David Lynch oltre il volto rassicurante della realtà

Alla vigilia di Twin Peaks 3, cerchiamo di capire perché il cinema di Lynch è così perturbante.

«La mia infanzia era fatta di case eleganti, strade fiancheggiate da alberi, il lattaio, i cortili del retro dei palazzi, i cieli blu, le staccionate, l’erba verde, i ciliegi. L’America media come si pensa che sia. Ma dai ciliegi cola fuori la resina, con milioni di formiche rosse che ci strisciano sopra. Mi sono accorto che se si guarda un po’ più da vicino questo mondo meraviglioso, sotto ci sono sempre delle formiche rosse».

Così David Lynch, il più visionario regista d’America, racconta la sua infanzia. Una descrizione che ricorda la splendida scena iniziale di Velluto blu, in cui la telecamera prima inquadra una staccionata bianca e delle rose talmente rosse da sembrare finte, con in sottofondo una musica melensa. Poi si avvicina al suolo, fino ad arrivare ad un primo piano serrato su uno scarafaggio, con la musica che viene sostituita dai versi dell’insetto.

È da quasi quarant’anni che Lynch squarcia la tranquilla patina superficiale della quotidianità per rivelarci un mondo sotterraneo che pulsa di vita, di potenzialità inespresse, di angoli bui e misteriosi nei quali perdersi, perché, come egli stesso ama ripetere, “perdersi è meraviglioso”.

È questo che rende i suoi film unheimlich. Questa parola tedesca viene di solito tradotta in italiano con “perturbante”, ma come riflette Freud in un saggio dedicato al tema, essa è in realtà impossibile da rendere in altre lingue. Il termine è la negazione di heimlich, che significa sia “familiare” sia “nascosto”; esso indica quindi «tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto, e che invece è affiorato»1. Lynch incrina la superficie del reale, la deforma fino a mostrarci quanto alienante e assurdo possa essere ciò che riteniamo familiare, quanti segreti si custodiscano appena sotto la crosta del quotidiano.

La realtà, surreale ed enigmatica, si contrappone sempre al sogno, che appare invece come uno spazio più abitabile. Il sogno di Lynch non è quello di Freud, che lo definisce come un «appagamento (camuffato) di un desiderio (represso, rimosso)»2, un desiderio inconscio che affonda le sue radici nella vita infantile. Il regista americano sembra invece riallacciarsi a quella corrente di pensiero, guidata da Bloch e Bachelard, che considera il sogno notturno «un rapitore, il più sconcertante dei rapitori, perché si impadronisce del nostro essere»3 e rivaluta invece il sogno diurno come spazio di libertà in cui immaginare una realtà diversa.

Lynch afferma infatti «Quando si dorme non si controllano i propri sogni. Io amo sprofondarmi in un mondo che sia sì onirico, ma costruito da me, un mondo che io ho scelto e sul quale ho pieno controllo. La rêverie, come la chiama Bachelard, è una condizione in cui il soggetto crea il proprio mondo senza vincoli oggettivi, del resto “di quale altra libertà psicologica godiamo oltre a quella di fantasticare?»4. I film di Lynch sono fughe dalla realtà che non approdano negli abissi dell’inconscio, ma in un mondo trasfigurato, che sembra più autentico di quello reale perché è modellato dalla nostra fantasia. Essi sono inquietanti non perché ci rivelano i mostri del nostro inconscio, ma perché ci svelano quanto la realtà quotidiana sia spaventosa, grigia poiché non colorata dal nostro desiderio.

Strade perdute inizia e finisce con l’inquadratura di una strada di notte, che scorre rapida davanti alla telecamera. Non si vede alcuna destinazione, solo la linea di mezzeria che viene inghiottita dal buio. Così è il cinema di Lynch, che non si accontenta mai di una realtà statica ma preferisce guardare in avanti, esplorare le possibilità ancora incompiute lontano dalla quotidianità, percorrere le strade perdute del significato.

Lorenzo Gineprini

Lorenzo Gineprini: nato nel 1994 a Torino, dove studia Filosofia. Redattore del Brockford Post, collabora anche con altre riviste. Appassionato della Germania e della filosofia tedesca, che ama far dialogare con fenomeni pop contemporanei: dal cinema alla moda, dalla musica alle serie tv.

NOTE:

1. S. Freud, Sul perturbante, in “Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio”, Bollati Boringhieri, Torino, 2015, pag. 275.
2. S. Freud, L’interpretazione dei sogni, Mondadori, Milano, 2012, pag. 106.
3. G. Bachelard, La poetica della rêverie, Edizioni Dedalo, Bari, 2008, pag. 151.
4. G. Bachelard, ivi, pag. 105.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Reddit e un romanzo horror: un mistero social o un caso letterario?

Di misterioso in questa storia c’è molto. A partire dal social network in questione: Reddit. Un oggetto non indentificato credo per la maggior parte degli italiani, ma non siamo soli, dato che la stragrande maggioranza del traffico che registra proviene dagli Stati Uniti, ma pare che anche in Australia vada forte. Intanto Reddit non è propriamente un social network, ma un social news. Si autoproclama the front page of internet per la velocità con cui propaga le notizie ed è un aggregatore dei più svariati contenuti. Gli utenti registrati (in maniera anonima solo con un nickname) possono postare link, messaggi di testo, gif animate o foto che in base all’indice di gradimento dato dagli utenti scalano la classifica della home page. Le cose giudicate più interessanti diventano quindi più visibili. Portate pazienza, all’apparenza non è così semplice ma dopo un po’di abitudine il meccanismo diventa comprensibile. La caratteristica di Reddit sono i subreddit, e cioè delle specie di forum creati dagli utenti e dedicati alle più diverse, e in molti casi specifiche cose. Ce ne sono moltissimi e per ogni gusto, letteratura, cinema, matematica, ma la cosa sorprendente è come un macro tema venga segmentato in tanti aspetti più particolari così da poterne discutere meglio.

Reddit è un social veramente strano ma, da neofita estremamente stimolante, perché si può leggere e imparare di tutto, volendo postare idee e contenuti e interagire, commentando, con persone che molte volte sanno quello che dicono (si non proprio come Facebook). Ah Reddit è la contrazione di Read e Edit (leggi e scrvi).
Questo excursus per dire che io neppure (seppur sapendo della sua esistenza) mi ero mai avvicinato a Reddit, ritenendolo una cosa troppo da nerd anche solo da provare, fino a che una storia non mi ha fatto incuriosire.

Andando a cercare e a leggere di qua e di là ho scoperto che non è la prima volta che da questo strano prodotto dell’internet emergono storie strane. Alcune molto inquietanti, e hanno a che fare con video lugubri pieni di segni e simboli macabri, altre che si sono rivelate essere solo campagne pubblicitarie sempre opera di quei geni degli americani. Insomma non è una novità che dalla front page di internet emergano cose curiose, ma questa storia è particolare, almeno finché non si scoprirà anche questa appartenere a un nuovo format di pubblicità.

Il 21 Aprile un utente che usa come nickname il nome  _9MOTHER9HORSE9EYES9, inizia a postare nei commenti ad alcune discussioni quella che sembra una storia. Commenti apparentemente slegati, e non inerenti ai temi di cui si tratta. Si parla di un programma segreto della CIA che prevedeva la somministrazione di LSD come base di studio, della guerra del Vietnam, della seconda guerra mondiale e del campo di concentramento di Treblinka, tra le moltissime altre cose. Ma soprattutto l’utente anonimo cita le flesh interfaces, ovvero interfacce di carne: dei portali (fatti di carne appunto) che permettono il passaggio, non senza conseguenze, ad un’ altra dimensione, e di come furono creati e usati. Una storia di sci-fiction, dalle punte horror, apparentemente sconnessa, e narrata da vari punti di vista e ambientata in diversi contesti temporali. Molto misteriosa, molto intrigante. Alcuni utenti di Reddit la trovano molto interessante e vi si appassionano, e nel frattempo gli episodi di quella che è stata ribattezzata The Interface Series continuano. Il racconto riunisce teorie del complotto, elementi di terrore e altri di fantascienza; alcuni dicono sia ispirato a Lovecraft, a Phil K. Dick, altri che sia solo un racconto del genere creepypasta: ovvero un tipo di storie horror che hanno a che fare con leggende metropolitane o controversi episodi storici che girano molto su internet. Sta di fatto che il numero di post cresce di giorno in giorno così come gli appassionati, che creano un subreddit per seguire lo sviluppo della vicenda e organizzare i commenti di 9M9H9E9 in ordine cronologico, commentarli e scambiarsi opinioni. La storia ora consta di 82 mini episodi e la community conta seimila iscritti.

Mistero alimenta mistero e il nostro fantomatico autore si mostra egli stesso con un messaggio, sempre su Reddit, poi cancellato, nel quale dichiara di essere un normale uomo americano sulla trentina, con un passato (e un presente?) di droghe. In un altro quasi chiede scusa per il modo in cui la sua storia sta emergendo dalle pieghe della rete ma, dice, non ha trovato nessun altro modo per far leggere il suo racconto in modo che la gente ne fosse incuriosita, e aggiunge che le cose che scrive non sono finzione, sono fatti accaduti veramente o molto verosimili.

Ecco, a prescindere dal valore letterario della scrittura, che io non mi sento in grado di giudicare, ma che alcuni ritengono di buon livello e altri  solo di medio, quello che racconta (per quello che ho letto finora) è estremamente interessante. Sembra un viaggio nel tempo nella storia, da quella più remota a quella più prossima, in un turbine di invenzioni, cambiamento di luoghi, tempi e narratori. Come ha scritto qualcuno: pare di leggere un racconto enciclopedico, Wikipedia che si è fatta un acido. L’elemento più sorprendente e catalizzatore, ovvero queste interfacce-portali di carne, probabilmente è un novello Mc Guffin: un trucco con il quale si concentra l’attenzione su un oggetto secondario per poi parlare d’altro, e cioè di quello che interessa davvero (tecnica usata da Hitchcock e Trantino per il cinema).

Comunque stiano le cose e di qualsiasi cosa tratti veramente questo racconto, se diventerà un caso letterario o solo le esternazioni di un pazzo, la sua peculiarità è stato il modo con cui l’autore ha deciso di raccontarsi. Semplicemente ha sfruttato un social e la passione e la curiosità dei suoi utenti, famosi per essere amanti dei misteri e un po’ paranoici delle cospirazioni. In questa tecnica io ci vedo un po’ l’antico romanzo a puntate, che usciva sui giornali, aggiornata ad un’era in cui i nuovi quotidiani sono in rete. Inoltre questo modo permette di mantenere alta l’attenzione del pubblico, come una serie tv, che però diventa parte del romanzo in formazione, impegnandolo a scovare e rimettere insieme i pezzi della storia. Poi una storia così frammentata, senza una vera trama lineare, si presta bene di per sé a questa segmentazione: si possono contare fino a sedici narratori diversi e molteplici cambi di prospettiva. I fan hanno anche creato un audio libro e un ebook per garantire una migliore e più semplice lettura.

La domanda a questo punto è: è questo il futuro della letteratura o solo un caso isolato e particolare? Propenderei per la seconda, ma l’interesse che ha suscitato fa pensare che non si possano escludere emulatori o altri innovatori. Intanto c’è solo una cosa da fare: aspettare che venga messo il punto all’ultimo capitolo di questa strana storia.

Tommaso Meo

(immagini tratte da Google immagini)

 

James Dean: attore, icona, mito

A 24 anni si è ancora forse troppo giovani per capire cosa fare della propria vita. Si è da poco entrati in un mondo nuovo, fatto di grandi sfide e decisioni da prendere. Ci si guarda intorno spaesati.
Il 30 settembre 1955, sulla Route 466, James Dean moriva in un incidente stradale, al volante della sua Porsche 550 Spyder, “Little Bastard” come l’aveva lui stesso soprannominata.
A soli 24 anni se ne andava un ragazzo già uomo, un talento purissimo del grande cinema americano, un timido ribelle.
Tanto è stato scritto negli anni di Dean, fiumi di inchiostro. Il suo viso è ritratto ovunque: fotografato con cappello da cowboy e sigaretta stretta tra i denti, con un sorriso sornione e furbo, immortalato con il suo sguardo di ghiaccio, un’aria da ribelle senza tempo e una bellezza immortale.

È stato e continua ad essere lo specchio di un’epoca: figlio di una generazione che aveva versato sangue sui campi d’Europa e del Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale e che stava costruendo l’America di oggi, rappresenta l’inadeguatezza e la ribellione di un giovane uomo che cerca il suo posto. “Rebel without a cause”, come il titolo originale di Gioventù bruciata, è l’espressione che più si avvicina a ciò che Dean rappresenta.

Nei soli tre film in cui ha recitato si percepisce tutta la sua anima, la sua potenza; non si limitava solo a recitare, portava tutto sé stesso all’interno del suo personaggio, si fondeva in un tutt’uno. Che si chiamassero Cal Trask, Jim Stark o Jett Rink poco importava, esisteva solo uno, James Dean.

Celebri sono le sue improvvisazioni, come quella incredibile e commovente ne La valle dell’Eden, in cui interpretando Cal porta al padre 5000 dollari per risarcirlo di una perdita economica. Il suo viso è carico di gioia. Il padre però lo respinge e nella sceneggiatura originale Dean avrebbe dovuto andarsene. Invece rimase sulla scena, mutando gradualmente espressione, disperandosi, piangendo, aggrappandosi abbracciato al padre.
Se lo si vede recitare si ha subito l’impressione di trovarsi di fronte ad un attore diverso dagli altri: ci si immedesima subito nella sua irrequietezza, un’angoscia che sembra non trovare quiete. Si viene catturati dalla sua bellezza portata in maniera timida, con quel senso di ribellione e imbarazzo di un ventenne che è già uomo, che se ne frega, che vuole vivere a 100 all’ora.

Fu proprio la sua passione per la velocità a portarlo via così presto; correva regolarmente in moto e in auto e quando morì stava andando a Salinas, in California, per partecipare ad una corsa.

È stato definito in molti modi: sfacciato, ipersensibile, insicuro, sofferente, un ribelle che usava la provocazione come maschera del proprio disagio. Ma forse più semplicemente Dean era «troppo veloce per vivere, troppo giovane per morire», uno di quei ragazzi destinati a diventare un mito che trascende il tempo, un simbolo di ribellione emotiva e interiore, diversa dalle grandi correnti giovanili che avrebbero investito il decennio successivo alla sua morte. Il suo fascino e la sua bravura rimangono limpidi ancora oggi. La sua stella ha brillato per pochi anni, ma la sua immagine di timido ribelle in jeans, maglia bianca e giubbotto rosso rimarrà immortale.

Lorenzo Gardellin

[Immagine tratta da Google Immagini]

La disumanizzazione ieri e oggi

Lunedì sono andato al cinema: “Race – il colore della vittoria”. Parla delle vicende di J. Owens, corridore afroamericano che partecipò ai giochi olimpici del 1936 a Berlino sotto il regime Nazista. Vinse quattro medaglie d’oro e diventò un simbolo della lotta alle ideologie razziste dell’Hitlerismo ma anche interne agli USA. La storia è molto curiosa e ricca di spunti interessanti; tra questi, uno che mi ha colpito e fatto riflettere è il processo di disumanizzazione perpetrato dal Nazismo che tanto sconvolge e del quale non si parlerà mai abbastanza.

La riflessione di H. Arendt nell’opera “La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme” punta l’attenzione anche su questo aspetto. È una delle possibilità più spaventose che l’uomo possa produrre: com’è possibile che si possa considerare un’altra persona non umana? Perché è proprio questo che permetteva ai nazisti di compiere i loro crimini. Non stavano uccidendo una persona, ma un animale. Non stavano eliminando delle vite, ma liberando il Paese da un’infestazione. Non stavano compiendo sperimentazioni contro qualsiasi etica o diritto, perché i pazienti non erano degli uomini.

Cosa avremmo fatto noi in quegli anni se ci fossimo trovati immersi in quel clima?

Avremmo osato morire per difendere una persona che magari neanche conoscevamo e che sarebbe comunque stata uccisa dopo di noi?

Avremmo rischiato la morte per proteggere degli sconosciuti invece di incassare una ricompensa per la loro denuncia?

Insomma: ci saremmo fatti anche noi contagiare dalla banalità del male, che permette di mettersi il cuore in pace spegnendo il cervello?

Eichmann, infatti, ha introdotto il pericolo dell’irriflessività: una massa di uomini normali – la stessa Arendt definisce così Eichmann quando lo vede e lo ascolta a Gerusalemme – che compivano azioni mostruose. È il trionfo della follia, spacciata per legge e “giustizia”. Il contesto ideologico all’interno del quali si era inseriti conferiva agli uomini nuove categorie di interpretazione del reale. Un gesto che prima poteva ripugnare diventava semplice e normale – anzi – forse addirittura doveroso.

Non è un discorso astratto, perché la situazione si sta ricreando – per alcuni già ha preso il sopravvento – proprio qui, in Italia. Certo, magari sono cambiati i toni (basta fare un giro su Facebook per rendersi conto che non è proprio così); forse il risultato che si vuole ottenere è diverso (idem); potrebbe darsi che questa volta si risparmino almeno i bambini (l’immagine di quel corpicino disteso inerme sulla spiaggia dovrebbe essere ancora fresca nelle nostre menti), ma il bersaglio rimane sempre lo stesso: un capro espiatorio che incarni tutti i problemi del Paese e contro il quale scagliarsi sottraendogli lo statuto di persona. La crisi migratoria ha messo in luce le reali difficoltà dell’Unione Europea nel corso degli anni, e l’accordo con la Turchia entrato in vigore il 4 Aprile ne ha sancito il fallimento. Come si può pensare che il rimpatrio in Turchia sia una scelta corretta e soprattutto etica nei confronti dei profughi? In ogni caso, la chiusura della rotta Balcanica ha riportato l’Italia a meta privilegiata di chi fugge, complicando ancora di più la nostra già precaria situazione.

I numeri dell’ondata sono impressionanti: secondo l’Unhcr – l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati – nei primi tre mesi del 2016 in Italia sono arrivate 18.400 persone. Nel 2014 l’Is ha incassato circa trecento milioni di dollari dal traffico di esseri umani secondo un rapporto della Global iniziative against trasnational organized crime. Tom Keatinge del Royal united services institute afferma – però – che “non è l’Is a gestire il traffico, ma tassa chi lo fa”. «Più che la minaccia del gruppo Stato islamico, l’impegno del governo italiano è dovuto all’urgenza di fermare i migranti e tutelare l’interesse dell’Eni» queste le parole di Alberto Mucci, ripreso dal settimanale “Internazionale” riguardo all’impegno italiano in Libia. Il petrolio. Sembra inconcepibile che di fronte alla tragedia che si sta compiendo anche in questo preciso istante l’interesse sia rivolto a quel maledetto liquido nero. Eppure «[…] in Libia l’Italia ha già grandi interessi. L’Eni ha quasi un monopolio sul settore petrolifero libico: è presente nel paese dal 1959 ed è l’unica azienda internazionale a operare a pieno regime. La sua presenza in Libia ha un’importanza strategica vitale per l’Italia e, nonostante gli enormi costi per la sicurezza, è forse il principale motivo degli sforzi di Roma per pacificare il paese nordafricano, con o senza alleati. […]»: sempre parole di Mucci.

Finché l’Europa non vorrà prendere a cuore la questione in modo serio, le morti in mare continueranno e gli sbarchi aumenteranno. Ma se gli interessi principali rimangono il petrolio ed il denaro proveniente dal traffico di esseri umani invece che salvaguardare le loro vite mi viene da pensare che questo non costituisca un problema. Dobbiamo renderci conto che la disumanizzazione dei profughi è già in atto. Una differenza rispetto al passato però è individuabile: per non vedere ciò che sta succedendo non li identifichiamo come animali senza diritti come facevano i Nazisti, semplicemente facciamo finta che il loro sangue in mare sia azzurro, in modo che non ci guasti il panorama.

Massimiliano Mattiuzzo

 

Apocalisse all’italiana

Prendete una novità, farcitela con almeno un ‘è sempre stato così‘ e un ‘non è mai stato così‘, aggiungete un pizzico di scarsa conoscenza storica quanto basta, innaffiate con voci di corridoio, siate generosi con notizie dalla dubbia provenienza, e cuocete all’estremo per un arco di tempo variabile cercando di rasentare la follia. Diffondete a ripetizione il verbo nelle vostre bacheche copiando e incollando solo se siete indignati.  Avete così ottenuto panico con contorno di paura.

È il piatto preferito dagli italiani, subito dopo la pizza s’intende; una ricetta tanto semplice quanto efficace. Se ci pensate un attimo compare ogni volta che un argomento di natura sociale infiamma la pubblica piazza, in brevissimo tempo raccoglie manipoli di fedeli schierati nettamente tra i pro e i contro.

Bisogna tuttavia premettere che comportamenti simili la nostra Storia ne annovera parecchi. Il facile ascendente che uomini di potere, ecclesiastico o temporale, avevano sul volgo permetteva loro di condurre una politica basata soprattutto sulla superstizione e sul timore di incorrere in pene capitali sia per il corpo che per l’anima. In che altro modo spiegare, ad esempio, la persecuzione delle ‘streghe’, o degli ebrei cannibali e avvelenatori di pozzi, o dei ‘figli eretici del demonio’ guidati da Lutero?

Attualmente alcune credenze della tradizione popolare che ci appaiono ridicole, le indichiamo – erroneamente – come ‘medievali’, sinonimo di ‘oscurantiste’, appartenenti ai famigerati ‘tempi bui’. Tutto questo ci è concesso perché abbiamo scoperto la loro natura legata ai miti. Sappiamo anche che i nostri avi non sapevano leggere o scrivere, miti e leggende servivano dunque a spiegare l’inspiegabile.

Ignoranti e creduloni diremmo noi, ma sotto certi punti di vista, nonostante l’introduzione della scuola dell’obbligo fino alla maggiore età, non ci siamo molto allontanati dal contadino beneventano che, nel ‘300, scongiurava la visita di una Janara, facendole contare i fili di una scopa posta davanti all’uscio di casa. Siamo infatti capaci di farci leggere le carte, chiamare a pagamento una trasmissione televisiva per farci togliere il malocchio rappresentato dal sale che non si è sciolto nel bicchiere, cadere disperati nel tranello di un fantomatico santone in grado di curare mali tremendi con l’ausilio delle pietre.

E non è finita…

Il Terzo millennio è cominciato ormai da quindici anni, la rivoluzione tecnologica ha messo nelle nostre mani strumenti straordinari da cui attingere informazioni, strumenti assolutamente inimmaginabili che ci permettono di leggere in tempo reale quel che accade dall’altra parte del mondo. Possiamo smascherare bufale simili in ogni momento e in ogni luogo… sul treno, al bar, addirittura mentre siamo sotto la doccia.

Eppure eccoci, ignoranti ingiustificabili che ai quiz proponiamo un Hitler cancelliere nel 1979 ( magari accompagnato dalle note di “Funkytown”? E’ uscita nello stesso anno, quindi è possibile ) o Livorno città tipica dell’Emilia­Romagna.

Certo, fino a quando si tratta di contesti leggeri, chi sbaglia in questo modo non incorre nella Santa Inquisizione, al massimo strappa un sorriso di sconcerto… della serie: si ride per non piangere. Cosa accade invece se il contesto rimanda a quelle novità che coinvolgono l’intera società, il nostro avvenire, e quello delle prossime generazioni? Ultimamente tutte le attenzioni sono rivolte a queste unioni civili, che creano scompiglio, imbarazzo, ‘vendetta tremenda vendetta‘ ( cit. Rigoletto ), e sciolgono le lingue delle genti in parole con picchi di ordinario marasma.

Senza un motivo preciso, dalle unioni civili anche ( non solo ) tra persone omosessuali, si è passati direttamente alla surrogazione di maternità. La televisione ha fatto faville, indici di ascolto alle stelle, manifestazioni che a gran voce hanno chiesto la cancellazione del decreto di legge Cirinnà, perché i bambini non si comprano e non si vendono. Partiti politici, intenti nella perenne caccia dei voti, hanno costruito le loro battaglie contro il mercimonio dei minori, che a quanto pare avviene unicamente se a farlo sono gli omosessuali. Il dibattito si è trasformato in rissa mediatica, e si sono aggiunte le voci ironiche ( o forse no ):“Se permettono agli omosessuali di sposarsi, allora anche uomini e animali potranno farlo…” Mancano all’appello la pioggia infuocata e l’invasione delle cavallette per completare il quadretto.

Cosa fare per esprimere un’opinione che non puzzi di ridicolo?

Se utilizzassimo un motore di ricerca chiamato ‘Google‘, non solo per scaricare film ma per capire se effettivamente è tutto come appare, scopriremmo per esempio che il disegno di legge Cirinnà, consultabile da chiunque, non prevede neanche lontanamente la maternità surrogata. La permettono invece, anche a scopo di lucro, paesi come Russia o Texas, considerati da molti come veri e propri simboli da seguire per le politiche familiari.

Il problema, a mio avviso, si risolve non tanto nella forte presa di posizione grazie al ‘sentito dire’ – capace di sviare le menti in fin troppo facili contraddizioni o di basarle su convinzioni senza fondamento alcuno – quanto nel cercare l’indipendenza di opinione, ogniqualvolta si presentano situazioni simili, attraverso gli strumenti che abbiamo ma non sappiamo usare oppure usiamo male.

Continuare a camminare nella nebbia come se fossimo personaggi danteschi nella bolgia degli ingenui, alla continua ricerca del sensazionalismo grottesco, conviene solo ai profeti di un’apocalisse, nascosta, dicono, ad ogni angolo di questo nostro strano mondo.

Alessandro Basso

Vogliamo parlare di guerra? Eliminiamo ogni forma di finalismo: il punto di vista di Bobbio

È l’ormai lontano 1979 quando Norberto Bobbio, con lo scritto Il problema della guerra e le vie della pace, cerca di dimostrare con decisione l’insostenibilità di qualsiasi tipo di giustificazione della guerra. Con le sue pagine egli vuole affermare la necessità di un totale abbandono non solo di questa pratica, ma anche, in senso più generale, della violenza e di ogni suo tipo di manifestazione. Al centro della sua analisi vi è il fatto che gli armamenti delle varie potenze mondiali si sono sviluppati, durante il secolo scorso, fino a raggiungere un livello tale per cui, se si dovesse ricorrere al loro utilizzo, si potrebbe compromettere la stessa esistenza dell’uomo sulla terra. Un’affermazione di questo genere a molti potrebbe sembrare esagerata o addirittura infondata: è proprio questa la preoccupazione che tanto assilla Bobbio, ovvero la mancanza di una “coscienza atomica”. Il livello di sviluppo tecnico e militare a cui siamo giunti è in grado di esporci, infatti, alla possibilità di una guerra termonucleare, la quale, non potendo assolutamente essere paragonata alle guerre che finora si sono verificate, ci pone di fronte ad una vera “svolta storica”.

Perché una guerra di tal tipo è da considerare come una guerra nuova e dunque da rifiutare con assolutezza? A detta di Bobbio, non è affatto a causa dell’orrore: per lui, infatti, ogni guerra è orrenda; ogni guerra avrebbe dovuto, in passato, e dovrebbe, in futuro, essere condannata.

Le ragioni su cui si concentra il suo ragionamento ci conducono ad una riflessione molto più profonda. La guerra termonucleare, infatti, potrebbe mettere a repentaglio la vita e la storia intera dell’umanità, potrebbe distruggere tutto ciò che è esistente. Inoltre, la guerra termonucleare potrebbe non condurre a nessun tipo di risultato. Se lo scopo di ogni conflitto bellico è la vittoria (e il raggiungimento di tutti i vantaggi politici, economici e sociali che essa consente di ottenere), la guerra termonucleare, a differenza delle guerre passate, potrebbe invece non permettere una distinzione tra vincitori e vinti1.

Alla luce di queste considerazioni, mi chiedo e vi chiedo: possiamo rimanere indifferenti di fronte ad una tale eventualità? Possiamo pensarla con distacco o indifferenza? Io credo di no! Credo che ciò non sia possibile nemmeno per l’animo più bellicoso. Il motivo è semplice, ed è Bobbio stesso a suggerircelo: la possibilità di una guerra atomica ci costringe ad elaborare prima, e ad assumere poi, un nuovo e decisivo punto di vista storico: dovremmo eliminare dal nostro orizzonte di pensiero qualsiasi forma di finalismo. Ebbene sì, dovremmo spogliarci proprio di quel tipo di ragionamento che tanto caratterizza la nostra mentalità occidentale! Dovremmo imparare a vedere la storia dell’uomo non più come un processo inevitabile, connotato da un tendenziale miglioramento, ma come un susseguirsi di fatti sì inevitabile, ma sprovvisto di qualsiasi tipo di senso.

Di fronte a questo panorama, Bobbio propone un irrinunciabile atteggiamento di pacifismo attivo, il quale consisterebbe nel negare in modo totale ogni ricorso a conflitti armati, affermando così una profonda fiducia negli effetti pratici che possono discendere dall’utilizzo delle tecniche nonviolente. Questa soluzione vi lascia perplessi? Ebbene, la sensibilità disillusa di Bobbio è perfettamente cosciente della difficoltà di questo tipo di alternativa: egli infatti ritiene che essa si presenti ancora come (inaccettabilmente) distante dalla nostra realtà attuale, nella quale «l’etica dei politici è l’etica della potenza».

Ciò che gli preme di più, dunque, sembra essere l’indirizzarci ad una revisione del nostro modo di stare al mondo e del nostro modo di percepire e valutare ciò che quotidianamente ci potrebbe apparire come invece inafferrabile, come troppo grande rispetto alla nostra finitudine di singoli individui, e come troppo lontano dalla portata delle nostre decisioni ed azioni. Ciò che più conta sembra essere il gettare il seme, il delineare delle piste di lavoro, lo smuovere la sensibilità pubblica, nell’attesa, speranzosa e calma (ma non inerte) che le cose comincino a mutare dal loro profondo.

Ma le cose potranno cambiare davvero? Di fronte a ciò che quotidianamente accade nel mondo, possiamo dirci fiduciosi? Certamente ed innegabilmente, ritengo si imponga sempre più come necessaria, e con una certa fretta, una più profonda riflessione da parte di ciascuno di noi rispetto a queste tematiche; non soltanto per riscattarci dal punto di vista bobbiano secondo il quale «l’arma totale è arrivata troppo presto per la rozzezza dei nostri costumi, per la superficialità dei nostri giudizi morali, per la smoderatezza delle nostre ambizioni, per l’enormità delle ingiustizie di cui la maggior parte dell’umanità soffre non avendo altra scelta che la violenza e l’oppressione»; ma anche per prendere posizione di fronte al fatto che sebbene la guerra atomica sembri essere solo una mera possibilità “futuristica”, in realtà siamo tutti potenzialmente coinvolti e dunque tutti potenziali vittime, e questo, la Storia, non solo passata, ma anche presente, la quotidianità, ce lo hanno già dimostrato.

 Federica Bonisiol

NOTE:
1. Per non limitarsi al puro piano teorico, è Bobbio stesso che cita un esempio riguardante gli U.S.A.: «gli Stati Uniti potrebbero riprendersi in 5 anni se subissero un attacco con soli 10 milioni di vittime, mentre con un attacco massiccio che uccidesse 80 milioni di americani, la ripresa richiederebbe mezzo secolo». Queste stime sono risultate da studi antecedenti di vent’anni rispetto al saggio del 1979, e sebbene debbano essere prese in considerazione e ridimensionate alla luce del progresso tecnologico che sempre più ci impone i suoi tempestivi risultati, sono comunque utili per farci valutare il fenomeno della guerra atomica in modo più concreto.

BIBLIOGRAFIA:
Norberto Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, 2009

Secondo emendamento o il prezzo della libertà

Ogni volta che i media riportano la notizia di una strage da arma da fuoco in America molti di noi sono presi da un sano stupore e da un’altrettanta sana indignazione verso qualcosa che non capiamo e che pensiamo molto lontano da noi. Tutte le volte che un ragazzotto preme il grilletto sfogando così le sue perverse pulsioni, vuoi razziali, religiose o semplicemente frutto della sua follia, la prima cosa che ci chiediamo è come sia potuto accadere che un’arma finisse in così cattive mani. E ciclicamente anche gli osservatori europei condannano la politica americana sulle armi che non fa niente per prevenire tragedie del genere. In USA altrettanto sull’onda emozionale del momento si fanno grandi proclami, ma in sostanza non cambia niente.

Contro l’attuale legislazione sulle armi si è espresso anche Barack Obama dopo l’ultima strage di inizio Ottobre all’Umpqua Community College in Oregon, nove morti e una decina di feriti.

Ma nello specifico che cosa si intende quando si parla di possesso di un’ arma negli USA? E da dove proviene questa cultura delle armi così radicata in America e perché è tanto difficile che qualcosa cambi a livello legale?
A mente fredda si può tentare di capire qualcosa di più in materia e sfatare anche qualche falso mito.

Che gli USA abbiano un problema con le armi è certo. Ecco alcune statistiche per capirci meglio:

Negli Stati Uniti ci sono 300 milioni di armi da fuoco su 315 milioni di abitanti (al secondo posto l’India con 43 milioni su 1 miliardo e 200 milioni di persone). Circa una famiglia su tre possiede un’arma.

Gli USA hanno solo il 4,4% della popolazione mondiale e quasi il 50% del totale delle armi detenute da civili al mondo.

Nel 2013 si sono registrati 11.203 omicidi e 21.175 suicidi causati da armi da fuoco, senza contare i decessi per armi usate dalla polizia. Più di qualsiasi altro paese civilizzato.

Dal caso della sparatoria alla Sandy Hook High School (2012) ci sono state oltre 986 fucilazioni di massa (mass shooting) negli Stati Uniti, ovvero episodi con almeno quattro morti. Per ora nel 2105 la percentuale è di quasi una al giorno.

Dal 2001 al 2011 i morti causati da armi da fuoco sono stati 130.000, mentre il terrorismo ha fatto 3.00 vittime, delle quali 2689 solo l’11 Settembre 2001.

Il possesso di armi da fuoco negli stati uniti è regolamentato dalla legislazione di ogni stato e da quella federale con un complesso sistema di norme, ma quasi tutti consentono di possedere una pistola e di portarla in pubblico nascosta.
Per quanto riguarda la vendita non è proprio vero il luogo comune secondo il quale si entra in un supermercato e se ne esce con un fucile (per le munizioni però in certi casi funziona così), ma comunque è assodato che negli Stati Uniti ci sia più possibilità e facilità di acquistare armi da fuoco che in ogni altro paese avanzato. Per comprare un’arma da un rivenditore autorizzato basta non essere un pregiudicato e dichiarare di non avere malattie mentali. Mentre un mercato ancora più incontrollato è costituito dalla vendita diretta tra privati o dalle più di 4.000 fiere annuali del settore.
E un dato abbastanza scioccante è che l’85% delle stragi commesse negli ultimi trent’anni è stato fatto con armi comprate regolarmente dal killer, non da altri, ma da chi ha effettivamente premuto il grilletto.
Sembrerà ovvio ma è comprovato statisticamente che leggi più lassiste sul possesso di armi ne aumentano la circolazione e fanno crescere il numero di omicidi.

Per quanto riguarda la questione della cultura delle armi si sente spesso citare il secondo emendamento come principio cardine che lascia libero ogni cittadino di possedere un’arma da fuoco e ciò è vero, ma questo emendamento è stato oggetto di diverse diatribe sull’interpretazione e ci si è appellati ad esso solo negli ultimi decenni, come vedremo. Il secondo emendamento in questione risale al Bill of Rights (carta dei diritti che comprende i primi nove emendamenti) del 1791 e recita:

Essendo necessaria alla sicurezza di uno stato libero una milizia regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto.

Molti americani verso la fine del ‘700, soprattutto nelle zone rurali possedevano un fucile, per difesa contro gli attacchi di indiani o di banditi. Questo emendamento di fatto regolava una situazione già consolidata da una parte e dall’altra, con l’istituzione di una milizia centrale e federalista e per paura di troppo centralismo, avvallava il possesso di armi di privati cittadini e la creazione di eserciti locali, là dove il governo federale faticava ad arrivare. Le milizie locali che si vengono a creare sono le antenate delle criticate guardie nazionali che ogni stato americano possiede tutt’oggi.

Storicamente queste ventisette parole (27!) sono figlie del contesto già prima accennato, della fine della guerra d’indipendenza contro la madrepatria inglese e della confederazione dei tredici stati e poi della conquista del west da parte dei pionieri, ma culturalmente si sono rivelate oggi esprimere loro malgrado il concetto di liberismo, che caratterizza gli Stati Uniti dalla loro nascita; un Paese di breve storia che ha fatto dell’individualismo e della libertà personale principi imprescindibili e nuovi elementi di un’epica moderna. La conquista e la difesa, anche individuale del territorio, sono elementi sempre presenti nell’epos americano e nella cultura pop; non è un caso che nei fumetti di Walt Disney Paperon De’ Paperoni e Nonna Papera fossero rappresentati icasticamente difendere i loro possedimenti a suon di fucile.

È sulla base di quell’ emendamento che, in particolare dalla metà dagli anni ‘70 del secolo scorso, ha portato avanti la sua battaglia ideologica la più famosa e potente lobby del mondo: la National Rifle Association (NRA), l’associazione dei produttori di armi da fuoco.
Ronald Reagan fu il primo presidente a essere eletto con il sostegno della NRA ed è sotto il suo mandato che si “riscoprì” il valore del secondo emendamento come principio per il possesso individuale di armi. Partendo da questa riscoperta venne votato il Firearms Owners Protection Act.
In tempi più recenti la corte costituzionale segnò altri punti per la causa dei produttori sancendo, con una sentenza del 2008, che il regolamento sul controllo delle armi del District of Columbia era incostituzionale e che quindi «il Secondo emendamento protegge il diritto individuale del possesso di un’arma da fuoco, non connesso al servizio in una milizia». Due anni dopo un’altra sentenza ha esteso l’interpretazione ai 50 stati americani, obbligandoli ad adeguarsi. Il diritto di possedere un’arma è quindi, per adesso, inviolabile.

Appare chiaro che il problema con le armi degli USA sia prima che di ordine pubblico un problema culturale se si confrontano gli Stati Uniti con altri Paesi.
Uno Stato pieno di armi come la Svizzera, mutatis mutandis, ha un tasso molto più basso di omicidi degli USA e ciò vale lo stesso per i vicini canadesi; ricordandoci sempre che i paesi con più armi hanno un numero di casi di omicidio maggiore di quelli con un arsenale minore. Michael Moore nel suo bellissimo documentario Bowling for Columbine (2002) incalzando Charlton Heston, allora presidente della NRA, gli chiede il motivo secondo lui di questa differenza tra gli Stati Uniti e gli alri paesi. Heston, non senza qualche diffficoltà, afferma che l’america ha una storia insanguinata. Moore quindi gli fa notare come le storie di quasi tutti i paesi siano macchiate di sangue, ma quello a cui forse poco consciamente l’attore di Ben Hur si riferiva era la cultura Americana derivata dalla sua particolare storia di conquista e indipendenza. L’idea del Grande Paese America da difendere ad ogni costo, ognuno per sé se serve. Insita nel patrimonio Americano vi è non a caso l’idea di popolo eletto, portatore del bene e della libertà. E allora come si potrebbe privare delle libertà individuali i propri cittadini?

Dei recenti sondaggi mostrano come la maggioranza della popolazione sia ancora favorevole al possesso di armi, ma al contempo più del 50% degli americani sarebbe favorevole a qualche norma di tipo restrittivo (non troppo rigida ovviamente). Legislativamente il processo è ora difficile dato il senato in mano ai Repubblicani e anche nella prossima tornata elettorale sono pochi i candidati fortemente contrari alla armi. Ammesso e non concesso che sul piano delle leggi qualcosa possa cambiare, in futuro non è dato sapere se cambierà la cultura Americana e il bisogno di sicurezza dei suoi abitanti. Unico dato confortante è che il numero degli omicidi e delle armi possedute è comunque leggermente in calo negli ultimi anni.

Però, in conclusione, è lecito domandarsi quanti altri innocenti dovranno essere sacrificati sull’altare del dio delle armi per continuare a tenere alzata la bandiera della libertà.

Tommaso Meo

Le opinioni sono personali.

Brian Pallas: when the Idea becomes Action

Italian version: here

1) An unusual life for a young 28-year-old, who lives in Milan and New York. Does Brian Pallas feel different from his peers? Why?

I do not consider myself particularly different from my peers. What may be different is the path I have undertaken to achieve my objectives. I’ve never had just one specific target, but I always allowed myself to keep the maximum options open.
In Philosophy there is the concept of ‘degrees of freedom’, thus when the degree of individual’s freedom increases there will be the opportunity to get more results that are different from the standard.
My philosophy as an individual, not simply as an entrepreneur (this was one of the various options), has always been to keep open as many options as possible, so I have always chosen one school and not another one, a first job as a consultant just to expand the range of options available to me.
Also, the additional choice of the MBA was to continue to expand my optional range, because I believe that, rather than specializing yourself, it’s better to have not only a plan A to move forward but also a plan B, C and D even within the same thing that you are doing. Obviously this requires more time and effort but it allows you to use the value of the option and a higher degree of freedom.

2) Do you think that now flexibility should be an important feature of young people?

Yes, absolutely.
It is a matter of personal flexibility. Often when you say the word ‘flexible’, people tend to think about accepting an unpaid work or bowing to external requirements.
For me, being flexible means not to bind to an identity, an ‘exoskeleton’ that is placed around you by society, but to live with the minimum fluidity that is required to get the best opportunities, because every choice comes from a function of two main features:
1 – the large number of available alternatives
2 – the forecast capacity of the outcome of each alternative.

This means that if you have five choices and you know what results they bring, then you know what to choose and so you will do a rational choice; so what is the problem?

However, we work with two elements that are incomplete because:
1- the large number of choices is due to our imagination and our ability to see them, as well as to what we built before.
2- to know the outcome of our choice in advance is difficult because this is given by intelligence and predictive power, which are the result of experience.

From this point of view the flexibility of our behavior must serve to expand the number of available choices in order to have a great number of options and then, if we can predict the possible outcome of these choices, decide to approach an optimality’s paradigm.

3) You had the IDEA. For you, in this contemporary scene, should winning ideas be considered as the result of the Intellect, (so independent because at the top of everything) or are the result of reason, (therefore “built”, so you start with some elements and then you build the winning idea?)

Winning is a context- related concept and an idea is winning as much as serving the utility of someone. We know that humans react according to utility functions and if something does not add value to anyone is not to be considered a winning idea.
If we look at the whole problem from this perspective, we should not focus on the idea but on the utility that is generated; the latter, in my opinion, is inherent to the social structure of a country’s economic system, in its incentives’ system, while the former simply consists of seeing how to adjust this incentive system in a way that adds value to all the stakeholders.
From this point of view there is a moment of creativity in understanding how this added value can be made by modifying a complex, existing system, but at the same time it is not creative itself since it does not lead to the production of something new, but it simply generates a new interaction among existing elements.

4) From the idea to the project to the start-up: a journey that seems to be the common denominator of new companies. Yet many of these fail at the second stage or little after the birth of the startup. Is it only bad luck or the lack of ‘something’ that would overcome difficulties?

From my point of view the world is full of good ideas and I’m sure that a thousand people have had my same idea before. There are seven billion people in the world and it would seem very anti – statistical if this were not the case.
For me, what leads to success is always execution that is to say the ability to transform ideas into action.
In a world like ours success is rarely related to a process of transformation but it is increasingly linked to the propagation of a concept among individuals and who make it grow with their work, their capital, and everything that is around it. When we talk of success we speak about the ability to foster a sense of utility, ensuring that this utility is perceived and embraced by all major stakeholders in a sufficiently strong way to overcome inertia from their current state. There must be perceived a value to bring the stakeholders from a state of inertia to a state of change.

5) Today we talk a lot about start-ups’ incubators and enterprises’ accelerators. They are born with the purpose of generating a change and while in Europe they are creating the development, in Italy things appear to be very different. Although Italy has the record for the number of incubators, (about 4 times more than in Germany), the conversion rate idea- enterprise is very low in our country. (9.6% in 2012) What does distinguish American incubators from ours?

There are three elements really distinctive in Italy.
One is the lack of alternatives for young people: if you are young and you haven’t a solid and rewarding job you may say “I’m going to create a start-up”. If the opportunity-cost, the lack of alternatives is low, the initial filter has to also be low. Thus if an idea or the ability of execution are not very strong, the attempt, provided the rational attitude of the actor, is still worthwhile. If you have a low opportunity-cost ratio, the failure risk is higher.
The second element of difference is the question of ‘openness’. Many people are afraid to have their ideas stolen if they share them with others. What it is not considered is that, on the contrary, sharing one’s own ideas leads to have more people who could help rather than hinder. This is because if the communication is effectively structured, the incentive system for the counterpart is built in order to foster the collaboration rather than competition. If we are able to create such mindset, we can accelerate our growth much more and leverage, not only on the people we know but also on a much larger network (which is what has allowed my project to grow so quickly) This is a very common thing in the USA, that the only way to do a start-up is just to shout the idea to everyone and then see what happens.
The last element of difference is that in Italy we lack a system of mentorships and successful entrepreneurs who mentor beginners, helping them to make decisions. The lack of this leadership from someone who has been successful and has already met and overcome the same difficulties is a detriment and will cause to repeat the same mistakes due to the lack of information.

6) What would you suggest to one of your contemporary with an innovative idea? Who should he contact?

I would suggest him/her to try the idea concretely. Ideas have their own legs only if they can change, in a positive way, the utility function of a sufficient number of people to justify their existence and clearly enough to bring these people to change their habits.
Even before writing a business plan or trying to raise capital, I suggest to try the idea in a small way, with known people, trying to see if it works in practice and to edit it on the basis of the market needs, since no idea is born right. We started a long way from where we are now and, without having tested and changed many things, we would not be able to do anything even with an outstanding amount of capital or mentorship.
You have to test your idea on field before going to look for accelerators.
Once the idea is tested concretely and you have something that really works, those accelerators or incubators tend to come to you saying ” I see you have something that works! Let’s make it together.”

Logo1

7) Opportunity Network, a new tool at the service of companies involving more countries. How does it work and why did you have the need to develop this network?

Opportunity Network was born from a family’s need because my father is an entrepreneur.
I have always seen that his whole business comes from personal contact with others, but this is not always enough and potentially transferable to future generations. So I thought that if I had created a network of people that could trust each other, this could have boosted my father’s chance to get opportunities not only from his own network, but also from mine and many other people.
The hard part of this project was not to bring together companies but to make them trust each other: to solve this problem of reliability, rather than being us to say whether a company was good or bad or if a CEO was reliable or not, we decided to leave this function to who, for hundreds of years, has made the reliability’s screen its business model, banks. Since banks decide whether to provide loans or warranties to their clients, we tend to think that they perform an efficient screening. We have started using bank customers as proxy for reliability and to ensure that the banks themselves bring their customers to our platform. We can not give membership but our trusted partners proselytize our platform in their users’ and clients’ network.

8) Behind every project there is a philosophy like an accurate reflection on what we are going to build, on the values, on the ethical principles. What is the philosophy of Opportunity Network?

When I created this company I had some ideas. Despite I gave life to a group of people I did not want to be a father-master who imposed an idea or a philosophy to all; when we started to be a sufficiently large group we sat together around a table and we reflected on what were the values that we really felt ours. Each of us proposed a list of values and from these we chose those that we truly felt ours. Today our four values lead every choice we make.
They are:
-People FIRST
-Trust
-Simplicity (let’s do one thing and get it right)
-Symbiosis: instead of entering in a system and create disruption as other start up that remove a piece from a chain of values replacing it with something cheaper or more efficient, we enter in the values’ chain by feeding each element of it.
Our aim is just not to take off anything to anyone, but to add something. This is why we are not the natural enemy of any of the economical giants with whom we go to compare but we are a part of the system that goes to feed everything in it.

9) A company of 30 people at the age of 28, an experience that definitely helps to mature yourself and to develop skills and responsibility; it is something anomalous in our country, is it also in the USA? Why in Italy are we surprised when young people have ideas like yours?

For me the issue of prejudice in the general sense of preconceived assumptions is due to
the amount of the data points that you have in front of you.
If I see a ball falling down at 9.8 m / s in acceleration for hundred years, I expect that the
ball continues to fall in the same direction!
The wonder is when the ball, instead of falling, goes up! Because the more something is abnormal in the system, the more it generates amazement or the more is an outlier the more it surprise us. Therefore, if in the USA each month there are 10 new start-ups and there are already a hundred million, the eleventh start-up does not cause astonishment! Of course if in Italy there is a new one every ten years or every five years this generates much amazement. Thus the prejudice is nothing more than a shortcut that the mind uses to derive a general rule from something, which is obviously not generalizable, not being a physical law. This is only a matter of unbalance between probability and actual implementation, that is: every time there is something contrary to the prediction, this leads to amazement so the wonder is the way the human mind adapts the odds.

 
10) Philosophy in Italy is mistreated and considered useless. What do you think about this matter?

There are, in my opinion, two categories of philosophers.
– Those who see philosophy as a method, like Socrates who adopts the Socratic method
to get results, solutions and different behaviors as a response to the same stimulus on the basis of a complex reasoning. This is the philosophy that I tend to really appreciate because many other philosophers, using complex reasoning, achieved results very counter-intuitive.
– The cataloging philosophy that I like less, as Aristotle and Hegel who used philosophy as a lens to pigeonhole all reality and not to generate a specific result, but to provide a rational explanation of everything.
The first type of philosophy leads to a true impact with reality, the other one simply leads to a system that you can like or not.
For me there is a big split between the two groups and from Hegel onwards I only see a continuation of the second type of philosophy, going to turn it into something that is the history of philosophy.
If I think back to high school I did not study philosophy but the history of philosophy, then
the thought of other people in relation to a specific problem. Philosophy, like everything else, is a product, a human mind’s product and like every product it has to justify a service, then its existence by generating utility for users, because if utility is not produced it is a useless tool.
So the question becomes: how can philosophy add value to those who use it?

11) Do you think that philosophy, as the development of complex questions, answers, and solutions, could join the company as a support to each specific area? Why?
I think that we did it in Opportunity Network and if we think well in a company everyone who makes strategy is not very far from making a philosophical reasoning; simply this step is called ‘strategy’ because the ‘company’s philosopher ‘ would not be a term that would give satisfaction to someone, being a concept that is sometimes used in a negative way.
However, I believe that any role in strategy or strategic advice is deeply linked to philosophy.
Strategy, as the complex study of all the future possible alternatives of a company, is like philosophy, which studies the origin and structure of the human being, for its way to evolve itself from the tactical choices to the strategic ones.

 

Valeria Genova

[image courtesy of]

Brian Pallas: Trasformare il pensiero in fatti. 28 anni e una start-up da 100 mln di dollari

English version: here

Nel grande periodo di crisi economica e motivazionale che stiamo attraversando, esistono casi in cui la creatività, l’impegno e la passione diventano motore per il successo

È il caso di Brian Pallas, ventottenne milanese laureato in economia alla Cattolica di Milano che dopo aver svolto diversi lavori sceglie il Boston Consulting Group e ottiene la sponsorizzazione tra i giovani più meritevoli dell’azienda per frequentare l’Mba alla Columbia University di New York.

Nel 2014 fonda Opportunity Network, piattaforma dove imprese di diversi Paesi possono pubblicare in forma anonima richieste di partnership, finanziamenti, acquisizioni o vendita. Oggi conta più di 3000 aziende in 75 paesi diversi.

1) Una vita inusuale per un giovane 27enne, vissuta tra Milano e New York. Brian Pallas si sente diverso dai suoi coetanei? Perché?

Non mi sento particolarmente diverso dai miei coetanei e quello che reputo che possa esserci di diverso è parte del percorso che ho intrapreso, perché il mio modo di costruirlo è sempre stato non tanto in vista di un obiettivo specifico ma in vista dell’ampliamento del numero di opzioni.

Anche in filosofia c’è il concetto dei “gradi di libertà”, quindi all’aumentare del grado di libertà dell’individuo si ha la possibilità di andare ad ottenere risultati più difformi dallo standard. La mia filosofia di base come individuo, prima ancora che come imprenditore (questa era una delle varie opzioni), è stata quella di tenermi aperte sempre più strade possibili, quindi ho sempre scelto una scuola piuttosto che un’altra, un primo lavoro come consulente, proprio per ampliare la gamma di opzioni a mia disposizione.

E anche l’ulteriore scelta con l’Mba è servita per continuare ad ampliare il mio range opzionale, perché ritengo che, piuttosto che andare a specializzarsi e settorializzarsi, restringendo le proprie possibilità in maniera specifica, occorre avere non solo un piano per andare avanti ma anche un piano B, uno C e uno D, anche all’interno della stessa cosa che si sta facendo; ovviamente questo richiede più tempo e più sforzo ma ti permette di utilizzare il valore dell’opzione e un grado di libertà superiore.

2) Pensi che una caratteristica di un giovane ragazzo di adesso sia quella di essere flessibile?

Assolutamente sì.

È una questione di flessibilità personale. Spesso quando si dice flessibile la gente tende a pensare alla questione di accettare un lavoro non pagato o di piegarsi ad esigenze esterne. Per me essere flessibile significa non legarsi ad un’identità, un esoscheletro che ti viene posto attorno dalla società ma tenersi con quel minimo di fluidità necessaria per poter indossare la veste necessaria per arrivare a cogliere l’opportunità migliore, perché ogni scelta deriva da una funzione di due principali caratteristiche:

1-la numerosità delle alternative a disposizione

2-la capacita previsionale dell’outcome di ogni alternativa

Il che significa che se sai che hai cinque alternative e sai che risultati esse portino sai cosa scegliere e quella che farai sarà una scelta razionale, quindi qual è il problema? Semplice, si lavora su due elementi che sono incompleti perché:

2- conoscere il risultato della propria scelta in anticipo è difficile, è dettato dall’intelligenza e dalla capacità previsionale, la quale è una funzione di esperienza, dunque sono cose che un po’ vengono innate un po’ si possono costruire;

1- la numerosità delle scelte è sì funzione della tua immaginazione e della tua capacità di vederle ma anche del track record, di ciò che hai costruito prima.

Da questo punto di vista la flessibilità nel proprio percorso deve servire per ampliare il numero di scelte a disposizione per poter avere un numero maggiore di opzioni tra cui prendere e successivamente, posto che si riesca a giudicare gli outcome possibili di queste scelte, ‘efficientare’ le propria decisione per avvicinarsi ad un paradigma di ottimalità.

3) Lei ha avuto l’IDEA. Secondo lei le idee vincenti in generale, nel panorama contemporaneo, sono da concepirsi come frutto dell’Intelletto, quindi autonome perché al di sopra di tutto e “piovute dal cielo” o sono piuttosto frutto della ragione, perciò “costruite”, quindi a partire da dati elementi si costruisce l’idea vincente?

Il concetto di vincente si considera relativo ad un contesto e un’idea è vincente tanto quanto va a servire l’utilità di qualcuno. Alla fine gli esseri umani reagiscono secondo funzioni di utilità e se qualcosa non va ad aggiungere utilità a qualcuno non è da considerarsi vincente.

Se si guarda l’intero problema da questa prospettiva, la questione non è da focalizzare sull’idea quando sull’utilità che viene generata; quest’ultima, a mio avviso, è qualcosa di inerente alla struttura sociale del tessuto economico di un paese, quindi al sistema di incentivi che sono coerentemente in essere, mentre l’idea è semplicemente vedere come andare a muovere questa funzione di incentivi in un modo che aggiunga valore a tutte le parti in causa. Da questo punto di vista c’è un momento di creatività nell’intuire come questa aggiunta di valore possa essere fatta modificando un sistema complesso, eppure non è niente di creativo di per sé perché non porta alla creazione di niente di nuovo, è semplicemente una nuova interazione con elementi preesistenti.

4) Dall’idea al progetto alla Start Up: un percorso che sembra essere il comune denominatore delle nuove imprese. Eppure tante cadono già alla seconda fase o poco dopo l’avvio. Solo sfortuna o mancanza di quel “quid” che aiuti a superare le difficoltà?

Dal mio punto di vista il mondo è pieno di ottime idee e la mia stessa idea sono sicuro che sarà venuta a mille persone prima di me, anche perché siamo sette miliardi di individui nel mondo e mi sembrerebbe molto anti-statistico il contrario!

Per me, ciò che porta al successo è sempre la parte di pre-execution e questa è data dalla capacità di trasformare il pensiero in fatti.

In un mondo come quello odierno raramente il successo è legato ad un processo trasformativo della materia ma è sempre più legato alla propagazione di un modello in termini concettuali tra individui che tendono ad aderirvi e a farlo crescere con il loro lavoro, il loro capitale e tutto quello che c’è intorno, quindi fondamentalmente, parlando di successo si parla della capacità di propagare un senso dell’utilità generata e di fare in modo che tale utilità venga percepita e abbracciata da tutti i principali stakeholders in maniera sufficientemente forte per superare l’inerzia dal loro stato corrente per arrivare ad uno stato differente, perché è scontato dire che per qualunque cosa si proponga deve esserci un valore di differenzialità tale da portare da uno stato di inerzia ad uno stato di cambiamento.

5) Oggi sentiamo parliamo solamente di incubatori di start-up e acceleratori di impresa. Nati con lo scopo di generare un cambiamento, in Europa attualmente sono elemento di crescita mentre in Italia le cose sembrano essere ben diverse. Nonostante l’Italia abbia il primato per numero di incubatori, ( circa 4 volte di più rispetto a quelli presenti in Germania) il tasso di conversione idea-impresa è molto ridotto nel nostro Paese. ( 9,6% nel 2012) Che cosa contraddistingue gli incubatori americani rispetto a quelli del nostro Paese?

Per me ci sono tre elementi veramente distintivi, rispetto all’estero.

L’elemento che aumenta il funnel (flusso) all’ingresso riguarda la mancanza di alternative per i giovani: se sei giovane e non hai un posto di lavoro solido e remunerativo ti viene da dire “mi metto a fare una start up”, quindi la mancanza di opzioni può implementare le fila della persone sveglie che non hanno trovato un’alternativa sufficiente a giustificare la loro inattività; nello stesso tempo, però, questa mancanza può essere anche un elemento distruttivo, perché più alta è la barriera per andare a fare imprenditoria, più alta è la rinuncia per andare a fare imprenditoria (perché se dici ‘vado a fare l’imprenditore’ e rinunci ad uno stipendio di 500 Euro è un conto, se rinunci ad uno stipendio di 10mila Euro è ben diverso); quindi, se la barriera di costo-opportunità è bassa occorre fare in modo che anche il filtro iniziale sia più basso, cioè anche se un’idea o la capacità di esecuzione non sono fortissime, vale comunque la pena di tentare sempre con decisioni razionali e correttamente prese da parte dell’attore, ricordandosi che se si ha un rapporto costo-opportunità più basso, il rischio di mortalità è più alto.

Il secondo elemento di differenza è il discorso di “apertura”; a ragione o a torto molte persone hanno paura che raccontando la loro idea a qualcuno gliela possano rubare, ma sfugge loro che invece saranno più le persone che le aiuteranno piuttosto che le persone che gliela porteranno via, questo perché se la comunicazione è strutturata in modo efficace, il sistema di incentivi per la persona che guarda da fuori deve essere costruito in modo tale da favorire la collaborazione piuttosto che la competizione e questo fa parte dell’abilità del comunicatore.

Se si riesce a strutturare una cosa di questo genere allora sì che si può accelerare di molto la propria crescita e il proprio sviluppo e fare leva, non solo sulle persone che si conoscono, ma su una rete molto più ampia (che è quello che ha permesso al mio progetto di crescere in modo così rapido) e questa è una cosa molto comune in USA, dove si parte dal presupposto che l’unico modo per fare start up sia proprio urlare la propria idea ai 4 venti e poi stare vedere cosa succede.

Ultimo elemento di differenza è che manca, in Italia, quella cultura, quell’ecosistema di mentorships e di imprenditori di successo che facciano appunto mentorship su giovani che stanno iniziando, aiutandoli a prendere quelle decisioni che sono proprio filosofiche e che stanno alla base dell’azienda e che magari hanno aiutato il loro successo 10, 15 o 20 anni prima.

Quindi la mancanza di questo give back, di una guida di qualcuno che abbia avuto successo e abbia incontrato le stesse difficoltà è veramente un danno per un ecosistema che andrà, quindi, a ripetere gli stessi errori solamente per la mancanza di flusso informativo.

6) Cosa consiglierebbe ad un suo coetaneo con un’idea innovativa tra le mani? A chi rivolgersi?

Quello che suggerirei ad un giovane con un’idea è di provarla sul campo. Alla fine le idee hanno gambe solo se riescono a modificare, in modo positivo, la funzione di utilità di un numero sufficiente di persone da giustificarne l’esistenza e in maniera sufficientemente chiara da portare queste persone a cambiare la loro abitudine, che è sempre molto resistente. Quindi, prima ancora di andare a raccogliere capitali, di scrivere un business plan e di fare qualunque cosa, io suggerisco di provarla in piccolo con le persone accanto a sé, di provare a vedere se funziona nella pratica e di vedere di modificarla sulla base delle esigenze di mercato, perché occorre ricordarsi che nessuna idea nasce giusta, per esempio noi siamo partiti da molto lontano da dove siamo adesso e, senza avere testato testato testato e cambiato molte cose, non saremmo stati in grado di fare niente anche con qualsiasi iniezione di capitale o ammontare di mentorship.

Testate, dunque, sul campo prima di andare a guardare ad acceleratori o quant’altro; una volta che si è testato sul campo e si ha qualcosa che funziona davvero, tendono queste realtà a venire da voi a dirvi “vedo che hai qualcosa che funziona sviluppiamola insieme”.

Logo1

7) Opportunity Network, un nuovo strumento al servizio delle aziende che coinvolge più paesi del mondo. Come funziona e perché ha sentito l’esigenza di sviluppare questo network?

Opportunity Network è nato da un’esigenza familiare perché mio padre è un imprenditore e mi sono sempre reso conto che tutto il business arriva sempre da un contatto personale con altri e il che è giusto, però non sempre esso è potenzialmente e sufficientemente trasferibile alla generazioni future, quindi ho pensato che se si fosse creato un network di persone che si potessero fidare le une delle altre, questo avrebbe potuto amplificare la possibilità di mio padre di ricevere non solo dal suo network ma anche dal mio e da molti altri.

Il difficile di questo progetto non era tanto quello di mettere assieme aziende quanto fare in modo che si potessero fidare le une delle altre: per risolvere questo problema di affidabilità, piuttosto che metterci noi a dire se un’azienda fosse buona o cattiva o l’amministratore delegato fosse affidabile o meno, lo abbiamo lasciato dire a chi per centinaia di anni ha fatto dello screen di affidabilità il proprio business model, cioè le banche, perché alla fine sono loro che decidono se dare 50 milioni in affidamento o non darli e quando ci mettono i loro soldi siamo tentati di pensare che sia uno screening piuttosto efficiente.

In questo modo abbiamo iniziato ad utilizzare clienti bancari come proxy di affidabilità e a fare in modo che fossero le banche stesse a portare i loro clienti nella nostra piattaforma. Noi non possiamo dare membership neanche volendo sono i nostri trusted partners a fare proselitismo della nostra piattaforma nella loro rete di utenti e clienti.

8)Dietro ogni progetto c’è una Filosofia, intesa come riflessione accurata su ciò che si va a costruire, sui valori, sui principi etici. Qual è la filosofia di Opportunity Network?

Io quando ho creato quest’azienda avevo delle idee, ma avendo dato vita ad un gruppo di persone non ho voluto essere un padre-padrone che imponeva un’idea o una filosofia su tutti, anzi: quando abbiamo cominciato ad essere un gruppo sufficientemente folto ci siamo seduti tutti insieme intorno ad un tavolo ed abbiamo riflettuto su quali fossero quei valori che davvero sentivamo nostri, così ognuno ha proposto una lista di valori e da queste abbiamo scelto quelli che veramente sentivamo nostri tramite voto anonimo fino ad arrivare a quattro valori che ad oggi guidano ogni nostra scelta che facciamo.

Essi sono:

-TRUST

-PEOPLE FIRST

-SEMPLICITY (facciamo una cosa e facciamola bene)

-SYMBIOSIS: noi invece che entrare come altre start up in un ecosistema e fare disruption, cioè togliere un pezzo da una catena di valori e rimpiazzarlo con qualcosa di economico o più efficiente, entriamo nella catena di valori nutrendo ogni singolo elemento di questa.

Il nostro scopo è proprio quello di non andare a togliere niente a nessuno, ma anzi, di aggiungere, per questo non siamo il nemico naturale di nessuno dei giganti con cui ci andiamo a confrontare ma siamo una parte dell’ecosistema che va a nutrire il tutto.

9) Un’azienda di 30 persone a 28 anni, un’esperienza che sicuramente aiuta a maturare, sviluppando competenze e responsabilità; è qualcosa di anomalo nel nostro Paese, lo è anche negli USA, cioè secondo lei perché in Italia ci si stupisce di giovani che hanno idee come la sua in giovane età?

Dal mio punto di visto il tema del pregiudizio in generale nel senso di ipotesi preconcepita parte dall’ammontare di data point che si ha davanti.  Se io vedo cadere una pallina per cento anni verso il basso a 9.8 m/s in accelerazione, mi aspetto che la pallina continui a cadere sempre in quella direzione! Lo stupore sovviene quando la pallina, invece di cadere, sale, perché ovviamente tanto più qualcosa è anomalo all’interno del sistema, tanto più genera stupore, cioè tanto più è un outlier tanto più stupisce. Pertanto, se in USA ogni mese ci sono 10 nuove start up e ce ne sono già cento milioni, l’undicesima start up non provoca stupore! Se in Italia ce n’è una ogni dieci anni o anche ogni cinque ovviamente questo genera molto più stupore.

Quindi il pregiudizio non è altro che una shortcut che la mente utilizza per andare a derivare una regola generale da qualcosa che ovviamente non è generalizzabile non essendo una legge fisica. Si tratta solo un discorso di unbalance tra probabilità ed effettiva realizzazione, cioè ogni volta che si verifica qualcosa di contrario alla predizione questo porta a stupore e lo stupore è il modo con cui la mente umana riadatta le probabilità.

10) La filosofia in Italia è bistrattata, considerata inutile e cialtrona. Lei cosa pensa di questa materia?

Ci sono, secondo me, due categorie di filosofi.

– Quelli che vedono la filosofia come un metodo, quindi Socrate che adotta il metodo maieutico per ottenere risultati, soluzioni e comportamenti diversi come risposte allo stesso stimolo sulla base di un ragionamento complesso e questa è la filosofia che tendo davvero ad apprezzare perché molti altri filosofi, utilizzando ragionamenti complessi, sono arrivati a risultati davvero contro-intuitivi.

– La filosofia catalogativa, che apprezzo meno, come Aristotele e Hegel che hanno utilizzato la filosofia come una lente per incasellare tutta la realtà in modo, non volto a generare un risultato specifico, ma con l’ottica di fornire una spiegazione razionale a qualunque cosa.

Il primo tipo di filosofia porta ad un impatto vero con la realtà, l’altro porta semplicemente a un sistema che può piacere o meno. Per me vi è una grossa scissione tra le due categorie e da Hegel in poi vedo solo una prosecuzione della seconda tipologia di filosofia, andando a trasformarla in qualcosa che più che filosofia è storia della filosofia.

Io oggi se ripenso al liceo non ho studiato filosofia ma storia della filosofia, quindi il pensiero di altre persone in relazione ad uno specifico problema. La filosofia, come tutto il resto, è un prodotto, un prodotto della mente umana e come tutti deve giustificare un servizio, quindi la propria esistenza tramite la generazione di utilità per gli utenti, perché se non viene prodotta utilità allora si tratta di uno strumento inutile. Quindi la domanda diventa: come la filosofia può aggiungere valore a coloro che la utilizzano?

11) Pensa che la Filosofia, intesa come sviluppo di domande complesse, risposte e soluzioni, possa entrare in azienda come supporto ad ogni area specifica? Perché?

Da noi penso che l’abbia fatto e se ci pensiamo chiunque in un’azienda faccia strategia non è molto lontano dal fare un ragionamento filosofico; semplicemente viene definita strategia perché il ‘filosofo dell’azienda’ non sarebbe un termine che darebbe soddisfazione a chi lo porta essendo un concetto che a volte viene utilizzato in maniera derogatoria. Credo, comunque, che qualunque ruolo in strategia o consulenza strategica sia profondamente legato alla filosofia.

La strategia, quale studio complesso di tutte le alternative future possibili di un’azienda, per il suo modo di evolversi a partire dalla scelte tattiche per arrivare a quelle strategiche, è come la filosofia, quale studio dell’origine e della struttura dell’essere umano.

 

Oggi sentiamo sempre più spesso parlare di creatività e innovazione, sembra addirittura che la società e il contesto in cui viviamo siano caratterizzati dalla creatività, concetto al servizio dei settori più svariati. La situazione appare chiara: la capacità di produrre idee, tecniche e conoscenze nuove è il fattore discriminante innanzitutto per stare al passo con il progresso, in secondo luogo per essere competitivi sul mercato e infine (forse) per aver successo.

Ci siamo resi conto che i creativi dopotutto non sono una rarità, ma creativi sono anche coloro che nella quotidianità del proprio lavoro producono soluzioni alternative combinando la tecnica con la fantasia. Lo stesso Abraham Maslow, psicologo americano, era convinto che la vita altro non fosse che l’intreccio di routine e creatività e così il “talento” non è riservato a pochi, ma pochi solo coloro che riescono a stimolarlo e metterlo a frutto.

Alla creatività però è necessario aggiungere altri ingredienti chiave per poter avere un’idea vincente: l’esperienza di Brian Pallas è esempio concreto per tutti quei giovani con la voglia di mettere in gioco le proprie idee. Flessibilità, utilità, differenziazione, sperimentazione, intraprendenza e passione sono gli elementi che non possono mancare nel momento in cui scegliamo di inseguire le nostre idee e perché no, anche i nostri sogni.

Elena Casagrande

www.opportunitynetwork.com