Breve elogio di un sindaco-poeta

Un uomo baffuto rivolge il suo sguardo sconsolato (oramai da più di un secolo) alla sua sinistra verso la laguna veneziana in attesa di giorni migliori. Con il capo stancamente appoggiato sul palmo della mano, rassegnato, riflette molto spesso sull’arte, la poesia e il teatro: le sue grandi passioni. Una vocazione artistica ritenuta, dai notabili di professione, un bagaglio inutile per chi si appresta ad amministrare una città. Non serve a nulla “aver scritto due commedie” se non si è imprenditore, economista o avvocato. Non c’è spazio nella cosa pubblica per poeti incapaci di stilare un bilancio.

Eppure Riccardo Selvatico, il sindaco poeta di Venezia, riuscirà a marchiare con il suo nome un’epoca o perlomeno un intervallo di tempo, seppur breve, proiettato al futuro.

La sua elezione, avvenuta nel 1890, venne immediatamente considerata dagli addetti ai lavori come un incidente di percorso, dovuto soprattutto agli errori politici degli avversari e alle dimissioni premature dei delfini alleati. In ogni caso Selvatico, seppur riluttante all’inizio, accettò di ricoprire il ruolo di primo cittadino di Venezia, una città che proprio in quegli anni vide la nascita e l’espansione di stabilimenti industriali insulari con i cantieri Breda a Sant’Elena, il mulino Stucky, il cotonificio etc. Una realtà in cambiamento guidata da una giunta che non professava alcun colore politico preciso: non era conservatrice, ma neanche socialista. Si dichiaravano democratici e progressisti, come sottolineato da un programma estremamente lungimirante. Bisognava fondare molte scuole professionali, riorganizzare il servizio sanitario, alleggerire il carico tributario, muovere verso una più ampia partecipazione politica della società e preparare un piano di edilizia popolare, una delle piaghe maggiori della città.

Niente male per un poeta crepuscolare e un commediografo del teatro vernacolare veneziano.

Oltre a dimostrare rare preoccupazioni per gli strati più poveri della popolazione, il sindaco diede sfogo anche alla propria vocazione artistica fondando la Biennale, l’Esposizione Internazionale d’Arte della città di Venezia. Una vetrina notevole per i giovani artisti italiani e uno spazio interamente laico dove anche le richieste del patriarca non trovavano ascolto alcuno, come dimostra il caso del quadro Il supremo convegno di Giuseppe Grosso1. Un accentuato anticlericalismo che contraddistingueva la politica del sindaco poeta, coraggioso e ingenuo nell’affrontare una figura come Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia e futuro Papa col nome di Pio X. Molto probabilmente, proprio a causa di questa ostilità, il gigante Golia mise fine all’esperienza politica di Selvatico sostenendo la lista guidata da un altro sindaco importante nella storia della Venezia contemporanea: Filippo Grimani. Un profilo più consono agli obiettivi politici ed economici di una classe imprenditoriale clerico–moderata.

Lo sguardo di quel poeta baffuto, nonostante le delusioni che la sua Venezia spesso gli serba, continua con le ultime sue forze a guardare oltre l’orizzonte. Oltre il tempo, come ha sempre fatto.

Marco Donadon

NOTE:
1. Il 10 aprile 1895 l’opera giunse all’Esposizione. Secondo l’opinione pubblica il quadro poteva recare oltraggio alla morale pubblica poiché la scena, ambientata in una chiesa, raffigurava una camera ardente e cinque figure femminili nude. Nel feretro doveva contenere Don Giovanni.
Il Sindaco Selvatico decise di sottoporre la questione, se esporre o meno l’opera, ad una commissione di letterati. Si scelse di esporla. La decisione turbò il Patriarca di Venezia, il quale inviò una lettera a Selvatico richiedendo che la tela non fosse esposta. Il sindaco si appellò al verdetto e la tela fu in questo modo messa in mostra.
Proprio per l’attenzione mediatica che il quadro suscitò, a fine Esposizione, un referendum popolare votò a grande maggioranza per l’opera di Grosso. Infine, una società acquistò il quadro per farlo conoscere negli Stati Uniti, dove era già arrivata la sua fama Per un destino beffardo, attraversando l’oceano, il Supremo convegno venne distrutto da un incendio.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Intervista a Isabella Adinolfi: il non-tramonto dell’esistenzialismo

Prendo contatto con la professoressa Adinolfi lunedì 4 luglio, e per il giovedì successivo ho l’appuntamento per registrare l’intervista; mi reco all’udienza in un giorno afoso, infarcito di turisti: i volti bruciati dal sole o mangiati dalle zanzare, gli occhi colorati oppure nascosti sotto poderose lenti scuri, gli idiomi e gli stili di abbigliamento si fondono e si mescolano tra le calli, dando vita a un (leggermente) decadente anticipo del Carnevale che verrà; è Venezia; è casa mia. Lo è stata, perlomeno. Ma chi sa dove deve andare, lo fa senza troppo guardarsi attorno: gondolieri, avventori, ciceroni, consumatori di spritz od ombre de roso, (finti) intellettuali che sembrano aver come meta il Gran Teatro o qualunque altro luogo intelligente … sono anni che percorro queste vie e anche se, all’inizio, tutto poteva impressionarmi, ora mi lascia  indifferente; il carrozzone della vita di una città sommersa dalla sua gloria continua a procedere, senza bisogno che io vi presti attenzione.

Quando arrivo davanti all’ufficio della professoressa Adinolfi, provo un leggero senso di deja-vu; gli ultimi mesi della mia vita li ho trascorsi più in questo corridoio che a casa mia e tornar qui mi fa un certo effetto; sì, perché chi scrive ha avuto l’onore (e l’onere) di laurearsi con la professoressa Adinolfi, ed è per lui un onore (e un onere) tornare non più da studente, ma da “intervistatore”.

Arriva. Stiamo entrambi bene, non ci vediamo da mesi ormai, e ci siamo sentiti molto poco; l’intervista è frammentata da varie digressioni che riguardano solo noi due che non è il caso che riporti qui … devo tantissimo a questa donna, sia dal punto di vista umano, che accademico – e spesso le due cose, viste alcune esperienze dolorose avute proprio a ridosso della laurea, si sono fuse tra loro: non c’è stato un momento in cui mi sia mancata una sua parola d’incoraggiamento, soprattutto nel buio momento in cui i pensieri angosciati e i ricordi soffusi, ti bloccano innanzi a una cartella Word intitolata Tesi di laurea che resta, tragicamente, bianca come un cadavere per settimane e settimane.

Isabella Adinolfi è una delle maggiori studiose di Kierkegaard in Italia; si laurea a Ca’ Foscari nel 1989 con una tesi intitolata Kierkegaard. Uno scrittore a servizio del cristianesimo, poi pubblicata per la casa editrice Marietti; insegna all’Università di Venezia dal 1992 – attualmente è professore associato di Filosofia Morale; insegna Filosofia della Storia, Storia del pensiero etico-religioso e Storia della Filosofia Morale.

I suoi ambiti di studio comprendono, oltre al prediletto Kierkegaard, svariati autori (Pascal, Tolstoj, Weil ecc.) e tematiche diverse: la condizione della donna nella società e nelle religioni, i diritti umani, la tortura, il ruolo e il valore della letteratura nella formazione della persona, il misticismo, l’amore.

Le sue pubblicazioni sono numerosissime (5 monografie, 43 articoli, 14 curatele, 6 prefazioni/postfazioni), citeremo solo le monografie: Poeta o testimone? Il problema della comunicazione del cristianesimo in Søren Aabye Kierkegaard (1991); Il cerchio spezzato. Linee di antropologia in Pascal e Kierkegaard (2000);  Le ragioni della virtù. Il carattere etico-religioso nella letteratura e nella filosofia (2008); Etty Hillesum. La fortezza inespugnabile. Un percorso etico-religioso nel dramma della Shoah (2011); Studi sull’interpretazione kierkegaardiana del cristianesimo (2012).

 

La mia intervista non è neutrale, ma dettata dall’affetto e dal rispetto che provo per una mia maestra di vita – tra le più importanti che abbia avuto … il che non toglie che s’abbia avuto anche i nostri momenti di scontro, intendiamoci! Non sono ancora riuscito del tutto a perdonarle l’accusa di “maschilismo” che mi lanciò durante una sua lezione su Etty Hillesum (il corso era storia del pensiero etico-religioso) – accusa che mi fu mossa solo perché ebbi l’ardire di affermare che non si poteva trarre filosofia dal diario di una ragazza con problemi psicopatologici … incomprensioni accantonabili, comunque.

Lasciandoci, la professoressa Adinolfi mi dice: “Non perdiamoci di vista”.

Le rispondo ora, in queste righe: tranquilla professoressa. Un (ex)studente forse si perde, un amico no.

Professoressa, nel suo curriculum di studi e pubblicazioni spiccano nomi di primo piano della storia della filosofia: Pascal, Kierkegaard, Leopardi, Hillesum e Weil solo per citarne alcuni. Riguardo in particolare agli autori qui citati, si nota la loro comune appartenenza a quella che, volgarmente, si definisce “filosofia esistenzialista”. Intanto, le piace il nome esistenzialismo?

Il termine “esistenzialismo” appare oggi un po’ usurato. È stato di moda, molto di moda, troppo di moda, nel secolo scorso, nel breve intervallo tra le due grandi guerre e negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale. Si riferiva a un movimento filosofico che ha influenzato la letteratura, l’arte, il costume. C’era persino un modo di abbigliarsi esistenzialista; pensi a Juliette Gréco e ai suoi abiti neri, essenziali, severi.

Come ricorda Leopardi in una delle sue Operette morali, la moda è sorella della morte, entrambe sono figlie della caducità. Quel che è stato à la page a un certo punto stanca, sazia e passa quindi di moda. Comunque, per quanto riguarda l’esistenzialismo, credo abbia stancato soprattutto un certo gergo, fatto di giochi di parole, di improbabili etimologie ecc. Gergo di cui non si può imputare la responsabilità a Kierkegaard, ma ai suoi nipotini ed epigoni. Soprattutto a Heidegger.

Dalla sua domanda mi sembra però di capire che non si riferisce al termine esistenzialismo in senso tecnico.  Lei menziona alcuni nomi di scrittori di cui mi sono occupata, che non hanno un pensiero comune, né nelle tesi principali né nel metodo. Non sono dunque in senso stretto accomunati da una scuola di pensiero.

Se usiamo il termine “esistenzialismo”, in senso lato, più largo, per qualificare un pensiero caratterizzato da un’attenzione per la vita, una preoccupazione per i suoi problemi concreti, allora le rispondo che questo termine mi piace molto, lo uso spesso, e non credo possa mai stancare o venire  a noia.

Lei ritiene che, nella società di oggi, l’esistenzialismo abbia (o debba avere) ancora un ruolo di primo piano?

Se è passato di moda il gergo esistenzialista, e le confesso che non mi spiace quando ripenso ai saggi di alcuni colleghi in cui non c’era una sola parola che non fosse spazieggiata con uno o più trattini, un’esagerazione di cattivo gusto, l’esistenzialismo come riflessione sull’uomo non passerà mai di moda. L’esistenzialismo, inteso come quel pensiero che s’interroga sui problemi ultimi, quali il significato della vita, l’amore, la morte, si sottrae all’imperio delle mode effimere.

Kierkegaard le è particolarmente caro. Come giudica l’attuale situazione degli studi kierkegaardiani in Italia?

Mi sono laureata con una tesi su Kierkegaard, la prima tesi su quest’autore che sia stata discussa all’Università di Venezia. Leggendo l’Abbagnano, per preparare l’esame di Storia della filosofia moderna, ero rimasta fortemente impressionata dal pensiero del filosofo danese.

In Italia le grandi sintesi del pensiero kierkegaardiano appartengono al passato, penso a Fabro innanzitutto, a Cantoni, Perlini, Pareyson, Melchiorre, Giannatiempo Quinzio ecc. Ma alcuni studiosi e traduttori di Kierkegaard della mia generazione o più giovani sono molto interessanti. Penso alle traduzioni di Dario Borso, le sole che siano riuscite a rendere in italiano la raffinata eleganza della scrittura di Kierkegaard, agli accostamenti audaci e intelligenti proposti da Roberto Garaventa e Marco Fortunato, penso a Umberto Regina e Ettore Rocca, che molto hanno fatto per richiamare l’attenzione sulla produzione edificante dello scrittore danese, alla bravissima Simonella Davini, ai più giovani Sergio Fabio Berardini,  Ingrid  Basso, Laura Liva e ad altri ancora.

Fuori dai confini italiani, in Danimarca per esempio, sono molti gli studiosi che stanno rinnovando la lettura dell’opera di Kierkegaard. Primo fra tutti, Joakim Garff, con SAK, la monumentale biografia dedicata a Kierkegaard tradotta in moltissime lingue.

Quanto ha pesato, a sua opinione, la Kierkegaard-Renaissance sull’ermeneutica contemporanea dei testi del filosofo danese?

Non  molto direi.

La “Kierkegaard-Renaissance”, ossia la corrente filosofica che ha dominato in Europa per tutta prima metà del ’900 con la filosofia esistenziale tedesca di Heidegger e Jaspers, e quella francese di Sartre, Whal, ha utilizzato alcune categorie kierkegaardiane, come quelle di possibilità, angoscia, disperazione ecc., per ripensare in termini nuovi il modo d’essere dell’uomo nel mondo, strappandole dal terreno religioso in cui erano radicate e da cui traevano alimento. Laicizzati e trasferiti nel registro speculativo della pura ragione filosofica, quei concetti hanno avuto un’ampia circolazione che altrimenti non avrebbero conosciuto. Ma questa operazione, come ha visto Fabro, aveva un vizio originario: immanentizzava delle categorie pensate per la trascendenza.

Oggi si tende a una lettura di quelle categorie più corretta dal punto di vista filologico. A leggerle sullo sfondo per cui erano state pensate originariamente.

Se davvero vogliamo dare all’esistenzialismo il ruolo che merita, non si può che partire dall’esistenza, cioè dalla vita umana. Ma prima dobbiamo capire cosa sia una “persona”. Professoressa, una domanda a bruciapelo. Cos’è una persona, secondo lei?

Non parlo mai di persona. La definizione di Boezio Individua substantia rationalis naturae non mi soddisfa. Preferisco la definizione kierkegaardiana di uomo che apre La malattia per la morte. Interrogarsi sull’uomo significa chiedersi: chi sono io? E la risposta del filosofo danese è nota, l’io è autocoscienza, coscienza di sé come sintesi di termini opposti, corpo e anima, necessità e possibilità, finito e infinito, tempo ed eternità. L’io poi non è solo consapevole ma responsabile della sintesi, non perché abbia posto la sintesi, ma nel senso che sta a lui cercare un equilibrio tra i termini opposti che la formano.  Sta insomma a lui conciliare l’infinità e la finitezza in se medesimo.

Ultimamente, notevole interesse hanno suscitato i suoi studi su Etty Hillesum. Le vorrei chiedere: cosa le ha fatto amare questa autrice, e quale ruolo ritiene che essa meriti, all’interno della storia della filosofia contemporanea?

Il Diario di Etty Hillesum mi è stato donato da una studentessa che si era laureata con me.  La frequentazione di questa giovane scrittrice ebrea, morta nel ’43 ad Auschwitz, è stata importante per la mia vita spirituale. La Hillesum mi ha insegnato a discernere e ascoltare la voce della gioia che non sentivo più in me, soffocata da altre voci, quella del dolore, dell’ira, della protesta… Solo se si dà ascolto a questa voce si riesce trovare un rapporto equilibrato, positivo con il mondo, con gli  altri uomini, con Dio. La gioia, in questo Nietzsche aveva ragione, è più profonda del dolore.Lei è una donna che studia le donne; in un suo articolo su Lo Straniero, commentando Sottomissione di Houellebecq, ha dichiarato che tutte le religioni hanno un fondo di misoginia, solo che alcune hanno saputo (o stanno cercando) di emanciparsi da essa. Parliamo dell’Islam. Lei crede che vi sia un modo per questa fede di uscire dal buio della misoginia?

È innegabile che un fondo di misoginia sia presente in tutte le religioni. La religione è anche una forma di potere e il potere è sempre stato ed è gestito dagli uomini.

Houellebecq è un intellettuale di destra, che auspica il ritorno a una società patriarcale, naturale, e vuol servirsi della religione, in particolare dell’Islam, che gli offre maggiori garanzie per il suo disegno rispetto a un Cristianesimo ormai troppo poco virile, come di uno strumento per attuare questa restaurazione. Lui, dicevo, è un intellettuale di destra, i miei valori sono quelli di una sinistra non ideologica, quelli dei movimenti di liberazione e emancipazione della donna. Può dunque immaginare quanto sia stato per me irritante leggere Sottomissione!

Per quanto riguarda l’Islam ne so troppo poco per rispondere alla sua domanda, per fare previsioni sul suo futuro. Mi pare una buona regola parlare soltanto di ciò che si conosce.

Adinolfi Foto studioLei si interessa anche di diritti umani, un argomento di strettissima attualità e incredibile problematicità, in questi giorni di paura, anzi di terrore. Una domanda brutale: i diritti umani oggigiorno, a sua opinione, effettivamente hanno ancora senso di esistere o sono diventati solo pie aspirazioni?

Quindici anni fa, assieme ad alcuni studiosi di primo piano del diritto, della politica, dell’etica, e della storia delle tradizioni religiose, Casavola, Tronti, Possenti, Bori, Pace, ho pubblicato un volume che fin dal titolo poneva la domanda: i diritti umani sono una realtà o un’utopia? Oggi correggerei molte cose del saggio che avevo scritto per quel volume, ma non cambierei di molto la risposta che in quelle pagine avevo dato alla domanda che mi ero posta e che lei ora mi ripropone. I diritti umani sono una realtà dal punto di vista giuridico, ma non si può dire che essi lo siano dal punto di vista del vivere comune, che cioè ispirino e influenzino concretamente l’agire degli individui, dei popoli, degli stessi organismi attraverso cui si governano.

Essi sono dunque, dal mio punto di vista, per un verso realtà, per altro verso utopia; sono insieme l’uno e l’altro. Ora il problema è capire perché si dia un divario così evidente tra teoria e prassi. Non solo: si tratta anche di capire in quale maniera eliminare tale scarto o almeno ridurlo.

La sicurezza dei cittadini e delle nazioni, intesa come bene politico in sé, giustificano la (usiamo parole kierkegaardiane) sospensione teleologica del diritto umano? In altre parole: la tortura è giustificabile?

Nessuna situazione di tensione o di crisi giustifica secondo me la sospensione dell’etica, cioè dei diritti fondamentali. Purtroppo lo stato d’eccezione viene ancora invocato dai governi per avere le mani libere, per esercitare il potere senza vincoli, per giustificare la violenza.

Il diritto umano all’autodeterminazione del proprio sé, se posto al vertice della gerarchia dei diritti individuali, giustifica – secondo alcune letture – il diritto all’eutanasia, al suicidio assistito, all’aborto; come giudica questa lettura radicale?

Su questo punto, sottoscrivo parola per parola, quanto ha scritto di recente Mario Tronti. Occorre imparare a distinguere tra desiderio e diritto. Non tutti i desideri sono diritti.

Lei collabora con Il manifesto e L’indice dei libri del mese. Vorrei un suo giudizio sulla situazione dell’editoria italiana, in questo particolare momento storico. Che futuro aspetta, a sua opinione, la carta stampata? È davvero destinata alla morte?

Amo leggere. Ogni giorno mio marito acquista almeno due quotidiani e la domenica, a colazione, leggiamo e commentiamo insieme le notizie della settimana e le recensioni dei libri sul domenicale del Sole, Alias, La Lettura, ecc. Le pareti dei nostri studi sono completamente tappezzate di libri. Anni fa abbiamo comprato una casa più grande proprio perché non sapevamo più dove metterli.

Sento ripetere in continuazione che l’editoria è in crisi, che non si comprano più né giornali né  libri. Si dice che è perché si guarda la tv o si naviga in rete alla ricerca di informazioni… perché comprare il giornale o il libro se le stesse notizie possono essere trovate in internet o se basta ascoltare il telegiornale? A me sembra che giornali e libri siano insostituibili. E preferisco il libro stampato a quello elettronico. Dunque spero che la carta stampata non sia destinata all’estinzione.

Cosa si augura per il suo futuro, professoressa? E cosa augura a noi giovani?

Mi piacerebbe scrivere qualcosa di mio, nella forma letteraria di un racconto o di un romanzo autobiografico. Quando ero un’adolescente ho amato moltissimo Natalia Ginzburg, Le piccole virtù e soprattutto Lessico famigliare, di recente ho scoperto Geologia di un padre di Valerio Magrelli che consiglio a tutti di leggere. Mi auguro di scrivere un libro così, mi piace molto quel tipo di scrittura che sento anche mia.

Cosa augurare ai giovani? Di realizzare i propri progetti di vita, in amore e nel lavoro. Mi pare l’augurio migliore.

Ultima domanda, dedicata ai nostri lettori: cosa pensa della filosofia?

La filosofia è per me una necessità. Non posso farne a meno. Non potrei fare un altro mestiere. Mi rendo conto che la mia risposta è molto personale, e forse lei si attendeva qualcosa di diverso. Provo ad accontentarla.

Evidentemente, la filosofia è per me una necessità anche perché la intendo in un certo modo. Mi colpì molto, quando la lessi qualche anno fa, un’affermazione di Fichte a questo proposito che può forse aiutare a intenderci. Fichte scriveva a Jacobi che aveva iniziato a filosofare per orgoglio, e si era accorto così della propria nudità, sicché da quel momento in poi aveva filosofato solo per il bisogno di salvarsi.

Orgoglio, nudità, salvezza. Mi riconosco in queste sagge, profonde parole di Fichte. Riconosco il mio modo di intendere e far filosofia.

Intervista a Woodstock Teatro: il teatro che mette in scena l’uomo e le sue scelte

Woodstock Teatro è nato nel 2013, a Venezia, dove stavamo studiando Scienze e Tecniche del Teatro allo IUAV (per la nostra formazione registica, scenografica, drammaturgica e di light designer) e all’Accademia Teatrale Veneta (per la formazione attoriale). I componenti stabili sono Alessandra Dolce (scenografia e costumi) e Marco Gnaccolini (drammaturgia e regia). Lavorano nei diversi progetti Rossana Mantese (attrice), Irene Canali (attrice), Andrea Wob Facchin (musicista), Matteo Moglianesi (luci) e Alejandro Garcia Hernandez (percussioni). Hanno lavorato in precedenza anche Michele Guidi (attore) e Eleonora Ribis (attrice).

Fin da subito hanno voluto concepirsi e formarsi una equipe di lavoro teatrale, liberi di creare progetti in proprio e anche di sviluppare collaborazioni con altri artisti, mettendo quindi al lavoro le loro competenze professionali nei progetti altrui.
La poetica del gruppo è quella di affrontare visioni, pulsioni e problematiche del nostro essere contemporanei, confrontandosi con la realtà che li circonda. Credo che questo loro orizzonte sia espresso in questa loro citazione: «di un raggio di luce osservare e raccontare l’ombra da esso creata
L’obbiettivo è di proporre teatralmente delle opere d’immaginario, sviluppate con diversi linguaggi scenici e attente alle particolarità cognitive con cui ognuno di noi percepisce la realtà, per portare così in scena delle storie nel migliore dei modi possibili, qualunque vento soffi.

I primi progetti che hanno realizzato sono stati: Spring Boy, lavoro di prosa e teatro di figura sulla vita e gli scritti di Brendan Behan, drammaturgo irlandese e attivista politico degli anni ’50, e Un Piccolo Principe, percorso sensoriale e d’installazioni tratto dalla sceneggiatura che fece Orson Welles del famoso romanzo di Saint-Exupery. Si può dire che questi due lavori sono i semi da cui tutt’ora sbocciano le loro nuove idee sceniche.

1-Buongiorno Woodstock Teatro, intanto come nasce il vostro nome?

Buongiorno a te, Marco! Il nostro nome è nato in una notte d’estate, tra il vino e gli alberi di Forte Marghera a Mestre, ed è legato al nome dell’uccellino giallo e di specie ignota che fa da spalla a Snoopy nelle strisce a fumetti dei Peanuts di Charles Schulz. Lo abbiamo assunto a nostro animale totemico perché seppur di piccole dimensioni non si nega le avventure più immense, volando spesso a testa in giù, innamorandosi di fiocchi di neve e drogandosi con briciole di pane. Ci guida, quindi, nel pensare il nostro fare teatro trovando costanza e caparbietà nell’indipendenza, coraggio nell’insicurezza e amore incondizionato verso le sconfitte e le cause perse. Inoltre, il nome ha le lettere e il suono giusto per noi: inizia lungo e lontano come l’ululato di un lupo, e finisce rapido e secco come lo schiaffo di saetta che annuncia un temporale.

2-Vi ho incontrati personalmente e vi giuro non ho mai visto due sguardi così appassionati. Cosa vi piace del mondo teatrale? Come lavorate nei vostri ruoli di drammaturgo, scenografa, attore e regia?

Del teatro ci piace il suo provenire da tempi immemori, e la sua continua e infinita riserva di sorprese che lo rende inconoscibile.
Del teatro ci piace la continua ricerca. A prescindere dal fatto che si parta da testi sconosciuti o al contrario da testi conosciutissimi, ci piace il fatto che si arriva sempre a creare un nuovo messaggio visivo e uditivo a volte anche olfattivo, pare di sentire gli odori che descrivono un ambiente.
Ci piace ma allo stesso tempo ci preoccupa, ci inquieta e ci eccita scegliere di cosa parlare, capire se le nostre priorità, le nostre impellenze siano comuni a molte persone, ragazzi e non.
Ci piace appassionarci al nostro nuovo “progetto” fino a che, quello che noi proviamo, non lo trasmettiamo a ogni nostro compagno di viaggio, attore, musicista o pubblico che sia.

Il nostro lavoro lo definiremmo un ensemble, una sinfonia in cui ognuno porta il proprio contributo, un brainstorming su un tema in modo che ognuno si appassioni e porti a parlare di ciò che gli preme, poi, tutto si snoda, il drammaturgo scrive, lo scenografo porta immagini e suggestioni fino al punto in cui ci si riunisce nel momento della messinscena, dove si chiede anche all’attore di portare il proprio mondo e il proprio io, è così che nasce la regia di Woodstock teatro, un contributo di tutti che viene poi armonizzato.Foto promo 2

3-Il teatro è un po’ visto come un figlio messo in ombra dalle prestazioni dell’altro, il cinema. Perché secondo voi?

Se il teatro viene visto in ombra rispetto al cinema è perché li si vuole ancora paragonare sullo stesso piano di risultati, e cioè quello di arte spettacolare che chiama in assemblea un’intera società a riflettere su un determinato argomento. Il cinema, indubbiamente, è ai giorni nostri l’arte dei grandi numeri di pubblico, mentre il teatro è una realtà di nicchia (almeno in Italia). Questo succede perché nel nostro paese ci abituano a pensare troppo spesso in forma assolutistica il mondo delle arti all’interno delle nostre città, e poco in maniera sinergica.

Il teatro e il cinema sono due arti con linguaggi completamente diversi, seppur simili: il cinema è un formarsi di fantasmagorie, mentre il teatro di visioni. Il cinema ti fa vedere, mentre il teatro ti fa immaginare. Chiedono un diverso tipo di attenzione nel pubblico, un diverso grado di partecipazione. Quello del teatro può risultare più complesso e faticoso, perché ha bisogno di un luogo fisico e di un momento preciso per farsi, ma può rivelarsi molto affascinante perché chiede al pubblico di essere attivo nella costruzione dell’evento: nel cinema è la macchina da presa a scegliere cosa far vedere di una storia, mentre a teatro sono gli occhi e soprattutto la mente dello spettatore a operare e addirittura creare questa scelta. Senza il pubblico e il tempo presente, l’espressione teatrale non può esistere: il teatro è un accadere irripetibile, al contrario di un filmato che, in quanto registrato, è un accaduto replicabile.

Ecco perché si deve necessariamente incontrare la gente con il teatro, ed è una sfida faticosa. Con Talkin’ Woody Guthrie, nostro ultimo progetto di ballad-opera, l’obiettivo è stato: andiamo nei locali dove si riunisce la gente, dove mangia e va ad ascoltare musica. Il teatro rimane fondamentale posto in cui ci si incontra e si discute, e ci si appassiona come succede a un concerto, dove molto spesso i musicisti suonano con maggiore vita i loro brani dal vivo rispetto a quelli stessi che possiamo ascoltare registrati. A teatro, la differenza la fa ancora la percezione dell’uomo.

4-Passiamo un po’ al nostro territorio. Com’è fare teatro a Venezia? Avete avuto esperienze fuori della provincia?

Per noi al momento sta risultando difficile andare in scena a Venezia città, a Mestre invece stiamo al contempo incontrando un formicaio di realtà non teatrali ma molto attive culturalmente, spazi che vogliono aprirsi e contaminarsi; andare in scena in questi posti comporta soprattutto molte difficoltà di natura tecnica, non essendo spazi teatrali bisogna pensare a un teatro che faccia a meno di molte creazioni e attenzioni sceniche, ma tutto ciò ci regala una bellissima sfida, e soprattutto incontri splendidi. Abbiamo aperto una collaborazione poi con il Centro Culturale Candiani in qualità di operatori culturali, con un progetto nel loro Campus per Not Only For Kids di questo giugno. Inoltre, stiamo incontrando moltissime occasioni di collaborazione con professionisti teatrali veneti: Andrea Pennacchi, Pantakin, Stivalaccio Teatro, Il Libro con Gli Stivali.
Con i nostri progetti lavoriamo molto di più fuori da Venezia e dal Veneto, soprattutto in Lombardia e a Milano, dove gli spazi off sono molti di più e sono molto attenti ai temi che ospitano, e stiamo consolidando ogni anno che passa la nostra presenza sui loro palcoscenici.

5- C’è un filo conduttore nelle vostre storie? Cosa volete trasmettere, quale messaggio insomma?

Il filo conduttore delle nostre storie è una riflessione sull’essere umano, sulla possibilità che una scelta comporta. I nostri personaggi prendono posizione, sono consapevoli di quello che sono, ma soprattutto delle scelte che hanno fatto, non giudicano ma spesso vengono giudicati. Non diciamo cosa fare, solo invitiamo a riflettere sul fatto che non esiste bianco o nero, non esistono persone di serie A o serie B, ma solo scelte e conseguenze che possono influenzare la storia, quella che si studia nei libri. Ci piace spesso parlare dei personaggi secondari, diciamo i “non protagonisti” delle storie: come la strega nella favola di Biancaneve, nel nostro Le mele della strega o dei secondini di una prigione e del boia nel nostro Spring Boy o dei lavoratori profughi, gli hobo, in Talkin’ Woody Guthrie.

6- Avete dei progetti in cantiere?

I progetti in cantiere sono moltissimi! Alcuni sono sul nascere, e ancora troppo fragili per essere esposti qui.  Possiamo dire però che lavoreremo Cadorna ’14-17, il testo del nostro drammaturgo Marco Gnaccolini la cui prima parte ha vinto il concorso di “Racconti di Guerra e Pace” indetto dal Teatro Stabile del Veneto, andato in onda anche su Rai Radio 3 oltre che nelle mise en space nei tre teatri di Venezia, Padova e Verona. Sarà una coproduzione Woodstock Teatro con Kalambur Teatro, per la regia di Alessio Nardin che ne curò anche quella per le mise en space.
E poi La Regina della Neve, il nostro prossimo progetto per bambini, nella quale lavoreremo sulla malattia e i mondi in cui essa ci rinchiude.
Aperte già sono nuove collaborazioni con Andrea Pennacchi e la squadra di Teatro Boxer con cui abbiamo creato il favoloso Merry Wives of Windsor!

7- Ultima domanda Woodstock, la vostra esperienza che state coltivando si collega in qualche modo alla filosofia? O meglio, c’è della filosofia nel vostro lavoro?

Il nostro lavoro è filosofia, nel senso etimologico del termine “amore per la sapienza”, come ti abbiamo detto prima del teatro ci piace il fatto di poter conoscere, imparare sempre perché amiamo la conoscenza. Con i nostri spettacoli riflettiamo sull’uomo, sulla sua esistenza così come la filosofia ci insegna a fare e poi abbiamo una nostra filosofia di lavoro, condividere e collaborare.

Una delle spine dorsali del nostro agire teatrale è il pensiero del filosofo Agamben sul concetto di essere contemporanei, di chi e cosa lo si è, e del che cosa significa essere contemporanei. Abbiamo assunto su di noi una delle sue risposte, per la quale ci sentiamo appartenere al nostro tempo non coincidendo perfettamente con esso, non adeguandoci alla sua linearità; ci relazioniamo così al nostro tempo attraverso una sfasatura e un anacronismo, avendo una distanza con cui poter percepire luci e soprattutto tenebre del nostro vivere d’oggi. E questo portiamo in scena.

Marco Donadon

[immagini concesse da Woodstock]

Febbraio in Filosofia!

Eccoci già arrivati a Febbraio, il mese più breve ma pieno di colore e allegria per il Carnevale ed il predecessore della primavera!

Anche per questo mese vi presentiamo gli eventi da noi selezionati per rimanere sempre aggiornati sulle tematiche filosofiche più importanti.

  • Martedì 2 febbraio 2016 – ore 21.00-23.00

“Un’altra idea di cura della vita: l’analisi biografica a orientamento filosofico”

Presso: Philo – Pratiche filosofiche, via Piranesi 12 – Milano – piano I

Intervengono: Andrea Arrighi, Claudia Baracchi, Romano Màdera, Domitilla Melloni, Moreno Montanari, Lia Sacerdote tra i fondatori dell’analisi biografica a orientamento filosofico, che è una pratica e uno stile di vita, incontrano il pubblico per spiegarne caratteristiche e finalità.

  • Giovedì 04 febbraio 2016 – ore 10.00

“Primo Levi di fronte e di profilo”

Presso: Malcanton Marcorà, 2° piano, sala grande, Venezia

Intervengono: Marco Belpoliti, Alessandro Cinquegrani e Simon Levis Sullam

  • Mercoledì 10 Febbraio 2016 – ore 11.15

“Determinisimo, incompatibilismo e van Inwagen”

Presso: Università degli studi di Genova, Aula 6, Via Balbi 2, Genova

Interviene: Chris Hughes del King’s College, London

  • Lunedì 15 – Martedì 16 – Mercoledì 17 febbraio 2016 – ore 16

“Genesi del testo, genesi della libertà”

Lunedì 15: Filologia e genetica della libertà in Montesquieu

Martedì 16: Dal genre humain di Diderot all’art perfectionné di Rousseau

Mercoledì 17: Libertà e storia nei Quaderni di Gramsci

Presso: Istituto Italiano Studi Filosofici, Via Monte di Dio 14 – Palazzo Serra di Cassano, Napoli

Interviene: Alberto Postigliola dell’Università di Napoli “L’Orientale”

Sperando di avervi dato, anche questo mese, appuntamenti da non perdere, ci auguriamo possiate parteciparvi numerosi!

Valeria Genova

“Due modi ci sono per soffrirne…” Calvino in dialogo con Marco Polo

Ci sono storie, poche, che ascolteresti mille volte, senza mai chiederti se sono vere. E’ che proprio non ti interessa, non è importante.

Una di queste racconta di Kublai Kan, imperatore dei Tartari, che dopo aver conquistato un impero sterminato, si accorge della sua corruzione e capisce di avere solamente ereditato la rovina dei sovrani avversari. Incontra però Marco Polo, venuto da Occidente, che lo incanta con i suoi resoconti di viaggio: descrive le città che ha incontrato, città di memoria, di desiderio, di segni del linguaggio, città con cupole d’argento, altre costruite su palafitte, altre ancora del tutto identiche ad Amsterdam o a New York. Di tutto questo ci racconta Italo Calvino, appunto, nelle città invisibili, e ci racconta di come il Kan segua le storie dell’esploratore sfogliando un atlante, dove sono contenute le mappe di tutto il suo impero, e di tutti gli altri imperi del mondo, e di come interroghi Marco Polo sulle città che vede, e su quelle che immagina, e su quelle che sogna. Arriva infine, l’imperatore, a sfogliare sul suo atlante le carte delle città “che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World. E dice: – Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.”

La risposta che gli dà Polo penso che sia una delle cose più esatte che abbia mai letto. Credo anzi che sarebbe buona cosa farla stampare in serie su una bella carta da lettere con tanto di ceralacca sulla busta, e attaccarla insieme alla targhetta distintiva alla caviglia dei bambini nei reparti di neonatologia, che ognuno abbia la sua, con tanto di foglietto illustrativo: “Da leggere con cura ogni sera, prima di dormire, e ogni mattina, prima di lavarsi i denti. Le domeniche, anche dopo pranzo.”

Religioso silenzio…

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Ecco che troviamo, unita e ben formulata, la risposta a mille quesiti che oggi, nell’arrivato e al tempo stesso progressista XXI secolo, si sentono formulati un po’ ovunque: che senso ha conoscere i Canti di Leopardi? O ascoltare Chopin? O studiare il latino, leggere Omero, andare a teatro a vedere l’Othello?

Ci si capiscono anche le piccole cose di tutti i giorni, in quella chiave lì. Alcune frasi profonde di alcuni film profondi, ad esempio. La Grande Bellezza gira tutto intorno a questa idea di inferno, per dire

«Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore»;

o ancora:

«A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: “La fessa”. Io, invece, rispondevo: “L’odore delle case dei vecchi”. La domanda era: “Che cosa ti piace di più veramente nella vita?”».

[Breve digressione. Questo ricorda molto il momento in cui Holden Caulfield, lo scapestrato studente del romanzo di Salinger, torna a casa una notte, dopo essere stato espulso per l’ennesima volta dall’ennesimo college, e trova la vecchia Phoebe. La vecchia Phoebe è sua sorella, ha in realtà 10 anni, ma Salinger nella sua genialità le conferisce una saggezza degna di una guida spirituale. E qui si apre uno dei dialoghi più belli (e più celebri, non sono sicuramente il primo a dirlo) della letteratura americana contemporanea. Phoebe è amareggiata dall’atteggiamento di Holden, il quale cerca vanamente di giustificarsi, e gli risponde ripetutamente con la medesima sentenza: “Papà ti ammazza.” Questo una, due, tre volte, non lo guarda nemmeno in faccia, finché all’improvviso si volta verso il fratello e chiede: «Holden, ma a te piace qualcosa, nella vita?». Quello rimane spiazzato, butta lì un paio di risposte poco credibili, subito smontate dalla sorella, poi ci pensa un attimo e dice: «hai presente quella canzone che fa “Se scendi dai campi di segale, e ti prende al volo qualcuno…» Phoebe lo interrompe: è una poesia, di Robert Burns, e dice “e ti viene incontro qualcuno”… Ne sa, eh, la vecchia Phoebe? Comunque Holden riprende, e dice una cosa geniale:

«Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale (in inglese, “The Catcher in the Rye”, titolo originale del romanzo, ndr) e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia»

E’, sostanzialmente, la stessa risposta del film. Sorrentino ho trovato, in mezzo all’inferno, qualcosa che inferno non è, e l’ha fatto durare, e gli ha dato spazio. E un Oscar, tra l’altro.]

E’ stato sempre Calvino a rispondermi, quando a lungo mi sono chiesto se avesse senso, oggi, studiare filosofia. Mi è bastato tirare fuori Le città invisibili. D’altronde, «d’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda».

A me, per dire, ha risposto Venezia.

Alessandro Storchi

 

Punto Cinema. Venezia “da vicino”

Venezia da vicino non vuole significare solamente un avvicinamento critico – o meglio analitico – da parte nostra alla 72esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. “Da vicino” è prima di tutto la locuzione che quest’anno esprime il senso complessivo della Mostra. Ma come, esclamerà qualcuno! Ma se il film vincitore del Leone d’Oro si intitola “Da lontano”! Eppure, terminato il festival, questa è l’espressione che mi rimbombava in testa. Da vicino. Procediamo con ordine.

Falsa partenza. Partiamo con una considerazione, a scanso di equivoci: Everest di Baltasar Kormákur non è un brutto film. Eppure, subito dopo aver aperto le danze della Mostra, è stato criticato (per non dire stroncato) da buona parte di pubblico e critica, quest’ultima alle volte anche eccessivamente ingenerosa. Come mai? Credo i motivi siano principalmente due. Innanzi tutto va ricordato che il film di apertura della passata edizione 2014 era Birdman di Inarritu: film che ha sbancato agli Oscar (4 statuette, tutte di prima rilevanza) e ai Golden Globe (Miglior Sceneggiatura e Miglior Attore al fenomenale Michael Keaton), oltre ad aggiudicarsi diversi altri premi e nomination. E in ogni caso, al di là del palmarès strepitoso, un capolavoro sotto tutti i punti di vista. Quindi, già in partenza, per il film d’apertura di quest’anno l’aspettativa era altissima ed il paragone difficile da sostenere. Tuttavia, anche prescindendo da queste considerazioni, Everest pecca per molti aspetti. La trama è scontata, prevedibile, lineare. Ma essendo tratto da una storia vera, personalmente tendo a giustificare la mancanza di colpi di scena elaborati e la scarsa originalità della sceneggiatura. Giustifico meno la scarsa profondità nella costruzione dei personaggi, che sono molti, troppi, troppo simili e confondibili. Inoltre, si dimostra ancora una volta che la montagna è un soggetto poco adatto al grande schermo: la montagna, e l’alpinismo in particolare, sono esperienze da vivere, che risulta estremamente difficile raccontare, e quasi impossibile rendere cinematograficamente (e sono particolarmente gentile, rispetto ad alcune voci dal mondo dell’alpinismo che hanno apprezzato decisamente poco il film, fino a definirlo “una boiata pazzesca”). Insomma, avvincente ma niente di più, con uno spiegotto finale riassumibile così: non si scherza con la montagna. Ma risultano più suggestivi e convincenti i racconti degli alpini che si sentono nelle baite, e nell’anno in cui la vetta più alta del mondo ha mietuto il maggior numero di vittime di sempre (ad oggi 22, al secondo posto il 2014 con 18) ci si aspettava qualcosa di più.

I premiati. Veniamo ora alle note positive: i due Leoni sono stati assegnati a due film notevoli. La statuetta d’Oro va a “Desde allà” (“Da lontano”), che racconta da vicino una storia di perversa intimità, fisica ma anche (e soprattutto) psicologica, tra un “adescatore di fanciulli” e un ragazzo cresciuto sulla strada, in una Caracas sporca e volgare. Da vicino perché la trama si scorda della follia che circonda i due protagonisti e li divide (uno teppista di strada, l’altro odontotecnico benestante) e si concentra sulla follia che li unisce: un rapporto violento ma non volgare, che inizia come perversione per mutare verso il sentimentale. E qui il colpo di scena. Un film estremamente intimo ma anche difficile (e accolto ingiustamente da qualche fischio alla proiezione conclusiva dopo la premiazione). Pablo Trapero si aggiudica il premio di miglior regista per El clan, che – tratto da una storia vera – racconta l’Argentina dei rapimenti e di fine dittatura dal punto di vista di una famiglia che non può neanche essere definita criminale. E qui sta la genialità del film: riprende da vicino la vita di una famiglia come tante, con i figli sportivi, la figlia che va a scuola, gli amori, le questioni domestiche, e che per mantenersi rapisce rampolli di famiglie benestanti, e spesso li uccide. Un film di impatto, girato con grande abilità. Il candidato argentino all’Oscar per il miglior film straniero, tuttavia non credo sia all’altezza della nomination. Infine, per parlare di un Italiano, Per amor vostro di Gaudino è valso a Silvia Golino la Coppa Volpi per una magistrale interpretazione femminile. E’ un film che di vicino ha tutto: riprese (primi piani quasi abusati), intimità (anche in questo caso, il centro del film è la vita domestica di una famiglia napoletana), condanna (questa non la spiego, guardate il film e capirete). Un bel film, che ha richiesto alla Golino una prova di carattere non da poco, sostenuta in maniera quasi commovente.

Due belle sorprese. La prima: in concorso per la categoria Orizzonti un documentario davvero notevole. Human del noto fotografo Yann Arthus-Bertrand, che ha viaggiato per tre anni raccogliendo interviste da più di 2000 persone in tutte le parti del mondo e riprese aeree mozzafiato. Le tre ore di alternanza tra questi due elementi creano un’intermittenza vicino/lontano che non lascia indifferenti, e se il film è stato proiettato in contemporanea presso la sede delle Nazioni Unite un motivo c’è. In particolare, uno stacco dopo alcune testimonianze drammatiche su una ripresa aerea di New York (una delle più belle che abbia mai visto) risulta sublime, e quindi perturbante. Un documentario che lascia con delle domande, perché propone risposte forti e meno scontate di quanto potrebbe sembrare. Da vedere.

La seconda: un film semplice ma perfetto di Atom Egoyan, Remember. Se a prima vista potrebbe sembrare una trama già vista (io ho pensato subito a Nolan e Sorrentino), il simpatico vecchietto ebreo (interpretato da un ancora eccezionale Christopher Plummer, mai banale) affetto da demenza senile a caccia del giustiziere nazista che sterminò la sua famiglia, ci prende per mano all’inizio e non ci molla più. E’ un film lento, pacato, dal ritmo anziano. Eppure avvincente, coinvolgente, ricco di suspense, al limite del thriller. Un protagonista trainante, una trama ben fatta, un finale da capogiro. Non vorrei sbilanciarmi, ma questo è sulla buona strada per una certa serata di gala in quel di Los Angeles, California, il 28 febbraio prossimo. Film? Attore? Sceneggiatura? Chi lo sa, ma le carte sono in regola.

A questo punto i più attenti avranno notato la grande assenza di un film presentato a Venezia e pochi giorni fa selezionato come concorrente italiano per la nomination tra i film stranieri in quel di Academy Awards. Sto parlando di Non essere cattivo di Claudio Caligari. Ma questa è un’altra storia.

Alessandro Storchi

[immagini tratte da Google Immagini]

About M: l’Arte originale di Massimiliano Zinnanti

I love to be disturbing.

Terror alone scares and make people’s eyes run away, draw in molded beauty make them fall in love…

the best way is to freeze them with the orbitoclast of unsureness, in the distorted iris of the doubt.

This is the poison soaked in a kiss of sacred fear.

 

Quando ho chiesto a Massimiliano Zinnanti di parlarmi di sé, con lo scopo di scrivere questo articolo, ha esordito con delle parole che mi dispiacerebbe non citare: «Non nasconderò i difetti che non vanno nascosti perché parte di me quanto il segno, i miei manierismi prolissi o insaporiti di inutile horror […], ma nell’ammettere questo ancora non vi è vera umiltà ma un complimento celato perché nell’autodistruzione ironica c’è la peggior arma: la prevenzione della potenzialità di essere feriti da fuori poiché lo si è già fatto nel proprio ego. Nudi al punto da poter solo mostrare le ossa. Criticarsi è la capacità di ridere di sé, forse, di spiegare le labbra in un sorriso rivolto ai propri denti, sorriso che nel quadro odierno ferisce più della penna che feriva più della spada. Amo l’amarezza del riso, la lama tagliente delle ossa più scoperte dell’anatomia umana. Tutto muore distrutto in un comico rantolo, niente è più pericoloso di quella morbida curva specie in un’epoca così esposta, così debole, così falsa. Perché oggi è tutto talmente fragile e arrogante, un teatrino di finti ubriachi, specie nell’arte, che basta inclinare leggermente lo sguardo per sviscerare il risibile dall’uomo che si mostra più serio. Trovo che palesare la difficoltà sia parte della bellezza, se è uno stratagemma fatto con intelligenza, mentre quando il risultato devia orribilmente dal baccello originale, per mancanza di capacità, volontà, talento o intelligenza, allora non è giustificabile ma semplicemente malriuscito. Le cose facili sono brutte, se sono fatte per mascherare incompetenza. È quindi un atto di preservazione anche l’automutilazione se fatta con uno scopo, e il mio scopo ora è darvi un assaggio di me nel modo che meglio mi riesce, cioè un linguaggio distruttivo, poco chiaro ma ricco, contraddittorio ma passionale. Almeno credo. E mi trovo quindi qui, in un periodo decisamente travagliato della mia vita, ma che contiene in sé un potente contrasto di dolore e umorismo, ed amo questi contrasti, a parlare male di me e del mondo perché possiate pensare bene».

Maxereffect

Massimiliano è una persona singolare e un artista originale, di quelli che non incontri tutti i giorni. Il suo percorso artistico è cominciato recentemente, presso l’Accademia delle Belle Arti di Venezia, dove è riuscito a trasportare nell’embrione del foglio bianco ciò che per anni era rimasto prigioniero nei suoi sogni. «Accidentalmente quanto accidentale» è stata la sua scelta dell’Arte a scapito della Scienza, concludendo che la prima poteva contenere la seconda, trovando il suo “fuoco” grazie alla lotta contro i canoni artistici che gli sono stati presentati dal mercato dell’arte, che da interiore si è incarnata nelle sue creazioni.

«Il passaggio, fondamento e vera lezione che si deve trarre da soli e in assoluto non necessariamente da un’istituzione (ma possibilmente sfruttandola), è che i limiti imposti dagli altri e da se stessi quando si parla di fantasia, creatività e del veleno delle nostre muse, sono falsi e cedevoli. È vera la povertà, la miseria della società che ci strappa infinite possibilità, costringe alla sopravvivenza e all’accettazione di ideali vuoti e stili di vita impersonali […].Se non hai il fuoco, se lo spegni per vantaggi che non ti appartengono, sei un debole, un viziato, schiavo dei limiti imposti, dei cordoni ombelicali a cui la società ti incatena alla nascita, preda delle mode, di etichette di idee non tue, di nomi più grandi di te, di una vita che non ti corrisponde. Ed è per questo che i più scompaiono o nella loro accondiscendenza verso la strada facile ce la fanno, e scompaiono ugualmente, senza aver cambiato nulla»

afferma il giovane artista che di forza e voglia di fare e andare contro corrente ne ha da vendere. Massimiliano vive in una continua ricerca, da ciò che legge a ciò che vede, tutto diventa ispirazione che lo orientano verso un vero e proprio studio che è parte anche del suo creare. Sebbene lui odi le citazioni e il plagio e infatti le ispirazioni tratte da altri devono sempre essere messe in discussione.

Il lavoro di Massimiliano Zinnanti verte sulla nudità della donna e l’orrore miscelati all’unisono, raggiungendo la vetta dell’inquietudine, ecco che quindi in molti, quando vedono le sue opere, le avvicinano al gotico o ad artisti come H. R. Giger o Francis Bacon, attribuzione che si stacca enormemente dalla realtà. «La mia strada è e deve essere solamente mia». E così spiega le sue donne: «voglio ammantare donne che sono bambole della loro stessa algida contraddizione, iridi di smalto di una dea che sarà sempre meno di qualsiasi donna. Sono le mie sirene di perla, belle come idoli e sventrate, rotte nelle giunture rosee per mostrare la loro finzione e l’odio del mondo, l’ipocrisia del mio essere quasi femminista nella lode che proclamo per loro ma comunque uomo nella presunzione di riuscirci».

Ora Massimiliano si sta cimentando nell’esplorazione medica dell’anatomia umana, nell’anatomia microscopica «dei piccoli veri dèi biologicamente eterni», nel raggiungimento di una matrice unica dall’umano che possa poi diventare arte.

M

Massimiliano Zinnanti ha inventato una tecnica pittorica in grado di fondere arte materica e digitale, ha vinto riconoscimenti nazionali in diversi campi quali lo storyboard di video, è stato selezionato per mostre di pittura ai Magazzini del Sale a Venezia, quest’anno ha avuto un’occasione a livello mondiale con la prima edizione del FISAD di Torino dal titolo The Sense of the Body, evento incentrato sull’anatomia umana, e correlato anche con l’EXPO. Fra le altre cose la sua tesi di laurea riguardante i Final Boss videoludici contrapposti alle religioni e al deicidio è stata riconosciuta nel 2014 come miglior tesi a livello nazionale sui videogiochi, uno dei temi più cari all’artista, dall’Archivio Videoludico di Bologna.

Concludo il mio articolo con una citazione, sicuramente molto esplicativa del carattere dell’artista:

E per adesso so ancora cosa voglio. Libertà.

La parola d’ordine per creare, evadere da un paese che ha sempre e solo fatto da ostacolo, abbattere il più possibile un sistema di mercato sporco e cieco, e sempre con la libertà intendo procedere nel modo più indipendente possibile, camminando assieme ai miei migliori amici di cui conosco il valore, fondare con loro un gruppo ma contando solo sui miei denti disillusi per andare avanti nella mia battaglia, forse presentare la fine di tutto come un altro ipocrita manifesto, mostrarmi al mondo, a malincuore, molto più di quanto ho fatto e arrivare a finanziare da me quando ne avrò la possibilità i progetti a cui tengo di più ma che so non essere vendibili.

Per ora. E un giorno poter dimostrare più di qualcosa.

 

Per ammirare e conoscere meglio le sue opere, questo è il suo sito.

Ilaria Berto

[Immagini concesse Massimiliano Zinnanti, informazioni e citazioni ottenute dall’artista stesso]

Ottobre, il mese della Cultura

Lasciata definitivamente alle spalle l’estate, ci prepariamo ad accogliere l’autunno e i suoi colori. Nonostante le giornate si siano accorciate e piano piano torniamo ad apprezzare il tepore dei nostri salotti, la cultura sembra voler rimanere protagonista indiscussa del mese riempendo le nostre agende con festival, convegni, fiere e mostre.

Di seguito vi propriamo gli eventi per noi più interessanti e suggestivi:

 

Mostra naz11231024_814405905343864_425253930526132891_nionale della piccola e media editoria

3-4 ottobre 2015 – Castello San Salvatore – Susegana

Torna la 13esima edizione di Libri in Cantina , l’appuntamento che rappresenta una delle più attive realtà dedicate all’editoria indipendente in Veneto. A Susegana, il Castello San Salvatore, si affaccia sulle rive del Piave, il fiume che segnò per tre anni il confine tra le terre occupate dagli eserciti austroungarici e le truppe alleate. Fino all’ottobre del 1918, quando quell’antica via d’acqua diventò protagonista della fine di un’epoca: la fine degli imperi centrali, ma anche la fine di un mondo “antico”. E proprio quel Castello, bombardato e violato, è ritornato a vivere e ad ospitare i 70 editori che arrivano da molte parti d’Italia per far conoscere i loro libri e le   loro storie.

Ormai “Libri in Cantina” è diventato un piccolo e prezioso Festival con la presenza di ospiti che quest’anno racconteranno al pubblico i loro “Confini”. Tra gli altri, ci saranno Francesco Permunian e Maria Pia Veladiano, Mauro Corona, le musiche della Grande Guerra con gli “Al Tei”, i disegni di Emanuele Barison, le testimonianze letterarie di Claudio Grisancich con il suo monologo su Leopardi. Ma anche i confini della diversità, con il racconto di Carlo De Poi dedicato a Ricardo Perucolo, pittore del ’500.
Sono solo alcuni dei nomi che con Arrigo Cipriani, Edoardo Pittalis e Gualtiero Bertelli

Programma: qui

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Fiera delle Parole

6 – 11 Ottobre – padova

Torna a Padova la Fiera delle Parole, l’attesissima 9° edizione del festival letterario che per cinque giorni farà di Padova la capitale della cultura grazie agli oltre 170 incontri con i nomi più importanti della letteratura, del cinema, della musica, dell’arte e del giornalismo, italiani e stranieri.

Cinque giorni di totale coinvolgimento dei cittadini padovani e non solo, che desiderano immergersi in un’atmosfera culturale frizzante, nei luoghi più suggestivi della città.

Un festival letterario di alto livello, ma anche uno spazio aperto e vivace capace di scoprire e lanciare i giovani talenti e le piccole case editrici che, nonostante le difficoltà, continuano a proporre ai lettori opere di grande pregio e valore.

Una manifestazione ideata per gli appassionati di letteratura, ma che sa coinvolgere tutta la città in una “grande festa dei libri e della cultura” aperta a tutti, attesa anche da chi si lascia semplicemente entusiasmare dalla bellezza della musica, del teatro, della scienza e della filosofia.

Programma: qui

CartaCarbone-2015

CartaCarbone Festival

15 – 18 Ottobre – Treviso

 

Ottanta eventi. Diciotto, tra letture sceniche e spettacoli. Centocinquanta ospiti. Sei laboratori. Tre tavole rotonde. Tre eventi speciali.

Tante le novità dell’edizione 2015: tra queste, la poesia cui sono dedicati sette eventi di CartaCarbone che vedrà la partecipazione, tra gli altri, di Vivian Lamarque, Luciano Cecchinel, Roberta Dapunt e del maggior poeta vietnamita vivente Nguyen Chi Trung.
La poesia è la forma più estrema di autobiografia. Su tale genere letterario, il racconto di sé, un genere versatile e polimorfo, rimane focalizzata la proposta di CartaCarbone festival, che, pur non disdegnando incursioni in altri territori narrativi, erige l’AUTOBIOGRAFIA a totem, da indagare, da capire.

Programma: qui

Il diritto della Filosofia: quale Filosofia nel terzo millennio?

19 – 20 – 21 Ottobre – Venezia

Una tre giorni che mette al centro la Filosofia nella sua vera essenza; capire il ruolo della Filosofia oggi e il suo rapporto con gli altri saperi e discipline. Si può parlare oggi di un Diritto della Filosofia?

Ca’ Dolfin dell’Univeristà Ca’ Foscari di Venezia accoglie il convegno nazionale della SFI, Società Filosofica Italiana e oltre 60 relatori in sessione parallele.

Locandina: qui

 

Elena Casagrande

[immagini tratte da Google Immagini ]

Estate e Filosofia, connubio perfetto!

Giugno, il mese che preannuncia l’estate, le scuole finiscono e i weekend sono fatti per andare al mare.

Eppure la Filosofia non va in vacanza!

Gli eventi non mancano e noi de La chiave di Sophia ve li segnaliamo!

 

– 4-5 giugno 2015

” Il post-comunismo e le identità della transizione “

Il convegno internazionale Post-Communism and Identities: East-European Perspectives, organizzato dall’Associazione Alumni della Scuola Galileiana di Studi Superiori con la collaborazione del Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università di Padova e della Scuola Galileiana di Studi Superiori dell’Università di Padova, intende proporre una riflessione storico-culturale originale sullla cosiddetta “transizione” dei paesi appartenenti all’ex blocco sovietico.

Presso Aula Magna – Collegio Morgagni – via San Massimo, 33 – Padova (4/6); Aula CAL 2 – Palazzo Maldura – piazzetta G. Folena, 1 – Padova (5/6)

Per il programma clicca qui

 

–  4-6 giugno 2015

” Philosophical Puzzles: VIII Latin Meeting in Analytic Philosophy “

Convegno Internazionale – VIII Latin Meeting in Analytic Philosophy

Presso l’Università degli studi di Milano

Per il programma delle intere giornate clicca qui

 

– 4-12 giugno 2015

” Divenire e contraddizione “

Seminario di Filosofia Teoretica

Presso Studio Filosofico Domenicano, Aula Magna, Piazza San Domenico 13, Bologna

Per ulteriori informazioni clicca qui

 

– 24 giugno 2015

” Incontro del Seminario Permanente Immanuel Kant “

Gli interventi saranno in inglese.

Presso l’Università degli studi di Milano

Per il programma degli interventi clicca qui

 

Come vedete, anche Giugno può offrire innumerevoli spunti di riflessione, quindi, tra una tintarella e l’altra, illuminate anche la vostra mente!

Valeria Genova

[Immagini tratte da Google Immagini]

 

 

Nuova Oggettività e Arte Contemporanea

Presso il Museo Correr di Venezia si potrà visitare, fino al 30 agosto, la mostra Nuova Oggettività Arte in Germania al tempo della Repubblica di Weimar 1919-1933 che arriva in Italia per la prima volta con circa centocinquanta opere di oltre quaranta artisti. L’esposizione è organizzata dal Los Angeles County Museom of Art in collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia e il supporto di 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE. Un’ottima occasione per scoprire un’Arte poco conosciuta.

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Per gli amanti dell’Arte Contemporanea quest’anno, in occasione dell’Expo di Milano, la Biennale d’Arte di Venezia inaugura prima, infatti sarà aperta al pubblico da sabato 9 maggio e si potrà visitare fino a domenica 22 novembre 2015, ai Giardini della Biennale e all’Arsenale. La 56. Esposizione Internazionale d’Arte si intitola All the World’s Futures, è diretta da Okwui Enwezor, uno dei più importanti curatori d’arte contemporanea del momento, e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta dal presidente Paolo Baratta.

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Ilaria Berto


[Immagini tratte da Google Immagini]