la musica incessante e aprirono la camera della ragazza per spegnare lo stereo, la trovarono stesa sul letto, con accanto un flacone di pillole e una lettera.

“Vola merlo, vola merlo, nella luce della buia notte nera”. Era l’inizio della lettera di addio che stringeva nella mano destra: quel foglio racchiudeva i perché di un gesto così disperato. Raccontò la verità su quella notte terribile, in quel casolare. Scrisse come nessuno le avrebbe mai negato la possibilità di sorridere, come dopo quella notte si sentiva “sporca” e che era meglio andarsene che convivere con le immagini di quell’abuso, con la voce del ragazzo nella mente, con il buio della notte che dal quel giorno non le aveva più permesso di vedere il mondo come sempre.

Generalmente, attraverso questa rubrica, vorrei comunicare speranza e forza, scrivendo di donne che sono riuscite a sconfiggere i mostri che le hanno rovinate.

Tuttavia, credo sia necessario raccontare anche storie come questa, dove la vergogna e la sensazione di sporcizia e di errore derivanti dall’aver subito violenze carnali e non, le conducono al più tragico dei gesti, solo per porre fine a conflitti interni che divorano l’animo.

Noi non diciamo no solo per chi ha trovato la forza per combattere, noi abbiamo deciso di dire no e di sensibilizzare le persone che ci leggono alla lotta contro la violenza sulle donne soprattutto per quelle donne che sono state piegate e uccise dalla violenza, per tutte coloro che si sono sentite colpevoli della violenza tanto quanto i loro carnefici. Abbiamo deciso di combattere soprattutto per chi non ne ha avuto la forza.

IO DICO BASTA. ETU?

Nicole Della Pietà

[Immagini tratte da Google Immagini]

Le ali della libertà

Oggi vorrei porre l’attenzione sulla giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Noi tutti abbiamo sentito e visto gli innumerevoli spot e campagne a favore di tale battaglia, abbiamo potuto leggere su qualsiasi piattaforma multimediale storie di donne che hanno subito violenza e grazie ai mass media siamo il pubblico che si prepara all’ennesima giornata dedicata a qualche iniziativa sociale.

Malgrado la grande propaganda che sta promuovendo la giornata del 25 Novembre, mi sento in dover di raccontare le origini di questa iniziativa e di dare un nome alle donne che hanno reso possibile tale spazio riservato nel nostro calendario.

Era il 25 Novembre di un lontano 1960. Ci troviamo nella Repubblica Dominicana e questa che sto per raccontare è la storia di tre donne che non si sono mai piegate alla tirannia, tre donne che hanno vissuto e sono morte per difendere i propri diritti.

Patria Mercedes, Minerva Argentina e Antonia Maria Teresa Mirabal erano chiamate “le farfalle”, prima che il governo brutale di Trujillo spezzasse loro le ali.

I loro corpi furono trovati inermi in un campo di canna da zucchero, abbandonate, private della propria vita, vittime sacrificali di diseguaglianze sociali.

Erano andate a far visita ai loro mariti, quando all’uscita del carcere, le sorelle Mirabal furono sequestrate dagli uomini della dittatura, i quali, forti delle loro convinzioni e armati di bastoni, le picchiarono, torturarono, le massacrarono fino a indurne una morte agghiacciante.

La loro auto fu fatta cadere giù da un dirupo, per simularne la morte accidentale, per far sì che l’ennesima violenza potesse essere celata dietro al velo della disattenzione stradale.

Un anno dopo il tragico assassinio delle sorelle Mirabal, nel 1981, si tenne la prima Conferenza di Donne Latinoamericane, a Bogotà, incontro che voleva celebrare il coraggio di queste donne, per rafforzarne il ricordo, per far in modo che la loro morte diventasse emblema di forza e non di sconfitta.

Da quel consesso di donne a Bogotà fu proclamata la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, celebrata proprio il giorno della morte delle sorelle Mirabal, per celebrarne il sacrificio come simbolo di libertà.

Nel 1999 la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne viene ufficializzata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con risoluzione 54/134, per far sì che la violazione dei diritti umani, conseguenza delle brutalità perpetuate sulle donne, non sia sottovalutata e quindi legittimata da un silenzio che ogni giorno diventa sempre più assordante: se si viene private della possibilità di opporsi, se la vergogna soffoca il diritto a far valere la propria libertà e la propria identità, non si potrà mai porre la parola fine a questo genocidio di genere.

Durante la giornata del 25 Novembre, l’attenzione mondiale si rivolgerà a tutte quelle donne discriminate, mutilate, violentate, massacrate, uccise. Si parlerà di femminicidio, di come ogni due giorni la vita di una donna si spezzi sotto i colpi della violenza. Riecheggeranno numeri, statistiche, si incroceranno volti e sguardi di coloro che ce l’hanno fatta, di quelle donne troppo forti per permettere a un uomo di annientarle.

Durante quella giornata, tuttavia, il mio pensiero andrà a quelle tre donne, a quelle ali spezzate, che senza volerlo, si sono immolate per dare a noi la possibilità di dire basta a tutto questo. Il mio pensiero andrà a loro, che hanno dato a noi oggi il diritto di essere liberamente donne.

Le sorelle Mirabal dissero basta con la loro vita. Noi abbiamo deciso di dire basta perché il loro massacro non sia un’altra storia di sconfitta, ma perché sia vittoria, perché possa essere per ognuno di noi “le ali della libertà”.

IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

[Immagini tratte da Google Immagini ]

 

Identità rubate

Una pubblicità tra le tante. L’ennesimo advertising sulle miracolose capacità ringiovanenti di una crema giorno. Donne che si specchiano numerose volte durante la giornata, solamente per scorgere qualche miglioramento sul loro volto. Un gesto quotidiano che spesso non ci accorgiamo neanche di mettere in atto. E ho immaginato come sarebbe non poter più osservare il mio viso. La sua normalità e la sua semplicità. Il suo essere sempre “noiosamente” uguale. Ho immaginato di non poter più dire a me stessa “Buongiorno” guardandomi allo specchio e riconoscendomi. Ho immaginato cosa vuol dire non avere più il mio volto e ho voluto immaginare cosa possano provare quelle donne il cui volto è stato sfigurato, quelle donne private della propria identità per mano di uomini incapaci di accettare un addio, un rifiuto. Allora sono andata a specchiarmi e ho preso in mano una matita per gli occhi, una di quelle nere. Pian piano ho iniziato a cancellare da quell’immagine riflessa i miei nei, le mie sopracciglia, il mio naso… ho poi scarabocchiato l’immagine delle mie labbra…e con stupore ho notato che una lacrima mi stava solcando il volto silenziosamente, quasi intimorita, mentre dentro raggelavo davanti alla consapevolezza che la nostra immagine è lo specchio della nostra anima e al pensiero delle donne che sono state derubate di tutto ciò, che per me è così scontato. Read more

Un orco in famiglia

Nel Marzo 2014 l’Agenzia Europea per i diritti fondamentali pubblica alcuni dati significativi riguardanti la violenza sulle donne.

In generale, il trentatré percento delle donne europee ha subìto violenza (sessuale, psicologica o fisica) almeno una volta nella vita.

Numericamente parlando, ciò vuol dire che una donna su tre ha subìto violenza nella propria vita.

Proviamo solo per un momento ad immaginare di passeggiare tra le vie delle nostre città ed a pensare che i volti di donne apparentemente felici, serene, senza preoccupazioni non siano altro che una maschera dietro alla quale si nasconde una sofferenza che non si può descrivere a parole. Sofferenza dovuta ad una violenza inflitta, nella maggior parte dei casi, da parte dei partner i quali dovrebbero essere le prime persone a donare affetto incondizionatamente senza pretendere nulla in cambio.

La situazione in Italia non è migliore rispetto al resto d’Europa; i dati italiani riportano numeri agghiaccianti: il ventisette percento delle donne dopo il quindicesimo anno di età e l’undici percento delle ragazzine prima dei quindici anni ha subìto violenze; su questo utlimo dato, in particolare, vorrei richiamare la vostra attenzione.

Ventuno milioni di donne europee ha subìto violenza in età inferiore ai quindici anni. Altro shock: in più della metà dei casi la violenza deriva da parenti e familiari.

“I genitori? Praticamente erano all’oscuro di tutto. Il padre sicuramente, mentre la madre, se pure possa aver intuito vagamente qualcosa, probabilmente ha preferito fare finta di nulla per non turbare l’equilibrio familiare“. Questo è quanto dichiara la Procura riguardo ad un caso di violenza a Piacenza.

La ragazzina vittima della violenza da parte dello zio aveva solo 12 anni. Il fratello di lei, dopo aver scoperto l’accaduto, ricattò la piccola costringendola con la forza a concedersi anche a lui dopo averla minacciata.

Facendo una piccola ricerca in internet, purtroppo, di casi come quello appena citato se ne trovano molti. Ma la vera domanda è: quante altre situazioni di questo genere sono presenti all’interno delle mura di casa nel nostro Paese? Quante storie di abusi e violenze si celano dietro ad un portone di casa?

Il silenzio può essere motivato da molti fattori: dalla minaccia, il poco coraggio, la vergogna, la paura. Proprio per questo è arrivato il momento di dare voce alle donne di qualsiasi età, religione, colore della pelle e nazionalità per denunciare ogni tipo di violenza.

“Casa è amore, non paura”, come ha scritto la mia collega Nicole due settimane fa, e dovrebbe essere così in qualsiasi posto del mondo.

Noi donne siamo state per troppo tempo in una posizione di sottomissione che ci costringeva a cadere nel vuoto senza poter urlare. Il silenzio tanto odiato e temuto alla fine restava l’unico vero conforto che ci rimaneva, ci abbracciava e non ci lasciava mai sole; da condizione di vita imposta si trasformava, quasi, in amico fidato su cui fare affidamento, la cui dipendenza era una stato cui era impossibile fuggire.

IO DICO BASTA!!!

Non possiamo chiuderci in una gabbia con il silenzio a farci da sbarre, non possiamo vivere aspettando la nostra ora di aria. Non si può vivere di immaginazione!

Vivere la vita in bilico ci porterà prima o poi a precipitare in un baratro senza fine, saltate!! Lo dovete ai vostri figli, alle vere persone che vi vogliono bene, ma soprattutto a voi stesse!

Qualsiasi donna merita una vita ricca di emozioni, felicità e soprattutto rispetto.

IO DICO BASTA…E TU?

Katia Maistro

[immagini tratte da Google Immagini]