Solitudine necessaria

Ritiratevi in voi ma prima preparatevi a ricevervi, sarebbe una pazzia affidarvi a voi  stessi se non vi sapete governare. C’è modo di  fallire nella solitudine come nella compagnia.

(Montaigne, Saggi, Libro I, capXXXI)

La solitudine è una condizione esistenziale, un sentimento o una necessità?

La solitudine è un concetto difficile da definire perché racchiude in sé molte sfumature e differenze, prima tra tutte quella tra solitudine cercata o imposta.

In questo articolo mi soffermo sul primo tipo di solitudine, quella rincorsa e voluta coscientemente.

Su di essa numerosi pensatori e scrittori hanno disquisito, ricercando in essa il senso dell’esistenza umana; proprio da questo, dall’essenza del nostro essere, possiamo partire per cercare di vedere la solitudine come condizione necessaria all’uomo per, paradossalmente, sentirsi in compagnia, perché permette di stare lontano da tutti e di rifugiarsi in luoghi immaginari solitari in cui accrescere le proprie doti morali ed intellettuali, come riteneva Petrarca nel De Vita Solitaria.

In quest’opera Petrarca valorizza il concetto di solitudine considerandola come assolutamente utile, se non necessaria, per la conquista della pace interiore e per l’accrescimento di una maggiore consapevolezza personale.

La solitudine è vista, dunque, come modello etico da seguire e per il quale bisogna allenarsi duramente.

Nel mondo frenetico di oggi incontrare la solitudine voluta è quasi utopia: tra lavoro, famiglia, sport e hobbies vari, l’uomo non ha più modo né tempo di stare da solo, perdendo così quella fondamentale esperienza di viverSI e, perché no, di conoscersi in modo più approfondito.

La solitudine è una condizione che, se raggiunta con equilibrio e consapevolezza, genera gioia e pienezza per l’esistere quotidiano dell’uomo.

La vera solitudine, però, non deve essere confusa con il mero isolamento spaziale, ma deve coincidere con uno stato di auto-consapevolezza interiore raggiunto solo attraverso il reale ascolto di se stessi; solo in questo modo impariamo ad osservare il flusso dei nostri pensieri e a percepire le vibrazioni più interiori, rendendoci conto anche del nostro grado di fragilità.

Secondo Pascal l’incapacità umana di starsene da soli con se stessi era addirittura una delle cause dei mali del mondo, perché tale mancanza ci porta all’inconsapevolezza delle nostre più segrete inclinazioni ed intenzioni, rischiando così di agire con molta superficialità: questo è il rischio della nostra società, in cui, oltre alla difficoltà di isolarsi, vi è anche la paura di ascoltarsi, preferendo a questo una vita inconsapevole.

Questa è una delle perdite più grandi per l’uomo: perdere il tempo per se stessi, mentre non ci dovrebbero essere lavoro, famiglia o impegni che possano impedire il dialogo con noi stessi, perché solo sapendo ascoltare se stessi possiamo sapere ascoltare l’Altro, relativizzando anche molti pregiudizi.

Amare la solitudine non significa amare l’isolamento dagli altri, ma vuole dire stare bene con se stessi ed avere la capacità di non perdere gli altri nella propria solitudine ma di ritrovarli in modo più libero e obiettivo, senza condizionamenti esterni.

In questo senso la solitudine genera libertà, perché, riportando l’uomo alla sua dimensione più intima, gli permette di mettere a fuoco se stesso, le situazioni che gli ruotano attorno e di trovare, forse, il perché di tutto.

Valeria Genova

“NOI VIVI” – Attraverso la Galleria Borbonica…attraverso la vita!

Solo i morti hanno visto la fine della guerra. Platone

Un parcheggio multipiano. Moderno, nuovo, in una delle zone più belle di Napoli.

Risali in superficie ed entri nella Storia, quella vissuta, quella fatta e sudata da uomini, donne e bambini; la storia della paura, delle corse affannate in cerca di riparo, dell’angoscia di esserci tutti.

Entri nella Galleria Borbonica e, senza nemmeno chiudere gli occhi, ti ritrovi immerso negli anni della seconda guerra mondiale, periodo in cui Napoli fu la città più bombardata, con 200 raid aerei dal 1940 al 1944, di cui 181 soltanto nel 1943.

Napoli sepolta nella guerra non aveva avuto un suo poeta né un suo reporter, perché per tutti era stato troppo difficile e sorprendente il sopravvivere all’arida tragedia di quegli anni per poterla subito fissare e prolungare in una memoria, in un diario.  Nello Ajello

Se ti concentri vedi le persone che entrano, corrono, con la paura sui loro volti; i bambini ritrovano i giochi lasciati il giorno prima, le mamme si assicurano di aver preso nei 15 minuti a disposizione tutto l’occorrente per stare…quanto? E chi poteva saperlo là sotto. Il tempo diventava una variabile superflua, ciò che contava era vedere che i tuoi cari erano lì accanto a te metri sotto terra.

Percorri la galleria e ti imbatti in resti di brandine, giocattoli, boccette di profumi…già i profumi! E non per farsi belli, ma per poter respirare!

Ciò che cattura più l’attenzione sono però le scritte sui muri: nomi, date e poi la più semplice ma più commovente: “NOI VIVI”. Provo ad immaginare cosa potessero significare quelle due parole per chi le ha scritte…sopravvissuti certo, ma intendeva tutta la famiglia, come a dire “ce l’abbiamo fatta”?, oppure indicava “ehi noi esistiamo! noi siamo sotto terra, ma siamo vivi! Vogliamo vivere e non moriremo per colpa vostra!”, come una specie di sfida a chi lassù, tanto meccanicamente, sganciava bombe sui civili.

Ecco, quella scritta a me ha trasmesso un’appassionata volontà di vita, uno stringere i denti una volta ancora, senza accettare di uscire da quel rifugio come topi che escono dalla tana incerti di non rivedere il nemico.

NOI VIVI.

Una complessità ben celata è nascosta dietro a queste parole, perché vi sono tante, troppe implicazioni emotive, culturali, storiche.

Oggi chi di noi pronuncerebbe questa frase? Potremmo essere scambiati per matti o per scopritori di acqua calda, eppure non possiamo nemmeno immaginare quanto per niente scontata potesse essere dentro quel rifugio.

Proviamo solo ad immaginare il suono della sirena che indica il coprifuoco e in 15 minuti prendere le cose indispensabili per stare “x” tempo sottoterra, magari non solo per te ma anche per i tuoi figli o i tuoi nonni; e alla fine, uscire dal rifugio con quali sensazioni, quali pensieri?

La persona che ha scritto Noi vivi cosa avrà trovato quel giorno, una volta ‘riemersa’? La stessa città? E la sua casa era ancora in piedi?

Tutte queste domande te le poni mentre visiti la Galleria Borbonica, perché hai voglia di capire, di riflettere sul fatto che in quell’epoca, la maggior parte del tempo era trascorsa sottoterra.

Libertà negata, quella di essere Persone libere di camminare per la strada, di andare a lavorare, di andare a scuola! La libertà di agire senza costrizioni e di autodeterminarsi era abolita, perché costretta dentro 4 mura, circondata da centinaia di persone e dominata dalla paura, quella stessa paura che ti faceva però riscoprire il valore della solidarietà e della condivisione, che ti faceva sorridere quando incontravi le persone della volta prima, felice che anche loro fossero ancora vive.

Ecco allora forse una qualche libertà era concessa anche sottoterra: quella della volontà di vivere, di crederci, di sperarci tutti insieme e di attendere la fine di un incubo, urlando “noi siamo vivi qua e saremo vivi lassù”.

Quando la guerra finì, possiamo pensare che quei rifugi vennero abbandonati e le persone che vi trovavano riparo tornarono a casa…invece la fine della guerra portò con sé gli strascichi di una tragedia senza fine, lasciando sfollate migliaia di persone.

La negazione di una casa propria, la dignità di uomini e donne calpestata dalle macerie rimaste al suolo, questo c’era nella confusione del fragore della “liberazione”. Liberazione da cosa? Dal sottosuolo? Dal nemico? Ora non importava più il prima, si pensava solo al futuro, a cosa sarebbe successo da quel momento in poi, la preoccupazione era di sopravvivere anche al senso di impotenza e di perdita materiale e morale.

In quel tunnel, anche se la guerra era finita, continuarono a vivere almeno 500 persone.

La prigionia non era, dunque, finita.

Se vi capiterà di percorrere la galleria, assimilate ogni sensazione, pensate che centinaia di persone vi passarono giornate intere, non solo un’ora come noi visitatori; fatevi avvolgere dall’estrema umidità, ascoltate ogni rimbombo dei vostri passi, guardate con empatia i nomi incisi nella pietra e pensate che tutto questo era ‘banale’ quotidianità.

Potete avere notizie della Galleria seguendo la pagina FB: Galleria Borbonica o visitando il loro sito: Galleria Borbonica

Valeria Genova

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“Se ti distrai, rischi grosso”. Intervista ad un incursore

Intervista tratta dalla tesi di laurea “Il tempo nella sofferenza” di Valeria Genova [acquistabile qui o su Amazon]

Siamo il primo mezzo della colonna, ogni metro potrebbe essere l’ultimo, ma non ci pensi. La testa è troppo impegnata a scorgere nel terreno qualcosa di anomalo […]. 1

Questa frase proviene dalla lettera che il caporalmaggiore Matteo Miotto aveva inviato, due mesi prima di morire, dall’Afghanistan, al Gazzettino, per descrivere l’esperienza della Brigata Julia cui apparteneva; qui si intuisce subito che il presente è lo stato temporale in cui si svolge l’intera missione di questi soldati. Non ci pensi è la frase che ho più sentito pronunciare anche durante l’intervista con il Maggiore M., un incursore dell’Aeronautica Militare che ha svolto più volte missioni all’estero, in Afghanistan e in Iraq. Dalle sue parole ci arriva il messaggio forte di uomini che svolgono il loro dovere per la Patria e riescono comunque ad avere il tempo da dedicare alle famiglie; un tempo scandito dall’attesa del ritorno, dall’ansia per quello che si è lasciato in Italia e dalla speranza di compiere il loro dovere nel migliore dei modi.

Corrono giorni in cui identità e valori sembrano superati, soffocati da una realtà che ci nega il tempo per pensare a cosa siamo, da dove veniamo, a cosa apparteniamo…2

– M., cosa succede quando qualcuno dall’alto vi dice ‘tra un mese devi partire’?

Ci prepariamo. Il nostro motto è ‘addestrati duro combatti facile’: si cerca di ricreare in territorio Nazionale le condizioni della realtà Internazionale, cosa, oggi come oggi, difficile da realizzare, perché alcune simulazioni non sono simili alla realtà che poi troveremo nelle zone ‘calde’.
Vedi, quando arrivi in teatro operativo dovresti essere già pronto, ma soprattutto devi riuscire a non perdere l’obiettivo ed essere sicuro di quello che fai: ecco perché occorre arrivare con il massimo addestramento, ma non capita spesso e questo è dovuto ai tempi di recupero, tra una missione e un’altra, che sono sempre troppo brevi, lasciando così le persone spaesate poiché non riescono a trovare un equilibrio nel tempo da dedicare a tutte le cose, lavoro e famiglia.

– Ecco, hai introdotto tu stesso il concetto di ‘tempo’: come riuscite a gestirlo?

La gestione tempo per noi è divisa: vi è l’attesa di partire, quindi sai che devi partire e cominci a sintonizzare tutti i tempi della vita quotidiana, per cercare di non lasciare nulla in sospeso, cioè devi ottemperare gli impegni per il lavoro e lasciare una condizione di tranquillità emotiva alla tua famiglia e di conseguenza a te stesso. È proprio nella fase di pre- deployment, infatti, che la gestione del tempo è complessa: per esempio, se non hai pagato una bolletta in tempo e sai che chi rimane potrebbe non essere in grado di farlo, parti con una preoccupazione che si può ripercuotere poi in teatro operativo.

– Quali sensazioni avete in questa fase di pre-deployment, periodo in cui tutto si sottomette all’attesa della partenza?

Questa concezione del tempo così particolare ti crea uno stato emotivo di ansia, ma poi, una volta partito, paradossalmente ti tranquillizzi. Ansia perché stai andando in un territorio difficile, stai lasciando la tua famiglia per dei mesi, e stranamente non vedi l’ora di partire, forse per limitare la sofferenza tua e dei parenti…proprio per questo quando sto partendo sono in attesa, in ‘muta attesa’ 3, un tempo infinito e indeterminato che scaturisce dalla mia voglia di andarmene il prima possibile. Ecco perché non appena metto i piedi sull’aereo che mi porterà in missione mi tranquillizzo: ormai ci sono, me ne sto andando e non resta che impegnarsi a sopravvivere.

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– Come si vive l’esperienza nei teatri operativi?

Ogni turno che ho fatto è stato di non più di quattro mesi e mezzo e in quel periodo ero completamente concentrato solo nella mia attività e, paradossalmente, nonostante il rischio avevo tutto il tempo per riuscire a gestire al meglio l’operazione non avendo gli input continui della società che sono tantissimi, dagli obblighi legali a quelli morali: è proprio questo il vantaggio e, se vogliamo, il paradosso, perché chi pensa che una volta in teatro operativo non abbiamo più il tempo di fare nulla o non c’è la libertà di pensare alle cose proprie, sbaglia; infatti, è vero che prima di un’operazione la fase di pianificazione è lunga e l’operazione reale dura solo una frazione del tempo totale, ma è proprio questo che ci permette di gestire bene il nostro tempo in ogni sua fase e ci rende tranquilli. Quindi, quando arrivi al target devi solo mettere insieme i tasselli che hai studiato perfettamente prima. Inoltre, essendo ripartiti in team di dodici operatori l’addestramento intenso, fatto in Patria, ti consente di sapere esattamente cosa farà ogni operatore: questi, infatti, deve fare una cosa specifica nelle modalità previste dalla pianificazione.

La gestione tempi, dunque, in teatro operativo, consiste nel pianificare alla perfezione ogni cosa, stando sicuri che tutti abbiano capito quello che devono fare.

– Quando uscite dalla base e andate in missione, come avvertite il tempo? Cosa provate?

Quando andiamo in missione e stiamo fuori una settimana la pianificazione deve essere non solo finalizzata all’esecuzione dell’obiettivo, ma anche completa di tutta la parte logistica, cioè sai che sei con dodici persone e magari tre mezzi e per una settimana devi essere autonomo per cibo, acqua, tenda ecc.; è tutto tempo avvertito come attesa, dell’arrivo del rifornimento, dell’ok per spostarsi da un posto ad un altro, del completamento della missione: anche in questo caso noi viviamo ‘appesi’, il tempo non dipende solo da noi, ma si blocca e aspetta che qualcosa accada. In queste situazioni lo stato d’animo possiamo dire si trovi in una bassa frequenza, cioè tutti i ritmi si abbassano e paradossalmente -ripeto sempre paradossalmente perché alle persone che non svolgono questo lavoro può apparire strano quello che dico!- quando sei costretto ad attendere qualcosa ti rilassi: non so se è una forma di autodifesa ma trovi il tempo di riflettere, cominci a pensare, la tua mente vaga, nei ricordi, nella nostalgia di quello che hai lasciato ma soprattutto pensi a quello che ti fa stare meglio, quando rientrerai -ok sto facendo questa esperienza, ma ha un termine, magari non bene definito, ma in linea di massima devono passare 4-5 mesi, e alla fine tornerò.-. Ognuno, in questo modo, si crea uno spazio mentale e passa, dunque, il tempo cercando di pensare a quello che è stato e a quello che sarà: oscilliamo dal passato al futuro, vediamo il primo come appiglio per trovare il sorriso anche nelle difficoltà più estreme e il secondo come ancora di salvezza dall’angoscia che in alcuni momenti si può provare. Passato-futuro ti danno la forza giusta e la tranquillità emotiva per proseguire al meglio la missione. Chi, invece, ha fretta di tornare a casa e pensa esclusivamente ai giorni che mancano, non è ben predisposto per espletare questo compito; chi si trova in difficoltà, infatti, non parte proprio perché in una situazione del genere in cui si sta una settimana intera senza contatti telefonici con la famiglia, lo stato emotivo non è idoneo a sopportare un’eventuale operazione delicata

in cui si deve pensare solo a quello.
Certo che nel futuro riponiamo, però, anche tanti interrogativi, perché noi tutti sappiamo che dopo 4-5 mesi di lontananza troveremo cambiati i nostri affetti, le persone a cui vogliamo bene, è fisiologico.

– In che senso dici che trovate i vostri famigliari cambiati una volta rientrati in Patria?

Devi pensare che quello che ci rende tranquilli, anche se abbiamo lasciato una famiglia a casa, è il fatto di svolgere missioni con altre persone in una piccola cellula di dodici persone: ciò ti fa rendere conto che vivi con un’altra famiglia il cui scopo non è crescere i figli ma ha il compito di portare la pelle a casa, quindi ognuno svolge il suo lavoro per raggiungere l’obiettivo e difendersi a vicenda. Questo ti rende tranquillo.
Mentre, l’unica mia preoccupazione è quella di non poter telefonare a casa per una settimana, ma non per il fatto di sentire quella persona, che comunque fa sempre bene, ma ho la preoccupazione che quella persona non sentendomi stia male: io vivo con le persone con cui lavoro anche in operazione, quindi c’è una continuità tra territorio Nazionale e l’estero, la mia vita si riempie e rimane sempre piena; la persona, invece, che lascio e che è abituata a starmi vicino e a condividere tutto con me poi all’improvviso mi vede partire per sei mesi, quando torno la trovo inevitabilmente cambiata e poi ci vuole del tempo per recuperare. Questo accade perché quella persona passa dalla routine, da un tempo quasi monotono, sempre uguale a se stesso, statico, ad una vita in cui la velocità del tempo viene raddoppiata perché deve pensare a compiere quegli obblighi che magari prima divideva con me. È quasi un trauma per la persona che resta perché, anche se abituata, anche se consapevole del mio lavoro, si ritrova improvvisamente sola. Infatti, credo che per noi che lavoriamo in territori operativi il tempo passi molto più velocemente rispetto alla persona che attende il nostro ritorno; perché noi sappiamo che oggi dobbiamo fare questo, domani quello ecc., le nostre giornate sono continuamente scandite dagli impegni ed ogni obiettivo raggiunto diminuisce la distanza dal ritorno. Mentre chi aspetta a casa non ha la minima percezione di quello che noi facciamo e abbiamo da fare, risulta pertanto difficile avere un punto di riferimento per contare i giorni che restano…certo c’è il calendario e il solito ‘conto alla rovescia’, ma è una cosa che sconsiglio perché rallenta in modo impressionante lo scorrere del tempo.

– Il pericolo, tu, l’hai mai incontrato? Come ci si sente davanti a ciò che minaccia la tua vita?

Ciò che è considerato pericolo per noi è diverso per voi.

Capita a volte che ci si trovi a passare per delle località in Afghanistan e magari dal tetto di una casa ti tirano due colpi: per voi è pericolo, per noi significa reagire tempestivamente. Per voi il tempo si blocca nell’istante dello scoccare del primo colpo, per noi il tempo non esiste, o meglio è frazionato in millesimi di millesimi di secondo con una precisione che pare impossibile: il millesimo prima che arrivi il colpo noi sappiamo già che sta per arrivare. Non è prevedere, è il sapere dettato dall’addestramento. Infatti noi, mentre andiamo in missione, non pensiamo ‘e se adesso esce un cecchino e ci spara? E se troviamo una mina e saltiamo in aria?’ perché sono eventualità che noi abbiamo già considerato prima di partire e cerchiamo, dunque, solo di raggirare. Giochiamo in anticipo. Il tempo per noi è previsto, è ‘conosciuto’.

– L’operazione più complessa è per voi, forse, quella in cui dovete andare a catturare qualcuno: il tempo in questo caso è sempre previsto o può anche succedere che l’imprevisto mandi all’aria tutto e subentrino così l’angoscia, il panico perché per un attimo non sapete come giostrarvi?

Quando dobbiamo fare operazioni più complesse, in cui dobbiamo andare a prendere un personaggio, la preoccupazione sta solo nel cercare di rispettare la tempistica prevista: sarò in grado di entrare simultaneamente ad altri operatori che entrano dalla parte opposta? La risposta per noi è scontata: sono addestrato per questo.

Certo che non tutto va sempre come previsto, ecco perché in queste situazioni c’è l’agitazione perché tutti hanno l’adrenalina al massimo per il fatto della sincronizzazione dei tempi e, come si sa, non tutti hanno gli stessi tempi di reazione, ma, ripeto, noi ci addestriamo per questo, ed è difficile che capiti di non sapere cosa fare, perché in noi è ormai radicato l’automatismo che è ciò che spesso ci salva la vita quando non c’è tempo per pensare e agire -RAID: reazioni automatiche immediate-.

– Ti è mai capitato di dover soccorrere, durante un agguato, dei colleghi feriti? In quest’occasione, il tempo come ti è parso, veloce o lento?

A volte capitano le situazioni in cui oltre a tutelare noi stessi abbiamo dovuto assistere persone già ferite: in questo caso ci si deve allontanare dal punto di contatto e, contemporaneamente, si devono mettere in salvo delle persone. Quello che dobbiamo

81 sempre ricordarci è che quando dobbiamo portare via un ferito, lui non potrà contribuire al fuoco: ma è strano, anche in questa fase tu non pensi, perché anche qui viene tutto prima: se tu sai ciò che devi fare perché l’hai pianificato ti sale il livello di adrenalina e puoi reagire e anche quando non pianifichi qualcosa che poi però si verifica, se sei addestrato non hai proprio il tempo di avere paura intesa come panico che ti blocca! Questo lavoro ci tempra al punto che anche la gestione della paura è una gestione di qualcosa che sì è più forte di te ma che se sai gestire vai alla grande: quando tu fai qualcosa e non provi un minimo di timore è il momento più giusto che ci rimetti la pelle, mentre se hai paura e la sai gestire hai l’adrenalina a mille che è ciò che ti permette di stare tranquillo perché sai di poterti regolare. Quindi, anche se sei accanto al compagno ferito non c’è paura perché in quel momento il tuo unico obiettivo è di portarlo in salvo. Certo, poi magari a mente fredda ci pensi: se ci fossi stato io chissà…ma è un pensiero ipotetico che subito ti abbandona perché la tua mente si può concentrare solo sull’adesso. Quindi risponderei né veloce né lento mi pare il tempo in queste situazioni: non ci penso!

– Allora proprio per il fatto che non ci pensi il tempo vola via, quindi pare velocissimo…

Forse sì, sarà come dici tu, ma una cosa te la posso dire: per noi soldati in missione oggi, esiste certamente un passato, fatto di ricordi, a cui pensiamo con nostalgia, esiste assolutamente un futuro, fatto di certezze e di dubbi, ma vi è solo il presente. Noi viviamo solo il presente. Solo in questo modo possiamo sopravvivere e riuscire a ricucire il nostro passato con l’avvenire. Il presente è quello che ci salva la pelle, perché in quel determinato giorno, a quella precisa ora noi dobbiamo agire in un certo modo e la nostra mente pensa esclusivamente a quel preciso istante.
Se ti distrai rischi grosso.

Come ho potuto notare dopo questa intervista, i tempi sono decisamente cambiati rispetto a quelli delle guerre mondiali: il soldato in trincea viveva giustamente la guerra con maggiore paura, perché spesso non c’erano gli addestramenti che ci sono invece oggi, e comunque la vita in trincea era decisamente più pericolosa. Le due guerre mondiali hanno causato più vittime tra i soldati rispetto alle missioni di oggi, e questo ha reso la concezione del tempo molto diversa: per i primi c’era l’attesa estenuante del ritorno, accompagnata dalla speranza quindi di sopravvivere, il futuro era allora incerto; oggi i nostri soldati vivono il presente senza tornare troppo al passato e senza pensare al futuro, per motivi di concentrazione da cui dipende la loro salvezza. I soldati di allora vivevano il presente con l’angoscia di quello che sarebbe potuto succedere e si proiettavano verso l’avvenire per poter dire ‘sono ancora vivo’ o si rifugiavano nel passato per sconfiggere la malinconia: il presente era solo un passaggio, ma talmente lento che

sembrava eterno e da cui ci si voleva allontanare il prima possibile.

Valeria Genova

1-2: Caporalmaggiore Matteo Miotto, lettera inviata dall’Afghanistan al Gazzettino, Giovedì 11 Novembre 2010

3: Cfr. Turoldo David Maria, In muta attesa, in Ultime poesie, Garzanti, Milano, 1999, p. 13

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La Guerra (contro) del Tempo

 

Nelle condizioni di guerra lo scorrere del tempo, soprattutto in trincea, è monotono, noioso, a tal punto da indurre a sperare che succeda qualcosa, come un attacco nemico:

Di notte non si dorme perché o si è di turno alla mitragliatrice o si è scossi dalle cannonate nemiche. Spesso speriamo che gli Austriaci attacchino per romperci la noia.

Balbinetti Sabrina, Trincea (1^ Guerra Mondiale)

In questa situazione il soldato vive in una dimensione passata, per poter sopravvivere senza impazzire, quindi si rifugia nel ricordo del passato di pace per proiettare il proprio pensiero a casa, ma anche nella dimensione del futuro attraverso i sogni e l’attesa del ritorno. Passato e futuro sono concatenati tra loro, il presente è solo la dimensione dell’attuale esistenza, indesiderata ma temporanea parentesi, il vero significato della vita è riposto nel passato che fu ma che presto sarà. È il cosiddetto tempo ciclico: non vi è dubbio che la fine del conflitto significherà un ritorno alla vita precedente. In questa ciclicità non vi è la finalità ma solo una fine attraverso cui si giunge al fine, al compimento. Quest’ultimo è rappresentato dalla morte che sola consente la nascita di nuove forme di vita. Anche passato, presente, futuro entrano a far parte del ciclo, però esse vengono a coincidere: il futuro diventa ripresa del passato a sua volta ripetuto dal presente. Tutto ritorna in questo tempo ciclico.

L’unica cosa da fare per il soldato è attendere con rassegnazione, cioè assumere quell’atteggiamento morale necessario evocato ogni volta che il peso degli avvenimenti e la consapevolezza della caducità dell’uomo si fanno insopportabili.
Giuseppe Ungaretti è il poeta che esprime al meglio la concezione angosciosa del tempo in guerra: egli riprende Bergson e vede il tempo come

pura durata e continuità interiore per recuperare una dimensione più complessa e problematica dell’esistenza e lo introduce in una dimensione mitologica, avvertito nella violenza e nel torpore degli attimi e nel fluire delle stagioni:

ecco, dunque, la poesia del tempo e delle sue metamorfosi, nell’incessante travaglio delle ore e delle stagioni. Parla appunto di travaglio e per definire il tempo in guerra si esprime con le seguenti parole

una civiltà minacciata di morte m’induceva a meditare sul destino dell’uomo e a sentire il tempo, l’effimero in relazione con l’eterno, (G. Ungaretti)

effimero è questo tempo che sottolinea la nostra finitezza, molto ben espressa nella poesia Soldati:

Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie.,

 

la vita dei militari è, infatti, paragonata a quella delle foglie in autunno, dando l’idea dell’imminenza della fine: in questi brevi versi è espressa tutta la precarietà e l’attesa del soldato. La foglia sul ramo secco, fragile e indebolita dal vento d’autunno che la minaccia, attende, inerme e vulnerabile come il soldato, dopo una lunga stagione di guerra Ungaretti riesce ad esprimere la finitezza dell’uomo, la sua precarietà, perché è stato a contatto con la morte, il terrore e l’atrocità:

Ero in presenza della morte, in presenza della natura, di una natura che imparavo a conoscere in modo terribile. Dal momento che arrivo ad essere un uomo che fa la guerra, non è l’idea di uccidere o di essere ucciso che mi tormenta: ero un uomo che non voleva altro per sé se non i rapporti con l’assoluto, l’assoluto che era rappresentato dalla morte. Nella mia poesia non c’è traccia d’odio per il nemico, né per nessuno; c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione. C’è volontà d’espressione, necessità d’espressione, nel Porto sepolto, quell’esaltazione quasi selvaggia dello slancio vitale, dell’appetito di vivere, che è moltiplicato dalla prossimità e dalla quotidiana frequentazione della morte. Viviamo nella contraddizione. Posso essere un rivoltoso, ma non amo la guerra. Sono anzi un uomo della pace. Non l’amavo neanche allora, ma pareva che la guerra s’imponesse per eliminare la guerra. Erano bubbole, ma gli uomini a volte si illudono e si mettono dietro alle bubbole. (G. Ungaretti)

Si nota, quindi, come l’uomo-soldato si renda conto della sua precarietà, quindi della limitatezza del suo tempo solo davanti alle atrocità della guerra.

Vi è, dunque, una certa angoscia nell’avvertire il tempo da parte dei soldati, perché non sanno cosa il destino riserverà loro, come nella raccolta Il dolore in cui la vita appare a Ungaretti sì intrisa di violenza e sofferenza e con una fine ineludibile, ma vi è tuttavia sommesso un sentimento di fiducia e di speranza verso la vita dettato appunto dalla quasi

incoscienza in cui l’uomo si trova in guerra.
Il tempo è scandito dalle giornate che passano monotone, una uguale all’altra, a volte scosse da qualche avvenimento che riporta gli uomini alla realtà, alla nuda verità di essere ancora lì in attesa di un passato che chissà se ritornerà mai: per qualcuno succederà, per altri, purtroppo giungerà la morte, improvvisa che stroncherà le speranze dei sopravvissuti e alimenterà il desiderio che tutto, prima o poi, possa finire. È, appunto, questo prima o poi che rende indecifrabile il futuro in tempo di guerra; non vi sono certezze, né positive né negative, differentemente dal tempo nella malattia in cui vi è un’unica, immutabile certezza: la morte vicina.
Il soldato sente profondamente il veloce scorrere del tempo, il fluire delle cose, il passaggio delle persone amate e questo sentimento produce, per contrasto, la nostalgia del passato e il più tenace attaccamento alla vita.

[…]

Non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita

In questa poesia, Veglia, Ungaretti descrive la condizione in cui spesso si venivano a trovare i soldati: la notte trascorsa accanto al cadavere di un amico; un tempo infinito passato insieme alla morte che di colpo fa tornare alla mente la caducità dell’uomo, lo zittisce, lo rende consapevole di quanto sia preziosa la vita e quanto questo debba essere sempre tenuto a mente, perché non possiamo sapere cosa accadrà domani. Nonostante questa situazione penosa e terrificante, però, l’istinto dell’uomo non l’abbandona e lo rende attaccato alla vita come non mai: nella drammaticità della situazione, percepisce solo la propria volontà di vivere, che prevale su tutto. Ecco che qui si può notare una somiglianza con il tempo nella malattia, il quale, precludendo ogni speranza futura, fa capire all’uomo quanto fosse importante la vita prima della malattia e quanto si dovesse vivere ogni istante: per Seneca, infatti, il problema dell’alienazione dell’uomo sta nell’inconsapevolezza dell’individuo della sua fragilità. Se egli si rendesse conto di non essere immortale, saprebbe sfruttare il tempo nel modo migliore.

Non ha alcuna importanza la quantità di tempo che viene assegnato, se non c’è una base su cui poggi, essa passa via attraverso animi sconnessi e bucati.

Seneca

La guerra, dunque, è circoscritta in una parentesi tra un passato e un futuro che si vogliono uguali l’uno all’altro; un’esperienza, questa, che s’inserisce all’interno di una visione non escatologica ma ciclica del fluire del tempo.

Valeria Genova

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Il tempo dell’anoressia

Ma il risvegliato e il sapiente dice: corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro; e anima non è altro che una parola per indicare qualcosa del corpo.

Nietzsche Friedrich, Così parlò Zarathustra

L’anoressia è una malattia, un male che molte persone, oggi, si autoinfliggono, è una libera scelta:

Una malattia ti capita, l’anoressia è una libera scelta. Io non sono una vittima. Si sa l’ossessione è la fonte continua del genio e la sua follia.

Testimonianza di una ragazza anoressica tratta da La mia storia su Youtube

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