La virtù dimenticata: elogio della vergogna

La vergogna non gode buona fama nella cultura occidentale, specie dopo che l’illuminismo francese la relegò ad essere un triste strascico della tradizione oscurantista cristiana, strettamente legata al senso di colpa e al monopolio etico della Chiesa, e fortunatamente in estinzione. Nonostante le previsioni di Voltaire e compagni, però, la vergogna è rimasta una scomoda compagna anche dell’uomo laicizzato e illuminato, tanto che la filosofa ungherese Ágnes Heller, nel suo Il potere della vergogna del 1983, ne fa vero e proprio mal du siècle, una sorta di patologia morale amplificata dalla società di massa. Costantemente controllato dall’occhio vigile dell’opinione pubblica, l’individuo, specie se donna, si troverebbe in uno stato di vergogna costante, sempre mettendo in questione ogni scelta personale, dal capo d’abbigliamento indossato alle scelte di vita relazionale.

Seguendo il ragionamento di Heller, si potrebbe dedurre che trent’anni dopo, nell’epoca dei social network in cui tutti sono (più o meno volontariamente) sotto gli occhi di tutti, la vergogna sia diventata una vera e propria epidemia. L’individuo contemporaneo, però, non ha apparentemente perso il proprio istinto di sopravvivenza né la propria capacità di adattarsi, e ha trovato la soluzione perfetta all’insorgere di un mondo in cui la privacy non è che una nota a margine nei contratti di telefonia: ha realizzato il sogno illuminista eliminando del tutto la vergogna.

Se da un lato la generazione social si è effettivamente tradotta in persone insicure, che tendono a confrontare se stesse e la propria vita con quella apparentemente perfetta dei profili degli amici ed a trovare per comparazione in sé migliaia di difetti, dall’altro un numero sempre crescente di utenti ha semplicemente scelto di bypassare qualsiasi possibile imbarazzo, rivendicando il curioso diritto di poter dire e scrivere qualsiasi cosa, rivendicando il tutto come inviolabile diritto di espressione. Questo, purtroppo, più che a un’epoca illuminata e libera, ha dato la luce ad un ambiente tossico in cui chiunque non ha remore a condividere col mondo volgarità e atrocità prima relegate alle confidenze di pochi intimi o perfino a personalissime imprecazioni. Se prima era il gruppetto di amici al bar a fare cassa di risonanza a discorsi razzisti, misogini e caratterizzati da una discreta violenza, adesso è tutto il mondo (quello virtuale, almeno) a diventare spettatore di maledizioni, rivendicazioni e deliri.

Quello che potrebbe essere solo un bizzarro fenomeno di costume cela in sé un notevole rischio, che va ben oltre la mostra di nefandezze cui ci stiamo via via abituando, e risiede proprio in questa abitudine. L’essere continuamente esposti a messaggi violenti e aggressivi, ed ancor più il condividerli e idearli senza subire per questo alcun tipo di reprimenda, de-sensibilizza, crea una normalizzazione artificiale dei toni che investe presto anche i contenuti di tali messaggi. Invocare a gran voce la gambizzazione o la morte di determinati individui o gruppi di persone scandalizza la prima volta, irrita la seconda, suscita a malapena uno sguardo torvo la terza, e così via fino alla totale accettazione di un nuovo modo di parlare ed esprimersi, così come dei messaggi veicolati. La mancanza di vergogna nell’esprimere un determinato pensiero, anche aberrante e atroce, sottende una riscrizione del paradigma etico che depenalizza più o meno consciamente determinate posizioni, fantasie e perfino volontà di azione, ripetendo un abominio morale fino a farlo diventare la nuova normalità.

Nel suo Il vangelo secondo Gesù Cristo, il portoghese Josè Saramago riflette, parlando di uno dei personaggi principali del libro: «Giuseppe non provò neppure un po’ di vergogna, quel sentimento che tante volte, ma mai abbastanza, è il nostro più efficace angelo custode». Per scomoda che sia, per quanto possa essere illegittimamente usata come arma, la vergogna è e rimane un ottimo indicatore etico di una società, un segnale da non sottovalutare quando collettivamente si passa una certa soglia. Chi non prova la minima vergogna a dire o scrivere il male, non ha il minimo motivo per vergognarsi a farlo.

 

Giacomo Mininni

 

[Photo credit unsplash.com]

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Charlotte Delbo: l’ostinata volontà di rinvenire bellezza ad Auschwitz

La sua è la storia che narra di una pluralità di storie. Chi si aspetta di trovare nelle riluttanti pagine di Nessuno di noi ritornerà una testimonianza strictu sensu dell’orrore di Auschwitz rimarrà deluso. Quella di Charlotte non è una testimonianza, ma un riconsegnare in chiave veridica, letteraria e teatrale alcuni frammenti, fotogrammi, alcuni istanti di quella che fu la sua malaugurata prigionia nel campo di sterminio polacco.

«Tutte le parole sono da lungo tempo appassite.
Tutte le parole sono da lungo tempo scolorite”.
[…] La mia memoria è più esangue di una foglia
d’autunno
La mia memoria ha dimenticato la rugiada
La mia memoria ha perduto la sua linfa. La mia
memoria ha perduto tutto il suo sangue».

Nel leggere questo piccolo e tremendamente intenso libro si ha la sensazione di trovarsi a guardare, proprio malgrado − come se si fosse trascinati al cinema e non si volesse vedere la pellicola in programmazione − una sequenza di immagini tra di loro prive di linearità narrativa e storica. Sono le immagini che si impossessano, forse prepotentemente, della mente della Delbo, ormai ritornata in Francia. Ritornata. Parola che nello scorrere delle pagine ha un sapore strano e ambiguo. L’angoscia che traspare dal titolo e che rende i cuori dei lettori tremanti e irrequieti si perde, alla fine, nell’amarezza di quel «nessuno di noi avrebbe dovuto ritornare», il quale occupa da solo l’ultima pagina. Si possono leggere i nomi di molte donne, nomi che passano di bocca in bocca: si tenta di sapere il perché una compagna non è rientrata, chi l’ha vista, come può essere finita. Non si conosce nulla più dei loro nomi. Esse non esistono nel campo. Nessuna esiste. Con quanta riottosità Charlotte offre a ognuno di noi il grigio scorcio di una donna disarticolata, che si muove nella neve per poter rinfrescare le labbra. È come se fosse priva di membra, disumana nell’aspetto e nella camminata. Anche se una camminata non è. Il suo è un rendere la vita. È difficile dare contorni e forme precise a questa donna. Si ha l’impressione di osservare un quadro, dipinto da un impressionista, dove i colori e i contorni si fondono e tutto appare indistinto. Un insieme di pennellate grigie, intervallato da qualcuna più lieve e delicata del colore della pelle. Delle macchie che vanno ben presto a confondersi con il bianco sporco della neve.

C’è un continuo contare. Si contano le sopravvissute di ogni giorno. Ogni gruppetto di donne si conta e, dinanzi alla perdita di una compagna, si chiede sottovoce cosa le sia successo o, per meglio dire, come e quando sia morta. Anche le SS in mantellina contano e ricontano, ricercano la simmetria nelle file degli appelli mattutini. Un perverso gioco matematico.

Delbo non vuole appagare il lettore con dettagli, sordidi e miserabili, di istanti o di scene, così da ottenere solo la sua commozione ed il suo frettoloso dimenticare per ritornare nel presente. Ad ogni istante narrato concede il carattere ieratico proprio dell’espressione artistica, l’unica che rimane inattuale e, dunque, duratura. Istanti e non situazioni, perché Auschwitz fu un “nessun-luogo” e, come tale, nessuno avrebbe dovuto o potuto fare ritorno. Gli istanti che Delbo narra sono vissuti inattuali e inattuabili, i quali, come tali, necessitano di un linguaggio del tutto particolare in grado di eternarli nella loro estemporaneità. Levata ogni retorica, il passato interroga il presente portando a consapevolezza le fratture e le lacune che fanno ogni storia:

«E quando arrivano
credono di essere arrivati
all’inferno
possibile. Però non ci credevano.
Ignoravano che si prendesse il treno per l’inferno
ma visto che ci sono si armano e si sentono pronti
ad affrontarli
con bambini le donne i vecchi genitori con i
ricordi di famiglia e le carte di famiglia.
Non sanno che a quella stazione non si arriva».

Il passato si può dire e si deve dire trovando una forma espressiva dell’immaginario che sia adatta. E Delbo riesce a scovare un tipo di linguaggio capace di restituire le vite degli anni di prigionia, di sentire la verità dell’esperienza di coloro che l’hanno vissuta, mettendo al bando ogni emozione, compreso quel senso di vergogna per essere riuscita a fare ritorno. In fondo, quella parola in grado di eternare l’estemporaneo altro non è se non il prolungamento della parola che legava ogni prigioniera, dunque anche Charlotte, del convoglio del 24 gennaio 1943 alle sue compagne. Duecentotrenta le donne del convoglio, un gruppo compatto – già si conoscevano tra loro – suddiviso a sua volta in piccoli gruppi: «[…] ci aiutavamo in tutte le maniere: darsi il braccio per camminare, sorreggersi, curarsi, anche il solo parlarsi. La parola era difesa, riconforto, speranza. Parlando di ciò che eravamo prima, conservavamo la nostra realtà. Ciascuna delle sopravvissute sa che senza le altre non sarebbe mai ritornata».

Nonostante la brutalità e la crudeltà che traspaiono dalle pagine di Nessuno di noi ritornerà, c’è una bellezza celata che non si lascia cogliere facilmente. La si può scorgere in ogni narrazione, sia quando si ha innanzi una donna che, stremata, rende la propria vita, sia quando ve n’è un’altra aggrappata disperatamente all’esistenza. La bellezza della parola. La bellezza del donare il proprio braccio come sostegno. La bellezza del dare uno schiaffo per impedire che una compagna cada nel limbo. La bellezza della morte. La bellezza di una morte che sopraggiunge quando si è convinti di non essere più nulla. La bellezza impensabile dell’ovunque e del “nessun-luogo”.

Sonia Cominassi

BIBLIOGRAFIA:
Charlotte Delbo, Nessuno di noi ritornerà. Auschwitz e dopo I, Il filo di Arianna, 2015

[Immagine tratta da Google Immagini]