Étienne de La Boétie e il peso della libertà

Si immagini, per assurdo, una comunità di uomini e donne che abbiano cessato di camminare. Non perché non possano più, o perché non ci siano le condizioni che glielo permettono, ma, semplicemente, questi uomini e queste donne ritengono superfluo l’uso di gambe e piedi. Se si prosegue ancora un po’ con questo gioco di immaginazione, si sarà costretti a pensare a questi individui perennemente seduti, o striscianti, il cui mancato uso delle gambe, a lungo andare, ha reso fiacchi e deboli. Essi inizieranno quindi a lamentarsi della loro condizione misera e della loro indolenza, si malediranno e riterranno la loro esistenza molto infelice. Eppure, questi individui continuano imperterriti a non muovere le proprie gambe, o a usare i loro piedi, perché hanno dimenticato il motivo per cui non si sono più alzati, e, d’altronde, perché farlo adesso? Si vivrà, finché si potrà.

Per quanto questo esempio possa sembrare paradossale, se una tale società esistesse davvero, cosa diremmo a quegli individui così disperati? Non resteremmo increduli, o non saremmo persino divertiti dalle loro lamentele? Tuttavia, questo gioco non è così assurdo come appare, perché è proprio ciò che afferma Étienne de La Boétie quando scrive degli uomini servi e miseri sotto il potere di un tiranno. Il suo Discorso della servitù volontaria del 1576 è un testo di circa quaranta pagine, colme di indignazione e stupore. Centinaia, migliaia, milioni di uomini dipendono da uno o pochi sovrani, e li servono così bene e profondamente, che nemmeno ci si chiede più perché lo si fa. La domanda che La Boétie si pone nel Discorso è: perché i molti servono i pochi, se non uno solo? La Boétie, nemmeno ventenne, scrive queste pagine pieno di rammarico, incredulità, e nemmeno una parola si avvicina al distacco con cui immaginiamo qualsiasi filosofo.

Lo sbigottimento di La Boétie parte da un assunto molto semplice: l’essere umano è libero, in un modo naturale e spontaneo, nello stesso modo in cui è naturale che impari a camminare. La libertà è costitutiva dell’essere umano come il suo corpo, la sua voce, la sua intelligenza; fa parte della sua natura, e non ha bisogno di giustificazioni o di essere cercata. Eppure, gli uomini servono continuamente sovrani indegni, e la storia non è che un susseguirsi di volti e nomi che raccontano lo stesso ritornello: la servitù si erge e la libertà si smarrisce. Se si segue La Boétie, ci si rende conto che non essere liberi è come non camminare pur avendo gambe funzionanti: è negare la propria natura. A tutto questo vi è una motivazione semplice, tanto quanto il suo presupposto: gli uomini si sono così abituati a servire, che hanno dimenticato che sono nati liberi e autonomi.

«Ma l’abitudine, che esercita in ogni cosa un gran potere su di noi, non possiede in un nessun altro ambito forza tanto grande come nell’insegnarci a servire […]»1.

L’abitudine li ha intrappolati così bene e stretti, che risulta impossibile cercare un altro modo di vivere. Se gli occhi si abituano così bene all’oscurità, non ci sarebbe forse il rischio di accecarsi, accendendo la luce?

«Decidetevi a non servire più, ed eccovi liberi»2. Per La Boétie sembra incredibilmente facile. Il sovrano, il tiranno, sono uomini soli, che nulla potrebbero fare di fronte a una moltitudine che li rifiuta. Sembra addirittura troppo facile.

C’è, in verità, un altro elemento che non bisogna dimenticare: l’essere umano, oltre a essere libero, è anche razionale. Libertà e razionalità non possono che andare di pari passo, perché per essere liberi occorre intelligenza, per poterlo riconoscere dentro di sé; occorre coraggio, per difendere la propria libertà; occorre empatia, per non calpestare la libertà altrui. Se non ci si riconosce come individui unici, e che proprio in questa unicità siamo colmi di dignità, allora la nostra libertà è come le gambe degli uomini che abbiamo immaginato: inutile. Tuttavia, fino a quando l’essere umano vivrà ignorando se stesso e senza chiedersi nulla, l’abitudine, il vero male, sarà l’unica protagonista delle vicende umane.

Essere liberi è faticoso, e serve esercizio per renderlo più solido. Ciò che è importante saper ammettere è che la servitù non è imposta, ma a lungo andare ne siamo tutti complici.

È impossibile non indignarsi insieme a La Boétie, o ignorare il suo scritto, una volta che lo si è avuto fra le mani. È uno di quei libri che brucia i polpastrelli.

Il Discorso è presentato come un trattato politico ma si tratta di un mero travestimento, perché non si può sperare in civiltà migliori se non si riconosce l’essere umano per ciò che è.

La libertà dell’uomo, prima di essere civile, è naturale, fa parte della sua pelle, e come il bambino impara a reggersi in piedi, prima traballando e poi correndo, così l’individuo deve imparare a essere libero, riconoscendosi come tale.

Per concludere, c’è un solo, vero motivo, per cui si dovrebbe leggere il Discorso: i poteri a cui siamo sottomessi sono molteplici, ma di qualunque cosa si tratti, noi ne siamo complici, perché non solo abbiamo dimenticato chi siamo, ma l’abitudine ci ha fatto cessare di chiedercelo. Il Discorso spinge verso l’unica rivolta possibile, ovvero alla riappropriazione di sé, e alla coscienza della propria persona. Solo così si cessa di servire.

 

Fabiana Castellino

 

NOTE
1. É. de La Boétie, Discorso della servitù volontaria, Universale Economica Feltrinelli 2014, Milano p. 43
2. Ivi, p. 37

[Photo credits: Emile Séguin on Unsplash.com]

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La notte dell’anima fra inquietudini e speranza

Conoscere l’uomo e dunque conoscere se stessi implica penetrare i meandri dell’anima, attraversare le salite impervie e le pendenti discese della propria intimità più profonda. Quante volte nel corso della nostra vita ci troviamo immersi nel flusso impetuoso di emozioni e pensieri che come una corrente carsica solca le pareti più profonde della nostra anima? Quante volte questo fluire di pensieri ed emozioni ci fa sprofondare nella notte oscura dell’anima? Un buio al quale, più o meno consapevolmente, ci conduciamo o siamo condotti da contingenze esterne. Da un lato, una condizione di spaesamento intellettuale, che può portarci a sperimentare il vuoto, il nulla dell’esistenza. Dall’altro, uno smarrimento emotivo, che può condurci ad una profonda sofferenza psicologica e spirituale, nei misteri oscuri della tristezza, dell’angoscia e della disperazione.

Accogliere queste pause dell’anima significa accettare la propria finitudine, la propria umana miseria, la propria infinita piccolezza. Convivere momentaneamente con l’inquietudine del pensiero e delle emozioni che spesso si avviluppano in una inspiegabile e angosciante morsa, tuttavia significa riconoscere che la nostra anima non è immobile, ma che essa è in divenire, che il dinamismo che la caratterizza non si è arrestato, ma sta attraversando le faticose paludi dell’esistenza. In questo senso è possibile riconoscere il travaglio dell’anima, la sofferenza psicologica e spirituale dentro la storia del singolo, espressione dell’umanità.

Conoscere se stessi richiede di prendere coscienza della notte oscura dell’anima, di quel vuoto spaesante e talora disturbante, che sembra difficile colmare. È questa la condizione esistenziale che hanno sperimentato i più grandi maestri del pensiero e dello spirito, che sarebbe onesto definire maestri di vita. Pensiamo alla profonda conoscenza dell’animo umano di Socrate, all’esercizio interiore di Seneca e Montaigne, alle inquietudini del cuore di Agostino d’Ippona, al travaglio interiore di Giovanni della Croce, allo strazio esistenziale di Pascal, Leopardi e Kierkegaard, al buio dell’anima conosciuto da Simone Weil e Etty Hillesum, solo per citarne alcuni. Costoro hanno attraversato la notte oscura dell’anima, ne hanno sperimentato l’abisso e, più di qualsivoglia manuale di psicologia, possono testimoniare ancor oggi, attraverso i loro scritti sgorgati dalla sera della vita, il cammino tortuoso e sfavillante dell’anima alla ricerca di se stessa e del proprio senso.

Coloro i quali abbiano sperimentato le notti senza stelle dell’anima, si sono al contempo resi consapevoli che è proprio il vuoto, il nulla, la via verso il tutto, verso la pienezza. Solo la mancanza infatti induce l’incessante ricerca personale. Non a caso la parola desiderio (dal latino de-sidera) significa assenza delle stelle, brama d’infinito. L’uomo disposto a scendere nell’abisso della propria interiorità è l’uomo disponibile ad oscillare fra il nulla e il tutto, poiché consapevole che l’uno è foriero dell’altro. La contemplazione profonda non s’arresta dunque allo smarrimento interiore, ma riesce a scorgere, proprio nell’acme del travaglio, la luce della speranza che dà significato a pensieri ed emozioni trasfigurandoli positivamente. Cogliere anche solo i riflessi delle stelle nel torrente impetuoso dell’angoscia e della disperazione, implica la fiducia che le doglie del parto siano generatrici della vita e consente di intravedere che il dolore può essere fertile humus per ogni gesto creativo, per ogni atto d’amore e di vita. In questo senso, come non pensare all’inquietudine psicologica e spirituale di Vincent Van Gogh, dalla quale sono affiorate alcune fra le pennellate più intense, struggenti, appassionate e coinvolgenti della storia dell’arte. Come non ricordare la travagliata esistenza di Alda Merini, dalla cui sofferenza interiore sono sgorgate con slancio creativo poesie traboccanti di vita, amore e bellezza.

È questo l’approdo spirituale di ogni essere umano che vive secondo saggezza e che, avendo conosciuto il vuoto interiore e non smettendo di camminare per le praterie della propria anima, non si stacca dal mondo, ma ne prende attivamente parte per far sì che il suo viaggio interiore diventi generativo anche per tutto quanto è altro da lui. Per questo, è importante riconoscere il lavorio dell’anima anche quando calano le ombre della notte nella nostra esistenza, quando tutto sembra precipitare e perdersi in un abisso senza fondo. Quando ogni significato sembra svanire in un nichilismo distruttivo, è lì che possiamo cogliere espressioni veramente umane. L’inquietudine va dunque riconosciuta, accolta e rispettata in noi e in chi ci sta dinanzi come cifra dell’esistere, come punto di partenza ma non come approdo finale. Le trepidazioni dell’anima ci attraversano e ci trasformano positivamente se cogliamo in noi e negli altri barlumi di speranza che possono emergere anche nelle esistenze più disperate e angosciate. È importante spalancare le porte alla speranza che fa capolino proprio nelle notti oscure della vita. Essa è l’espressione della libertà ultima dello spirito, che conduce l’uomo a trascendere l’immediatezza del presente proiettandosi verso il futuro. Educhiamoci dunque ad ascoltare voci e silenzi dell’anima, a coglierne ombre e luci, a scorgere la speranza anche nelle lacrime, nel grido doloroso o talvolta strozzato dell’angoscia esistenziale che lacera l’interiorità. Educhiamoci a comprendere i moti profondi dell’anima che oscillano fra il dicibile e l’indicibile, fra il visibile e l’invisibile. Proprio accogliendo in noi e nell’altro questa tensione dialettica, fra ciò che può essere detto e l’inesprimibile, è possibile intravedere la speranza, che si riverbera luminosa come la luna sul mare della notte. Anche nelle tenebre dell’anima non cessiamo di coltivare in noi la speranza poiché, come affermava il filosofo tedesco Walter Benjamin: “solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza”. La speranza è infatti garanzia di possibilità per lo spirito affinché si determini la libertà del singolo e la sua responsabilità, per il presente e per il futuro, nel tempo della vita e della storia.

Le inquietudini interiori sono la nudità dell’anima di fronte a noi stessi e all’altro, ma in questa fragilità di pensieri ed emozioni è custodita la vera forza umana. Invero, l’aver attraversato il travaglio della propria anima ci permette di avvicinare maggiormente il mondo interiore dell’altro, evitando di divenire monadi senza porte e finestre, immedesimandoci nella sua imperscrutabile essenza e nel suo vissuto con attenzione, sensibilità, rispetto e calore umano, aiutandolo a scorgere la speranza che, seppur leggera e impalpabile come la brezza estiva, è il motore che permette alla vita di non arrestarsi e di proseguire il proprio misterioso cammino.

 

Alessandro Tonon

 

[Photo Credit: Hisu Lee via Unsplash.com]

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L’animalità umana: dal linguaggio al corpo

Che cosa significa vivere una vita animale? Questo breve articolo cerca di indagare le condizioni di possibilità dell’animalità umana, ossia una vita umana in contatto diretto con la sua esistenza animale. Per iniziare possiamo affermare che una vita animale non è una vita linguistica. Gli animali non umani hanno un’esistenza corporea, un’adattabilità comportamentale riferita all’ambiente circostante e una vita mentale che si appoggia a entità percettive della sua struttura.

Ciò che separa l’uomo dall’animale, seguendo una lunga tradizione filosofica, è il tipo di rapporto con il mondo. Il rapporto che l’essere umano ha con il mondo è di tipo linguistico, ossia la propria esperienza del mondo, così come il rapporto con gli oggetti del mondo, è filtrata dal linguaggio. Cercare di comprendere cosa significa vivere una vita animale significa cercare di capire che cosa significa vivere senza linguaggio (al di qua del linguaggio).

Uscire dal linguaggio significa cercare di spezzare quel rimando infinito di segni per avere un contatto immediato con la cosa designata. Un mondo animale è un mondo a contatto diretto con se stesso. L’animale è quell’ente che è a contatto con il mondo, e, nello stesso senso, il mondo è a contatto con tale esistenza. Allora l’animalità umana è qualche cosa che trascende il linguaggio, qualche cosa che sfugge ai nostri schemi concettuali, alle nostre categorie. L’animalità è tutto ciò che non è possibile ingabbiare all’interno del linguaggio. Questa è la ragione per cui l’animalità non è esclusiva degli animali, ma è parte anche della vita vegetale; essa non distingue tra vivente e non vivente poiché l’animalità è uno stare al mondo come un corpo privo di linguaggio naturale, un corpo a contatto con l’esistenza. Una pietra sta esattamente dove deve stare, una pianta vive la sua vita in modo immanente, e gli animali non umani vivono in un qui e ora totalizzante. E la vita umana?

La vita umana vive sempre in un eccesso di sé, al di là di sé; una persona può fare qualche cosa mentre pensa alle vacanze che l’aspettano, può scegliere una strada rimpiangendone sempre una mancata, vedere in una libreria un libro mancante quando esso semplicemente non è presente. Tutto questo vivere al di là è causato dalle possibilità che apre il linguaggio, alla possibilità trascendente del poter parlare di ciò che non c’è o non c’è ancora, di ciò che c’è stato o ci sarà, di tutto quello che non è reale. L’essere umano è ovunque e sempre, e questo non gli permette di avere un contatto diretto con il reale. Questa è la ragione per cui solo l’essere umano può vedere l’animalità: «[…] l’animalità la può vedere, e desiderare o temere, soltanto un essere umano. È un paradosso che sta al cuore dell’animalità: solo il vivente meno animale che ci sia, Homo sapiens, è in grado di pensare, desiderare, temere, invidiare l’animalità. Perché l’animalità di una sardina, di una foglia, di una crepa in un muro semplicemente “accade”, quella umana va invece costruita lentamente; ci vuole molto tempo perché un corpo umano possa sperimentare l’animalità»1.

Secondo l’interpretazione di Felice Cimatti, la fotografia (così come il cinema) è ciò che riuscirebbe a catturare l’animalità, ovvero quell’evento straordinario che sfugge a ogni categoria, a ogni tentativo di definire una volta per tutte qualche cosa. Allora l’animalità può essere un gioco di ombre e luci inatteso, una crepa sul muro che spezza ogni posizione statica di soggetti che attendono di essere ripresi. Abbiamo un doppio movimento, noi che vediamo l’animalità e il mondo che guarda noi poiché, quando vediamo qualcosa al di qua del linguaggio, siamo immersi nel mondo, ci facciamo vedere dal mondo come un oggetto; siamo oggetti dell’animalità.

Un’interpretazione ancora più affascinante è quella della pratica dello zazen, “lo stare seduti”. Essa è una disciplina della pazienza, tale per cui è necessario fare solo ciò che si sta facendo, ovvero lo “stare seduti”. Il corpo in questo modo, concentrato per molto tempo sulla posizione del suo stato, può dimenticare il padrone del suo corpo, quell’“io” linguistico che incessantemente si intrufola tra il corpo animale che siamo e il mondo, ed evitare di lasciarsi trascinare dalla corrente dei pensieri – non bloccandoli ma rendendoli suoni all’interno di un corpo.

L’animalità è una forma di esperienza ineffabile, ma tale ineffabilità significa solo che non è esprimibile a parole, non che essa sia incomunicabile. Proprio per questo l’esempio della meditazione e le tradizioni che spaziano dallo yoga allo zen, dimostrano che questo tipo di esperienza è trasmissibile. In tal senso, l’animalità è certamente ovunque, ma ciò che è più interessante è: cosa rimane dell’animalità in noi, cosa si sottrae al concetto (linguistico) che abbiamo di noi stessi? Rimane il corpo, e nulla più. Già Foucault nelle sue ultime lezioni asserì che il reale principio di coerenza tra l’essere umano e la verità deve passare per il comportamento, in una sorta di coerenza corporea. È un movimento di pensiero del corpo e del mondo che afferma positivamente l’animalità umana.

La filosofia dell’animalità, il vivere animale, che riprende questi due grandi temi – da una parte il rapporto tra la cosa e il linguaggio e dall’altra il corpo e la verità –, sviluppa in sé uno sguardo nuovo sul mondo che riflette la ricerca di una vita che sia totalmente altra, «una vita la cui alterità deve produrre il cambiamento del mondo»2.

 

Nicola Zengiaro

Nicola Zengiaro (Vicenza, 1992) si è laureato in filosofia presso l’Università degli Studi di Torino sotto la direzione di Maurizio Ferraris. Si è specializzato, lavorando con il professor Oscar Horta, nel Master in Filosofia dell’Università di Santiago di Compostela e attualmente è dottore di ricerca nella stessa. È vicepresidente della ONLUS Gallinae in Fabula, ricercatore nel Laboratorio galego di ecocritica e nel Centro Studi Filosofia Postumanista, inoltre fa parte della redazione di Animal Studies. Rivista italiana di antispecismo. Ha pubblicato articoli accademici in riviste scientifiche italiane e spagnole come LazarusVegueta, Animal StudiesHybrisVeganzetta; ha recensito il libro Filosofia dell’animalità per la Edinburgh University Press e ha tradotto il dialogo tra Stefano Boeri, Amos Gitai e Adrian Paci per la Bompiani.

NOTE
1. F. Cimatti, Sguardi animali, Mimesis, Milano 2018, p. 45.
2. M. Foucault, Il coraggio della verità. Il governo di sé e degli altri II. Corso al Collège de France (1984), Feltrinelli, Milano 2011, p. 322.

[Credit: Jake Melara via Unsplash]

Etica aziendale: un ossimoro o una possibilità concreta?

Etica aziendale sembra a molti un ossimoro, l’accostamento di due concetti incompatibili. Il mondo del business viene infatti percepito per lo più come una realtà in cui non c’è spazio per principi etici ma bisogna inchinarsi al dio denaro e massimizzare i profitti a tutti i costi. «L’unico modo per mantenere la propria integrità in una guerra ingiusta è disobbedire agli ordini o disertare»: così il filosofo Joseph Heath riassume la diffusa sfiducia nei confronti della moralità del business: solo restando fuori dal mondo aziendale si può conservare la propria integrità, poiché una volta all’interno se ne accettano le regole e l’intrinseca amoralità.

Lo scetticismo nei confronti di un’etica aziendale affonda le sue radici nella teoria liberista, che ha lungamente predicato l’indipendenza della sfera economica da interessi sociali, politici e morali. “The business of business is business” è la lapidaria sentenza con la quale il premio Nobel per l’economia Milton Friedman sintetizzava il proprio pensiero in un famoso e discusso articolo del 1970, il cui titolo è già emblematico: The social responsability of business is to increase his profit. Dal momento che l’economia è una sfera autonoma, l’uomo d’azienda è giustificato a interessarsi solo della massimizzazione dei profitti, rispettando la legge ma senza porsi ulteriori scrupoli morali e soprattutto senza dover valutare se le proprie azioni agiranno a favore o contro l’interesse e il benessere della società.

Oggi una posizione così radicale viene per lo più rifiutata dalle aziende, che sembrano aver compreso che dal loro crescente potere derivano implicazioni etiche e responsabilità sociali. La responsabilità sociale di impresa (spesso citata in inglese come Corporate Social Responsability) è infatti un concetto oggi largamente diffuso, tanto che anche l’Unione Europea nelle proprie linee guida ha evidenziato che un’impresa non si deve limitare a rispettare la legge, bensì deve porsi l’obiettivo di “integrare preoccupazioni sociali, ambientali, etiche e riguardanti i diritti umani nelle proprie strategie e operazioni aziendali”.

Un altro concetto sempre più diffuso, che rende evidente la volontà delle imprese di assumersi responsabilità nuove rispetto al passato, è quello di Corporate Citizenship. Il termine, traducibile come cittadinanza aziendale, paragona le aziende a dei normali cittadini, per mostrare come esse siano parte integrante della società. Come ogni cittadino, anche l’azienda non può prescindere dal contesto in cui agisce ed è perciò giustificata ad inseguire il profitto solo quando ciò non danneggia la comunità e l’ambiente nella quale opera.
Tuttavia non tutti sono convinti che questi recenti sviluppi siano davvero volti al benessere sociale. Molti temono che l’assunzione di nuove responsabilità non sia che una tecnica di window dressing, un modo cioè attraverso cui le aziende “decorano la vetrina”, migliorano la propria immagine pubblica al solo scopo di vendere di più, senza alcuna intenzione di cambiare in profondità le proprie politiche.

Un’altra paura è che il crescente interesse delle imprese a temi non strettamente economici non sia affatto volto ad incrementare il benessere sociale, bensì sia mirato a estendere i propri tentacoli anche in campo politico, così da controllare sempre più strettamente la società. Riprendendo una critica dello stesso Friedman ci si può infatti chiedere con quale legittimazione gli uomini d’azienda si occupano di temi sociali, dal momento che essi non sono stati eletti attraverso processi democratici. Dietro l’atteggiamento benevolo di chi vuole prendersi cura della società, non si nasconde forse il volto violento di che intende controllarla? Il filosofo americano Noam Chomsky ad esempio non si fida della trasformazione della aziende in cittadini collettivi e suggerisce di andare nella direzione opposta, ossia aumentare il controllo dello Stato sulle pratiche aziendale e distruggere le grandi multinazionali, la cui accumulazione di potere mina ormai l’autorità degli Stati nazionali.
I dubbi sulla possibilità e l’autenticità di un’etica aziendale sembrano insomma ricondursi ad una domanda più radicale: il capitalismo può essere un sistema etico?

 

Lorenzo Gineprini

 

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Scimmie clonate in Cina: si riapre il dibattito etico-scientifico

La rivista Cell dell’Istituto cinese delle scienze a Shanghai ha annunciato la nascita di due esemplari di macaco clonati con la stessa tecnica utilizzata nel 1996 per “creare” la pecora Dolly.

Zhong Zhong e Hua Hua, questi i nomi delle due scimmiette, sono stati originati tramite la tecnica del trasferimento nucleare che consiste nel trapiantare il nucleo di una cellula dell’individuo da clonare in una cellula uovo non fecondata e precedentemente privata del suo nucleo. 

La nascita dei macachi arriva a 19 anni dalla prima clonazione di un primate, la femmina di macaco Tetra, creata nei laboratori dell’Oregon National Primate Research Center grazie ad una tecnica che prevede la scissione dell’embrione ai primissimi stadi dello sviluppo, imitando sostanzialmente il processo naturale all’origine dei gemelli identici (monozigoti). 

A differenza di quanto accaduto con altri mammiferi, nelle scimmie i tentativi di clonazione attraverso la tecnica del trasferimento nucleare sono tutti falliti poiché nei nuclei delle cellule differenziate di tali esemplari sono presenti dei geni cosiddetti “spenti” che impediscono all’embrione di svilupparsi. Gli scienziati cinesi sono riusciti per la prima volta a riattivarli grazie all’utilizzo di “interruttori” molecolari creati ad hoc, incorporati successivamente al trasferimento del nucleo. L’esito positivo del processo di clonazione è stato poi ulteriormente incrementato prelevando il nucleo da cellule fetali invece che da cellule adulte (come era avvenuto per la pecora Dolly)1.

Quanto incidono questi due piccoli di macaco sul futuro dell’umanità, che impatto avrà la loro nascita sull’evoluzione della ricerca scientifica?

Studiare la crescita di questi due macachi sarà utile, promettono gli scienziati, per conoscere l’impatto delle malattie anche sull’uomo e aprire nuove prospettive per la cura di molte patologie umane gravi come le malattie del sistema nervoso (Alzheimer, Parkinson, Ictus), ma si tratta anche di un’operazione scientifica che può suscitare importanti problemi etici, proprio perché le scimmie sono una specie geneticamente molto simile a noi umani: a seconda della specie, hanno tra il 93% e il 99% di DNA identico al nostro.

Molti in questi giorni hanno congetturato scenari fantascientifici paventando la possibilità teorica di un utilizzo snaturato di queste nuove conoscenze. La venuta al mondo di Zhong Zhong e Hua Hua ha riportato alla luce questioni riguardanti quanto in là possa spingersi la scienza nell’esplorare e nello sperimentare prima di sconfinare nell’aberrazione.

La clonazione dei due macachi da inevitabilmente dato origine ad un dibattito etico relativo alla possibilità che questa tecnica venga in un prossimo futuro trasferita sull’uomo: ma a quale scopo? A cosa servirebbe creare un clone umano?

Secondo alcuni ricercatori, allo stato attuale delle conoscenze, probabilmente avremmo gli strumenti per tentare di clonare l’uomo, ma questo non significa  che sia automaticamente una via praticabile. Nelle clonazioni più semplici, come quelle dei roditori, si ottiene un successo dopo decine di esperimenti, senza contare che spesso gli animali nascono con deficit neurologici, malformazioni o altre patologie. Per portare a termine la clonazione delle due scimmie i ricercatori cinesi hanno dovuto fare tantissimi tentativi. Si può ipotizzare che per clonare l’uomo sarebbe necessario l’impiego di centinaia di ovuli, tra l’altro difficilmente reperibili senza mettere in pericolo la salute delle donne donatrici. Inoltre, rimane ingente il rischio che i bambini clonati nascano con problemi neurologici e una serie disfunzioni fisiche. Oltre a ciò, deve essere chiaro che il genoma può essere clonato, ma l’individuo stesso ovvero il fenotipo, no. Le caratteristiche che costituiscono l’individuo che non siano rigorosamente anatomiche e fisiologiche non sono determinate con precisione dal genotipo, quindi, la condizione di copia rispetto ad un altro individuo potrebbe essere una grave minaccia per l’identità psichica di soggetti pensanti e coscienti.

In questo senso la scienza che sembra non avere limitazioni teoriche deve assolutamente imporsi dei limiti di fronte al reale e di fronte alla possibile attuazione di pratiche inedite conseguenti al progresso scientifico-tecnologico.

Le nuove possibilità di manipolazione della vita umana e animale sollevano interrogativi legati alla consapevolezza che non tutto ciò che è scientificamente e tecnologicamente possibile sia eticamente lecito.

Per quanto possano essere interessanti ed affascinanti gli scenari che vanno delineandosi con il progresso della tecnoscienza vi sono anche molti rischi non sempre prevedibili che possono comportare danni irreversibili e inquietudine per la vita dell’uomo, nonché per quella sulla terra.

Una scienza responsabile e guidata da principi etici estremamente solidi è l’unica arma che abbiamo per regolamentare la ricerca ed evitare che la corsa verso il progresso sia così veloce da perderne il controllo.

 

Silvia Pennisi

 

NOTE
1. La pecora Dolly venne soppressa nel 2003 in quanto presentava disturbi da invecchiamento precoce, tipici di ovini anziani. Infatti, i geni della sua cellula non si erano tutti riprogrammati, alcuni avevano conservato la memoria di una cellula somatica adulta.

 

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Educhiamoci a pensare

E pensare che c’era il pensiero”
Giorgio Gaber

 

La filosofia è sin dalle sue origini esercizio del pensiero secondo ragione. I filosofi da sempre considerano l’uomo come l’essere per eccellenza dotato di pensiero e che, proprio questo dono ricevuto da Dio oppure dalla Natura, ha il compito e la responsabilità di adoperare.

È sufficiente scorrere celermente la galleria dei sapienti per scorgere quanta importanza venga accordata da ciascuno al bisogno di pensare. Partendo da Aristotele, per il quale la mansione propriamente umana è l’attività teoretica e la felicità stessa dell’uomo consiste nella vita di pensiero1. Passando per Severino Boezio che definisce la persona come “sostanza individuale di natura razionale”, fino a Cartesio dove il cogito è il fondamento metafisico affinché si possa affermare di non ingannarsi circa la propria esistenza, approdando all’illuminismo kantiano, stagione nella quale il pensiero riceve con decisione il più luminoso dei riconoscimenti. Scrive il filosofo di Konigsberg in un celebre articolo: «Sapere aude! Abbi il coraggio di usare il tuo proprio intelletto! Questa è dunque la parola d’ordine dell’illuminismo»2.

Sempre più spesso l’uomo del tempo presente rinuncia invece all’esercizio del pensiero. La sua qualità precipua, ciò che per antonomasia lo distingue da piante e animali, sembra tragicamente perdersi nel vuoto. È sufficiente osservare la vita, le scelte e le modalità di esprimersi di buona parte degli esseri umani che compongono la società ipermoderna  per constatare che la centralità del pensiero razionale, attorno alla quale si è sviluppata la cultura occidentale, sembra sgretolarsi all’incedere di esistenze sempre più vuote e anonime.

È ancora una volta la parola filosofica che può venire in soccorso della crisi contemporanea, esortandoci a rieducare la nobile e quanto mai preziosa facoltà del pensiero. Nella complessità del tempo presente, che sembra travolgere freneticamente le esistenze, la soluzione non è infatti quella di abdicare il pensiero in favore di un’illusoria leggerezza (certamente, l’uomo necessita anche di quella, purché consapevole), quanto piuttosto riconoscerne il suo intrinseco bisogno. Invero, un uomo che non pensa è un uomo che lascia agli altri la possibilità di pensare per lui. È un soggetto che, secondo Kant, preferisce rimanere in uno stato di minorità, di eteronomia, senza mai raggiungere l’autonomia che consiste nell’esercizio costante e consapevole del pensiero libero. «È così comodo – asserisce Kant – essere minorenni. Se ho un libro che ragiona per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che sceglie la dieta per me […] Non ho bisogno di pensare […] altri già si incaricheranno per me di questa fastidiosa occupazione»3. L’uomo preferisce farsi guidare e governare dagli altri, siano essi esseri umani o istituzioni, piuttosto che accedere all’autonomia attraversando la fatica del concetto. Così facendo il soggetto diviene incapace di scegliere liberamente, di agire criticamente e anzitutto di discernere il bene dal male. Ed è questa, come ha mirabilmente intuito Hannah Arendt, la dolorosa lezione che ci giunge dal recente passato totalitario. Occupandosi del processo al gerarca nazista Otto Adolf Eichmann, la pensatrice politica tedesca ha sostenuto che, avendo completamente rinunciato a pensare autonomamente, quest’uomo aveva perduto la possibilità di agire con libertà, sottomettendosi così ad un potere superiore, in questo caso ad un potere criminale. Egli era divenuto un cieco esecutore, che avendo abdicato al lieve evento del pensiero non era più stato capace di distinguere il bene dal male. Scrive Arendt riferendosi ad Eichmann: «Per dirla in parole povere, egli non capì mai ciò che stava facendo […] non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo»4. La profonda analisi di Arendt spiega che è proprio laddove si abbandona il pensiero che il male dilaga, poiché la ragion pratica si può esercitare moralmente solo se preceduta da una pratica della ragione.

La contemporaneità, non sta dunque solamente attraversando una crisi economica senza precedenti, ma forse e più precisamente sta avanzando verso il futuro senza pensiero. Ma quale futuro può darsi senza l’esercizio del pensiero? Anche il tessuto socio-economico può infatti iniziare a ripartire solo se vi è un utilizzo serio e ponderato della ragione autonoma, che guidi a scelte equilibrate e lungimiranti nell’agire. L’analisi profonda della realtà, scorge che la decadenza è prima di tutto una crisi di individui che in parte o totalmente ripudiano il pensiero, finendo per confluire in masse che pensano e agiscono al posto loro. Dove tutti fanno ciò che fanno gli altri (conformismo) e vogliono ciò che vogliono gli altri (totalitarismo). Uno sguardo antropologico e sociologico non può che confermare questa tendenza spersonalizzante, che si rivela proprio nel momento in cui si esclude il pensiero. In questo senso risuonano più attuali che mai le parole di Carlo Maria Martini, il quale ebbe a dire: «Mi angustiano, invece, le persone che non pensano, che sono in balia degli eventi. Vorrei individui pensanti. Questo è l’importante»5.

L’esercizio del pensiero è la condizione senza la quale non si dà libertà alcuna. Una libertà interiore che niente e nessuno ci potrà mai strappare. «Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. […] Studiamoci dunque di pensare bene»6 scriveva Pascal. Solo così potrà avanzare un mondo moralmente orientato al bene e per questo più umano, più vivibile e dove come singolo «non devo chiedere la mia dignità allo spazio ma al retto uso del mio pensiero»7.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE
1. Cfr. Aristotele, Etica Nicomachea, tr. it. di C. Natali, Laterza, Bari 2017.
2. I. Kant, Scritti di storia, politica e diritto, a cura di F. Gonnelli, Laterza, Bari 2019, p. 45.
3. Ivi,  p. 45
4. H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, tr. it. di P. Bernadini, Felrtinelli, Milano, 201423, p. 290.
5. C. M. Martini e G. Porschill, Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede, tr. it. di F. Gimelli, Mondadori, Milano 2008, p.64.
6. B. Pascal, Pensieri, Edizioni San Paolo, Milano, 198712, p. 240.
7. Ivi, p. 241.

 

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Il machismo sociale

Si parla spesso di perdita di valori cristiani e laici, di smarrimento collettivo, si parla di una società che non sa più quello che vuole, persa dentro una follia stratificata negli anni figlia del benessere e del progresso. Si parla di sconfitta, di involuzione umana, punti di riferimento scomparsi nel nulla.
Le nostalgie si accavallano in una gara senza tempo e senza limiti, si gioca a tirare in ballo epoche mai viste, mai vissute, si urla e si battono i piedi senza tuttavia voler fermare per davvero un baratro sempre più apparente.
E la colpa? La colpa è del male che affligge i nostri tempi: il progresso agghiacciante che ha messo in discussione le solide basi del passato, delle classi dirigenti che – a quanto pare – fanno la gara per annientare il genere umano, oppure per sostituire le razze all’interno del famigerato Piano Kalergi.
Un insieme di cose che renderebbe felice qualsiasi aspirante scrittore dell’occulto.
La reazione a tutto questo si traduce in una nuova ricerca di riferimenti fissi: uomini forti, capitani di ventura, trascinatori di masse e nuovi profeti capaci di ristabilire lo status quo religioso. Il sogno di una società retta, legata nuovamente a quello che fu, dimenticandone improvvisamente tutti i difetti.
Tutto questo ha un nome: machismo sociale.

In cosa consiste?
La scintilla che scatena il proliferare di tale filosofia può scaturire dalla tendenza di tutelare le minoranze, in particolare quelle prive di alcuni diritti considerati attualmente fondamentali: libertà, emancipazione ed equiparazione.
Esempio pratico: un omosessuale ha gli stessi doveri di un eterosessuale (principalmente osservare le leggi e pagare le tasse), produce ricchezza al pari di un eterosessuale poiché anch’egli lavora e contribuisce alla crescita in un determinato settore dell’economia, eppure non ha gli stessi diritti di un eterosessuale perché sessualmente attirato da individui dello stesso sesso; secondo molti dovrebbe vivere la sua relazione di nascosto, l’unione omosessuale non dovrebbe essere riconosciuta dalla legge e, a quanto pare, per garantire la corretta crescita di un individuo all’interno della comunità gli ingredienti fondamentali non sono l’educazione o l’ambiente sociale, ma la presenza di un uomo e di una donna.
Bisognerebbe denunciare allora tutte le risorse sprecate nel risolvere problemi sociali quali corruzione, delinquenza, criminalità organizzata, spaccio, furto, quando sarebbe bastato introdurre nella vita dei criminali – e introdurle preventivamente per scoraggiare i criminali di domani – una figura maschile e una femminile in modo da risolvere tutti i mali presenti e futuri.

Quando il governo inizia ad interessarsi di tali materie, ecco manifestarsi il machismo sociale: ci sono problemi più seri di cui occuparsi, di questo passo si perderanno i valori cattolici che hanno costruito il mondo che conosciamo, i bambini non devono essere toccati, ci estingueremo in pochi anni e così via.
Se un argomento non tocca i propri diritti è evidente che ci sarà sempre qualcosa di più importante, ma tralasciando questo gli adepti del machismo, aggrappati a figure senza dubbio carismatiche, solitamente cercano di fare leva sugli altri tre punti sopraelencati.
Vediamoli assieme.

I valori cattolici vengono visti dai machisti come immutati ed immutabili, nati ad un certo punto della Storia dell’Uomo e giunti fino a noi caldi caldi, appena sfornati; tuttavia l’istituzione della famiglia, il ruolo della donna e l’educazione dei figli – i pilastri presi spesso in esame – sono cambiati molto nel corso dei millenni, sia per l’influenza ricevuta dagli eventi (guerre, pestilenze, scoperte geografiche, progresso tecnologico ecc), sia per nuove consapevolezze nate naturalmente tra gli esseri umani per far fronte alle esigenze più immediate o per rispondere a prese di posizione di ampia portata (es. l’emancipazione femminile). Nonostante vi sia un nutrito manipolo di machisti che sogna ancora la sottomissione della donna, la cieca obbedienza dei figli e la famiglia nucleare apparsa per la prima volta nel dopoguerra e affermatasi negli anni ‘60, è del tutto normale che le creazioni umane – espressioni religiose comprese – subiscano mutamenti, tanto da rendere possibile in un futuro non così distante l’integrazione e il riconoscimento delle coppie omosessuali, parimenti a come avvenne per le unioni di individui etnicamente distanti, o appartenenti a classi sociali opposte.

Come già accennato, ogni individuo cresce e viene istruito da un gruppo più o meno ampio di persone, che possono essere i suoi genitori naturali o parenti, oppure i tutori, così come altri ambienti esterni a quelli casalinghi: scuola, università, luogo di lavoro. Ad influenzare ciò che sarà, ciò che diventerà una volta adulto sono due fattori: gli altri (l’ambiente sociale) e se stesso (le scelte indipendenti che compirà). Insegnare ad un bambino il rispetto per il prossimo risulta più facile se vive in un ambiente dove si rispetta il prossimo, è l’educazione dell’insegnante a contare davvero qualcosa, la sua capacità di comunicazione, certamente non il suo orientamento sessuale o la sua passione per la meringata.
Allo stesso modo, nonostante vi siano continue notizie di padri violenti e orchi che purtroppo impongono la maschia virilità sui loro stessi discendenti (e sulle loro mogli), contribuendo a dipingere uno dei quadri più distorti e infelici della nostra contemporaneità, sono gli omosessuali ad essere comunemente associati a tale vergognosa pratica, come se fosse una loro peculiarità.

Sull’estinzione della specie umana invece c’è da riportare un ragionamento incongruente portato avanti dai machisti: il problema del calo demografico che caratterizza il nostro Occidente si aggraverebbe ulteriormente se concedessimo l’equiparazione legale ai matrimoni omosessuali. Pensiero ricorrente in diversi interventi di un noto presidente russo.
Non sarebbero quindi le fallimentari politiche familiari che scoraggiano gli individui a metter su famiglia ad essere la fonte del problema del calo demografico, ma le unioni omosessuali. La conseguenza più ovvia figlia di questo ragionamento è che se le impedissimo la gente comincerebbe a figliare come se non ci fosse un domani, o, ancora meglio, se proibissimo a due omosessuali di avere una relazione, questi cambierebbero la loro inclinazione così come ci si cambia d’abito, accoppiandosi con le donne e incrementando così il numero di abitanti.

Il risultato di questa analisi mostra quindi come i machisti siano semplicemente caduti come allodole nell’astuto gioco di specchi che prevede lo spostamento di attenzione verso altro, che nulla c’entra con i problemi principali se non dopo un’accurata costruzione di pregiudizi raccolti da un terreno già fertile di inesatte convinzioni.
Infine, per solleticare le frivolezze più piccanti, è curioso notare che tra i cultori del machismo, contrari a tutto ciò che è differente, specialmente ai “froci”, sia l’affascinante e dirompente virilità dell’uomo forte a tirare più del carro di buoi e di qualche altro pelo in generale.

Alessandro Basso

 

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Uomo a che punto sei

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«Cominciare da se stessi: ecco l’unica cosa che conta».
Martin Buber

 

Un piccolo libricino accompagna da diversi anni la mia quotidiana ricerca filosofica e psicologica intorno all’uomo. Si tratta de Il cammino dell’uomo. Un’opera molto breve ma al contempo di rara profondità, frutto di una conferenza che il filosofo austriaco Martin Buber tenne a Bentveld nel 1947 e pubblicata con questo titolo che esprime benissimo un esito importantissimo della ricerca che il filosofo condusse sull’uomo e la sua educazione nel corso dei propri studi.

Il libro muove dalla domanda che nel Genesi (3,9) Dio rivolge all’uomo: “Dove sei?”. Questo interrogativo, alle radici della sapienza giudaico-cristiana e della nostra cultura in generale, si riallaccia perfettamente al domandare filosofico. Socrate infatti, alle origini della filosofia, incalzava l’uomo, proprio l’uomo, affinché vivesse con consapevolezza la propria esistenza, ricercando incessantemente il bene, la giustizia, la verità. Nel testo biblico, dopo aver mangiato insieme ad Eva il frutto che Dio aveva proibito, Adamo si era nascosto, prima che agli occhi di Dio, ai suoi stessi occhi. È lì che la domanda “Uomo, dove sei?”, si fa urgente e vitale, richiama l’uomo alla responsabilità verso se stesso e verso la verità. Un uomo che si nasconde, perde il rispetto per se stesso e ferma il proprio cammino, la propria crescita, scivolando inevitabilmente verso la falsità. Proprio da questa domanda il filosofo austriaco, naturalizzato israeliano, ritiene che l’uomo debba ripartire per la sua crescita, per il cambiamento, verso l’autenticità, verso la parte migliore di se stesso.

La vita va dunque intesa come un cammino, che inizia quando l’uomo si lascia colpire intimamente dalla domanda “dove sei?”, cioè “a che punto sei nella tua vita?”, “come stai con te stesso?”, “cosa stai facendo della tua esistenza?”. La vita dell’uomo rimane immobile, priva di un cammino, finché egli non affronta queste domande, non sceglie di mettersi in discussione e ripartire. Il cammino inizia proprio da se stessi, da un’indagine profonda della propria interiorità, pertanto «Il ritorno decisivo a se stessi – scrive Buber – è nella vita dell’uomo l’inizio del cammino, il sempre nuovo inizio del cammino»1. Non c’è un’unica via, ve ne sono molteplici, tante quanti sono i singoli uomini. Ognuno è tenuto ad intraprendere il cammino irripetibile, alla ricerca del suo sé autentico, nel quale sono presenti bellezza e verità. Ciascun uomo è diverso, unico per essenza. Così, altrettanto irripetibile dev’essere ciò che porta a compimento nel lavoro, nell’amore, nell’atteggiamento verso l’esistenza. «È infatti la diversità degli uomini – scrive Buber –, la differenziazione delle loro qualità e delle loro tendenze che costituisce la grande risorsa del genere umano»2. Solo facendosi interpellare dalla domanda posta alle origini della nostra cultura è possibile conoscere il proprio compito e rendere generativa quella differenza, prospera quell’alterità, che vince il conformismo contemporaneo (tutti fanno ciò che fanno gli altri e vogliono ciò che vogliono gli altri) che appiattisce le esistenze all’omologazione di massa e che inibisce la ricchezza unica e differente di ciascun singolo. Mentre, «ciò che è prezioso dentro di sé, l’uomo può scoprirlo solo se coglie veramente il proprio sentimento più profondo, il proprio desiderio fondamentale, ciò che muove l’aspetto più intimo del proprio essere»3.

Il fondamentale ritorno a se stessi, non conduce ad una chiusura solipsistica, ma è la condizione necessaria affinché ci si possa aprire all’incontro con gli altri uomini e la realtà esterna, con maggiore consapevolezza, profondità e fecondità. Per questo Buber precisa: «cominciare da se stessi, ma non finire con se stessi; prendersi come punto di partenza, ma non come meta»4.

Il tesoro è già nella nostra esistenza quotidiana, è da sempre presente, lo possiamo scoprire solo qualora riprendiamo il cammino verso una vita ricca di significato. E la vita la possiamo inondare di senso solo se portiamo a termine l’opera che ci spetta, il compito che abbiamo scoperto appartenerci, rispondendo alla domanda “uomo, dove sei rispetto a te stesso e alla responsabilità verso il tuo desiderio?”.

Nell’inconsapevolezza e nella superficialità dilagante dell’esistere contemporaneo, quest’opera, che occupa uno spazio fisico così limitato, è una sorgente inesauribile di luce per mente e cuore ed ha un inestimabile valore educativo. Essa è la dimostrazione di come la parola filosofica sia parola pedagogica che s’innesta in maniera decisiva nell’esistenza di ciascuno, apportando un cambiamento positivo in chiunque si accosti ad essa. La riflessione di Buber, infatti, esorta l’uomo a prendersi per mano, a fermarsi per ripartire, comprendendo dov’è, per scoprire il proprio desiderio, il solo che può animare la vita sino all’ultimo respiro, perché è la via del cammino che ci corrisponde, è la scoperta del posto che noi, e nessun altro, possiamo occupare nel mondo. È la sola, possibile risposta alla domanda “Uomo, dove sei?”.

 

Alessandro Tonon

NOTE:
1. Buber, Il cammino dell’uomo, Magnano, Edizioni Qiqajon, 1990, p. 23.
2 Ivi, p. 28.
3 Ivi, pp. 29-30.
4 Ivi, p. 50.

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Blade Runner 2049: il pesante fardello del sequel

Uscito nel 1982, Blade Runner è diventato negli anni un film di assoluto culto, archetipo dei moderni film di fantascienza e capostipite del filone cyberpunk.
Ridley Scott dirige quello che è forse il suo capolavoro e il suo film più iconico, portando la regia ad un livello superiore, mescolando generi e ambientazioni creando un unicum senza eguali.
La caccia di Deckard ai replicanti si svolge in una Los Angeles distopica, soffocata dal fumo e dall’inquinamento, buia e opprimente. La magistrale scenografia fonde edifici immensi e futuristici con la storia architettonica della città, portando sullo schermo la Ennis House di Frank Lloyd Wright e il Bradbury Building. Due omaggi non solo a Los Angeles ma anche alla grande tradizione dei film noir, tradizionalmente ambientati nella più famosa città californiana.

La pioggia incessante, con il suo senso di prigionia, viene interrotta dai volti dei protagonisti continuamente illuminati da fasci di luce, in un’atmosfera di disagio, come a sottolineare un senso perenne di sorveglianza.
Più che un film di fantascienza Blade Runner sembra un noir ambientato qualche anno più avanti nel futuro; la sua “ambiguità” di generi risulta vincente, ne esce un film assolutamente unico e irripetibile che ha influenzato il cinema di fantascienza negli anni a venire. Fotografia e ambientazioni, la scelta delle luci, delle inquadrature, sono molto attuali, simboli di un film senza età, moderno e all’avanguardia.

Alla base del film c’è una raffinata analisi sul contrasto uomo/macchina, un rapporto conflittuale che qui viene portato all’estremo, facendo dubitare su cosa sia umano e cosa no, introducendo temi delicati come la clonazione e interrogandosi sulle possibilità offerte dall’eugenetica.

Quando un film di questa portata ha queste connotazioni risulta sempre difficile pensare ad un seguito. L’eredità che ha lasciato è immensa, non solo per gli appassionati ma per gli stessi addetti ai lavori; la sua influenza è tale che tocca moltissime corde del cinema di oggi.
Eppure a più di trent’anni di distanza lo stesso Ridley Scott, qui in veste di sceneggiatore e produttore, è protagonista del seguito, intitolato Blade Runner 2049, girato dal canadese Denis Villeneuve, regista interessante, già cimentatosi nel 2016, con successo, con la fantascienza, girando Arrival.
L’attesa per questo sequel è tanta, le prime immagini e scene circolate sembrano decisamente all’altezza. La scelta dei colori, delle inquadrature e delle luci appaiono come le esatte figlie del suo predecessore degli anni ’80, quasi a voler dare una continuità nella crescita e nello sviluppo di quel mondo distopico creato da Scott. L’impatto visivo e la scelta della colonna sonora sono potenti, richiamano ancora un senso di disagio e di apocalisse, descrivendo un’umanità ormai sull’orlo del baratro.

Trentacinque anni dopo Harrison Ford torna a vestire i panni di un vecchio Deckard, vissuto ai margini e dimenticato, ritrovato dal protagonista, l’agente K/Ryan Gosling.
Quello che attira di più di questo sequel sono le tante domande rimaste senza una risposta, la vera natura di Deckard e la sua identità.
Il tema del thriller psicologico e di un noir fantascientifico è ancora presente, un mistero da risolvere che mette in campo tante tematiche esistenziali senza dimenticare l’eterno duello tra uomo e macchina.

L’eredità di Blade Runner è stata raccolta, il suo lascito al cinema di fantascienza è immenso e la sfida di farne un sequel non è sicuramente delle più semplici ma gli elementi per un ottimo film ci sono tutti. Il fardello dell’essere il numero due è pesante, vedremo se 2049 sarà un altro spettacolo per gli occhi e l’intelletto.

Lorenzo Gardellin

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

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