Se questa è filosofia (prima parte)

In parole povere stiamo dicendo che non possiamo fare a meno della storia della filosofia (…) allora questo non potere fare a meno diventa una domanda su questo non potere fare a meno, diventa la richiesta che ci sia esibito come tutto ciò si è dato. E là dove non c’è questa domanda, dove non è suggerita, sollevata, ricordata, non c’è esperienza filosofica, non c’è esercizio filosofico, c’è solo esercizio di cultura. Ma se la cultura è infine libertà, la mera cultura storiografica non è esercizio di libertà, perché è l’esercizio di essere soggetti alla cultura e non soggetti della cultura, soggetti alla pratica, senza nemmeno essere consapevoli di esserlo.

C. Sini, La verità pubblica e Spinoza

Ormai il sapere occidentale ha un suo orientamento ben preciso, che emerge con particolare evidenza nei luoghi del sapere istituzionalizzato: le università. Chiunque abbia un minimo di confidenza con queste, infatti, sa bene che ciò che avviene là dentro è una trasmissione di dati. Cosa che è comprensibile nel caso di quei saperi direttamente finalizzati alla realizzazione di qualcosa di pratico – anche se questo non li esonera da una riflessione sulla loro stessa essenza, che è invece quasi sempre assente. Cosa che però avviene anche per quelle discipline che avrebbero il proprio fine in se stesse, quindi essenzialmente in una riflessione su se stesse, non nella ricerca di un utile esterno, e che invece diventano sempre più un archivio di dati trasmissibili e verificabili, nozioni soggette ad una metodologia unica, universale e predeterminata.

Nel caso della filosofia (che per mia disgrazia mi ha fatto suo, avrei potuto vivere molto più serenamente e comodamente se non fossi stato toccato da questa mania) questo si mostra con evidenza nella riduzione della stessa ad un esercizio filologico e storiografico, al punto tale che i dipartimenti universitari di filosofia dovrebbero a rigore essere rinominati come dipartimenti di filologia della filosofia e storia della filosofia, anziché continuare a indugiare nell’equivoco di fare filologia e storiografia, nominandole però come filosofia. Non ci vuole poi molto a discriminare tra un soggetto e un complemento, e sulla base di questa semplice distinzione si potrebbero creare dipartimenti ad hoc – fermo restando che non esiste una storia della- e una filologia della- che non sia già una filosofia, tuttavia, se lo storico e il filologo ci tengono ad essere annoverati come scienziati che maneggiano dati, anziché come pensatori che in quanto tali hanno come primo problema quello di problematizzare la natura del proprio stesso pensare, allora si potrebbe ricorrere ad una divisione anche istituzionale. Di pari passo, si dovrebbe con chiarezza e onestà evitare di usare l’appellativo di filosofo per chiunque si interessi di filosofia, differenziando invece tra storici, filologi, cioè studiosi,  e filosofi – cose che a volte possono anche coincidere nella stessa persona, ma restando pur sempre cose diverse.

Sia chiaro che con questo non voglio stabilire una gerarchia tra la figura dello storico, del filologo, e del filosofo tout court. Vorrei però metterne in evidenza le differenze, che a guardarsi intorno sembrerebbero essere meno ovvie di quel che invece sono.

Ora, a quali conseguenze porta questa indistinzione? Ne richiamo di seguito alcune.

Primo. Ritenere che si possa fare filosofia solo dopo averla studiata. Ritenere quindi che si possa essere filosofi solo dopo essere stati filologi e/o storici della filosofia.

Eppure è la stessa storia della filosofia a fornirci esempi di filosofi che sono stati tali senza essere stati studiosi di filosofia. Un esempio su tutti: Wittgenstein. E se si hanno buone orecchie si potrà sentire che spesso c’è più filosofia nel cosiddetto uomo della strada (perlomeno, in quelli di un passato non così omologato) che nell’accademico scientificizzato.

Secondo. Ritenere che vi sia un’unica modalità corretta di approcciare il pensiero altrui e che tale modalità sia lo studio finalizzato all’estrazione di dati oggettivi.

Ma questo apre (almeno) un problema a due facce. Da un lato, si assiste alla cancellazione di qualsiasi altra modalità di contatto con l’alterità che non sia quella basata sull’estrazione di dati da esibire alla verifica della comunità scientifica. Dall’altro, svanisce, tra le altre cose, quella possibile relazione con l’alterità mossa dall’ascolto disinteressato di ciò che ci affascina – cosa che, per fortuna, rimarrà sempre non misurabile e quindi non “datizzabile”. Conseguenza non da poco di questo problema è che in tal modo un progresso del pensiero si potrà avere solo in termini quantitativi e non qualitativi. Ovvero, nella forma dell’accrescimento aritmetico di dati, tutti collezionati con una metodologia universale, prestabilita, al di fuori dalla quale vi è il nulla (posta quindi come una meta-metodologia), anziché come rottura di un certo ordine epistemico e apertura ad altre possibilità ermeneutiche.

A scanso di equivoci, con questo non voglio aprire alla dimensione della chiacchiera – da cui peraltro non si è al riparo neanche con la conoscenza nozionistica. Intendo invece che la fondatezza argomentativa che non ci fa cadere nella chiacchiera non si trova nel nozionismo, ma nella nostra onestà intellettuale – per fortuna, anch’essa non misurabile.

Terzo. Ritiene che si possa parlare di qualcuno/qualcosa, senza invece avvedersi che ogni parlare è sempre un parlare su qualcuno/qualcosa.

Provo a spiegarmi. Una volta ridotto un autore o un tema a un cumulo di nozioni, ovvero una volta ridotta una vita ad un manuale di conoscenza, va da sé che poi si ritenga di parlare di quelle cognizioni. Questo impedisce di avvedersi che è esattamente il nostro parlarne a determinare quelle nozioni e che quindi un parlare di è in realtà sempre un parlare su, un parlare a partire da, un parlare che sulla base di una sollecitazione iniziale crea concetti che non saranno mai una descrizione esaustiva di quella sollecitazione iniziale, un suo esaurimento nella verbalizzazione – essendo l’origine del pensiero nell’intuizione, come Platone ha magistralmente argomentato, collocando tale intuizione nell’istante, che è atopos, fuori dal tempo cronologicamente misurabile, ed essendo quindi il logos (pensiero/parola) che cerca di dare corpo a tale intuizione, già una forma di reificazione della stessa. Insomma, ogni parlare altro non può essere che un parlare intorno a qualcosa.

Questo apre ad (almeno) due rilevanti conseguenze. Da un lato, poiché neanche il ricorso ad un nozionismo che si pretende oggettivo è esentato dall’essere una costruzione soggettiva, tanto vale assumersi esplicitamente la responsabilità, e la gioia, della costruzione di una relazione col mondo basata sul modo specifico in cui lo interroghiamo, che poi altro non sarebbe che il tentativo di elaborazione di un pensiero consapevolmente autonomo – come dice quel proverbio popolare (testimonianza di come bassa cultura e alta cultura si tocchino, è quella media il problema): se porti un falegname e un poeta in un bosco, non vedono lo stesso bosco. Dall’altro lato, se ogni parlare è sempre un parlare attorno a qualcosa, essendo impossibile afferrarne l’intuizione originaria, allora questo parlare diventa tanto più ricco, quante più traiettorie compie attorno al suo inafferrabile centro. Ne consegue che, diversamente da come la corrente impostazione filologica ci porta a credere, leggere un autore nella sua lingua originale è tutt’altro che un arricchimento del pensiero. In quel modo si andrà infatti ad eseguire sempre la stessa traiettoria attorno a quel centro inafferrabile. Diversamente, leggerlo in una, o diverse, lingue tradotte, oltre a farci abbandonare la pretesa tanto ossessiva quanto irrealizzabile di voler afferrare quel centro, sotto forma di dato filologico, permette di eseguire altre traiettorie attorno a quel centro inafferrabile, unica possibilità per l’arricchimento del pensiero.

Quarto. Poiché, nonostante la trionfale avanzata delle scienze, l’uomo non sarà mai scientificizzabile in toto (altrimenti, paradossalmente, la stessa scienza dovrebbe arrestarsi, essendo invece il suo motore, come in tutte le attività umane, una costante spinta al trascendimento di ciò che è dato), ci sarà sempre un resto che avanza. E in un mondo in cui l’unica alternativa alle scienze, comprese quelle cosiddette umane, è la religione, questo resto sarà preso in carico dalle religioni. Ed ecco che la scientificizzazione dell’uomo ha come esito paradossale l’esplosione delle religioni. È così che i due fenomeni oggi convivono.

(Seconda parte dell’articolo, qui)

Federico Sollazzo

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Febbraio in Filosofia!

Eccoci già arrivati a Febbraio, il mese più breve ma pieno di colore e allegria per il Carnevale ed il predecessore della primavera!

Anche per questo mese vi presentiamo gli eventi da noi selezionati per rimanere sempre aggiornati sulle tematiche filosofiche più importanti.

  • Martedì 2 febbraio 2016 – ore 21.00-23.00

“Un’altra idea di cura della vita: l’analisi biografica a orientamento filosofico”

Presso: Philo – Pratiche filosofiche, via Piranesi 12 – Milano – piano I

Intervengono: Andrea Arrighi, Claudia Baracchi, Romano Màdera, Domitilla Melloni, Moreno Montanari, Lia Sacerdote tra i fondatori dell’analisi biografica a orientamento filosofico, che è una pratica e uno stile di vita, incontrano il pubblico per spiegarne caratteristiche e finalità.

  • Giovedì 04 febbraio 2016 – ore 10.00

“Primo Levi di fronte e di profilo”

Presso: Malcanton Marcorà, 2° piano, sala grande, Venezia

Intervengono: Marco Belpoliti, Alessandro Cinquegrani e Simon Levis Sullam

  • Mercoledì 10 Febbraio 2016 – ore 11.15

“Determinisimo, incompatibilismo e van Inwagen”

Presso: Università degli studi di Genova, Aula 6, Via Balbi 2, Genova

Interviene: Chris Hughes del King’s College, London

  • Lunedì 15 – Martedì 16 – Mercoledì 17 febbraio 2016 – ore 16

“Genesi del testo, genesi della libertà”

Lunedì 15: Filologia e genetica della libertà in Montesquieu

Martedì 16: Dal genre humain di Diderot all’art perfectionné di Rousseau

Mercoledì 17: Libertà e storia nei Quaderni di Gramsci

Presso: Istituto Italiano Studi Filosofici, Via Monte di Dio 14 – Palazzo Serra di Cassano, Napoli

Interviene: Alberto Postigliola dell’Università di Napoli “L’Orientale”

Sperando di avervi dato, anche questo mese, appuntamenti da non perdere, ci auguriamo possiate parteciparvi numerosi!

Valeria Genova

Gli uomini del fare

Politici (di tutti gli schieramenti) e opinione (sempre più) comune, concordano: con la cultura non si mangia, leggere non serve a niente, meglio laurearsi presto anche se male anziché tardi anche se bene (o forse non laurearsi affatto, tanto oggi per trovare un posto, che so, da ministro, basta saper usare i social), ecc., e ogni qualvolta che qualcuno se ne esce con qualche esternazione del genere, ne consegue un profluvio di articoli e commenti indignati, un coro in difesa della cultura, e la cosa si riduce così ad uno scontro binario fra guelfi e ghibellini.

Come piccola e ovvia premessa, va da sé che quando gli uomini del fare criticano il sapere, si riferiscono alla cultura, quindi al sapere umanistico, e certamente non al sapere tecnico, pratico, operativo, quello delle scienze applicate (le scienze “pure” sono tollerate solo perché servono per arrivare a quelle applicate), quello del know-how, che è già una forma di fare. È (dovrebbe essere) infatti ormai chiaro anche ai sassi che è in corso una risignificazione di termini, e delle relative pratiche, quali sapere, conoscenza, istruzione, educazione, facendoli coincidere con l’acquisizione di competenze dettate dalle esigenze del mercato (a loro volta, dettate dalle esigenze della tecnica, ma qui il discorso diventa lungo). Scuole e università si trasformano così in nuovi centri di avviamento al lavoro, che differiscono da quelli del passato solo per l’iperspecializzazione dei nuovi operai che producono – sarebbero queste la “Buona Scuola” e la “Buona Università”? E la cultura – en passant, una cultura alla quale ormai non prepara più nessuno, se scuole e università sono impegnate solo nella produzione di futura manodopera – è tollerata al massimo come ornamento del fare, come divertissement nelle pause del fare. Ora, so che è utopistico e obsoleto pensare oggi che dovrebbe essere il lavoro ad essere subordinato ai princìpi della cultura, ma sarebbe già un risultato (oggi impossibile, lo so) se almeno la si smettesse di ritenere che dovrebbe essere la seconda a sottomettersi al primo.

Ad ogni modo, in queste brevi righe, per quanto mi senta distante anni luce dagli “uomini del fare”, non voglio però unirmi al coro degli “uomini del sapere”. Innanzitutto per una mia personale allergia all’appartenenza ad un qualsiasi schieramento, ma soprattutto perché mi sembra che la cosa sia ormai alquanto inutile (o forse utile solo per alimentare il circo mediatico e quindi, appunto, inutile). Vorrei invece qui prendere seriamente in considerazione il punto di vista degli uomini del fare, ammettere che possano aver ragione e vedere che cosa deriverebbe da un’applicazione sociale di questa ragione.

Quindi, gli uomini del sapere pensano, cosa inutile perché equivale a fare niente, mentre gli uomini del fare fanno, ovvero fanno il mondo. È per questo che gli uomini del fare supportano, e sopportano, gli uomini del pensare. Bene, ma nel loro fare, gli uomini del fare, che cosa fanno? Indipendentemente dalla cosa specifica che fanno, il punto è che fanno sempre la stessa cosa. Per fare qualcosa di diverso, infatti, bisogna saper iniziare qualcosa di nuovo, ma per mettere al mondo un nuovo inizio bisogna prima pensarlo – non a caso la Arendt pensava che l’iniziare qualcosa di nuovo fosse la cifra dello stare al mondo.

Un esempio elementare (accessibile così anche agli uomini del fare). Oggi si parla tanto del passaggio dalle energie non rinnovabili a quelle rinnovabili. Benché il passaggio dalle une alle altre, in termini teoretici, sia un piccolo passo, è però pur sempre un nuovo inizio, un incominciare, la messa al mondo di una nuova possibilità, una differenza, uno scarto rispetto a ciò che vi era, che si faceva, prima. Insomma, è un pensiero. Invece, semplicemente seguendo il fare, si continuerebbe a fare, sempre nella stessa maniera, fino all’inevitabile esaurimento per consumazione di quello che si fa. Si moltiplichi questo esempio banale su scale di eventi più raffinati, e si vedrà la differenza tra l’autismo mortifero del fare e l’apertura vitalizzante del pensare.

Il fare quindi non può che rifare sempre la stessa cosa, poiché per introdurvi uno scarto qualitativo servirebbe il pensare, fino a consumarla del tutto, tanto idealmente quanto materialisticamente. Il fare, senza il pensare, senza la cultura, è destinato e destina all’estinzione.

E allora, esattamente al contrario di quel che dice il mantra della vulgata del fare, sono gli uomini del sapere, inteso come cultura e come pensare, a supportare (e sopportare?) gli uomini del fare. E se, come sembriamo ben avviati, prima o poi arriveremo all’autoestinzione, da non intendersi necessariamente solo come una possibilità fisica, un attimo prima guardiamoci intorno per vedere quanti uomini del fare e del sapere ci sono, e quindi la presenza di quale dei due sta portando tutti e tutto verso la fine.

Federico Sollazzo

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Travel is my therapy.

Sono felice. Quando lo dico, la gente mi guarda sconvolta.

Francesca è la perfetta sintesi di tutto ciò per cui noi de La Chiave di Sophia lavoriamo da quasi un anno.
E’ cambiamento, coraggio, viaggio, ricerca, scelte, infinite possibilità di essere.
E’ riuscita a fare ciò che tutti vorremmo: non relegare le proprie passioni e la proprie indole in una piccola sezione del cv “hobby ed interessi”. Ma prenderle e farne un lavoro.
Quanti di voi hanno scritto in questo piccolo e dimenticato riquadro del curriculum “ Viaggiare”’? Tutti.

Ecco, Francesca Di Pietro.

Noi ci presentiamo a te così: “ Di sogni non si vive, ci dissero tempo fa. Di insoddisfazione si muore, avemmo la prontezza di rispondere”.
Tu quando hai avuto questa prontezza?
Credo che come in tutte le cose, si prende coraggio quando davanti a se nn si vede scelta. Io anni fa ho vissuto un momento molto buio, sia lavorativo che personale, tutto quello in cui credevo si è sbriciolato, o meglio non è andato come avrei voluto e come ho sempre creduto che andasse, in quel momento ho capito, che forse se la vita prende una piega diversa, dovremmo seguire il flusso invece di incaponirci per cambiarla. Così ho colto un’opportunità e ho lasciato il lavoro, da lì ho iniziato a viaggiare, senza sapere cosa avrei fatto una volta finiti i soldi, e come sempre mi accade in viaggio, ho avuto un illuminazione.

Hai studiato psicologia. Perché? Le motivazioni di questa scelta di Francesca a 18 anni e le motivazioni di Francesca adesso, nel 2015.
Perché ho studiato psicologia?? Oddio ora mi dirai anche tu “perchè avevo qualcosa da risolvere”, beh ci mancherebbe, tutti i ragazzini di 18 anni hanno qualcosa da risolvere. Con il senno di poi, io ero una ragazza più sensibile del comune e diciamo che quasi nessuno se ne era accorto, così al liceo mi sono chiusa in molti libri e pensieri filosofici, questo mi ha avvicinato alla psicologia come “scienza” e arte. Poi nn so perché, mi ero fissata che avrei lavorato nelle risorse umane, volevo fare la manager con il tailleur e i tacchi alti, così ho sempre avuto le idee chiare: laurea, master, altro master, corsi di specializzazioni come se nn ci fosse un domani, ma poi mega- frustrazioni al lavoro.
La psicologia è la mia passione, ho un dono, o forse una sfiga, di leggere molto bene i comportamenti umani, li leggo, ma non li curo, questo sia chiaro. Gli uomini sono la cosa più bella che Dio abbia mai creato, negli ultimi anni sono solo diventata più curiosa e ho ampliato il mio interesse fuori dalle aziende … nel mondo.

Chi era Francesca prima di diventare psicologa?
Intendi prima dei 23 anni?? Oddio questa è personale… Diciamo che sono cresciuta molto da sola, assorbendo paure e pregiudizi come una spugna, ho sofferto molto dell’essere rossa e riccia in una città del sud dove venivi etichettata per molto poco. Ho avuto un’ educazione molto rigida che non mi ha permesso di fare quello che faceva il mio gruppo di pari, mi piaceva studiare, l’università è stata una liberazione, venire a Roma una grande decisione anche se non molto facile. Ho misurato la mia forza ogni giorno di più, capendo sulla mia pelle di cosa ero capace, ma direi che non si è fermato alla laurea, spero non si fermi mai.

Chi era Francesca prima di diventare travel blogger?
Una ragazza che ha sempre viaggiato tantissimo, grazie innanzitutto ai miei genitori e che poi ha scoperto il suo modo di viaggiare, che era molto, molto diverso dalle persone che le stavano attorno. Ho scoperto di essere brava ad organizzare i viaggi e mi sono accorta che tutti i miei amici mi scrivevano prima di partire, così per ottimizzare tempo, ho messo tutto sul web, ma solo dopo anni ho capito cosa era un travel blog.

Chi è Francesca?
Quanto tempo hai?? È una persona complessa, piena di contraddizioni, molto fisica e di contatto, ma anche molto distante. Non amo le formalità, mi piacciono i rapporti veri e soprattutto molto intensi, non amo il conflitto, mi fa soffrire tanto, per questo a volte lo evito, sono sincera. Credo che nella vita tutto quello che dipende solo da te lo puoi raggiungere se lotti, il problema sono quando entrano in ballo altre persone. Ho visto cambiare la gente introno a me, il contesto intorno a me, ed è molto difficile condividere quello che penso e quello che faccio. Il web mi ha dato tanto, in molti ambiti, non solo lavorativo, ma anche umano, le persone che al momento mi sono più vicine e che amo di più (esclusi pochi) li ho incontrati sul web, ad iniziare dai miei soci.

Quanto ti sei sentita giudicata nelle tue scelte e come hai reagito?
Ma la psicologa tra i due chi è? Una domanda a caso… Purtroppo mi sono sentita giudicata, non dalla mia famiglia, che invece mi ha appoggiato senza mai titubare, ma da una persona che ritenevo il centro del mio cuore, dalla mia “persona” per citare una serie tanto amata da noi trentenni, lei non mi ha capito, ha visto la realtà con i suoi occhi senza mai mettersi dal mio punto di vista, questo mi ha ferito nel profondo e mi ha allontanato da lei per sempre. La sua assenza ha lasciato un vuoto che ancora non riesco a colmare, ma la vita va avanti e come ho fatto in altri ambiti, ho “spezzettato” il mio bene dividendolo con altre persone.

Quanto ti giudichi?
Il mio super IO è sempre stato più grande del Monte Bianco, ma onestamente credo che negli ultimi anni, ho imparato a giudicarmi di meno, ad essere più buona con me stessa. Io chiedo sempre il massimo da me, io combatto sempre, fino alla fine, ma se poi fallisco, pazienza, per me l’importante è provarci, la staticità rappresenta la morte!

Quante Francesca convivono dentro di te?
Beh almeno 2, anche se sto cercando di integrarle. Diciamo che c’è quella “sensibile” e diciamolo pure, “vulnerabile” che non so integrare con l’altra, o meglio a volte esce troppo l’una o troppo l’altra e questo spaventa.

Di tutti i momenti della tua vita, ci parli di quello in cui hai sentito realmente la libertà di poter essere ciò che volevi?
Ogni momento dopo il 17 giugno del 2011, giorno in cui ho lasciato l’azienda, sono rinata! È stata la decisione migliore della mia vita.

La tua paura più grande quando sei in giro per il mondo?
Mi credi se ti dico che non ho paure? Per un periodo, avevo paura che chi era a casa potesse dimenticarmi, e a dire il vero è successo, ma poi ho pensato che è anche una mia scelta se vivo così. Le relazioni sono incastri, chi si incastra con me non mi dimentica e onestamente ho potuto notare che le persone che amo e che mi amano, hanno trovato strategie per rimanere sempre in contatto anche quando sono in viaggio.

La tua paura più grande quando sei sul tuo divano?
La noia. Ho paura di annoiarmi , specialmente a Roma, dove, esclusi i miei amici, non trovo più molti stimoli. Ho sempre amato questa città, ma ora la vedo ferma, si fanno le stesse cose che si facevano nel 2004, solo che io non sono più la stessa. Sto seriamente pensando di trasferirmi, mi serve solo un motivo scatenante… o una scusa 😉

Il tuo rapporto con famiglia e amici prima, durante e dopo i tuoi viaggi?
Io vivo da sola da 16 anni, o sono a Roma o a Lima faccio sempre la stessa cosa, chiamo i miei tutti i giorni, cerco di non farli preoccupare. Con i miei amici, dipende, alcuni come ti dicevo, li ho persi quando ho deciso di intraprendere questa vita, con gli altri non cambia niente. Io non sono una che telefona, o una da smancerie, preferisco i messaggi concisi e puntuali. Quindi mi sento praticamente con la stessa frequenza con cui mi sento a Roma, forse li vedo un po’ meno, ma dopo tutto, anche loro hanno delle vite molto complesse. Non esiste più la simbiosi adolescenziale, della serie “tutto insieme-sempre insieme”, ma in fondo non siamo più adolescenti no?

Parlaci di te, qualsiasi cosa ti venga da dire, come fosse un vero e proprio flusso di coscienza per due minuti…da adesso:
Oddio, mi sembra di aver già parlato tanto di me, e poi nn mi dite che sono egocentrica, sei tu che mi hai chiesto tutte queste cose. Che dirti, sono complicata, nn facile da gestire, devo avere il controllo di “molte” situazioni, ma sentirmi protetta. Mi piacciono i cani e i bimbi piccoli, quando sono degli altri, spero sempre che qualcuno guardi oltre quello che sono diventata sul web. Vorrei un’assistente o una tata 2.0,  insomma qualcuno che mi aiuti. Sono felice, quando lo dico la gente mi guarda sconvolta, è come se le persone avessero timore a dirlo, o forse siamo tutti superstiziosi. Le cose brutte della mia vita, mi hanno aiutato a capire quanto sono fortunata; sono felice che il mio lavoro ispiri altra gente, mi fa bene al cuore.

Nel tuo zaino puoi mettere solo 5 “qualcosa”, tra pensieri, emozioni, parole, oggetti, persone. Qualsiasi cosa, ma solo 5. Cosa metteresti?
Lo stupore, la passione, la fiducia, i tappi per le orecchie e il passaporto.

Dove possono contattarti i nostri lettori?
Beh ho 3 siti quindi direi che basta digitare il mio nome su google. Ad ogni modo ovunque mi contattino, li rassicuro che rispondo sempre e solo io. www.viaggiaredasoli.net   www.chetiporto.it   www.francescadipietro.com

Grazie mille per questo viaggio assieme Francesca.

Donatella Di Lieto

[Le opinioni espresse sono a carattere strettamente personale/ Views are my own]

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