“Orecchie”: la riscossa del cinema italiano

In una stagione cinematografica a dir poco altalenante, il cinema italiano ha dato finora ben pochi segnali di vita sia a livello artistico che economico. Con l’arrivo del mese di maggio però la situazione sembra destinata a cambiare: sono diversi, infatti, i titoli degni di nota presenti in sala in queste settimane che rischiano però di passare inosservati senza un buon passaparola che li promuova. Basti pensare al caso dell’eccellente documentario di Michele Rho, Mexico! Un cinema alla riscossa, uscito in appena sette cinema in tutta Italia. Una sorte che purtroppo rischia di ripetersi anche per Orecchie, il nuovo film di Alessandro Aronadio, presentato in anteprima, lo scorso settembre, alla settantatreesima Mostra del cinema di Venezia.

Prodotto da Biennale College, Orecchie è uno dei lavori più originali di quest’annata cinematografica. Un road-movie pedestre, fortemente caratterizzato da un’intelligente vena comica e da situazioni a dir poco paradossali. Tutto ha inizio una mattina con il suono di un fastidioso fischio alle orecchie percepito da Lui, un uomo sull’orlo di una crisi esistenziale, costretto a intraprendere un indimenticabile viaggio a piedi attraverso le strade di Roma per scoprire l’identità di Luigi, suo fantomatico amico, venuto a mancare poche ore prima. Partendo da una sceneggiatura impeccabile, dove i tempi comici e narrativi sono calcolati alla perfezione, Aronadio costruisce la sua odissea capitolina valorizzando le impareggiabili eccentricità di un’umanità tanto singolare quanto grottesca. Enfatizzando le nevrosi che caratterizzano buona parte del nostro tempo, Orecchie racconta con leggera intelligenza quel senso di inadeguatezza che tutti noi abbiamo provato almeno una volta nella vita. Il disagio provocato dal sentirsi inadatti traspare tutto negli occhi espressivi e stralunati di Daniele Parisi, straordinario interprete intorno a cui ruotano una serie di indimenticabili personaggi secondari, su cui svettano Rocco Papaleo (in versione sacerdote fuori dagli schemi) e Piera Degli Esposti, nel ruolo di una direttrice sagace e senza scrupoli.

Pur nella sua semplicità, Orecchie colpisce nel segno perché è un prodotto che mancava da tempo al nostro cinema. Grazie ad alcune trovate stilistiche piuttosto raffinate, come l’utilizzo dell’immagine ristretta dello schermo che si allarga di pari passo con il procedere della storia, fino al tema del surrealismo come chiave interpretativa del nostro presente, Aronadio regala al pubblico un film delicato e prezioso, in cui si ride di gusto ma allo stesso tempo si riflette su sé stessi e sulle proprie paranoie. Il fischio alle orecchie diventa così metafora di un malessere contemporaneo che si può curare solo lavorando su noi stessi e sull’accettazione di un presente dominato sempre più dall’assurdo. “Secondo lei c’è ancora speranza per il mondo?” E’ la domanda che apre il film. La risposta, categorica, è un secco “No”. Alla fine della proiezione di Orecchie, invece, provate a chiedervi: “C’è ancora speranza per il cinema italiano?” La risposta potrebbe lasciarvi piacevolmente sorpresi.

Alvise Wollner

[Immagine tratta da Google immagini]

 

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La guerra cinematografica di Venezia

Fuoco alle polveri. Tra poco più di una settimana la Mostra d’arte cinematografica di Venezia alzerà il sipario sulla sua settantatreesima edizione. Un appuntamento irrinunciabile per migliaia di cinefili che, come ogni anno, si preparano ad affollare le sale del Lido di Venezia. Il programma approvato dal direttore Alberto Barbera, prevede numerosi film d’autore (sbarcheranno in laguna le opere di maestri come Lav Diaz, Wim Wenders e Pablo Larraìn) uniti a diverse anteprime mondiali all’insegna del glamour e delle grandi celebrità (dal 31 agosto al 10 settembre sono attesi sul tappeto rosso: Ryan Gosling, Selena Gomez, Michael Fassbender, Natalie Portman, Jude Law e molti altri ancora). Se da una parte l’obiettivo principale di Venezia resta sempre quello di confermare il suo prestigio di festival più antico al mondo, dall’altra è interessante notare come molte pellicole selezionate quest’anno siano legate tra loro da un grande tema comune: quello della guerra. Alcuni hanno visto in questa scelta una volontà della Mostra di stare al passo con la nostra quotidianità, segnata da continui e innumerevoli conflitti. Altri ancora invece ritengono che questo sovraccarico di film a sfondo bellico sia solo un’occasione per tornare a sfruttare un genere che negli ultimi anni era leggermente caduto in disuso. Il dibattito è destinato a entrare nel vivo al termine delle proiezioni vere e proprie, quando si potrà capire il valore effettivo di questi titoli. Fino a quel momento possiamo solo limitarci a suggerirvi i cinque film “di guerra” destinati a trasformare Venezia in un vero e proprio campo di battaglia cinematografico:

Rai (Paradise) di Andrei Konchalovsky: Uno dei registi più apprezzati del cinema russo contemporaneo porta in laguna un lungometraggio sui destini incrociati di tre personaggi al tempo della Seconda Guerra Mondiale. Il significato di questo film è perfettamente racchiuso nella citazione del filosofo tedesco Karl Jaspers: “Quello che è successo durante la Seconda Guerra Mondiale è un avvertimento. Dev’essere continuamente ricordato. Solo conoscendo la Storia si può fare in modo che non si ripeta”. Sullo sfondo tragico dei campi di concentramento, Konchalovsky trasforma il suo cinema in una macchina del ricordo che ci rammenta ancora una volta quanto sia importante non dimenticare.

–  Hacksaw Ridge di Mel Gibson: Sarà presentata fuori concorso l’ultima fatica cinematografica di Mel Gibson. La storia narra le gesta di Desmond Doss, primo obiettore di coscienza insignito della medaglia d’onore durante la Seconda Guerra Mondiale nella battaglia di Okinawa. Da sempre contrario all’utilizzo delle armi, Doss salvò, a 23 anni, 75 suoi compagni d’esercito. Gibson si avvale del celebre trionfalismo americano per raccontare la sua storia e se da un lato il film sembra destinato a non ottenere riconoscimenti a Venezia, potrebbe rivelarsi come uno dei possibili favoriti nella corsa all’Oscar 2017. Un titolo da tenere d’occhio.

– The light between oceans di Derek Cianfrance: Dopo l’ottimo successo di Come un tuono Blue Valentine, il talentuoso regista americano porta a Venezia un dramma romantico d’altri tempi interpretato da due superstar del calibro di Michael Fassbender e Alicia Vikander. La struggente storia di un guardiano del faro e di sua moglie in una sperduta isola australiana, al termine della Prima Guerra Mondiale, è già pronta a diventare uno dei titoli più attesi della prossima stagione. Non è un film propriamente “bellico” dal momento che la guerra in questo caso funge solo da cornice storica, ma di sicuro si preannuncia come una storia pronta a scuotere gli animi di molti spettatori.

– Frantz di Francois Ozon: Poesia in bianco e nero per uno degli autori più poliedrici dell’attuale cinematografia francese. Una storia d’amore ambientata appena un passo oltre la fine della Grande Guerra. Due protagonisti a cui la giovinezza è stata brutalmente strappata dalle mani e che ora cercano maldestramente di recuperare un po’ della serenità perduta innamorandosi l’uno dell’altra. Nonostante le loro giovani aspettative, scopriranno molto presto che la felicità sarà molto difficile da raggiungere. Delicato e ben girato, Frantz propone una visione interessante su una guerra fuori campo. Da non perdere.

– On The Milky Road di Emir Kusturica: Non solo Prima e Seconda Guerra Mondiale. Nel film che chiuderà Venezia 73 si parlerà anche di conflitti meno esplorati. Il regista serbo Emir Kusturica torna infatti dietro la macchina da presa per raccontare una storia ambientata durante la guerra dei Balcani con lo scopo di osservare da vicino l’amore tra due persone che non hanno più nulla da perdere. Un film al contempo concettuale e violento. Un film d’amore e un film di guerra. Un lungometraggio diviso in tre parti, in cui la protagonista è la nostra Monica Bellucci. Spetterà a questa coppia inedita chiudere l’intensa battaglia del Lido. Una guerra all’insegna del grande cinema che ambisce a non essere una semplice vetrina di celebrità, ma uno specchio sulle problematiche contemporanee lette attraverso l’occhio indagatore della settima arte.

Alvise Wollner