L’opera d’arte tra dono e commercializzazione

Mi ha sempre affascinato indagare la natura del rapporto che lega l’artista alla sua opera d’arte. In che modo un dipinto, una poesia o in generale un’opera “creata” come espressione dell’immaginazione e della fantasia dell’artista può “entrare” all’interno del  mercato? Che tipo di trasformazione avviene se si decide di introdurre la passione che ogni attività artistica genera  all’interno di una società dominata dal valore di mercato?

Secondo lo scrittore Lewis Hyde l’opera d’arte condivide con il dono il carattere erotico.

La letteratura sul dono è vastissima: antropologi, filosofi e sociologi si sono interessati per lungo tempo alle dinamiche che si generano all’interno di società e comunità dove accanto  all’economia di mercato vige una forma di proprietà che non risponde a interessi “quantificabili”, quella del dono per l’appunto.

Per primo l’antropologo e studioso francese Marcel Mauss nel suo saggio Essai sur le don, utilizzando studi  condotti presso popoli delle isole del Pacifico, aveva sottolineato come il “dono” costituisse il collante necessario all’interno di queste culture, ciò che consentiva l’instaurarsi di relazioni, determinando in questo modo l’identità di ogni singola comunità.

Il dono all’interno di queste popolazioni acquisisce un carattere fondamentale, dal momento che è ciò su cui si regge la solidarietà e la reciprocità all’interno del gruppo. Mentre l’economia di mercato occidentale risulta completamente slegata da questioni etico-morali, in molte società “primitive” vi è quasi un’identificazione, per cui l’economia è strettamente connessa a legami di tipo affettivo e da relazioni personali.

Sembra delinearsi una dicotomia irrisolvibile: da una parte l’ homo oeconomicus, ossessionato dal guadagno, disposto a rispondere solo ai dettami di una ragione strumentale messa al servizio del proprio egoismo; dall’altra, “gli altri”, popoli lontani che attraverso il “dono” riescono a rispecchiare la propria individualità solo all’interno di una collettività, creando una reciprocità e un insieme di relazioni che anziché depotenziare ciascuna singolarità, la rendono ancora più preziosa.

Secondo Hyde, l’opera d’arte si distingue essenzialmente da una merce. Un dipinto, una poesia o qualsiasi prodotto d’arte partecipa contemporaneamente di “due economie”, l’economia di mercato e l’economia del dono. Tuttavia, ciò che l’autore sostiene è che mentre un’opera d’arte può essere tale senza “entrare” in un’economia di mercato, essa non può esistere se non partecipa all’economia del dono.

Che cos’è che distingue una merce, legata alla “commercializzazione”, dalla trasmissione di un dono? Il dono è qualcosa che ci viene “elargito” e che non possiamo ottenere attraverso lo sforzo o attraverso il denaro, ovvero «attraverso un atto di volontà»1. Un bene diventa una merce nel momento in cui possiede un valore di scambio e un valore di mercato, ovvero non ha un valore di per sé, ma ne assume uno solo nel momento in cui viene separato da chi lo “valuta” e confrontato con un’ altra merce, poiché solo in questo modo può essergli applicato un “prezzo”.

Il dono,  invece, introduce un altro tipo di valore legato alla capacità di creare e riprodurre relazioni sociali. In questo caso, non è tanto il bene in sé a risultare importante, quanto i legami che si creano con esso.

Proprio per questo Hyde parla di carattere “erotico” del dono, in contrapposizione alla razionalità che si esprime attraverso la circolazione delle merci all’interno dell’economia di mercato.

Ogni donazione è un gesto di apertura e di fiducia sociale nei confronti dell’altro. Come evidenzia già Mauss, ogni dono, infatti, necessita di un “controdono”, solo così è possibile non interrompere il cerchio di relazioni che questa forma di proprietà alimenta. Tuttavia, a differenza di uno scambio commerciale, la trasmissione del dono avviene senza alcuna forma coercitiva o contrattuale.

Avendo soltanto un valore d’uso (in contrapposizione alla merce che ha un valore di mercato), il dono per essere tale deve venir costantemente “consumato” attraverso il movimento, continuando a nutrire colui al quale viene donato. Nel momento in cui un dono si ferma e non viene ridonato a sua volta, viene tesaurizzato, perdendo la forma che lo caratterizza.

Quando un artista dà forma a un’opera d’arte, una parte di questa creazione è essa stessa un dono. Gli elementi che gravitano intorno all’attività artistica come il talento, l’intuizione e l’ispirazione possono essere  definiti “doni”, dal momento che è possibile svilupparli e coltivarli attraverso la volontà, ma compaiono inizialmente nell’animo dell’artista senza alcuno sforzo, attraverso un elemento di gratuità.

La natura di “dono” che l’opera d’arte esprime non si manifesta solo nell’animo di chi la crea. Quando la tela si allontana dal pittore e diventa oggetto di fruizione all’interno di un museo o di una galleria, essa, come espressione dei “doni” dell’artista, rivolgendosi al nostro animo può risvegliare anche i nostri stessi “doni”: «La creazione artistica che ci tocca, che commuove il cuore, vivifica l’anima, delizia i sensi o ci dà il coraggio di continuare a vivere, in qualunque modo vogliamo descrivere l’esperienza, viene ricevuta come si riceve un dono»2.

L’artista contemporaneo, quindi, si trova in tensione costante tra la sfera del dono, a cui la sua arte appartiene e la commercializzazione all’interno del mercato, necessaria per la sua sussistenza. Ciò che Hyde cerca di sottolineare è che c’è sempre il rischio che l’arte come dono possa venire distrutta dal mercato, ma l’artista può e deve cercare in tutti i modi di riconciliare le due economie.

Il mercato è espressione del logos, parte dello spirito umano tanto quanto eros, per cui non si può eliminare, al massimo si può soltanto limitarne l’influsso. In che modo? Cercando entro certi limiti di vendere sul mercato ciò che abbiamo ricevuto come dono (l’opera d’arte) e utilizzare ciò che abbiamo guadagnato dalla vendita per incrementare la sfera del dono (cioè investirlo nella nostra arte).

Un artista che mira al successo attraverso il commercio delle sue opere, ma senza perdere i suoi doni, ovvero senza venire meno all’autenticità della sua arte, non deve partire dal mercato (ovvero la sua creazione non deve semplicemente rispondere alle esigenze del mercato e della commercializzazione), ma può partire solo dalla sfera del dono in cui si compie l’opera, per poi tentare di trasferirsi all’interno dell’altra economia. Solo in questo modo l’arte può rimanere legata alla dimensione erotica del “dono”, l’unica sfera che per Hyde rende l’arte propriamente tale.

 

Greta Esposito

 

NOTE
1. L. Hyde, Il dono. Immaginazione e vita erotica della proprietà, p. 13.
2. Ivi, p. 14.

[Immagine tratta da www.artenatura.altervista.org]

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Mercato d’arte e prezzi folli: amore del bello o mera ostentazione?

Credo che a chiunque venga da chiedersi cosa spinge certe persone o certe società, per quanto facoltose possano essere, a spendere cifre dell’ordine dei 100 milioni di euro per aggiudicarsi un quadro o più in generale un’opera d’arte di un grande artista. A questo proposito, mi ha fatto sorridere un mio insegnante quando affermò di aver considerato “invalutabile” la famosa villa di Maser, opera di Palladio: “come si può dare un valore a un edificio progettato da Palladio e tutto affrescato da Paolo Veronese?”.

In realtà un simile ragionamento non fa che dimostrare quanto lontana sia la mentalità accademica dalla realtà spietatamente capitalista in cui viviamo. Sì, perché ci sono ben due casi recenti in cui delle ville venete di notevole valore artistico e architettonico sono state vendute: la Villa Selvatico-Emo di Battaglia Terme (edificio seicentesco tra i più preziosi del Veneto) è stata battuta all’asta per poco meno di 3 milioni di euro, all’incirca lo stesso prezzo a cui è stato venduto il Castello del Catajo, villa cinquecentesca di dimensioni enormi (oltre trecento stanze) e affrescata da uno dei migliori allievi del Veronese (Giambattista Zelotti), rimasta più volte invenduta e dunque fortemente svalutata. Ora non si può certo dire che 3 milioni siano pochi, ma cosa dire allora dei 300 milioni a cui è stato aggiudicato un dipinto della fase tahitiana di Paul Gauguin, o dei 250 milioni per i Giocatori di carte di Cézanne, o dei 170 milioni per un nudo di Amedeo Modigliani? Ha senso che un singolo quadro valga 100 volte di più di un intero edificio storico di altissima qualità artistica?

La risposta è scontata. D’altra parte è vero che un immobile acquisisce valore secondo la sua ubicazione geografica, e che i costi di manutenzione e i vincoli imposti dalle soprintendenze ai beni architettonici possono creare notevoli difficoltà alla vendita di questo tipo di edifici, con conseguente crollo del loro valore di mercato. Tuttavia non bisognerebbe chiedersi perché le ville venete costino così poco rispetto ai quadri di artisti contemporanei, ma piuttosto perché questi ultimi, pur senza vantare dimensioni notevoli o lunghi tempi di produzione, vengano venduti a prezzi che equivalgono a diverse migliaia di anni di lavoro da parte di un salariato medio italiano. Sinceramente mi viene da credere che, in particolare in questi ultimi anni, vi sia una sorta di feticcio per la singola opera d’arte, per l’immagine nota o, quanto meno, facilmente riconoscibile, tesoretto simbolo di un’epoca di cui ci sentiamo figli, bandiera di una cultura figurativa che porta su di sé tutti i segni della storia recente. Che altra spiegazione ci può essere altrimenti a una tale assurdità? Ciò va poi legato a una corsa folle al record, a un’ostentazione esasperata dei propri averi da parte dei compratori (e non è un caso che spesso si riesca a conoscere l’identità dell’acquirente, nonostante ciò non dovrebbe normalmente avvenire), a un gioco di potere in cui l’arte è solo un mezzo (anzi, l’opera d’arte è un mezzo; l’arte non viene nemmeno presa in considerazione, visto che molti di questi acquisti vedono per oggetto quadri di artisti famosi, ma troppe volte non appartenenti alla loro produzione qualitativamente migliore).

Personalmente non ho mai avuto a che fare con questi acquirenti miliardari e perciò non posso sapere con sicurezza se veramente possano considerarsi degli appassionati collezionisti, ma sono convinto che si tratti piuttosto di accumulatori compulsivi di opere che qualcun altro ha consigliato loro di comprare a qualunque prezzo, perché averle procura prestigio al loro possessore. Sarebbe comprensibile l’atteggiamento di chi compra a caro prezzo opere d’arte contemporanea come forma d’investimento, cosa che richiede oculatezza e buona conoscenza. Ma in questo caso nessuno si spingerebbe a regalare (perché di questo si tratta) cifre come quelle citate sopra. Quegli acquisti folli devono fare notizia e devono in qualche modo abbattere totalmente la possibilità che qualcun altro possa aggiudicarsi l’opera desiderata. Ovviamente, però, qui il concetto di investimento va a morire, così come muore pure il valore dell’opera in sé. Infatti, lasciando da parte l’etica e il fatto che si è disposti a spendere cifre simili per un singolo quadro, c’è anche da constatare che con quei 300 milioni spesi per l’opera di Gauguin un collezionista con un poco di senno, un buon fiuto per gli affari e una profonda passione per l’arte sarebbe in grado di creare una raccolta degna di un museo, che potrebbe vantare quadri e disegni di numerosissimi artisti famosi ma con una quotazione più “normale”, tra i quali potrebbero esserci, per esempio, Canaletto e Turner. Che nella storia dell’arte non hanno certo un ruolo di secondo piano.

Luca Sperandio

[Immagine tratta da Google Immagini]

Il ‘Mi piace’ come nuova valuta

Qualche giorno fa mi trovavo a lezione di storia della filosofia, in aula Padoan a San Sebastiano, a Venezia. L’aula ha una capienza di circa ottanta persone e per tale corso sopraccitato il risultato è sempre un tutto esaurito. Proprio in mezzo a tutte quelle persone, in gran parte sconosciute, mi sono domandato con che criterio sviluppiamo dei giudizi nei confronti di ciò che circonda, oggetti e soggetti che siano. Non fraintendetemi, il motivo di tale domanda non trova ragione nella lezione incentrata su Kant a cui stavo assistendo, anche se egli di giudizi ne aveva formulati giusto un paio, se non un’intera opera. Questo spontaneo pensiero è nato in me dopo aver osservato un po’ di quei volti che mi accerchiavano, che mi osservavano a loro volta. Quando guardi una persona e il suo sguardo incontra il tuo si stabilisce un contatto, un dialogo muto e privo del linguaggio tradizionale a cui siamo abituati. In quel determinato istante si parla simultaneamente, si formulano dei pensieri relativi alla propria visione, arrivando a formulare un resoconto di questo nostro vedere. Dettagli e azioni spesso ci attirano, catturano la nostra attenzione e di conseguenza non riusciamo a guardare all’intero ma solo al particolare.

Ecco se pensiamo a questo breve lasso di tempo che coinvolge uno scambio di sguardi è innegabile che un’idea, un giudizio appunto sia nato, sia in uno che nell’altro individuo. Tale giudizio, come conclusione della nostra osservazione, non potrà che essere a priori come direbbe Kant, ossia un giudizio che precede la nostra esperienza. In quest’ambito lo ritengo assolutamente incompleto, se non di natura fuorviante, tanto da farci presupporre ciò che dovremmo e potremmo solo ipotizzare. Il problema, appunto, risiede proprio in questa nostra posizione, ossia l’assunzione di questa nostra opinione come verità. Dopo questo processo pensiamo di aver già conosciuto il conoscibile di un determinato soggetto o oggetto, escludendo altre caratteristiche possibili, escludendo ogni altra possibilità d’essere. L’apparenza dunque in questi semplici scambi quotidiani fa da sovrana e pare essere la struttura su cui costruire al meglio noi stessi. “L’abito non fa il monaco” si continua a predicare, eppure la mentalità che sta prevalendo oggigiorno è un apparire, vestito di ogni possibile qualità positiva quanto desiderabile, adornato di lustrini e paillettes che ne distorcono la vera forma. È un travestimento, una maschera che ci alletta e che vorremmo tanto indossare per essere, magari anche solo per un attimo, ciò che vorremmo essere. Nessuno è contento, tutti vogliono essere qualcos’altro, stravolgere se stessi per assomigliare a quelli che dal nostro punto di vista sono modelli di vita. Sono solo parole e discorsi fatti e rifatti, ne sono consapevole, ma ora più che mai siamo inconsciamente immersi in tale sistema, sistema che rinneghiamo ma dal quale non riusciamo effettivamente ad uscire. Ne sparliamo, lo accusiamo ma poi ci accovacciamo in esso quasi come segno di sottomissione, rimasti assuefatti dalla (non) realtà che esso può fornirci, dove tutti sono ciò che vogliono e lo decidono forti di un’apparente libertà.

Può sembrarvi la classica descrizione dei social network e di internet che ormai hanno preso il sopravvento sulla nostra volontà. Ebbene lo è, ma solo in parte, poiché il mio appello, la mia voce anch’essa interna a questo sistema dev’essere una testimonianza, poche semplici parole che convincano di come sia tutto corrotto ma allo stesso tempo celato e proposto in modo innocuo, quasi come una mano invisibile che ci manipola. È forse un agente esterno che opera sul mondo e su di noi? Siamo forse vittima di qualcuno al di sopra delle nostre persone? Di qualcuno siamo vittima, ma quel qualcuno siamo noi stessi, ci siamo schiavizzati da soli, creando qualcosa di immensamente grande che non riusciamo quasi a controllare. Volevamo fare la più grande scoperta della storia e ci siamo riusciti, creando un mondo alternativo, un mondo virtuale da poter elevare a realtà, sottomettendo quella che dovrebbe essere l’unica e vera realtà, quella che viviamo tutti i giorni. Non possono essercene due e, per quanto possiamo essere insoddisfatti e delusi da quel che ci è stato offerto, non lo possiamo negare e distruggere, non possiamo ripartire da zero in altro loco dimenticando da dove veniamo e dove noi realmente sussistiamo. L’altro mondo da noi creato, quel mondo virtuale apparentemente perfetto e abitabile in modo lieto da ognuno di noi, da ogni singolo essere umano esistente non può reggere il confronto per quanto sia efficace dal punto di vista dell’imitazione. È un buon mimo, che sa ripetere ogni mossa, come la nostra controparte allo specchio, ci fa credere che può darci tutte le cose di cui abbiamo (forse) bisogno. Ha i suoi metodi di valorizzazione, ha i suoi strumenti, addirittura la sua valuta per giudicare ciò che sta al suo interno e far vivere le persone di quella moneta, farle vivere PER quella moneta.

Il mio è un discorso molto astratto, parole che si sprecano nell’inconsistenza del virtuale, pertanto vorrei farvi pensare a quale può essere la strumento di questo mondo astratto, ciò che riesce ad assuefarci ad esso. Sarà sicuramente anch’esso immateriale, una moneta non sostanziale ma puramente inafferrabile. Pensateci. Ormai la usate ogni giorno, inconsciamente, non sapendo quanto valore ha ormai nel mondo che ci siamo creati, lo vedete come un semplice gesto, un dire qualcosa, un vostro esprimervi che non è poi così significativo. Si tratta di quel “mi piace” che ogni giorno ci dona importanza o la dona a qualcun altro, elevandolo a qualcosa, facendolo sembrare importante, dandogli forza.

È importante purtroppo, è importante perché noi gli abbiamo dato importanza e in poco tempo è diventato il nostro metro di misura, la nostra moneta, il valore delle cose e addirittura delle persone che ci circondano. Un valore numerico che ha superato l’impatto che ha avuto il valore numerico precedente dato dai soldi cartacei e dalla monete concrete, poiché è ahimè molto più semplice, molto più facile da utilizzare e alla portata di tutti, intellettuali e stolti che siano. Ma non date ascolto a me. Io di media ho solo 10 mi piace.

Alvise Gasparini

Da lupi a virus, genesi del parassitismo nelle relazioni sociali

L’espressione latina homo homini lupus, proverbio pessimistico, derivato dall’Asinaria di Plauto, e assunto dal filosofo T. Hobbes, nella sua opera “De cive”, per designare lo stato di natura in cui gli uomini, soggiogati dall’egoismo, si combattono l’un l’altro (Treccani), è oggi a mio avviso sostituibile con il motto Homo homini virus (titolo del mio secondo romanzo, in cui affronto il tema degli abusi di potere nell’epoca presente).

La filosofia hobbesiana, strumentalmente politica e asservita a un’idea assolutistica di potere, era innanzitutto possibile se la si considera inserita in un’epoca a cavallo tra due rivoluzioni ma soprattutto un’epoca in cui erano ancora pienamente in vigore nel bene e nel male quei valori forti, da cui conseguivano i doveri forti, che hanno poi caratterizzato la modernità e nella fattispecie l’ascesa dell’individuo, della sovranità nazionale degli Stati e del modello di contrapposizione natura/cultura, con conseguente appropriazione della natura.

Di fronte a valori e doveri che pongono l’uomo al centro dell’universo, possiamo incontrare due fondamentali concezioni dell’essere umano: quella di natura pessimistica, che vede nell’egoismo e nella guerra di tutti contro tutti l’essenza ultima dell’umano, seguita poi anche da Schopenhauer. E quella di natura ottimistica, base invece del pensiero anarchico, con le parole di Errico Malatesta:

“L’Anarchia, al pari del socialismo, ha per base, per punto di partenza, per ambiente necessario, l’eguaglianza di condizioni; ha per faro la solidarietà; e per metodo la libertà.”

Ora cosa accade? Entrambe queste visioni del mondo, che costituivano una contrapposizione di tipo polare, vengono a vanificarsi con il crollo del sistema di valori forti, e di conseguenza doveri forti, caratteristici dell’epoca moderna, simultaneamente crolla il concetto di centralità dell’uomo nell’universo e nella natura, possibilità dell’individuo, dello Stato e della coscienza, di essere realmente indipendenti dall’ambiente circostante.

Non si potrà qui considerare, per ragioni di spazio, in termini ontologici, tutto il processo di decentralizzazione dell’individuo ma, in particolare verrà affrontato il tema dell’implosione dei valori e della difficoltà di trovare un pensiero realmente antagonista (come fu nell’Ottoento il pensiero anarchico).

Per capire come gli esseri umani si siano trasformati da lupi in virus occorre considerare tre fondamentali fattori: l’economico, il sociale e lo psichico.

Dal punto di vista economico abitiamo chiaramente un’epoca che ha sostituito il modello economico al politico e dunque vive questo squilibrio tra le forze economiche in gioco e i meccanismi politici ad esse subordinati (si pensi al recentissimo fallimento del tentativo di Tsipras di ridare sovranità al popolo greco). Lo strapotere delle banche determina forme politiche asservite alla logica di un capitale sempre più volatile e sempre meno legato alle reali esigenze delle persone e, sul piano politico, istituzioni, partiti e Stati altro non sono che gli emissari di questa egemonia ultracapitalistica. Ciò determina situazioni più o meno torbide di precariato in cui a farne le spese sono per lo più i giovani e in particolare la classe media che, come aveva previsto Marx ormai due secoli fa, va via via proletarizzandosi, fino alla totale estinzione come entità.

Il precariato a sua volta determina inequivocabilmente una competizione sfrenata per potersi garantire un posto di lavoro a tempo e sottopagato, dunque sfruttamento e guerra, dove il più povero viene additato come capro espiatorio (si pensi alle recenti dispute infinite e spesso in malafede sul ruolo dei migranti) e viene demolita qualunque forma di sostegno per chi è considerato scarto.

È precisamente questo il punto da cui partire per considerare il mutamento antropologico dell’uomo da lupo a virus. Il lupo è l’individuo forte che può duellare con il proprio simile attraverso una chiara definizione dei ruoli e delle forze in gioco. Il virus non può duellare alla luce del sole poiché abita negli anfratti, è indovato e si confonde con gli acidi nucleici della cellula ospite, promuovendo, con la sua attività, la distruzione non solo dell’ospite ma, ovviamente, come conseguenza, anche di sé.

Dal punto di vista sociale assistiamo dunque alla tendenza verso l’ascesa assoluta del valore fasullo, poiché artificioso e innaturale, della reputazione, non direttamente confrontabile con le reali qualità personali, ma legata al simulacro sociale delle stesse. Operando dunque un ribaltamento dell’ordine semantico del lemma, come spesso accade (anche nel caso del termine virale), il lessico postmoderno agisce in modo mistificatorio e strumentale sull’ordine linguistico.

Reputazione da social network in particolare, si pensi a quante volte avvenga che per decidere di offrire o meno un impiego, non parliamo di lavoro equamente retribuito: ormai una lontana chimera del secolo scorso, ma semplicemente un impiego a qualche d’uno si vada a googlare il suo nome o direttamente a navigare sulla sua pagina Twitter o Facebook per accertarsi di quanti mipiace abbia, quanti seguaci, di quale tipo, cosa dicano di lui, e ci si fa così un’idea del livello di reputazione del suddetto individuo.

Ciò crea automaticamente scarti e livelli d’appartenenza sociale, non più definibili in quanto classi, e per ciò stesso capaci di coscienza di classe e dunque di lottare per la propria emancipazione, ma definibili in base alle proprie abilità comunicative, alle proprie abilità manipolatorie e alle proprie abilità associative. Scarti, per esempio, sarebbero grandi artisti e filosofi con carenze nella sfera socio-affettiva come, per citarne solo alcuni: Arthur Schopenhauer, Vincent Van Gogh, Emily Dikinson. Mi si potrebbe obiettare che costoro fossero considerati outsider anche nei secoli in cui hanno vissuto, ma esisteva ancora, nel corso del Novecento, la possibilità di rivalutare e rielaborare il passato secondo una logica non strettamente economica, una logica imperniata su valori umanistici e universali, che ponevano l’insegnamento e dunque la trasmissione di un messaggio, al centro della ricerca.

Veniamo ora alla questione della salute mentale. In un’epoca dove tutto è improntato sui numeri, sulla valenza economica degli individui e delle tribù, viene a saltare qualunque conquista basagliana. È paradossale come la follia divenga il centro focale del discorso: si chiede agli individui di essere estremi, di sperimentarsi fino a smembrarsi, di perdere l’identità, di conformarsi alla volatilità dell’epoca presente, dunque di impazzire, e contemporaneamente si etichettano come malati mentali tutti colori i quali eccedano dalla logica binaria delle appartenenze. Si creano nomi ad ok per vendere farmaci ad hoc. E qui i virus danzano, completamente liberati da qualunque forma di compassione. I virus si nutrono principalmente di fragilità umana, diversità, incapacità relazionale. I virus banchettano sulle ceneri degli adolescenti morti per abuso di sostanze, sui pazienti psichiatrici uccisi dai TSO, sulla dicitura “disfunzionale”.

Ora, è necessaria e urgente per contrapporsi alla logica binaria funzionale/disfunzionale, mipiace/nonmipiace, in/out, una riappropriazione del concetto hegeliano di riconoscimento, del concetto schopenahueriano di compassione, del concetto maffesoliniano di ecosofia.

Dunque re-imparare a riconoscere l’altro come sé, partendo dalla massima schopenhaueriana: “Rinascerai un giorno nelle vesti di colui che ora offendi e subirai la stessa offesa.” E per far questo, con i valori e i cardini mutati nel tempo presente, è necessario decentrarsi (de-egogizzarsi), riscoprire la prospettiva ecosofica di essere parte di un tutto vastissimo e immenso, noi, come l’altro, senza nessun gradino, senza nessuna scala sociale.

Ilaria Palomba

 

Biografia

Ilaria Palomba è una scrittrice italianma.
Ha pubblicato il romanzo “Fatti male” (Gaffi), tradotto in Germania per la Aufbau-Verlag nella collana Blumenbar, con titolo “Tu dir weh”; la raccolta poetica “I buchi neri divorano le stelle” (Arduino Sacco); la raccolta di racconti “Violentati” (ErosCultura), di cui un racconto pubblicato negli Stati Uniti per il Mammoth Book, l’antologia di racconti curata da Maxim Jakubowski. Grazie a una Borsa di Studio Internazionale, ha elaborato il saggio “Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art” (Dal Sud), durante un anno di studi al CeaQ, diretto dal Prof. Maffesoli; il romanzo “Homo homini virus” (Meridiano Zero), d’ispirazione per molte performance teatrali e di body-art; il racconto “Il potere della negazione”, tradotto in francese e pubblicato in duplice lingua nel numero “le BAROQUE” (2015) della rivista internazionale “Les Cahiers européens de l’imaginaire”, fondata da Michel Maffesoli e Gilbert Durand.

Ha esperito sul proprio corpo, non solo come ricercatrice, l’ebrezza della performance art, grazie al workshop “Chi sei tu” con Franko B e al workshop di Performazione con Antonio Bilo Canella e Hossein Taheri.
Scrive per le riviste “Succedeoggi”, “Mag O” il magazine di Omero, “Night Italia”, “Pastiche”, “Nova”, “Flussi Potenziali”. Alcuni suoi scritti sono entrati a far parte di antologie letterarie.
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