Intervista a Daniela Latino: la coniugazione di teoretica e pratica

Incontro la professoressa Latino un giovedì sera, prima di uno spettacolo teatrale organizzato dal liceo presso cui lei lavora e io collaboro esternamente; vado a prenderla a casa, e ci dirigiamo in un locale tranquillo, dove poter conversare in pace.

La carriera scolastica e il percorso di studi di questa studiosa, è di quelli che fa impallidire: Daniela Latino si laurea nel 1994 all’Università di Padova in Filosofia, nel 1997 consegue la specializzazione in Didattica e Insegnamento presso l’Università di Trieste. Nel 2001 ottiene la laurea magistrale in Bioetica presso l’Università di Medicina e Chirurgia “Gemelli” di Roma e, nel 2009, un master di II livello in Bioetica e Formazione presso le Università Cattolica e Pontificia Lateranense. Nel 2013, infine, consegue un master di I livello sui DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) presso l’Università Cattolica.

Dopo aver assistito per oltre tre anni i malati terminali presso gli Ospedali civili di Padova e Conegliano (e il ricordo di questa esperienza, ancora oggi, la commuove), attualmente insegna Filosofia e Storia presso il Liceo “Flaminio” di Vittorio Veneto e Bioetica presso l’Università di Bolzano; collabora con la Fondazione Lanza di Padova e con l’Università Cattolica del Sacro Cuore per la formazione in Bioetica; infine, è membro del comitato scientifico della Fondazione C.A.R.E..

  1. Insegnante nei licei, insegnante universitaria, medico, studioso, mamma e moglie. Lei è tutte queste cose insieme. Quale ruolo la rispecchia di più?

Quello di mamma. Perché la maternità, l’avere dei bambini e poterli educare e allevare, rispecchia ciò che, eticamente, penso sia il valore fondante per tutto il resto.

  1. Bioetica, ovvero etica della vita. Mi permetta una domanda provocatoria: cos’è l’etica, e cos’è la vita?

La vita è lo spazio di tempo nel quale ogni persona si realizza e trova la sua dimensione, aprendosi a sé stessa e al prossimo e non perdendo mai di vista la direzione a cui è destinata, nella consapevolezza dei propri limiti e delle sue ricchezze. E l’etica è l’orientamento – se vogliamo il faro – di questo agire che è la vita; è ciò che ci permette di avere dei principi fondamentali a cui ispirarci, dei valori che possono essere anche universali.

Bioetica – in realtà – è un concetto che ha varie e diverse definizioni: c’è quella di V. R. Potter, c’è quella dell’Enciclopedia delle Scienze di André Hellegers … Secondo me, questa disciplina si orienta tanto in direzione dell’uomo – e lo accompagna dall’inizio della vita fino al suo termine –, quanto verso l’ambiente e verso gli animali. Insomma, essa si prefigura sia come analisi, che come tutela di tutti gli esseri.

  1. Ogni filosofia, nel corso della storia, ci ha proposto la propria visione della vita. Ma la bioetica di quale “modo di pensare” fa più tesoro? Oppure essa prescinde dalle divisioni in scuole?

No, certamente la bioetica non prescinde da queste divisioni: essa stessa è divisa al suo interno, ma più che di “scuole bioetiche” parlerei di “modelli”. I modelli più ampi in cui la bioetica si declina sono quello sociobiologista, quello liberal-soggettivista, quello utilitarista e quello personalista. Ovviamente, c’è anche la distinzione – che secondo me è falsa! – tra bioetica cattolica e laica. E perché sia falsa è presto detto: la bioetica o è razionale – al di là della discriminante dell’adesione o meno a un credo, che è un qualcosa di secondario – o non lo è. Dal mio punto di vista la bioetica si fonda su un valore basilare, per quanto non assoluto, che è la centralità della persona.

  1. Nel mondo di oggi, secondo lei, c’è necessità di instaurare un legame stretto tra filosofia e medicina?

Assolutamente sì! La medicina tout-court non esiste più; essa è un insieme di scienze mediche, quindi di discipline (o branche), e si fonda sulla tecnica. Il medico unico è scomparso ed è sorta una pluralità di specialisti che si occupano della persona. A queste condizioni, c’è il rischio di non fare più sintesi: l’individuo rischia di essere parcellizzato, e di essere trattato come un “portatore-di-patologie” piuttosto che come la singolarità che, di fondo, è. Di conseguenza, è doveroso far riferimento a una fondazione etica della prassi medica, anche perché, ormai, non si può discriminare – come faceva una grande divisione storica nella filosofia – tra aspetto prescrittivo e aspetto descrittivo del procedere.

  1. Andiamo sui temi di più stretta attualità. Secondo lei è bioeticamente accettabile l’eutanasia?

Ci sono modelli bioetici che l’accettano … quindi io non mi chiederei se essa sia bioeticamente accettabile; mi chiederei piuttosto se sia eticamente accettabile. Ora, se io ritengo che la vita sia un valore fondamentale, e su questo declino il concetto di “qualità”, nel momento in cui io chiedo una qualità di vita migliore, non posso non vivere, ossia chiedere la morte. L’eutanasia è un assurdo, dal punto di vista razionale – naturalmente se partiamo dall’idea che l’uomo, per fondare qualsiasi altro diritto, deve essere in vita.

La libertà non può mai essere assoluta: noi nasciamo dipendenti e moriamo dipendenti; quindi, in realtà, più che chiedere l’eutanasia, la richiesta giusta sarebbe quella di migliorare la qualità dell’esistenza. Per questo, esiste la medicina palliativa.

  1. Qual è, è una domanda personale, il tema più bioeticamente spinoso, nella società (non dico italiana, ma globale) di oggi?

Non ce n’è un tema solo, piuttosto una moltitudine. Quello forse più inquietante è l’eugenetica e la clonazione, mentre direi che il problema degli xenotrapianti è ormai superato. Quindi: sì, il problema bioetico più pericoloso risiede nell’eugenetica, che fa il paio con la “medicina dei desideri”, ovvero la pretesa di avere una prole geneticamente perfetta o geniale – prole a cui vengono assegnate, obbligatoriamente, precise caratteristiche scelte a tavolino. Ma ci sono certamente altre interessanti tematiche da analizzare, faccio solo l’esempio della clonazione terapeutica e l’utilizzo degli embrioni per la creazione di organi per trapianti.

  1. Una delle frasi slogan di coloro che propugnano il cosiddetto “utero in affitto” è: “Maternità e paternità sono solo concetti”. È corretta questa affermazione secondo lei?

No. O meglio: io non lo penso. Maternità e paternità sono condizioni esistenziali che mutano profondamente nel corso della vita: una madre cresce insieme con il suo bambino in grembo. Ci sono sempre più prove scientifiche di un legame biochimico, sensoriale e relazionale che instaurano tra il feto nell’utero e la donna. Benché non ci siano ancora certezze in tal senso, abbiamo un’ampia letteratura scientifica e un gran numero di studi che si sono dedicati a questo tema, giungendo ai risultati appena citati.

Inoltre, molte donne che hanno “affittato l’utero” chiedono, poi, di tenere il bambino; questo non ci deve affatto stupire: nel momento in cui una donna percorre questa strada non ha ancora “dentro” di sé – fisicamente – un bambino; quando ciò succede, la percezione delle cose muta, perché inizia a capire cosa significhi aver, crescente in sé, una vita. Il bimbo, insomma, non è un oggetto, un qualcosa che si può “portare” e accudire come un bambolotto.

Nel momento in cui io “commissiono” un figlio, può darsi anche il caso in cui il neonato non risponda a quei determinati criteri estetico-fisici che mi ero imposto al momento della stipula del contratto: in situazioni di questo tipo si è visto che i tassi di divorzio subiscono una crescita sensibile, a dimostrazione che la genitorialità è sentita da questi “affittuari” come estranea, come qualcosa-che-non-appartiene-loro.

  1. Lei in quanto insegnante è sempre a stretto contatto con i ragazzi. Si sente spesso parlare, in televisione o nei mass media in genere, di crisi valoriale della gioventù; una crisi che spesso si traduce in dipendenze (alcool, droga…). Lei, da medico e da filosofo, è d’accordo nel collegare dipendenze e crisi dei valori? Ma ancor prima: cosa sono “i valori”?

I valori, collegandomi all’aggettivo greco áksios, sono ciò per cui è “degno” spendere la vita; sono “ciò a cui far riferimento”. Solo un’etica che si fondi su dei valori, e che abbia come faro i principi, può essere un’etica che porti a scindere il bene dal male, sapendoli anche distinguere, a volte, da “giusto” e “ingiusto”, perché non sempre “bene” corrisponde a “giusto”.

Per quanto riguarda le dipendenze: effettivamente una mancanza di valori, un orizzonte che è sempre più labile e che si sposta di continuo, non lascia ai giovani altro riparo che non la richiesta di poter godere di una felicità subito raggiunta. Fondamentalmente, questo orizzonte valoriale sempre più labile è anche sommamente improduttivo; d’altronde è molto più facile trovare, e godere, di alcuni “beni” temporanei – per quanto deleteri per la persona – che non ricercare il bene assoluto.

  1. Cosa si augura per il suo futuro, professoressa? E cosa augura a noi giovani?

Domanda difficile. Il mio futuro, oramai, è quello che sto vivendo. Io lavoro coi giovani – nei licei e all’università –, scrivo, lavoro nei protocolli e nei comitati etici … questa è la mia vita. Ovviamente quello che mi auguro è che i miei figli crescano nel rispetto degli altri e di sé stessi, cercando di realizzare, al massimo, i loro talenti. In effetti, è quello che auguro a tutti i giovani. Per quanto riguarda i miei bambini, mi auguro di riuscire a educarli in modo da insegnar loro a saper volare da soli, lasciandoli liberi di fare quel che più desiderano.

  1. Ultima domanda, dedicata ai nostri lettori: cosa pensa della filosofia?

E’ una domanda ben strana! Nel senso: “della filosofia” è troppo generico. In realtà, dobbiamo essere molto attenti a osservare l’orizzonte filosofico in cui inseriamo noi stessi: ci sono alcune filosofie che mi appartengono e che sento più vicine, altre (faccio l’esempio di quelle non-cognitiviste) che mi sono lontane e del tutto estranee. Quel che penso, in generale, è che c’è bisogno di un uso consapevole della ragione umana, e della sua applicazione alla prassi quotidiana. Il tempo della teoresi è finito. Se vogliamo che il futuro sia migliore, dobbiamo ricercare, a tutti i costi, la coniugazione di teoretica e pratica.

David Casagrande

Strumentalità e natura (umana)

Le nuove frontiere della tecnica costituiscono anche le nuove frontiere della morale, delle quali si parla e si parlerà sempre più; in questo momento, ad es., a proposito del cosiddetto utero in affitto. A priori, non credo possano esserci obiezioni sul fatto che ciascuno possa vivere e agire come più gli piace (si badi, en passant, che questo discorso ne contiene un altro, ovvero il fatto che il limite di tale libertà non sia da intendersi come quel confine dove inizia la libertà altrui: questa è una visione della libertà a compartimenti stagni, a perimetri, a ghetti, una sorta sistema di celle contigue; il limite, se questa è la parola giusta, sta invece nell’interazione con l’alterità: la libertà non è un oggetto da possedere, è una relazione), ergo ogni pratica atta ad incrementare tale libertà è in linea di principio benvenuta.

E tuttavia una misura resta. Ma non mi sembra che possa essere quella che si sente andare per la maggiore: indignarsi perché l’utero in affitto, in questo caso, o altre pratiche in altri e/o futuri casi, è una strumentalizzazione della natura, segnatamente di quella umana, per di più fatta per denaro.

Questi argomenti non mi sembrano convincenti per delle ragioni molto semplici.

Quanto alla critica alla strumentalità, mi sembra una sorta di cecità selettiva. Vivere in una casa di cemento, plastica e acciaio per edificare la quale sono stati abbattuti alberi, spostarsi con mezzi di trasporto che emettono agenti inquinanti, trivellare in cerca di petrolio, ricevere una trasfusione di sangue o un organo trapiantato sono strumentalizzazioni della natura, anche di quella umana, che passano alquanto inosservate – altrimenti i  fautori della non manipolazione della natura dovrebbero vivere in case sugli alberi (ma anche quella non sarebbe una manipolazione?), o spiegare perché alcune manipolazioni fanno problema ed altre no (come se vedere Jack lo squartatore all’opera con la vittima A o con quella B cambiasse l’essenza di quello che sta facendo).

Ma l’uomo è naturalmente contro-, o meglio, oltre-natura. L’uomo è un essere strumentale. La vera domanda allora è: perché a volte strumentalizziamo la strumentalità e a volte no?

Quanto alla questione del denaro, è solo una delle forme di strumentalizzazione, a sua volta strumentalizzata da movimenti politici, religiosi e quant’altro, che non dice niente sulla questione della strumentalità in sé.

Voglio dire, la ricchezza è la direttrice fondamentale su cui viaggiano libertà e felicità? E quindi la povertà è il male assoluto? Non è questa una posizione che scivola pericolosamente verso il discorso capitalista/neoliberista? Si sente dire che nei Paesi del terzo mondo ci sarà chi accetterà di sottoporsi alla pratica dell’utero in affitto, e/o ad altre pratiche, solo perché costretto dall’indigenza. Questa è purtroppo una tragica verità. E tuttavia questo è un discorso politico, che in quanto tale continua a non dire niente sul significato delle cose di cui parla: strumentalità, natura, natura umana.

Meno che mai è spendibile per l’analisi di questi temi il fatto di stabilire una gerarchia universale di cosa sia meglio/peggio per tutti, ergo anche per l’altro da sé, la cui alterità viene così del tutto calpestata – discorso paternalistico, evangelizzante, pastorale che caratterizza tanto il cattolicesimo quanto quella versione rozza di neoillumismo che oggi va per la maggiore e che non è altro che la versione secolarizzata di quello: portare la Verità e portare la Luce, sono lo stesso discorso autoritario; se è la libertà che è in gioco, si deve rinunciare alla pretesa di decidere cosa sia meglio/peggio per tutti.

Diversamente da ciò, il limite di qualsiasi pratica umana, quindi non solo delle nuove frontiere che la tecnica dischiude, mi sembra sia da rinvenirsi in una certa forma di strumentalità (che è altra cosa dalla strumentalità in sé), quella che oggi viviamo. E che consiste in una strumentalità che non contiene nessun altro significato che la strumentalità stessa. E che rende tutti e tutto non strumenti che esprimono significati, ma strumenti che esprimono strumentalità. Basti notare che quando si prende posizione su un qualsiasi tema, lo si fa in base alle conseguenze che si ritiene possa generare, quindi in base ad una mera questione di calcolo, e non riflettendo sull’essenza in sé di quella cosa.

Il contributo che allora la filosofia e solo la filosofia può dare, come riflessione sull’essenza della condizione umana e di quella del vivere contemporaneo, è quello di mettere al centro del discorso non semplicemente gli effetti di un qualcosa, ma il suo significato. Questione che procedendo per mera logica formale non potrà mai essere affrontata.

Eppure, anche la filosofia ridotta sempre più, e proprio da chi se ne occupa, a un qualcosa di pratico, scientifico, misurabile, sta perdendo la capacità di riferirsi a ciò che sta oltre la pratica: il senso.

Federico Sollazzo

[Immagine: Google immagini]

Apocalisse all’italiana

Prendete una novità, farcitela con almeno un ‘è sempre stato così‘ e un ‘non è mai stato così‘, aggiungete un pizzico di scarsa conoscenza storica quanto basta, innaffiate con voci di corridoio, siate generosi con notizie dalla dubbia provenienza, e cuocete all’estremo per un arco di tempo variabile cercando di rasentare la follia. Diffondete a ripetizione il verbo nelle vostre bacheche copiando e incollando solo se siete indignati.  Avete così ottenuto panico con contorno di paura.

È il piatto preferito dagli italiani, subito dopo la pizza s’intende; una ricetta tanto semplice quanto efficace. Se ci pensate un attimo compare ogni volta che un argomento di natura sociale infiamma la pubblica piazza, in brevissimo tempo raccoglie manipoli di fedeli schierati nettamente tra i pro e i contro.

Bisogna tuttavia premettere che comportamenti simili la nostra Storia ne annovera parecchi. Il facile ascendente che uomini di potere, ecclesiastico o temporale, avevano sul volgo permetteva loro di condurre una politica basata soprattutto sulla superstizione e sul timore di incorrere in pene capitali sia per il corpo che per l’anima. In che altro modo spiegare, ad esempio, la persecuzione delle ‘streghe’, o degli ebrei cannibali e avvelenatori di pozzi, o dei ‘figli eretici del demonio’ guidati da Lutero?

Attualmente alcune credenze della tradizione popolare che ci appaiono ridicole, le indichiamo – erroneamente – come ‘medievali’, sinonimo di ‘oscurantiste’, appartenenti ai famigerati ‘tempi bui’. Tutto questo ci è concesso perché abbiamo scoperto la loro natura legata ai miti. Sappiamo anche che i nostri avi non sapevano leggere o scrivere, miti e leggende servivano dunque a spiegare l’inspiegabile.

Ignoranti e creduloni diremmo noi, ma sotto certi punti di vista, nonostante l’introduzione della scuola dell’obbligo fino alla maggiore età, non ci siamo molto allontanati dal contadino beneventano che, nel ‘300, scongiurava la visita di una Janara, facendole contare i fili di una scopa posta davanti all’uscio di casa. Siamo infatti capaci di farci leggere le carte, chiamare a pagamento una trasmissione televisiva per farci togliere il malocchio rappresentato dal sale che non si è sciolto nel bicchiere, cadere disperati nel tranello di un fantomatico santone in grado di curare mali tremendi con l’ausilio delle pietre.

E non è finita…

Il Terzo millennio è cominciato ormai da quindici anni, la rivoluzione tecnologica ha messo nelle nostre mani strumenti straordinari da cui attingere informazioni, strumenti assolutamente inimmaginabili che ci permettono di leggere in tempo reale quel che accade dall’altra parte del mondo. Possiamo smascherare bufale simili in ogni momento e in ogni luogo… sul treno, al bar, addirittura mentre siamo sotto la doccia.

Eppure eccoci, ignoranti ingiustificabili che ai quiz proponiamo un Hitler cancelliere nel 1979 ( magari accompagnato dalle note di “Funkytown”? E’ uscita nello stesso anno, quindi è possibile ) o Livorno città tipica dell’Emilia­Romagna.

Certo, fino a quando si tratta di contesti leggeri, chi sbaglia in questo modo non incorre nella Santa Inquisizione, al massimo strappa un sorriso di sconcerto… della serie: si ride per non piangere. Cosa accade invece se il contesto rimanda a quelle novità che coinvolgono l’intera società, il nostro avvenire, e quello delle prossime generazioni? Ultimamente tutte le attenzioni sono rivolte a queste unioni civili, che creano scompiglio, imbarazzo, ‘vendetta tremenda vendetta‘ ( cit. Rigoletto ), e sciolgono le lingue delle genti in parole con picchi di ordinario marasma.

Senza un motivo preciso, dalle unioni civili anche ( non solo ) tra persone omosessuali, si è passati direttamente alla surrogazione di maternità. La televisione ha fatto faville, indici di ascolto alle stelle, manifestazioni che a gran voce hanno chiesto la cancellazione del decreto di legge Cirinnà, perché i bambini non si comprano e non si vendono. Partiti politici, intenti nella perenne caccia dei voti, hanno costruito le loro battaglie contro il mercimonio dei minori, che a quanto pare avviene unicamente se a farlo sono gli omosessuali. Il dibattito si è trasformato in rissa mediatica, e si sono aggiunte le voci ironiche ( o forse no ):“Se permettono agli omosessuali di sposarsi, allora anche uomini e animali potranno farlo…” Mancano all’appello la pioggia infuocata e l’invasione delle cavallette per completare il quadretto.

Cosa fare per esprimere un’opinione che non puzzi di ridicolo?

Se utilizzassimo un motore di ricerca chiamato ‘Google‘, non solo per scaricare film ma per capire se effettivamente è tutto come appare, scopriremmo per esempio che il disegno di legge Cirinnà, consultabile da chiunque, non prevede neanche lontanamente la maternità surrogata. La permettono invece, anche a scopo di lucro, paesi come Russia o Texas, considerati da molti come veri e propri simboli da seguire per le politiche familiari.

Il problema, a mio avviso, si risolve non tanto nella forte presa di posizione grazie al ‘sentito dire’ – capace di sviare le menti in fin troppo facili contraddizioni o di basarle su convinzioni senza fondamento alcuno – quanto nel cercare l’indipendenza di opinione, ogniqualvolta si presentano situazioni simili, attraverso gli strumenti che abbiamo ma non sappiamo usare oppure usiamo male.

Continuare a camminare nella nebbia come se fossimo personaggi danteschi nella bolgia degli ingenui, alla continua ricerca del sensazionalismo grottesco, conviene solo ai profeti di un’apocalisse, nascosta, dicono, ad ogni angolo di questo nostro strano mondo.

Alessandro Basso

DESIDERIO = DIRITTO ?

Qualcuno si è mai posto la domanda: ma se desidero ardentemente una cosa, essa diventa automaticamente un diritto? Beh, probabilmente no; più che altro perché, messa in questi termini, la risposta risulterebbe piuttosto banale. Sarebbe come dire che se sono tifoso di una squadra di calcio e desidero ardentemente che essa vinca lo scudetto, quello scudetto diventi automaticamente un diritto per la squadra e per i tifosi che ardentemente lo desiderano. Ma allora, avendo ogni squadra almeno un tifoso che desidera vincere il campionato, ogni squadra dovrebbe vincerlo ogni anno…

Vi state già annoiando a leggere questo discorso, vero? Sarà perché ha un che di surreale. Quasi non ha senso! È chiaro che se le regole del calcio funzionassero così non vi sarebbe nessun campionato, nessuna partita o quantomeno non avrebbe senso seguirlo… vincerebbero tutti, avrebbero tutti ragione… (oppure non l’avrebbe nessuno a seconda dei punti di vista). Sia chiaro però che, se volessimo, delle regole scritte in questo modo si potrebbero fare, nessuno ce lo impedirebbe, sarebbe tranquillamente possibile! Continuo a parlare di qualcosa che sembra assurdo? Un desiderio, per quanto forte, non può sempre diventare un diritto? Concordo.

Veniamo ad un dibattito molto attuale, ossia quello del cosiddetto “utero in affitto” o, se vogliamo essere politically correct, “surrogazione di maternità” o “gestazione per altri” o “gestazione d’appoggio”. Su cosa verte questo dibattito? Beh, l’argomentazione è piuttosto semplice: una persona od una coppia sterile che desidera ardentemente avere un figlio può, attraverso la fecondazione assistita, trovare una donna, detta “madre portante”, che si assume l’obbligo di provvedere alla gestazione ed al parto per conto della persona o della coppia committente alla quale si impegna di consegnare il bambino appena nato. Se dicessimo queste parole ad un computer non si verificherebbe alcun conflitto, il ragionamento è perfettamente logico e possibile, ma se lo vediamo con gli occhi di un essere umano?

Oggi la nostra società si sta sicuramente evolvendo, ma non si capisce bene in cosa. Davvero è pensabile vivere in un mondo dove l’unico criterio utilizzato per decidere se fare o meno qualcosa sia quello del “tecnicamente possibile” o “tecnicamente impossibile”? Perché tale criterio esclude qualsiasi altro tipo di parametro, induce a non ragionare o a farlo come se non vi fosse un domani o come se le nostre scelte non riguardassero nessun altro. Se una cosa desiderata è tecnicamente possibile, allora diventa un bene ed un diritto. E come decidiamo se una cosa è giusta o sbagliata? Se una cosa è bene o male? Se una cosa rischia di danneggiare o no qualcuno? Anche se questo qualcuno ancora non è venuto al mondo…

La mia impressione è che si sia arrivati ad un punto in cui si riflette troppo poco e si protesta troppo, basandosi solo sull’istinto e sulla sensazione. Un istinto che a volte non sembra neanche essere naturale. Sì, perché se la natura non ci da la possibilità di fare tutto ciò che vogliamo, per quale motivo andare a “forzarla” addirittura nell’atto del concepimento della vita umana? A nessuno è mai venuto il dubbio che alcuni processi fondamentali della natura sia importante lasciarli così come sono stati creati? Ma a parte questa considerazione, che può variare a seconda del proprio credo o della propria visione dell’universo, penso sia il caso di porsi quantomeno il quesito che riguarda il vero protagonista di queste scelte, che non siamo noi, ma la vita che vogliamo concepire!

Nel diritto sacrosanto del bambino di conoscere la propria storia e la propria origine una volta cresciuto, quali possono essere le conseguenze fisiche e psicologiche per lui nel venire a conoscenza del fatto che sua madre potrebbe non essere la vera madre, che suo padre potrebbe non essere il vero padre, che la persona che l’ha partorito era solo un “presta corpo” che potrebbe averlo partorito solo per questioni economiche e che i genitori legali, se non fosse stato conforme alle attese, avrebbero potuto chiedere l’interruzione di gravidanza alla madre ospitante. Certo, nessuno mette in dubbio che tali cose potrebbero non avvenire o avvenire con totale serenità, ma qualcuno si pone il dubbio del contrario? E nel caso di coppie omosessuali, chi può arrogarsi il diritto di negare ad un nascituro la possibilità di avere una famiglia naturale o quantomeno ciò che più si avvicina ad essa? E non affronto, per non cadere in un dibattito ugualmente complesso, il rapporto che possiamo immaginare si instauri fra la madre partoriente ed il figlio che ha in grembo.

Nel dibattito politico non riusciremo mai a trovare delle risposte. Oramai la comunicazione politica si è appiattita sul sensazionalismo giornalistico; i mass-media tendono alla non riflessione e cercano il clamore. Questo criterio non permette di ragionare, non crea nelle nostre coscienze il clima sereno per una riflessione profonda ed una capacità di discernimento. Il legislatore ha il dovere di regolamentare delle situazioni in essere, non può sottrarsi a questo. La questione delle unioni civili va sicuramente regolamentata e per come la vedo io in maniera molto semplice: non con una legge che equipari le unioni omosessuali o di altro tipo al matrimonio, che ha un significato storico, culturale e religioso ben preciso e legato alla nostra condizione naturale, ma con una legge che ne riconosca formalmente l’esistenza e che ne elenchi i diritti giuridici, economici ed assistenziali. Nulla di più semplice, ma una soluzione alla quale non si arriverà mai, a causa degli schieramenti politici sempre pronti a strumentalizzare la questione per secondi fini. Ma quello che il legislatore non può permettersi è di intervenire con leggi che mettano in discussione i diritti di chi ancora non è nato, perché essi non avranno mai la possibilità di dire come la pensano a riguardo. E su questo punto non è meglio lasciare che intervengano quelle leggi che non serve scrivere? Le leggi naturali?

Ed il paradosso? Che spesso proposte come “l’utero in affitto” arrivano dalle stesse persone che tanto si spendono per non modificare l’ambiente e mantenere gli equilibri della natura che altrimenti si “ribella”. Ma la natura dell’uomo è esonerata da tale concetto? Costoro spesso davvero mi confondono…

Per le coppie eterosessuali esiste lo strumento dell’adozione; certo, magari non permette di avere un bambino “su misura” (per quanto possa essere aberrante pensare di “costruirsi” un bambino in provetta a proprio piacimento, quello lo si fa nei negozi di giocattoli al massimo), ma permette di amare una persona come se fosse un figlio, di crescerlo e di dargli amore, quell’amore che il destino per qualche motivo gli ha negato nella sua vera famiglia. Quell’amore altruista ed incondizionato che l’egoismo di pensare solo al proprio desiderio sta pian piano cancellando. Sì, perché volere un bambino a tutti i costi, distorcendo al massimo il concepimento naturale pur di averlo, non è amore nei confronti del bambino desiderato, ma solo nei confronti di se stessi! Ma quando per un qualche motivo quel desiderio cambia o scompare, non si può buttare via il bambolotto o venderlo al mercatino dell’usato… almeno per ora…

Si deve tornare a realizzare una società basata su dei principi universali, che sappia distinguere tra il bene ed il male o perlomeno tra l’opportuno e l’inopportuno per l’uomo. Non mi interessa vivere in un mondo dove tutti hanno ragione, dove esistono solo diritti… torniamo a pensare… forse non lo facciamo più da troppo tempo…

Nicola Di Maio

Nicola Di Maio, nato a Castelfranco Veneto il 31 Gennaio 1983, si è laureato in ingegneria elettrotecnica all’Università di Padova nel 2009. Ha lavorato per quattro anni presso una società di ingegneria del trevigiano e, dopo una breve esperienza all’estero in ambito commerciale, è rientrato in Italia per necessità familiari ed al momento è membro del consiglio di amministrazione di una casa di riposo. Da circa un decennio partecipa attivamente alle attività di diverse associazioni ed organizzazioni politico-culturali e, dalla fine degli anni novanta, continua a coltivare la sua grande passione per la musica, che lo vede prodigarsi sul pianoforte e sugli organi delle chiese della sua amata città. È sempre stato costantemente impegnato in attività di volontariato, soprattutto in ambito parrocchiale, dove continua a ricercare la sua crescita spirituale.

La maternità surrogata e il turismo procreativo dell’Occidente

Nove mesi di gestazione possono risultare impegnativi e poi c’è la fatica per rimettersi in forma e la conseguente discriminazione sul lavoro: se sei attrice o modella non vieni chiamata dai registi o dalle fashion house per il tuo stato. Oppure c’è la voglia di avere un figlio, senza avere un compagno. A volte un compagno ce l’hai, ma è del tuo stesso sesso. E allora? In voga tra i vips il ricorso all’ “utero in affitto”. Per diverse ragioni, hanno scelto questa pratica da Robert De Niro e Dennis Quaid, al cantante single Ricky Martin, all’attrice Sarah Jessica Parker che, all’età di 44 anni, sostenne di aver tentato invano di dare un fratellino o una sorellina al primogenito, ma senza risultati. Dato che l’orologio biologico avanza inesorabilmente, decise di ricorrere alla maternità surrogata o “utero in affitto”: una tecnica che permette di diventare genitore anche a chi, per svariati impedimenti fisiologici e non, non riesce a portare a termine una gravidanza, ciò è possibile grazie ad una donna che accetta di affrontare gestazione e parto per altri. In prossimità del parto verranno avviate le procedure legali per il riconoscimento formale dei genitori biologici (tale pratica è vietata in Italia).

Per ogni notizia relativa ai vips che inevitabilmente fa il giro del mondo, ci sono altrettante coppie comuni che, a riflettori spenti, ricorrono alle stesse tecniche pur di realizzare il sogno di diventare genitori. Sul web brulicano le organizzazioni che offrono, dietro cospicuo pagamento, la soluzione ai problemi di fertilità; tra i servizi erogati, oltre alla scelta della madre surrogata, anche l’assistenza legale per la stipula del contratto e le spese mediche. Una vera e propria compravendita, in questo caso di figli, perché di fatto la maternità surrogata è un grande business attorno al quale girano milioni di euro. Secondo il tariffario pubblicato dal New York Times, in Inghilterra affittare una madre surrogata costa circa 120 mila euro, in Thailandia il costo scende a 48 mila euro. Se poi si vuole risparmiare, con una tappa in Ucraina si ottiene un “utero in affitto” per 30 mila euro. Se si raggiunge il continente africano, in Nigeria, Algeria e Somalia il prezzo è molto competitivo, noleggiare una madre surrogata cosata poco meno di 10 mila euro, stessi prezzi si possono trovare nella vicina Creta o in India. Donazione di ovuli, egg freezing, mamme surrogate: tutte pratiche non esenti da riflessioni di ordine etico e a rischio di risvolti controversi. Tra tutti il caso estremo del piccolo Gammy, affetto da sindrome di Down e concepito insieme alla sua gemellina sana con un utero “preso in affitto” da una coppia australiana in Thailandia. Il neonato è stato lasciato dai genitori alla mamma surrogata a seguito della diagnosi. Altro caso nella Repubblica Ceca, da un utero in affitto nasce un bambino che soffre di gravi patologie ereditarie: sia i “genitori” che l’hanno commissionato, che la madre che lo ha partorito lo rifiutano. Nonostante l’evidente carenza di regolamentazione internazionale e il rischio di sfruttamento delle mamme surrogate provenienti da Paesi poveri, il ricorso a queste tecniche non si ferma.

Le testimonianze di coppie che riescono ad avere un bambino fra le braccia è in notevole aumento: in particolare donne con una carriera in ascesa che, trovato l’amore dopo i 40 anni, entrano nella spirale di cicli di fecondazione assistita falliti e approdano all’ultima possibilità, la maternità surrogata. Parto dal presupposto che il desiderio di avere un figlio non si basa su alcun diritto, ancor più se esso diventa “prodotto” di un mercato senza remore che utilizza il corpo di donne, approfittando delle loro gravi indigenze socio-economiche, per produrre su commissione un figlio, sottoponendo l’essere umano ad un processo di disumanizzazione e trasformandolo in uno strumento di business. Perché non scegliere la strada dell’adozione? Perché non offrirgli una vita migliore a tutti quei bambini che attendono una casa, che hanno bisogno dell’amore di una famiglia? E che dire della strumentalizzazione della donna? Come si sente la madre surrogata quando deve separarsi dal bambino che ha portato in grembo per nove mesi? Donne che diventano oggetto, per scelta, per soldi o per disperazione, che si adoperano a portare in grembo i figli che saranno di altri. In India, per l’estrema povertà, i giornali pullulano di annunci di “uteri in affitto”. Ma se poi colei che porta avanti la gestazione per conto di altri si pente della scelta effettuata? Un bimbo nato da una madre surrogata può essere conteso tra chi lo ha commissionato e chi ha accettato di portarlo in grembo?

Uno dei primi casi di tale contesa, in Italia, è quello di Jessica, oggi ventenne, nata perchè una coppia di coniugi, che non poteva avere figli, “affittò” l’utero di una donna algerina. La madre surrogata ricevette un milione di lire al mese e una casa a Rapallo per trascorrere i mesi di gestazione, ma, poco prima del parto, cambiò idea e decise di tenersi la bambina. L’uomo, padre biologico, le notificò un atto di citazione al tribunale di Monza, chiedendo che gli venisse riconosciuto il diritto ad avere per sè la figlia. La domanda venne respinta con sentenza del 30 maggio 1989. I giudici ritennero nullo il contratto per “l’utero in affitto” stabilendo che non si diventa figli per contratto e che una donna ha diritto di crescere la propria creatura, portata in grembo per nove mesi.

Silvia Pennisi

[immagine tratta da lanuovagiustiziacivile.com]