Il machismo sociale

Si parla spesso di perdita di valori cristiani e laici, di smarrimento collettivo, si parla di una società che non sa più quello che vuole, persa dentro una follia stratificata negli anni figlia del benessere e del progresso. Si parla di sconfitta, di involuzione umana, punti di riferimento scomparsi nel nulla.
Le nostalgie si accavallano in una gara senza tempo e senza limiti, si gioca a tirare in ballo epoche mai viste, mai vissute, si urla e si battono i piedi senza tuttavia voler fermare per davvero un baratro sempre più apparente.

E la colpa? La colpa è del male che affligge i nostri tempi: il progresso agghiacciante che ha messo in discussione le solide basi del passato, delle classi dirigenti che – a quanto pare – fanno la gara per annientare il genere umano, oppure per sostituire le razze all’interno del famigerato Piano Kalergi.
Un insieme di cose che renderebbe felice qualsiasi aspirante scrittore dell’occulto.
La reazione a tutto questo si traduce in una nuova ricerca di riferimenti fissi: uomini forti, capitani di ventura, trascinatori di masse e nuovi profeti capaci di ristabilire lo status quo religioso. Il sogno di una società retta, legata nuovamente a quello che fu, dimenticandone improvvisamente tutti i difetti.
Tutto questo ha un nome: machismo sociale.

In cosa consiste?
La scintilla che scatena il proliferare di tale filosofia può scaturire dalla tendenza di tutelare le minoranze, in particolare quelle prive di alcuni diritti considerati attualmente fondamentali: libertà, emancipazione ed equiparazione.
Esempio pratico: un omosessuale ha gli stessi doveri di un eterosessuale (principalmente osservare le leggi e pagare le tasse), produce ricchezza al pari di un eterosessuale poiché anch’egli lavora e contribuisce alla crescita in un determinato settore dell’economia, eppure non ha gli stessi diritti di un eterosessuale perché sessualmente attirato da individui dello stesso sesso. Secondo molti dovrebbe vivere la sua relazione di nascosto, l’unione omosessuale non dovrebbe essere riconosciuta dalla legge e, a quanto pare, per garantire la corretta crescita di un individuo all’interno della comunità gli ingredienti fondamentali non sono l’educazione o l’ambiente sociale, ma la presenza di un uomo e di una donna.
Bisognerebbe denunciare allora tutte le risorse sprecate nel risolvere problemi sociali quali corruzione, delinquenza, criminalità organizzata, spaccio, furto, quando sarebbe bastato introdurre nella vita dei criminali – e introdurle preventivamente per scoraggiare i criminali di domani – una figura maschile e una femminile in modo da risolvere tutti i mali presenti e futuri.

Quando il governo inizia a interessarsi di tali materie, ecco manifestarsi il machismo sociale: ci sono problemi più seri di cui occuparsi, di questo passo si perderanno i valori cattolici che hanno costruito il mondo che conosciamo, i bambini non devono essere toccati, ci estingueremo in pochi anni e così via.
Se un argomento non tocca i propri diritti è evidente che ci sarà sempre qualcosa di più importante, ma tralasciando questo gli adepti del machismo, aggrappati a figure senza dubbio carismatiche, solitamente cercano di fare leva sugli altri tre punti sopraelencati.
Vediamoli assieme.

I valori cattolici vengono visti dai machisti come immutati e immutabili, nati ad un certo punto della Storia dell’Uomo e giunti fino a noi caldi caldi, appena sfornati; tuttavia l’istituzione della famiglia, il ruolo della donna e l’educazione dei figli – i pilastri presi spesso in esame – sono cambiati molto nel corso dei millenni, sia per l’influenza ricevuta dagli eventi (guerre, pestilenze, scoperte geografiche, progresso tecnologico ecc), sia per nuove consapevolezze nate naturalmente tra gli esseri umani per far fronte alle esigenze più immediate o per rispondere a prese di posizione di ampia portata (es. l’emancipazione femminile). Nonostante vi sia un nutrito manipolo di machisti che sogna ancora la sottomissione della donna, la cieca obbedienza dei figli e la famiglia nucleare apparsa per la prima volta nel dopoguerra e affermatasi negli anni ‘60, è del tutto normale che le creazioni umane – espressioni religiose comprese – subiscano mutamenti, tanto da rendere possibile in un futuro non così distante l’integrazione e il riconoscimento delle coppie omosessuali, parimenti a come avvenne per le unioni di individui etnicamente distanti, o appartenenti a classi sociali opposte.

Come già accennato, ogni individuo cresce e viene istruito da un gruppo più o meno ampio di persone, che possono essere i suoi genitori naturali o parenti, oppure i tutori, così come altri ambienti esterni a quelli casalinghi: scuola, università, luogo di lavoro. A influenzare ciò che sarà, ciò che diventerà una volta adulto sono due fattori: gli altri (l’ambiente sociale) e se stesso (le scelte indipendenti che compirà). Insegnare a un bambino il rispetto per il prossimo risulta più facile se vive in un ambiente dove si rispetta il prossimo, è l’educazione dell’insegnante a contare davvero qualcosa, la sua capacità di comunicazione, certamente non il suo orientamento sessuale o la sua passione per la meringata. Allo stesso modo, nonostante vi siano continue notizie di padri violenti e orchi che purtroppo impongono la maschia virilità sui loro stessi discendenti (e sulle loro mogli), contribuendo a dipingere uno dei quadri più distorti e infelici della nostra contemporaneità, sono gli omosessuali a essere comunemente associati a tale vergognosa pratica, come se fosse una loro peculiarità.

Sull’estinzione della specie umana invece c’è da riportare un ragionamento incongruente portato avanti dai machisti: il problema del calo demografico che caratterizza il nostro Occidente si aggraverebbe ulteriormente se concedessimo l’equiparazione legale ai matrimoni omosessuali. Pensiero ricorrente in diversi interventi di un noto presidente russo.
Non sarebbero quindi le fallimentari politiche familiari che scoraggiano gli individui a metter su famiglia ad essere la fonte del problema del calo demografico, ma le unioni omosessuali. La conseguenza più ovvia figlia di questo ragionamento è che se le impedissimo la gente comincerebbe a figliare come se non ci fosse un domani, o, ancora meglio, se proibissimo a due omosessuali di avere una relazione, questi cambierebbero la loro inclinazione così come ci si cambia d’abito, accoppiandosi con le donne e incrementando così il numero di abitanti.

Il risultato di questa analisi mostra quindi come i machisti siano semplicemente caduti come allodole nell’astuto gioco di specchi che prevede lo spostamento di attenzione verso altro, che nulla c’entra con i problemi principali se non dopo un’accurata costruzione di pregiudizi raccolti da un terreno già fertile di inesatte convinzioni. Infine, per solleticare le frivolezze più piccanti, è curioso notare che tra i cultori del machismo, contrari a tutto ciò che è differente, specialmente ai “froci”, sia l’affascinante e dirompente virilità dell’uomo forte a tirare più del carro di buoi e di qualche altro pelo in generale.

 

Alessandro Basso

 

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Walther ha sparato ancora

«Mi piace, lo confesso, fondamentalmente mi piace poter controllare ogni aspetto della mia vita, mi piace avere un disegno fisso del mondo che mi circonda nel quotidiano, mi piace sapere che questo è giusto e quello è sbagliato, mi piace usare due categorie: ciò che si fa, ciò che non si fa.
Sono affezionato alle mie convinzioni e molto difficilmente me ne separo: è troppo doloroso lasciarle andare, è un passo troppo arduo, troppo oscuro. Ho paura.
Può mostrarmi tutte le statistiche possibili e immaginabili, ma sono solo numeri, percentuali, grafici a torta, a colonna, a spirale, a parallelepipedo; non mi avranno mai, glielo ripeto commissario, non mi avranno mai.»

C. allentò la cravatta, erano trascorse quattro ore e quell’osso duro ancora non mollava, più che altro non aveva ancora capito il motivo del suo arresto.
Il respiro tornò regolare; ne aveva interrogati parecchi in vent’anni di carriera, dall’ultimo dei ladri di polli al mafioso, mai aveva avuto la sfortuna di imbattersi in tanta cocciutaggine.
T. se ne stava zitto, aspettava la sua contromossa muovendo impercettibilmente gli occhi acquosi.
Voleva passare per vittima, su questo C. ne era fermamente convinto. Furbo il tipo.

«Non prendiamoci in giro T., lei ha sparato ad una persona che non era nemmeno nella sua proprietà, ma per strada e soprattutto non stava minacciando nessuno, a meno che il semplice passeggiare alle 22.30 non sia diventato improvvisamente sovversivo.»
«Questione di punti di vista.»
«Prego?»
«Proprio così, punti di vista. Vede commissario, lei dice che quell’uomo stava passeggiando per la strada, che è legittimo ci mancherebbe, ma alle 22.30 le brave persone sono a casa, i padri di famiglia intendo, e poi le ripeto, lo sguardo, il colore della sua pelle…»
«Continui»
«Con i tempi che corrono… lei capisce commissario, mi ha inteso, del resto siamo nella stessa barca, quanti ne avrà fermati, quanti ne avrà incarcerati per poi vederli scagionati dopo nemmeno ventiquattro ore?»

Ora era T. a fare le domande, era successo all’improvviso, un banalissimo contropiede.
In effetti non aveva tutti i torti: uomini e mezzi per acciuffare uno spacciatore, uno di quelli particolarmente pericolosi di via Roma, il nuovo ghetto dell’illegalità; uomini, mezzi e indagini, un’operazione iniziata alle 3 del mattino per essere sicuri di trovarlo in casa.
“Tagliata la testa il corpo muore di conseguenza”, queste le parole del questore; già parole, perché la verità era diversa.
Eppure non era questo il punto.

«Non è questo il punto T.»
«E qual è?»
«Che le domande le faccio io, lei sta divagando e soprattutto sta cercando di giustificare un omicidio con il movente del sospetto. Non c’è flagranza, non c’è intenzione manifesta, così, su due piedi lei ha deciso che Y.W. 23 anni, senegalese con regolare permesso di soggiorno, residente in Italia da sette anni, incensurato, era in procinto di compiere un danno alla sua proprietà?»
«Vengono qui per rubare, io non potevo sapere che lui era l’unico a non farlo, vengono qui e fanno i terroristi.»

C. aprì il fascicolo di T., finse di leggerlo, in realtà gli era bastata la mattinata per impararlo a memoria: erano carte, documenti, prove, segni di un passato violento.
E poi l’arma del delitto, simbolo del piombo.

«L’arma non è in regola, lo sa?»
«In regola?»
«Una Walther P38 con matricola abrasa, dal fascicolo risulta in suo possesso dal 1975, così come risultano due arresti per resistenza a pubblico ufficiale, un processo poi caduto in prescrizione connesso indirettamente alla strage di Bologna del 1980, e qui ci sono le testimonianze dello stesso processo che la identificano come appartenente ad una organizzazione politica extraparlamentare, una a caso… probabilmente oggi non vuol dire nulla ma all’epoca si chiamava terrorismo.
Come mi giustifica la sua morale?»

Silenzio.
Cadde un silenzio che parve infinito, interrotto dal rumore di una lampada difettosa, interrotto dal respiro ormai stanco dei due contendenti.
Entrò il vice, C. capì immediatamente: era arrivato l’avvocato.
Si alzò, non aveva più voglia di rivolgere altre domande a quell’uomo, sarebbe stata un’ulteriore perdita di tempo. Raggiunse la finestra in fondo al corridoio, la aprì per respirare aria che non sapesse di chiuso, guardò in strada, ai cancelli del commissariato c’era un capannello di persone con uno striscione: “Noi siamo con T.” e “C. servo dei poteri forti”. 

Il caso di T. e del senegalese ucciso era rimbalzato sui principali notiziari, sulle prime pagine dei quotidiani più importanti, persino nei salotti televisivi, dove avevano già deciso che T. si era solo difeso; nessuna prova, nessun testimone ma il verdetto già definito.
I partiti politici fecero a turno per accaparrarsi una sua testimonianza ad una qualche assemblea popolare, interventi diretti per raggiungere anche l’ultimo dei circoli e l’ultimo dei tesserati.
Nuovi ingranaggi mossi dall’emozione della grande macchina sputa-voti.
Il mito dell’uomo forte, l’uomo con le palle incarnato da T.: novello eroe contemporaneo, farcito di luoghi comuni, memoria non pervenuta, laureato in superficialità.

Alessandro Basso

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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