Il respiro dell’immateriale: il cittadino-paziente e l’isolamento

Nel mondo globalizzato dal virus la biopolitica prende il sopravvento. Il cittadino-paziente è impossibilitato ad uscire di casa, se non per comprovate esigenze lavorative o di salute.
La politica sbadatamente si dimentica che il distanziamento sociale tra anima e corpo è oramai superato. Il diritto alla salute, di cui tanto si è parlato, non può prescindere dal precedente assunto. L’Uomo, connubio di anima e corpo, è un essere-nel-mondo e in quanto tale include tra i suoi determinanti di salute anche l’ambiente esterno in senso lato.

Rinchiuso nelle quattro mura domestiche il cittadino-paziente sente l’esigenza dell’immateriale: il contatto con la natura, le relazioni interpersonali, la cultura.
La biopolitica, preoccupata molto del corpo e dei possibili effetti su di esso, ha prestato ben poca attenzione agli effetti sulla psyché e alle possibili ripercussioni nella sfera delle relazioni con l’Altro.

Cresce – in isolamento – il bisogno di alterità: di altro e di altri. La solitudine infatti se imposta si trasforma in isolamento. E l’isolamento pandemico rivela la spietatezza del capitalismo. Al cittadino-paziente è permesso di uscire per andare a lavorare, ma non gli è concesso oziare su un prato o su una spiaggia. Non gli è permesso trarre godimento dalle bellezze naturali e dall’incontro con l’Altro.

Cresce – in isolamento – il bisogno di complessità. L’esistenza dell’individuo si alimenta attraverso l’interconnessione di esperienze, situazioni, contesti, idee, parole, emozioni e sensazioni. Nell’apatia e nell’omogeneità dell’isolamento pandemico il cittadino-paziente esaurisce la sua alterità. Soffoca.

Ma il cittadino pazienta e attende il viaggio al di là dei propri confini domestici, con o senza passaporto immunitario. L’apprendere un nuovo valore di spazio-tempo conduce il cittadino post emergenza pandemica a viaggiare a rallentatore. Godersi ogni attimo e riappropriarsi dell’interazione con la natura, in cui – come dimostrato da studi scientifici – l’attività cerebrale è più efficiente e lo stato psicologico ne trae vantaggio. L’irregolarità del paesaggio naturale ridonano la complessità e l’alterità. Il solo osservare l’eterogeneità delle forme della natura origina uno stato di rilassamento e benessere generale.

Il cittadino pazienta e attende l’amico, la cui amicizia rappresenta il dialogo delle diversità. Non statica, bensì in movimento, l’amicizia unisce il molteplice e consente di scoprire ed esaltare la propria unicità.

Il cittadino pazienta e attende la cultura, di cui la psyché si nutre e attraverso cui la comunità prospera. Ora più consapevole dell’utilità dell’inutile abbandona il culto dell’utilità, che inaridisce lo spirito. L’arte non più confinata entro le mura dell’isolamento pandemico, torna ad essere espressione libera e condivisione.

Il virus soffoca il respiro, ma il cittadino pazienta e ritorna a respirare l’immateriale.

 

Jessica Genova

 

[Photo credit Marc-Olivier Jodoin via Unsplash]

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Filosofia: se serve, a cosa serve e altre cavolate

Al mercato delle chiacchiere vendute a metà prezzo, c’è un banchetto più luccicante degli altri, dinnanzi al quale un banditore enumera con entusiasmo la mercanzia esposta e i vantaggi derivanti dall’acquisto. È il banchetto del “se serve, a cosa serve e a chi”, dov’è possibile comprare il senso di qualsiasi attività abbia un’utilità, dov’è possibile comprendere finalmente che il senso di qualcosa coincide con la sua utilità immediata. Il venditore è sapiente e di recente ha iniziato a vendere anche il senso della filosofia: a che cosa serve la filosofia? Perché mai qualcuno dovrebbe spendere i migliori anni della propria vita a leggere migliaia di pagine da questa gloriosa storia del pensiero?

Per essere felici, ovviamente.

Non si sa bene come – bisogna già essere grati al mercante di chiacchiere per averci concesso di comprare questa venerabile verità – ma ora finalmente sappiamo che lo studio della filosofia serve a essere felici. Finalmente sappiamo che leggere la Repubblica di Platone, Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer o la Fondazione della metafisica dei costumi di Kant serve a diventare persone felici, a pescare gli ingredienti necessari per cucinarsi al volo una vita beata: un po’ di atteggiamento socratico, tendenza ascetica q.b., due manciate di cialtronerie sulla legge morale. Condire a piacere con un pizzico di spirito scientifico e una manciata abbondante di onestà intellettuale.

Per verificare questa verità basta fare una passeggiata tra le aule di una qualsiasi facoltà di Filosofia e godere dello spettacolo di dottori e dottorandi, laureati e laureandi beati che contemplano la propria felicità sotto salici abbondanti.

Anche fuori dalle università, è evidente che la felicità sia diventata finalmente a portata di mano: chiunque può comprarsi un libro o un e-book di un qualche filosofo oppure – meglio ancora – di qualcuno che spiega come diventare felici seguendo questo o quel pensiero.

È forse una delle stronzate con più risonanza tra quelle che la folla mastica e si vomita addosso: lo studio della filosofia non rende felici, non rende beati, non rende migliori. Perché non c’è disciplina il cui studio sia sufficiente per essere felici: non esiste una teoria che dia come esito necessario una vita beata.

La verità venduta al banchetto del “se serve, a cosa serve e a chi” è, a ben vedere, quel che resta dalla ruminazione di una verità più ampia, autentica e, dunque, difficile da digerire per gli stomaci delicati della folla a cui bastano rapide e sommarie indicazioni, che s’accontenta di ordini camuffati da consigli amorevoli.

Per incamminarsi lungo la propria felicità, non si può fare a meno di confrontarsi con le grandi questioni che pungolano l’umanità dall’inizio dei suoi giorni e la storia della filosofia può essere letta come una serie di tentativi più o meno espliciti di farvi i conti. Lo studio onesto della filosofia mette tuttavia dinnanzi alla necessità di trovare la via di mettere coerentemente in pratica ciò che si pensa, si dice, si scrive.

Se serve a qualcosa, la filosofia serve a interrogarsi sulla maniera migliore per fare della propria vita un tutt’uno con noi stessi, per agire secondo quello che la nostra coscienza ha dinnanzi. La radicale utilità del pensiero filosofico risiede nel fatto che informa la mente in maniera tale da non permetterle di accontentarsi di facili risposte, di ricette spacciate con maestria agli angoli delle strade; in maniera da non permetterle di chiudersi alla ricchezza dei fenomeni che appaiono all’umanità, alle sfide che ciascuno di noi ha da vincere contando, in fondo, soltanto su di sé.

Emanuele Lepore

 

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Filosofia: l’invisibile perduto

«[…] Se è vero che gli uomini si diedero a filosofare per sfuggire all’ignoranza, è
evidente che facevano scienza per sapere e non per utilità pratica
»1.

Queste parole di Aristotele sono note ormai a chiunque abbia solo un’infarinatura della cultura classica. L’attività del pensiero e la totale dedizione ad esso sono ciò che possono far sprofondare l’essere umano nell’inquietudine della propria vita interiore, ma innalzarlo anche al di sopra dei mostri dell’esistenza, per riderci su. Dallo stoicismo alla psicoanalisi, la filosofia ha spinto l’uomo verso la semina di nuovi mondi, come il cavallo traina l’aratro.

Tuttavia, nella celebre frase di Aristotele si nasconde un elemento desolante e scoraggiante: sin dai suoi albori, la filosofia ha avuto bisogno di una giustificazione. Persino il maestro di Stagira ha sentito la necessità di sottolineare l’importanza della filosofia e della sua coltivazione.

Massime come «l’utilità dell’inutile», o illazioni ironiche come quella di Voltaire, secondo il quale «per filosofare servono pancia piena e piedi caldi» hanno, in realtà, segretamente degradato questo sapere sin dal suo interno.

Scorrendo velocemente la spirale del tempo, arrivando così ai nostri giorni, vedremo allora che si è giunti al nodo di svolta di questo processo di autosvilimento della filosofia: essa è l’inutile per eccellenza, il Sogno ridicolo di Dostoevskij; eppure, mai come adesso, il nostro tempo grida disperato per la sua mancanza. È un grido
silenzioso, con la bocca spalancata rivolta al cielo, e lo sguardo attonito perché nessun suono trabocca.
L’uomo di oggi ha più che mai bisogno di filosofia, perché non ha solo perso la strada, ma ha dimenticato come trovare nuove indicazioni.

Filosofia non ha bisogno di giustificazione, come non ne ha bisogno il primo albero che ha dato ossigeno alla terra. Essa è l’attività più spontanea della mente e del cuore umani. Filosofia non è solo la ricerca dell’invisibile, ma è anche e soprattutto la cura della possibilità che l’esistenza umana non si riduca alla sola realtà esperibile, ma che essa abbia uno spessore, una profondità, delle ombre. Per questo, la filosofia è un sapere profondo e a volte difficile, ma necessario perché l’uomo si ricongiunga al suo mistero.

L’essere umano di questo secolo ha dimenticato tutto ciò, e non riesce così a dare un nome al suo disorientamento. Egli ha perso la sua ombra, il suo spessore; la sua figura rischia di sparire fra le cose del mondo.

La filosofia dovrà così sganciarsi dal processo di deterioramento interiore, e riappropriarsi del suo compito di ricerca dell’invisibile: dell’amore, della vita, dell’infinito.

Prima l’uomo smetterà di giustificare la necessità della filosofia, prima egli recupererà le sue origini, e, soprattutto, una direzione verso cui slanciarsi.

Solo quando riavrà la sua ombra, la filosofia potrà indicargli una nuova luce.

Fabiana Castellino

Fabiana Castellino è nata nel 1990 in Sicilia.
Si è laureata in Scienze filosofiche con lode, all’Università di RomaTre, con una tesi su Arthur Schopenhauer.
Ha maturato diverse esperienze nell’educazione dei bambini, prima con disabilità, e adesso svolge un progetto di volontariato europeo presso una scuola Steineriana in Belgio.
La lettura e la scrittura le sono state compagne sin da bambina, e l’hanno sempre guidata nelle sue scelte, professionali e di vita.

NOTE:
1. Aristotele, Metafisica, I, 982b, 15-20

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Utilità del sacro o sacra utilità? Isis, la “fatwa” che giustifica il traffico di organi umani

L’Isis, attraverso la Fatwa (68), ovvero una sentenza religiosa emessa dal consiglio degli ulema il 31 gennaio 2015, esplica come l’espianto di organi da un prigioniero per salvare un musulmano sia giustificabile. Tuttavia, il testo, da solo, non costituisce la prova che lo Stato Islamico abbia avviato un traffico di organi umani.

Ci imbattiamo nelle divergenze che si schiudono circa la questione se si debba rifiutare la pena di morte in quanto tale oppure soltanto determinate forme della sua esecuzione. Vi è il pericolo di regredire rispetto alle conquiste ottenute all’epoca dell’Illuminismo. Correva l’anno 1764, Cesare Beccaria pubblicava il suo libro Dei delitti e delle pene in forma anonima. L’autore dimostra che «la morte non è né utile, né necessaria».
È possibile chiedersi, in luce della Fatwa dello Stato Islamico, se l’argomentazione contro la pena di morte, fondata sulla sua scarsa utilità, possa dirsi soddisfacente. Ovvero, se in alcuni casi fosse possibile dimostrare l’utilità di un’uccisione, l’eliminazione di una vita sarebbe ammissibile?

Tale quesito apre uno spiraglio di luce per la suddetta sentenza. Una vita per una vita. Indossando, per un momento, gli occhi dello Stato Islamico, il prigioniero verrebbe condannato a morte; pertanto, perché non rendere utile la sua uccisione per salvare una vita?

Sorgono spontanee le seguenti domande: qual è il valore di una vita e la sua dignità? E la sua sacralità? Come è possibile divergere nella concezione di un valore inviolabile?

Kant, nella sua Fondazione della Metafisica dei Costumi, argomenta la tesi secondo la quale la dignità umana è connessa all’idea di valore: «si tratta di un valore intrinseco all’essere umano, in quanto essere capace di darsi leggi morali, e dunque universali»1. Nella massima di non trattare mai gli uomini come mezzi ma sempre come fini vi è implicita l’idea che alcuni valori non sono violabili.

Risulta impossibile la proposta di “una vita per una vita”. E ne deriva la sua sacralità.
La sacralizzazione della persona, compiuta da Durkheim, esprime la fede nei diritti umani e nella dignità dell’Uomo. Per lui la sacralità della persona rappresenta l’unico sistema di credenze che «possa assicurare l’unità morale del Paese», e non solo uno dei possibili sistemi di credenze corredati di effetti integrativi. La sacralizzazione della persona permette di costituire un vero e proprio legame sociale.

È opportuna, inoltre, una riflessione sulla tematica del dissenso in fatto di valori.
Il dissenso genera molteplici possibilità. Naturalmente non sono i valori o i sistemi di valori ad agire, ma soltanto le persone. Esse possono unirsi in azioni comuni anche in quei casi in cui i loro valori differiscono. La differenziazione è causata dalla complessità delle esperienze. Esse giocano un ruolo propulsivo essenziale.
Nel nostro sistema di valori la vita risulta essere inviolabile, come recita l’articolo 3 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo del 1948. Come sostiene Hans Joas, l’affermarsi dei diritti umani va inteso come un processo di sacralizzazione della persona. Il relativo successo dei diritti umani indica che la sacralizzazione della persona pare oggi prevalere sulla scena della società. Rimaniamo, così, sconcertati dalle parole che trapelano dalla Fatwa 68 dello Stato Islamico. Il suddetto documento ci ricorda che l’idea della sacralizzazione della persona non può essere considerata tranquillamente acquisita. In una visione lungimirante, i diritti umani possono ottenere una possibilità solo se «essi vengono sostenuti dalle istituzioni e dalla società civile, sono difesi con argomentazioni e incarnati nelle pratiche della vita quotidiana»2.

Jessica Genova

NOTE:
1. Immanuel Kant, Fondazione della Metafisica dei Costumi, Roma 2009.
2. Hans Joas, La sacralità della persona. Una nuova genealogia dei diritti umani, Milano 2014.

[Immagine tratta da Google Immagini]

La rarità di un bene

L’oro: il paradosso dell’elemento che tutti desiderano, tutti ricercano affannosamente ma non serve a niente.

Proprio così, l’oro non ha alcuna funzione fondamentale per il nostro pianeta, non è come il rame o lo zinco, eppure con l’oro l’uomo ha voluto forgiare tutto ciò che per lui e i suoi simili possedeva un enorme valore: i gioielli e il denaro.

Per quale motivo? Cosa dà valore all’oro? Cosa lo rende l’elemento più pregiato?

Semplice: la rarità.

Dall’ inizio della vita umana sulla terra, ne è stato estratto tanto solo da riempire tre vasche olimpioniche.

Poco. Di oro ce n’è poco. Pochissimo

Certo potremmo vivere senza. La vita sulla terra continuerebbe senza alcun problema, ma agli uomini rimarrebbe l’amaro in bocca, la sensazione di essere privati del quid che dà un senso alla fatica di tutti i giorni, della speranza che aleggia sugli occhi delle giovani donne.

David Ricardo, economista:

Non esiste rapporto tra l’utilità totale e il valore. Se l’utilità è necessaria perché una merce abbia un valore di scambio, la stessa utilità non ne misura il valore. Vi sono infatti beni molto utili che valgono poco (grano); beni poco utili che valgono molto (diamanti): dei beni indispensabili che non valgono niente (aria).

Prendiamo i sentimenti.

Hanno un valore immenso: senza l’ira di Achille Troia probabilmente non sarebbe caduta in mano agli Achei; senza la malinconia oggi non potremmo leggere una strofa del Leopardi; privati dell’amore non compiremmo la maggior parte dei nostri gesti quotidiani.. baciare.. accarezzare .. sorridere.

Ma se ci domandassimo se siano davvero utili?

Facendo un rapidissimo calcolo costi­benefici probabilmente no: I sentimenti richiedono costi elevati per benefici incerti.

È come quando decidi di comprare su ebay l’ultimo iphone ad un prezzo stracciato preso dall’euforia del momento e passi le ore che ti separano dall’agognata consegna in uno stato che oscilla tra l’eccitazione e il terrore che l’attesa non termini mai.

Succede quando ami: compi il fatidico salto nel buio, decidi di fidarti, di abbandonarti completamente all’Altro che ti sta difronte, accettando il rischio che potresti cadere, che le braccia che oggi ti sorreggono un giorno potrebbero mollare la presa.

Eppure lo accettiamo. L’uomo, l’animale razionale, accetta di consegnarsi all’irrazionale. Accetta il rischio. Lo fa perché sa che non varrebbe la pena un minuto in più su questo lembo di terra se non ci fossero la pelle d’oca, il brivido che attraversa il corpo da capo a piedi, il cuore che accelera improvvisamente il suo battito, il tremolio che rende la voce fioca.

Il sentimento non è utile ma ha valore perché quello vero, quello autentico, così come l’oro è raro.

Valentina Colzera

[Immagini tratte da Google Immagini]