“Staccando l’ombra da terra”: sei un aeroplano o un pilota?

È trascorso esattamente un anno dall’ultimo respiro di Daniele del Giudice. Staccando l’ombra da terra è un laboratorio di edificazione umana, in quanto invita il lettore a porsi domande cruciali: qual è il valore che si attribuisce alla vita? E qual è il tipo umano che si agita dietro una determinata prospettiva?

Ho riletto quest’opera a distanza di un anno, per riscoprire ogni volta i viaggi che rendono la vita umana rigogliosa, ma anche per non dimenticare quanto fragili siano gli equilibri che la costituiscono. Sono convinta che la lettura di Staccando l’ombra da terra induca nel lettore un bilancio iniziale della propria esistenza: per riscontrare questo suo legame con la vita, occorre meditare di tanto in tanto, nel corso della lettura, su come si posa il nostro sguardo, sulla natura degli elementi che catturano la nostra attenzione, sulla qualità degli stimoli che essi producono in noi, su come l’evento coinvolge e corrompe il nostro pensiero. Del Giudice coinvolge il lettore all’interno delle proprie profondità e lo fa volteggiare nei vortici ad esse connaturati.

«Al tramonto dopo l’atterraggio, faremo lunghi ed elastici passi per rilassarci dalle fatiche dei comandi. Sorrideremo, di nuovo ricongiunti alla nostra ombra» (D. Del Giudice, Staccando l’ombra da terra, 2017).

Del Giudice non interpreta volo e fantasia come un’evasione dalla realtà ma come ciò che educa la sensibilità nei confronti dei fenomeni della vita. Il volo – nella forma fisica e mentale – predispone una riconciliazione con la realtà, “l’aderenza al paesaggio”, l’assenza di livore nei confronti del dolore, una risposta affermativa alle imbeccate della vita, di cui bisogna saperne accettare ogni sfaccettatura.

Tutti siamo capaci di volare e, guardando al passato, riconosciamo questa verità. Il volo della mente o della fantasia è certamente il più rischioso, ma anche il più dovizioso, in quanto non deve limitarsi a ciò che gli strumenti umani consentono. Oltretutto, come il volo fisico, quello mentale si avvale di un linguaggio specifico: fatto di codici universali, ma capace di scivolare liberamente oltre, spaziando negli angoli del cielo.

Pilota è chiunque viaggi con la mente o colui che, tenendo traccia di quei movimenti, viaggia con gli esecutori, come lo scrittore. E siccome si è sempre viaggiato e volato, l’idea della macchina-aeroplano era preceduta da un radicato presentimento e un ardente desiderio. Attraverso la storia di un aspirante aviatore (o meglio, di un divenir-aeroplano), Staccando l’ombra da terra compagina il rapporto singolare che intreccia uomo ed evento, da cui dipende la qualità che ciascuno attribuisce alla vita. In questi fragili equilibri tra volo e “tutto il resto” (ovvero, l’imprevedibilità dell’accadere), il pilota dell’aereo si trova nella necessità di ricrearli continuamente, seguendo l’istinto e applicando il proprio sapere, nei bilanci probabilistici di cadute e successi.

Il protagonista ci viene presentato nella sua seconda lezione di volo, quando si accinge ad eseguire il suo primo volo da solista. Il maestro Bruno adotta dei metodi di insegnamento imperniati sulla capacità di riconoscere e risolvere gli errori: se non si è in grado di comprendere l’errore, la propria e altrui vita è a rischio. L’equazione è semplice, eppure ogni concezione del volo è singolare. Ad esempio, mentre Bruno predilige l’interiorizzazione degli strumenti di volo, il protagonista è più incline a mettere in discussione il proprio sapere in ordine a ciò che è più importante ottemperare. Dunque, sviluppa l’umiltà, consapevole che soltanto l’incontro con l’evento decide dell’individuo. Diversamente dal maestro, il protagonista è aperto a “tutto il resto”, poiché è lì che si appronta la propria strategia di volo, è lì che germogliano il valore attribuito alla vita e la cartografia del proprio tipo umano.

La normalizzazione del volo, avvenuta attraverso la costruzione di una grammatica e al prezzo di molti errori, modificò il modo di vivere e di morire del pilota. Ma la lingua operativa rivela la lingua madre (la lingua del volo della mente) come se volesse ritornarvi nel momento della sua piena maturità o all’inizio del suo declino.

E come nasce un pilota? Nell’infanzia il protagonista amava camminare ed era sedotto dalla traslazione del paesaggio: credeva di essere un tram. Ma vedeva già tutto in altra proporzione: i marciapiedi erano strade che perimetravano isolati, le pozzanghere erano i laghi dentro i crateri vulcanici, e i rigagnoli erano fiumi in piena.

«Quando non ero impegnato nel trasporto urbano su rotaia, mi sentivo un aeroplano: non un pilota, insisto, un aeroplano […]L’infanzia è anche una certa quota, un certo rapporto con la terra, una questione di dimensioni che non si avranno più, un punto di vista ad esaurimento, di cui una volta perduto, si perde perfino la memoria» (ibidem).

«Una volta inventato l’aeroplano, c’è una sola cosa al mondo con cui è veramente connesso, ed è l’infanzia» (ibidem).

Cosa accade diventando pilota? Certamente si diventa un attento timoniere, quando prima si era uno spensierato testimone. Ogni decisione dipende da questo fatto, ogni salvezza grava sulla responsabilità del pilota. E proprio questo peso abilita un nuovo rapporto con “tutto il resto”: il pilota è attivamente amalgamato con la probabilità, si unisce ad essa, come quando esegue le manovre di volo per uscire dai vortici del cielo, mentre l’aeroplano ne è passivamente preso alle spalle. È un rapporto più maturo con il groviglio di virtualità e opposizioni laceranti. Egli scivola nei momenti di caduta, poi ritrova il peso e la gravità, planando sugli alberi. Pertanto: «amavi il caso e le coincidenze, ma a te spettava il battito d’ali, pilota. […] A te toccava essere il signore di quel piccolo limite [entro il quale un aeroplano era ancora un aeroplano], sempre che ti interessasse ancora arrivare sul VOR, e magari anche a casa» (ibidem).

Del Giudice mostrò abilmente quant’è necessario adottare la corretta prospettiva: non orizzontale o verticale, bensì obliqua. L’obliqua sorprende veramente il nostro sguardo: è una visione di profondità spaziale. La vita acquisisce sapore in funzione del rapporto con ciò che si ha e di cui si fa parte. Possiamo lasciare questo mondo avendo vissuto armoniosamente con “tutto il resto”!

 

Giorgia Spaziani

[Photo credit Ross Parmly via Unsplash]

la chiave di sophia 2022

 

Tra le molteplici declinazioni della parola ” viaggio “

Estate 2022: la prima estate in cui si potrà tornare a viaggiare senza lockdown, mascherine e green pass, “come nell’epoca pre-covid”, ossia in libertà. Ebbene sì, perché viaggiare implica e tende alla libertà: si viaggia a condizione di essere liberi e parallelamente si viaggia alla ricerca della libertà. 

Scrive Walt Whitman in Song of the open road: «Afoot and light-hearted I take to the open road,/ Healthy, free, the world before me,/ The long brown path before me leading wherever I choose»1. Una canzone, questa della seconda edizione di Leaves of grass (1856), che è un inno alla libertà e alla leggerezza calviniana; un invito a intraprendere un percorso di quête – quasi da eroe fiabesco o da protagonista di un Bildungsroman2 e un’esortazione, scandita dal refrain «allons!», a scegliere e ad affermare se stessi. «Allons! from all formules!»: il viaggio, sia inteso in senso metaforico, come esplorazione interiore e conseguente vagabondaggio spensierato e positivo nella strada aperta della vita, sia inteso in senso letterale, richiede “libertà da” e “libertà per”, libertà da ogni regola, da ogni formula, da ogni convenzione, da ogni pregiudizio e libertà per rischiare, per uscire dalla propria comfort zone, per sospendere la propria routine, per salpare da uno «sheltered port» e andare dove si vuole, padroni assoluti di sé, andare «where winds blow, waves dash, and the Yankee clipper speeds by under full sail» (W. Whitman, Song of the open road). 

Nelle fondamenta della cultura occidentale vi è Odisseo, non solo emblema dell’uomo multiforme capace di astuzia pratica ma anche del viaggiatore per eccellenza bramoso di ritornare a Itaca, simbolo di quel “porto riparato” con acque calme, del focolare domestico, della patria e degli affetti, ma al tempo stesso stimolo di sfida e di ricerca continua. Non a caso, in un altro libro miliare per l’Occidente, la Divina Commedia, Dante, colloca Odisseo con l’amico Diomede nell’ottava bolgia tra i consiglieri fraudolenti soprattutto per aver convinto i suoi compagni a intraprendere quel «folle volo», cioè varcare le colonne d’Ercole, che gli sarà fatale. Tuttavia il Poeta non può non ammirare la grandezza titanica dell’eroe omerico, che, ignaro della Grazia del dio cristiano, ha osato fare oltraggio agli dei, cercando di superare i limiti imposti agli uomini e macchiandosi così del peccato pagano di hybris (tracotanza). Lo ha fatto, però, perché mosso dal desiderio di conoscere, che è proprio dell’essere umano: «considerate la vostra semenza/ fatti non foste a vivere come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza» (Dante, Inf.. XXVI, vv.118-120). 

Odisseo, nuovo Prometeo, diventa simbolo di sfida agli dei, di slancio verso l’ignoto e della profonda dignità della condizione umana, che, ad esempio, la logica dello sterminio nazista, riducendo gli uomini solo ad un numero di matricola, cerca in tutti i modi di annullare, come racconta tra le pagine di Se questo è un uomo Primo Levi, per il quale, in una visione laica del mondo, ricordare il canto di Ulisse tra gli abissi di Auschwitz, che mira a ridurre gli uomini allo stato animale, è un modo per ritrovare la propria dignità, sommersa tra gli orrori del lager. 

Un viaggio orizzontale, geografico, quello di Ulisse cui Dante contrappone un altro viaggio, il proprio, un viaggio verticale, ultraterreno, come l’itinerario della Commedia, teso verso il vertice ultimo, Dio. 

Di molti tipi di viaggio – cronachistici, fantastici e metaforici – è percorsa tutta la Letteratura successiva, dal Milione, resoconto del viaggio in Oriente di Marco Polo dettato a Rustichello da Pisa e riletto da Italo Calvino in Le città invisibili (1972), ai poemi epico-cavallereschi quali l’Orlando furioso, dal Grand Tour, moda settecentesca dell’aristocrazia e della classe media colta, soprattutto inglese e francese, intesa come pellegrinaggio laico verso i luoghi della Storia della civiltà occidentale, al desiderio di evasione e di esotico di fine Ottocento fino al disorientamento dell’uomo novecentesco, smarrito tra i frantumi del proprio io e i tentacoli di alienanti metropoli. 

Abbiamo bisogno di viaggiare perché abbiamo un desiderio intrinseco di conoscere e di conoscerci. Come scriveva John Steinbeck in Travels with Charley (1962), «le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone»; viaggiamo per perderci e ritrovarci, come invita Charles Baudelaire in chiusura di Les fleurs du mal (1857): «au fond de l’inconnu per trouver du nouveau»3; e viaggiamo, forse, come Guido Gozzano in La signorina Felicita, «per fuggire altro vïaggio», consapevoli però, come già ammoniva Orazio nelle sue Epistole, che «caelum non animum mutant qui trans mare currunt»4. Consapevoli, infine, che viaggiare significa anche cambiare, come ci ricorda un virale tormentone basato su alcuni versi di Fernando Pessoa: «Partire!/ Non tornerò mai,/ non tornerò mai perché mai si torna./ Il luogo ove si torna è sempre un altro la stazione a cui si torna è diversa./ Non c’è più la stessa gente né la stessa luce, né la stessa filosofia».

 

Rossella Farnese

NOTE
1. Letteralmente: «A piedi e con cuore leggero mi metto in viaggio per la strada aperta, / In salute, libero, il ondo dinnanzi a me, / Il lungo sentiero marrone di fronte a me che conduce ovunque io voglia» (ndr).

2. Il Romanzo di formazione, un genere letterario che narra la crescita, l’evoluzione, di un personaggio verso la maturazione (ndr).
3. Letteralmente: «nelle profondità dell’ignoto per trovare qualcosa di nuovo» (ndr).
4. Letteralmente: «mutano non il loro animo, ma il cielo coloro che vanno per mare» (ndr).

[immagine tratta da Unsplash]

la chiave di sophia 2022

Mancanza, viaggio e verità

«“E allora perché vuoi imbarcarti? Non sarà mica per i soldi, no?”
[…] “Sì”, risposi cauto, “per i soldi che non ho”».
Björn Larsson, La vera storia del pirata John Long Silver

 

Mettersi in viaggio è, per certi versi, una delle esperienze più complesse della nostra esistenza: è un punto d’intersezione tra la naturalità dell’essere umano e la sua dimensione culturale, non immediatamente istintuale, non immediatamente riconducibile alla sua nuda vita. È naturale per l’essere vivente – almeno per le forme più evolute di vita – mettersi in cammino, esperire il movimento. Quel che per gli altri esseri viventi è un movimento lineare tra due punti, dettato dalle necessità della sopravvivenza o da altri fattori prettamente naturali, per l’essere umano è una pratica complessa in cui entra prepotentemente in gioco la dimensione simbolica: non è solo per sete che l’essere umano si muove, anche quando sembra stia solo cercando dell’acqua. Nell’esperienza del viaggio, s’intravvede la peculiarità dei bisogni umani rispetto a quelli delle altre forme di vita che popolano l’ecosistema. Per iniziare ad avvicinare questo tema, potremmo tentare di chiederci cosa cerchi l’essere umano quando si mette in viaggio, soprattutto in quella particolare forma di viaggio che è la ricerca del sapere. Meglio ancora: potremmo domandarci come sia possibile, per l’umano, mettersi in cammino lungo la via che conduce alla verità.

Se una persona ha sete, è capace di recarsi in cucina e di versarsi un bicchiere d’acqua solo nella misura in cui a) sa riconoscere il proprio bisogno come sete, b) sa che la sua domanda sarà soddisfatta dall’acqua nel frigorifero, c) sa come arrivare all’acqua e goderne nella fruizione. Si può spiegare questo fenomeno in maniera piuttosto semplice, dicendo che la persona assetata è stata addestrata in un certo modo a riconoscere i propri bisogni e sa che a quella particolare sensazione di mancanza si può rispondere beneficamente con quell’oggetto particolare denominato acqua1.

Nel caso in cui la mancanza in questione riguardi la conoscenza e, in particolare, quella certa forma di conoscenza che può essere identificata con la verità2, il gioco è intrinsecamente più complesso, in quanto si ha mancanza di conoscenza e si è dunque in una condizione di ignoranza: non si sa ciò che manca, in quanto ciò che manca è il sapere stesso. Com’è dunque possibile, per la persona alla quale manchino conoscenza e verità, avviare la sequenza prima descritta e mettersi in ricerca?

Dietro la paradossalità di questa situazione si cela il problema della precomprensione della verità, che è una delle formulazioni della più generale indagine sulla conoscenza umana. Soffermarsi su simili questioni permette di portare alla luce una delle peculiarità che la pratica umana del viaggio ha rispetto al modo in cui gli altri esseri viventi fanno esperienza del movimento, celata da una somiglianza soltanto fenomenologica. Il tratto distintivo qui messo in evidenza può essere espresso come segue: affinché sia possibile mettersi in cammino lungo la via del sapere, è necessario che si abbia già una qualche idea di esso; è necessario che, in qualche modo, si conosca ciò che non si conosce ancora. Affinché non si creda che si stia qui violando palesemente il principio di non contraddizione, bisogna far leva sull’espressione in qualche modo che compare poco sopra: per mettersi alla ricerca del sapere e della verità, bisogna conoscere la verità come ciò che manca; altrimenti non avremmo alcuna ragione per metterci in moto lungo la via della conoscenza.

Il problema epistemologico ha delle ricadute pratiche estremamente rilevanti, in quanto insegna che ciascuno deve imparare ad avere a che fare con la propria mancanza, con la condizione deficitaria che contrassegna l’esistenza umana. Il viaggio, come pratica del mondo, ovverosia come pratica in cui si esperisce la realtà, è un articolato e complesso modo per incontrare la propria finitudine, la mancanza che ciascuno ha di qualche cosa, la necessità di procedere un passo dopo l’altro verso la scoperta di ciò che è già da sempre dinnanzi ai nostri occhi e che, sulle prime, si fa conoscere a ciascuno di noi sotto le spoglie dell’assenza.

Ma se la verità è già dinnanzi ai nostri occhi come ciò che manca, cioè appare a ciascuno in una certa forma, perché mettersi in cammino e non arrestarsi alla situazione iniziale in cui almeno si sa cosa manca? Perché arrischiarsi lungo le vie della ricerca, talvolta impervie, per mettersi in cerca di qualcosa il cui ottenimento non è affatto scontato? Per vivere, si potrebbe rispondere molto semplicemente.

La presa di coscienza della mancanza di qualcosa come la conoscenza permette di adottare una certa postura adeguata all’oggetto che si vuole mettere a tema e di riconoscere le condizioni di possibilità di mettersi in cammino, lungo tutta una vita, alla ricerca di ciò che per un verso è già da sempre parte di noi e di cui, per altro verso, siamo vocati a riappropriarci: il senso, la verità, noi stessi.

Emanuele Lepore

 

NOTE:
1. Il meccanismo qui all’opera, genericamente wittgensteiniano, è uno dei modi per spiegare la sequenza di azioni qui sommariamente descritta.
2. Si intenda qui verità come epistéme, come sapere stabile e capace di mostrare la propria tenuta.

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Viaggiare humanum est

Intraprendere un viaggio può essere considerato un atto filosofico?

Fin dall’antichità, l’uomo ha sentito come una sua propria caratteristica la pulsione a muoversi. I primi grandi flussi migratori hanno dato vita a quelle che ora sono le varie civiltà e culture, declinando una razza in particolarità che oggi formano una pluralità di stili di vita che hanno sicuramente arricchito e potenziato il punto di partenza primordiale. Proprio in questo consiste il viaggio: lasciare alle spalle la propria esistenza e volgere lo sguardo dritto davanti a sé; mettersi in gioco, scoprire le proprie forze ed i propri limiti, potenziandole e superandoli.
Esistono infinite modalità di viaggiare: da una semplice vacanza, passando per un Erasmus fino ad una vera e propria vita in un altro luogo. Tutte – però – sono accomunate da un minimo comun denominare: la voglia di avventura, il rompere gli schemi, la necessità di cambiamento. Perché – a mio modo di vedere – è proprio la stabilità ad essere pericolosa. Una vita votata alla routine, all’abitudine, non fa altro che paralizzarci e costringerci ad un’esistenza che non fa parte del nostro Essere.
Utilizzando categorie ontologiche, si può intendere il discorso come un percorso nel Divenire. Non però quel divenire parmenideo che distrugge l’Essere, ma quel divenire aristotelico che trasforma le Potenzialità in Atti, che conferisce Forma alla Sostanza, che – in parole semplici – realizza la nostra Essenza.

Un viaggio può cambiare totalmente la nostra esistenza. Può farlo in maniera impercettibile come l’incontro con nuovi stili di pensiero, come anche mettere in discussione l’intero patrimonio conoscitivo che in precedenza si deteneva, sia del singolo, sia di una comunità (come la scoperta delle Americhe o il viaggio di Marco Polo).
Viaggiare non significa solamente spostarsi da un luogo ad un altro, e non significa neanche, banalmente, conferire importanza al viaggio in sé. Viaggiando ogni singola categoria del nostro vivere e del nostro pensare viene messa in discussione.

Anche i viaggi nascondono insidie. Ognuna è superabile ma è necessario prestare attenzione a ciò a cui si va incontro.
La malinconia della vita precedente, la mancanza degli affetti o l’insicurezza di un futuro incerto sono le più comuni problematiche con cui si può avere a che fare.
Ma la più pericolosa è la riproposizione di ciò da cui ci stavamo inizialmente allontanando, ovvero la paralisi, il pervenire ad un nuovo immobilismo.
È paradossale e spaventoso come una fuga possa ricondurci al punto di partenza, come l’arricchimento che ci investe durante il movimento sfoci in un nuovo isolamento derivante dalla successiva stabilità. La soluzione sta nel mantenere in movimento il pensiero, nel rinvigorire i contatti con le scoperte fatte, nel rafforzare le modalità di approcci alla vita con cui ci si è imbattuti.

Il viaggio, in poche parole, è solo il punto di partenza. Il resto, come in ogni esperienza vitale, sta a noi.
La necessità dell’incontro con l’altro e con la Natura è fondamentale. Esso permette la creazione di ideali e di esperienze uniche, che sono il veicolo dei nostri giudizi e delle nostre opinioni.

La tecnologia attuale ci aliena dall’esperienza reale con ciò che sta al di fuori di uno schermo di un computer o dai pixel di uno smartphone. Essi ci costringono a dare importanza solo alla visibilità che un pezzo estraniato dalla verità della nostra esperienza vitale può avere sui social network, dimenticandoci del qui ed ora ed obbligandoci a pensare solamente alla condivisibilità virtuale.
Un panorama va vissuto, un tramonto sul mare apprezzato per ciò che ci comunica, una valle faticosamente raggiunta va amata per la sua immediatezza emozionale.
Altrimenti ci troviamo nuovamente nella riproposizione dell’immobilismo.

Il viaggio è condizione e veicolo di conoscenza, e nella situazione di crisi mondiale – culturale, economica e terroristica – in cui viviamo oggi, forse il viaggio può darci una mano.
Chi ha visitato un Paese estero, ne ha conosciuto gli usi, ha vissuto i suoi costumi, ha respirato i suoi odori ed è entrato in contatto con i suoi abitanti avrà molta meno probabilità di innescare un movimento d’odio e repulsione che può poi mutare – ovviamente insieme ad altre cause, stimoli e vicissitudini – nel paradigma terroristico.
Inoltre, la conoscenza è la prima discriminante che può aiutarci a sconfiggere la paura dell’Altro; e solo vivendo, viaggiando e sperimentando in prima persona si posso acquisire conoscenze fondamentali per il dialogo con altre culture.

L’importante, insomma, sta nell’alzare la testa e tenere la mente allenata. Sicuramente anche un buon libro o un bel film possono costituire una particolare forma di viaggio, ma nella vita è necessario soprattutto vivere intensamente ogni singolo momento che attraversa la nostra esistenza. Consapevoli della sua unicità e del patrimonio di conoscenze, idee e ricordi che ad esso si accompagnano, fluttuando in quell’immenso oceano così minuscolo rapportato al Tutto che noi chiamiamo Vita e che costituisce il Viaggio con la V maiuscola che tutti noi siamo – volenti o nolenti – costretti a fare.

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

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La vera meraviglia del viaggio? Lo spaesamento

Caminante, no hay camino,
se hace camino al andar  

(A. Machado)

L’inquietudine del viaggio accompagna lo spirito umano da sempre, esprime un desiderio e una necessità spesso difficili da reprimere. È un pensiero che si radica in punta dei piedi dentro la nostra testa e piano piano prende forza, la bella stagione, la brezza estiva, le serate in giardino, di certo aiutano.

Viaggiare – anche la vacanza più scontata-  è sempre un atto di volontà che implica un’azione complessa, un processo nel quale le tappe sono ben definite: bisogna scegliere dove andare, quando partire, come e, sarebbe buona abitudine, anche chiedersi perché.

Lo scrittore Alain de Botton con il suo libro Arte di viaggiare[1] promuove il viaggio a vera e propria terapia: l’atto di partire ci predispone a un percorso di sviluppo interiore e di riflessione, comportandosi come cura per le nostre ferite e mancanze. Il pellegrinaggio religioso diventa quindi solo un’accezione particolare, circoscrivibile ad un canone specifico, di un significato spirituale molto più ampio che appartiene naturalmente al viaggio.

Le vacanze ci offrono così un’ottima possibilità di intraprendere la nostra ricerca personale, per cui il fine ultimo del partire sarebbe trovare delle risposte e conoscere meglio noi stessi, un pensiero d’altronde carico di aspettative, con il conseguente rischio di restare delusi, di tornare insicuri perché le risposte non arrivano o, ancora peggio, di vivere il nostro viaggio con l’ansia di perderci qualcosa.

Qualche tempo fa ho avuto modo di vedere una delle brevi lezioni video sul viaggio, della School of Life di De Botton, nel quale con mia grande sorpresa lo scrittore portava all’estremo le sue riflessioni consigliando addirittura di non partire: il rischio è infatti sempre quello di portarsi dietro un ospite piuttosto sgradito, se stessi. Ed è inutile fare la valigia se prima non si trova una certa serenità tra le mura di casa.

Questa svolta alquanto nichilista non mi ha di certo entusiasmata, eppure devo dire che ho capito l’errore: non si deve caricare il viaggio di aspettative per trovare qualcosa, ma al contrario dobbiamo cogliere in esso l’occasione di perderci, di dimenticarci in qualche modo di noi stessi.

Lo spaesamento è la vera meraviglia del viaggio.

Ma questa non è certamente una novità, l’idea di spaesamento nasce con il ben noto exotisme vagheggiato dagli intellettuali del XIX secolo, non solo una questione estetica, ma una metodologia d’indagine, una percezione del diverso, il cui potere stava nell’allenare lo sguardo alla differenza, nella capacità di rovesciare l’io nell’altro.

Se facciamo attenzione a tutto l’universo comunicativo e d’informazione che ci circonda possiamo notare come l’exotisme non ci abbia abbandonato, sebbene abbia perso una certa ingenuità delle origini per cadere spesso nello stereotipo. Se il viaggio oggi è diventata una pratica massificata, che si allontana dai processi dell’esperienza inserendosi nel circuito consumistico – come tristemente teorizzato dall’antropologo Lévi-Strauss[2] – è però ancora possibile recuperare la sua valenza strategica nel rielaborare nuove forme dell’identità personale: “il viaggio diventa così il piano ideale per un rinnovamento poetico che opera attraverso lo spaesamento[3].

Come si dice, l’importante non è il fine ma il percorso che si affronta per raggiungerlo, così nel viaggiare si deve imparare a raccogliere durante il cammino, si tratta quindi di sviluppare due abilità essenziali: percezione e traduzione, che appartengono a due livelli di esperienza differenti ma complementari.

Il viaggio va in primo luogo vissuto, cogliendo lo spaesamento che comporta e non soffocandolo. In secondo luogo deve essere rielaborato, traducendo in espressione ciò che ci ha lasciato, attraverso la narrazione, la pittura o la fotografia, ecc.

Se quest’ultimo è terreno dell’arte, e lascia ad ognuno la libertà di trovare il linguaggio più consono alla propria sensibilità, nella prima parte del percorso, per allenarsi ad uno sguardo estetico e ad una ricezione attiva, ci viene in aiuto la filosofia.

E il buon viaggiare ci stimola a diffondere uno spirito critico etico e sostenibile: “…questa estetica dello sguardo – che mira ad aprire l’occhio esterno per riattivare l’occhio interno […] indica al viaggiatore non soltanto di guardare i luoghi, ma di accorgersi che essi ci riguardano, perché dal loro destino, dalla sopravvivenza di ciò che in essi c’è di unico e singolare, dipende anche il nostro futuro”[4].

Claudia Carbonari

NOTE

[1] Alain De Botton, L’arte di viaggiare, Guanda 2002.
[2] Claude Lévi-Strauss 1960, Tristi Tropici, Il Saggiatore.
[3] Luigi Marfè 2012, Il racconto di viaggio e le estetiche del modernismo, p.10.
[4] Ivi, p. 16.

Nomen omen

Viaggiare significa uscire dai propri confini, raggiungerli per porsi di fronte a loro, e poi valicarli con un passo soltanto, senza guardarsi indietro. Vuol dire gettarsi e tuffarsi a capofitto in un ignoto attraente, nella confusione babelica di quello che è un vasto oceano colmo di opportunità, possibilità, realizzazioni tutte così differenziate e imprevedibili, significa capire che forse non è a casa che si esaudiranno e colmeranno i nostri desideri più grandi. L’anno scorso lo vissi sulla mia pelle quando Zeta decise di affrontare la strada per raggiungere i suoli olandesi e lì cercare ciò che in patria non aveva trovato: io mi offrii di accompagnarlo con la scusa di un’avventura, e di lì a pochi giorni sfrecciavamo attraverso l’Europa dritti verso Enschede, nel sottile confine tra le verdi Netherlands e la Germania. Gli incontri che facemmo, le nottate sotto la pioggia, le feste, le corse, il girovagare ramingo per strade mai battute, tutto questo finì per risultare un vissuto, un’esperienza pratica e attiva, la descrizione oggettuale di una sola, singola dimensione in quel multiverso infinito che è la destinazione del viaggio. Qui le metafore si sprecano, i topoi di questo tema sono già stati fissati, per di più da qualche millennio, eppure è sempre inesauribile la sorpresa che colpisce chi ritrova sé stesso in un luogo che non gli appartiene: viaggiando non si sa e non si deve sapere a cosa davvero si va incontro, ci si perde là dove può accadere l’impensabile e se mai ci si dovesse imbattere in ciò che è familiare, ecco che in quel momento l’incanto svanisce.

Ma come?

Ho voltato le spalle a ciò che mi descrive, a ciò che è il mio contesto, la mia situazione, non cercavo quello che già sapevo, allora perché anche qui le risposte sono le stesse? Esperire simili riflessioni, detto schiettamente, può far male, rendersi conto all’improvviso che nulla è diverso da ciò che già conoscevi sul mondo, che nemmeno là dove ogni nuova storia era possibile si può e si potrà mai soddisfare quel divorante, irrequieto desiderio ultimo che mi rende umano, no, no, la risposta non può essere una sola, la mia stessa coscienza non ammette una simile concezione del cosmo, e nemmeno la scienza, le filosofie, la politica e le altre arti s’accontentano di un solo risultato. Ma la realtà, avvezza com’è a dar schiaffi in faccia, non si risparmia neanche in queste occasioni, “È ingenuo credere che ogni teoria concerna qualcosa di unico” ci dice tutta cinica e rassegnata, “Alla fine, sono tutte quante modi di dire la stessa cosa”, e noi questa condanna la viviamo senza sosta. Tutte le strade portano a Roma, può essere una risposta sola certo, ma comunque esaustiva.

Significa che viaggiare sia qualcosa di illusorio, o addirittura inutile? Non mi azzarderei mai a sostenere eresie del genere, perché chi viaggia non perde mai la speranza, ma cerca, cerca, cerca con celata disperazione quella sorgente che lo abbagli con una luce diversa, non sa quando e se la troverà, ma così non deve essere in quanto ciò lo lascerebbe fermo, saprebbe già se o fin quando cercare, bloccato e pietrificato nella positività morta, no, chi viaggia sa che quella ricerca angosciata è ciò che le tiene in vita, non può, non deve e non vuole abbandonarla, no, chi viaggia si riposerà solo sottoterra. Io cosa ho sentito? Cosa mi ha detto la tormentata natura olandese? Che cosa ho letto nei visi delle persone incontrate, conosciute, cosa ho colto e capito nelle parole, negli sguardi, nel vivere stesso di tutti quanti loro? Non voglio dare una conclusione a dubbi come questi, ma il ritorno portò l’oblio, la dimenticanza, ti ritrovi di nuovo a casa, osservi il consueto e sei perplesso perché, accidenti, in quest’aria sento anche qualcosa di quanto vi era nell’altra terra, così lontana nel passato, nel tempo e nello spazio, doveva essere tutto diverso, ero evaso dalla mia prigionia, dalle abitudini occlusive, dal cappio soffocante, ne sono sicuro, queste non sono le stesse sbarre di quella stessa gabbia.

Tutto era finito in un lampo, dieci giorni archiviati, il passato confuso in un tempo senza significato, impreciso e caotico, solo i bei ricordi e la nostalgia che avanza fredda come un’ombra. Siano maledetti i bei ricordi, il mondo è solo una gabbia più grande, e viaggiare è volerla esplorare da cima a fondo, ma ciò non ne sminuisce la valenza perché così conquista il nome stesso di vita, il voler evadere è l’anelito stesso dello spirito, è nomen omen di ciò che siamo, e assecondare questa voce, auscultare il cuore della nostra natura, è andare a conoscere quella gabbia, saggiarne la consistenza per poter magari anche vincerla, bisogna muoversi, muoversi, muoversi, e mai restare ad aspettare Godot.

Leonardo Albano

Aspirante narratore e documentarista, seguo l’avventura anche in capo al mondo, la musica mi accompagna e l’ironia mi tiene in vita. Classe 1994, la formalità è la mia peggior nemica, gli spazi infiniti e la fantasia tutto ciò che cerco. Innamorato della luna e della notte, sogno di fare il pescatore tra i ghiacciai islandesi e di viaggiare nello spazio, ma nel frattempo faccio il bravo filosofo e capisco tutto senza inventare niente.