Il suicidio intellettuale della filosofia universitaria

Perché nelle università non esistono insegnamenti di filosofia pratica? La risposta è semplice, si dirà, usando una frase abusata: perché l’utilità della filosofia è nel suo essere inutile da un punto di vista pratico; perché, ovvero, la riflessione filosofica si esercita su principi universali, lontani da ogni commistione con la contingenza e la particolarità. Proliferano così corsi di filosofia teoretica, che poco o niente hanno da spartire coi sordidi traffici degli esseri umani qualunque, in cui i professori si librano inarrivabili sopra le altissime vette della speculazione umana, profondendosi in affermazioni talvolta difficilmente intellegibili.

Già duecento anni fa Schopenhauer denunciava questo «scaltro stratagemma di scrivere» – o declamare, nel nostro caso – «in maniera oscura, cioè incomprensibile», presentando «i propri vaniloqui in modo che il lettore debba credere che, se non li capisce, la colpa è sua» (A. Schopenhauer, Sulla filosofia da università, 1990). La ragione profonda di questa strategia affabulatoria era «scrivere senza avere propriamente qualcosa da dire», riempiendosi la bocca di «supreme astrazioni come essere, ente, divenire, assoluto, infinito» (ivi). Questa, secondo Schopenhauer, era – ed è – la cifra stilistica dei professori-da-università, «con il loro pubblico di studenti che accettano creduli» (ivi) tutto ciò che dicono (spesso lodandone la genialità).

Cosa ha a che fare questo con l’assenza di insegnamenti di filosofia pratica? Il filosofo da università, colui che «vuol vivere della filosofia» e non «per essa», si trincera dietro un novello contemptu mundi, un disprezzo per tutto ciò che è mondano e terreno – scambiando il volteggiare senza interessi pratici fra generalizzazioni tanto vaste quanto incomprensibili con la condotta metodologica di una “ricerca disinteressata”.

Malcelata dietro condotte di questo genere, (spesso) si nasconde tutta l’ipocrisia dei ragionieri della filosofia: fintamente disinteressati nella ricerca, disegnano a tavolino programmi e insegnamenti per intercettare il maggior numero di fondi, il maggior numero di studenti o il maggior numero di saggi da pubblicare – rigorosamente – su riviste certificate e accreditate. Scriveva ancora Schopenhauer: «facendone un’industria, l’interesse acquista subito preponderanza sulla ricerca della verità e da presunti filosofi vengono fuori semplici parassiti della filosofia» che ricorrono, «se il vantaggio lo richiede, a ogni sorta di bassi mezzi, compromessi, coalizioni» (ivi).

Anacleto Verrecchia, commentando queste parole del filosofo tedesco, notava che i giovani, «le piante dei vivai universitari […] sono già mence in partenza, anche perché respirano un’aria intrisa di adulazione, di piaggeria, di servilismo e di peronospora intellettuale» (A. Verrecchia, I filosofi di ruolo, 1990). Nessuno di quelli che vengono bollati come «filosofi di ruolo» sarebbe pronto al sacrificio, intellettuale beninteso, in nome delle proprie convinzioni. «Meno che mai – prosegue Verrecchia – credo che si farebbero saltare le cervella per i propri principi. In compenso hanno cacciato una pallottola ideologica nella testa dei loro allievi, scardinandone la facoltà di pensare» (ivi).

Il filosofo da università, in definitiva, specula in astratto di mondi inesistenti e contemporaneamente – spesso in contraddizione con ciò che ha stabilito essere giusto in questi mondi – esercita l’attività di funzionario della filosofia (e del sapere più in generale), di portaborse della conoscenza, abdicando a ogni forma di coerenza intellettuale. Questa lampante contraddizione non è imputabile ai soli docenti universitari, ma è il frutto avvelenato di decenni di tagli alla ricerca e, soprattutto, di una volontà burocratizzante, esclusivamente tesa all’efficientismo e all’ordinaria amministrazione. Viene così dequalificata la specificità che dovrebbe essere propria della filosofia, non mero esercizio compilativo ma libero esercizio dello spirito critico, lontano da dogmatismi e schematismi.

Sarebbe ora, quindi, di rompere questa ipocrisia, e proclamare finalmente l’utilità e la praticità della filosofia, non come disciplina ma come condotta di vita. Ha ragione Schopenhauer quando dice che la filosofia non si può insegnare e che, pertanto, l’istituzione di cattedre di filosofia è una contraddizione in termini. Ma se oggi l’abolizione dell’insegnamento della filosofia può sembrare una velleità, che almeno questo insegnare sia allenamento al libero pensiero e non vuota riproposizione di canoni tradizionali. «La filosofia […] è diventata una cosca mafiosa, con tanto di capibastone, ominicchi e quaquaraquà», perciò è urgente descolarizzarla, «perché l’aria mefitica dell’università non le fa bene» (ivi). E la filosofia pratica, spesso libera dai lacci dell’Istituzione, può contribuire a svecchiare la didattica filosofica.

 

Edoardo Anziano

 

[Photo credit Gabriella Clare Marino via Unsplash]

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Parole che allungano la vita: la lezione di Ivano Dionigi

«Sono simili a bagliori, che s’accendono nell’oscurità e s’imprimono negli occhi della mente»1. Con queste parole Gianfranco Ravasi inizia la prefazione al libro Parole che allungano la vita di Ivano Dionigi, tra i maggiori latinisti italiani e già rettore dell’Università di Bologna. Il piccolo ma prezioso e profondo volume edito da Raffaello Cortina è la raccolta delle riflessioni – con piccole variazioni e brevi aggiunte – apparse nel primo trimestre del 2020 sulla prima pagina del quotidiano Avvenire.

Da raffinato filologo Dionigi invita a prendere sul serio le parole, a conoscerle, a comprenderne il senso, il valore, il bacino di sapienza in esse racchiuso. Per fare questo sono frequenti i suoi richiami all’etimologia dei vocaboli, al fine di porne in rilievo il significato originario invitandoci ad un uso puntuale degli stessi. «Noi parliamo male» sostiene Dionigi, quasi a certificare una vera e propria patologia del linguaggio che impoverisce e così facendo assottiglia il nostro orizzonte, il nostro mondo. Sì, perché le parole non sono flatus voci, non sono aria. Le parole hanno il potere di costruire il mondo o di distruggerlo, possono creare relazioni o possono ferire, possono edificare ponti o erigere mura, possono salvare o uccidere. Ecco che per l’autore è quanto mai necessaria una «ecologia linguistica» capace di ripulire il linguaggio, proprio a partire da una conoscenza più ampia e approfondita dello stesso.

In questo senso Dionigi mostra, con semplicità e rigore, come il ritorno alla filologia non sia affatto indifferibile. Invero, questa disciplina nata in epoca ellenistica e sviluppatasi in particolare con l’Umanesimo non è per nulla antiquata o da riservare a pochi addetti ai lavori, ma è un’arte che consente, proprio oggi, di curare la degenerazione del linguaggio e la povertà dello stesso che caratterizza il nostro tempo dominato da superficialità e banalità.

Leggendo le riflessioni lucide e profonde dell’autore scorgiamo tra le righe come lo studio e la riflessione sulle parole divenga una vera e propria filosofia, ovvero una più ampia riflessione sulla vita in generale ed in particolare sul suo senso, sul dolore, sulla morte, sull’amicizia, sul tempo, su Dio. I brevi scritti che compongono questa sorta di breviario nascono dal silenzio, custode e generatore del pensiero. In questa direzione Dionigi rileva come la parola, ridotta a chiacchiera, sia la conseguenza di una vera e propria «anoressia del pensiero». Per questo motivo, prosegue, «urge imboccare la strada del rigore, abbassare il volume e dare il nome alle cose». Ed è questa la strada da intraprendere per ritornare a interrogarsi, a porsi le domande, a chiedersi che cosa stiamo per dire, affermare e sostenere. Prima di parlare è dunque necessario rieducarsi e riprendere l’abitudine di fare silenzio in noi stessi, quindi di pensare e conoscere il significato autentico delle parole e a ponderarne l’utilizzo.

Al contempo è costante in Dionigi il richiamo al valore della conoscenza della storia – oggi sempre più bistrattata – e ai classici che ad essa si legano. Questi ultimi non sono entità museali e polverose ma sono «utili e rivolti al futuro soprattutto perché le loro lingue ci permettono di capire chi siamo e come pensiamo». Dal latino abbiamo infatti ereditato il lessico che costituisce la cultura e la formazione etica e politica. Basti pensare a parole quali civitas, virtus, res publica, religio, negotium. Il greco ci ha invece consegnato il lessico che costituisce il sostrato filosofico e intellettuale europeo. È qui sufficiente richiamare termini quali tempo (chrònos), parola, discorso, ragione (lògos), interiorità (psyché), dolore (pàthos). Questa notevole eredità è lì a rammentarci da dove proveniamo. I classici sono le radici necessarie affinché l’albero della nostra esistenza possa proiettarsi consapevolmente in avanti. Non è forse questo l’insegnamento che ereditiamo da Petrarca il quale, sulla linea di confine fra classicità e modernità e come anello di congiunzione fra le stesse, si diceva rivolto con lo sguardo «contemporaneamente avanti e indietro» (simul ante retroque prospicens)? Da un lato queste parole del poeta aretino sembrano esortarci a non recidere i fili con il nostro passato storico e culturale, senza il quale si è come alberi privi di radici. Dall’altro il Petrarca sembra sostenere, con equilibrio, l’importanza di non rimanere ancorati in maniera feticistica al passato ma di mantenere lo sguardo anche in avanti con curiosità, passione, interesse per lo sviluppo della vita e della storia. L’impegno umano e intellettuale di Dionigi è teso a mostrare proprio come i classici siano una lezione che continua ad illuminare il nostro cammino, a interpellare le nostre coscienze, invitandoci a conoscerci ogni giorno di più. L’invito a tornare in se stessi diviene per l’autore l’occasione per richiamare all’imprescindibilità dell’elemento umano: «l’unità di misura, l’alfa e l’omega, l’oggetto e il soggetto, rimane l’uomo: l’essere più stupendo e tremendo (deinòn), come l’ha definito la tragedia greca». Trapela qui il sentito invito ad una visione del mondo e della vita che riporti al centro delle proprie riflessioni l’uomo nella sua interezza. A partire da questa convinzione è possibile rileggere e interpretare anche il ruolo decisivo che per Dionigi riveste la politica, la cura del bene comune, la dimensione relazionale della solidarietà, la centralità dell’educazione. Puntuali in questo senso le considerazioni sul ruolo della scuola, il richiamo al bisogno di tornare a riconoscere il ruolo dell’insegnante e dell’insegnamento. Realistiche le amare considerazione sui talenti intellettuali che l’Italia lascia andare o spreca, non offrendo adeguate opportunità di lavoro. Si chiede Dionigi: «Può avere un futuro un Paese che sottrae ai giovani i diritti prima ancora che le speranze e i sogni?».

Questo breve volume, nell’affrontare temi di capitale importanza, si discosta radicalmente dai toni demagogici, aggressivi e violenti del discorso dominante riportando il focus dell’attenzione sulle parole e il loro uso. Attraverso un dettato sobrio e un’invidiabile chiarezza stilistica e di pensiero, l’autore fa dono al lettore delle sue riflessioni per stimolare quest’ultimo a riprendere contatto con se stesso, a fare silenzio, a meditare per poter far fiorire pensieri e parole alti e luminosi.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1. Questa e le seguenti citazioni sono tratte da I. DIONIGI, Parole che allungano la vita. Pensieri per il nostro tempo, Raffaello Cortina, Milano, 2020.

[Photo credit Raphael Schaller su unsplash.com]

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Per una filosofia del giornalismo

«Indipendentemente dalla voce in cui […] gli autori di inchieste giornalistiche classificano le loro preoccupazioni, l’attività cui si dedicano – per scelta, necessità o entrambe, come accade quasi sempre – è il marketing: la prova che devono superare per poter aspirare al riconoscimento sociale cui ambiscono li costringe a trasformarsi in merci, in prodotti capaci di suscitare attenzione e di attrarre domanda e clienti» (Z. Bauman, D. Lyon, Sesto Potere, 2013). Questo è il giudizio tranchant che il sociologo polacco Zygmunt Bauman dà del giornalismo nella «società dei consumatori». Una società che, nel contesto di un pervasivo affermarsi delle tecnologie digitali, si è (volontariamente) assoggettata a una nuova forma di schiavitù consumistica, in cui gli individui sono «sono promotori di merci, e al tempo stesso le merci che promuovono» (ivi).

Potremmo definirla una sorta di prostituzione digitale, da cui siamo sedotti e insieme costretti, che si innesca ogni volta che cediamo i nostri dati personali alle multinazionali della tecnologia. Il giudizio di Bauman ha il merito di mettere a nudo il perverso do ut des su cui si impernia il consumismo digitale, nel quale, pena l’esclusione sociale, siamo forzati a rendere pubblico tutto ciò prima apparteneva alla sfera del privato. Tuttavia, le considerazioni del teorico della «modernità liquida», nella sua radicalità, determinano alcune conseguenze, di cui occorre tenere conto.

Innanzitutto, se la mercificazione volontaria caratterizza l’uomo indipendentemente dalle sue – per quanto nobili – intenzioni, ne consegue che anche la filosofia (e, in definitiva, ogni attività intellettuale) si configura come prostituzione intellettuale. Essa si ridurrebbe, infatti, da una parte a un disperato mendicare visibilità per i propri “prodotti”, dall’altra all’artefatta costruzione di merci appetibili ai consumatori, con l’esito di tradire l’originaria concezione di una filosofia come ricerca disinteressata della verità. Anche qui, è innegabile, le categorie di Bauman, colgono nel segno: a cosa si è ridotta la figura del filosofo-di-professione, se non a quella di un funzionario con mansioni burocratiche, obbligato a “svendere” una quota minima di articoli a «riviste scientifiche di Classe A per i Settori Concorsuali dell’Area 11»? Nient’altro che valutazione di performance di marketing, canonizzate in base agli indiscutibili standard vigenti.

Questa mastodontica burocratizzazione, favorita dalla digitalizzazione e allo stesso tempo stimolo per una sempre più capillare trasformazione digitale, ha avuto un ruolo cardine nel progressivo ritirarsi della filosofia nel suo orticello accademico. Assorbita dalle suadenti (o torturanti) incombenze istituzional-amministrative, da “amore per il sapere”, la filosofia nelle Università si è ridotta a “discorso – preconfezionato e scodellato – sull’erudizione”. Una “astensione mal giustificata”, aggrappandosi alla quale la filosofia ha rinunciato a voler incidere su un attualità troppo vorticosa per essere maneggiata.

La radicale consapevolezza di Bauman sembra lasciare pochi spazi ad alternative: ogni attività umana, persino la più nobile per lo spirito umano, non è altro che una strategia di promozione e vendita di prodotti di massa. Eppure, pur mantenendo la consapevolezza dell’influenza delle dinamiche commerciali anche in campo intellettuale, l’esito non deve essere necessariamente nichilistico.

Una possibile risposta passa proprio per il superamento della snobistica indifferenza nei confronti dell’attualità della filosofia da università. Occorre ripensare una gerarchizzazione del sapere, in nuce presente anche nelle considerazioni di Bauman sopra citate, che relega il giornalismo mero “accertamento” cronachistico, mentre eleva (e perciò relega) la filosofia a superbe contemplazioni di mondi inesistenti. È fine a se stesso denunciare la compromissione con la materialità, ovvero con logiche meramente economicistiche, del giornalismo: la riflessione di Bauman smaschera come anche la pratica filosofica non possa più essere considerata immune dalle dinamiche della società dei consumi digitali.

Alla luce di questo, si rende necessaria l’elaborazione di una vera e propria “filosofia del giornalismo”, che vada oltre le semplici considerazioni deontologiche, andando a indagare le ragioni profonde dell’analisi dell’attualità. A partire dall’elemento fondativo che sia il giornalismo, d’inchiesta in particolar modo, che la filosofia possiedono in comune: la ricerca di una verità. Questo consentirebbe di nobilitare una professione ancora troppo associata (e come tale praticata) a quella di “pennivendolo”, contribuendo, allo stesso tempo, a strappare la filosofia dal suo astratto torpore accademico.

 

Edoardo Anziano

 

[Photo credit Bank From via Unsplash]

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La filosofia è morta. Viva la filosofia

«Chi si vuole sotterrare nella polvere dell’antichità, quando il corso del suo tempo ad ogni istante lo avvolge e con sé lo trascina?».

Questo scriveva un giovane Schelling all’ex compagno di studi Hegel. I due filosofi, insieme con il poeta Hölderlin, avevano condiviso il percorso di studi presso lo Stift, il seminario protestante dell’Università di Tubinga, dal 1788 al 1793. Il corsivo è dello stesso Schelling: il suo tempo. L’autore vuole far cadere l’attenzione dei lettori sul tempo in cui loro stessi vivono, con il quale possono (e devono) confrontarsi.

Nell’elaborazione del proprio sistema filosofico – da alcuni concepito come una sorta di ideal-realismo – Schelling non lascia spazio alla storia, concentrando il proprio interesse al rimando di ogni determinazione molteplice all’unità dell’Assoluto. Ma sarebbe errato concepire la citazione iniziale come una negazione dell’importanza del passato. La frase infatti prosegue così: «Vivo e mi muovo al presente nella filosofia».

Questa citazione può fornire un punto di partenza per alcuni interrogativi, proprio riguardanti il presente e il significato di fare filosofia oggi. Una possibile concezione, alla luce delle citazioni di Schelling, è quella di una filosofia viva, in grado di volgere il proprio sguardo in avanti, confrontandosi con il mondo e cercando di dare risposte ai problemi dell’uomo nella contemporaneità. Una Filosofia, in altri termini, non limitata a una filologia fine a se stessa. Una Filosofia che, utilizzando le categorie fornite dai pensatori del passato, si superi continuamente. Un movimento incessante che segue il divenire del mondo nel suo modificarsi e si adatta alle sue pieghe. Questo, nell’epoca della cosiddetta post-verità, non deve però tradursi in un’impossibilità conoscitiva, in un relativismo distruttivo, che nega ogni acquisizione del pensiero umano.

Dicevamo, alcune domande sull’oggi: la Filosofia accademica, in Italia, si muove «al presente»? Oppure ha fissato il proprio sguardo verso ciò che è passato? La risposta definitiva, a una questione di portata tale da investire lo statuto stesso della filosofia, potrebbe non essere mai trovata. Limitiamoci a qualche spunto di riflessione. Consideriamo i tre migliori «mega atenei italiani» (oltre 40.000 immatricolazioni) secondo la Classifica Censis 2019/20, ovvero Bologna, Padova e Firenze (link alla Classifica Censis). I piani di studio della Laurea Triennale in Filosofia sono accomunati da due fattori: massiccia presenza di insegnamenti afferenti al settore disciplinare storico e, per la quasi totalità degli insegnamenti, didattica frontale.

E ancora: quale impatto ha oggi la Filosofia sulla società? È ancora in grado di apportarvi cambiamenti? Come viene percepita dal pubblico non specialistico? Ha ancora un significato “essere filosofi” oggi? Domande che, qui, rimarranno senza risposta. A una prima occhiata sembra che la Filosofia abbia abdicato a una delle proprie ragioni di vita, quella di indirizzare l’umanità verso un futuro migliore. E come potrebbe? I dati dell’Associazione Italiana Editori «rilevano che l’indice di lettura di libri colloca l’Italia nelle posizioni di coda del ranking internazionale»: leggiamo poco, troppo poco perché la filosofia venga considerata più di un vezzo elitario (link ai dati AIE).
Di fronte a questo panorama poco confortante, due sono state le reazioni, entrambe “estreme”. Da una parte, i filosofi si sono ritirati nelle torri d’avorio dei propri dipartimenti. L’esito è stato una ricerca tanto più parcellizzata quanto più inabile a fornire coordinate per orientarsi nel presente. Dall’altro lato, i “volti noti” della filosofia si sono rivelati niente più che opinionisti televisivi, politici o politicanti.

La serie di domande potrebbe continuare all’infinito, anche in senso contrappuntistico: per fare filosofia non è però necessario conoscere tutto il panorama della storia della filosofia precedente? Quale alternativa può mai esserci alle lezioni frontali nelle discipline umanistiche? Ma davvero facciamo filosofia per cambiare il mondo?

Non può essere che tutta la filosofia del passato si sia rivelata una cattedrale nel deserto. Ci sono luoghi, fisici e non, lontani dall’accademismo, che praticano una filosofia viva, attiva e fattiva. Una parte del mondo accademico ha (forse) rinunciato a quella legittima pretesa: che la filosofia sia in grado di elaborare visioni orientative in un mondo che cambia sempre più rapidamente. Assumiamo questo come constatazione, come punto di partenza. Per fare cosa? Certo è che, per dirla nuovamente con Schelling, «qui c’è ancora parecchio da fare».

 

Edoardo Anziano

 

NOTE
Le citazioni di Schelling sono tratte da G.W.F. Hegel, Epistolario, 1785-1808, p. 107, citato in Borghesi, Massimo, L’età dello spirito in Hegel, Roma: Edizioni Studium, 1995.

[Photo credit Giammarco Boscaro via Unsplash]

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“Idda” di Michela Marzano: un viaggio sull’amore, l’identità e la memoria

A fine febbraio, in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo Idda, abbiamo avuto il piacere di incontrare per la seconda volta nella nostra Treviso, presso la libreria Lovat di Villorba, la filosofa e scrittrice Michela Marzano. E non c’è dubbio, la sua straordinaria capacità di trattare l’umano da vicino, cogliendone la vulnerabilità estrema e le fragilità, riuscendo a nominarla con una delicatezza e una sensibilità rara, ha nuovamente travolto e attraversato i cuori del pubblico. La sala era gremita e gli applausi si alternavano a istanti di commozione durante i quali il racconto dell’autrice lasciava spazio alle storie di vita delle persone sedute in sala.

Michela Marzano è docente ordinario di filosofia morale all’Université Paris Descartes e si occupa principalmente delle questioni legate alle tematiche di etica medica, al corpo, all’identità, alla violenza di genere e ai diritti civili. Oltre ai numerosi saggi, ricordiamo il best-seller Volevo essere una farfalla, L’Amore è tutto, è tutto ciò che so dell’amore, vincitore del 62^ premio Bancarella nel 2014 e i due primi romanzi L’amore che mi resta (Einaudi, 2017) e Idda (Einaudi, 2019).

 

Idda è il secondo romanzo che hai scritto. In precedenza ti sei dedicata ai saggi. Da che cosa ha avuto origine questo spostamento dalla precisione della struttura argomentativa propria del saggio alla libertà narrativa della fiction di un romanzo?

Credo che lavorando su questioni che riguardano la vulnerabilità dell’esistenza, la finitezza, le fratture, le contraddizioni dell’umano,  il saggio rappresenti, almeno per me, uno strumento troppo stretto, nel senso che non era più sufficientemente capace di parlare di tutti questi temi.

Quando si scrive un saggio si hanno delle ipotesi, ci si poggia su una determinata bibliografia, si argomenta e si spiega. Il problema, però, è che quando si affrontano le questioni legate alla fragilità al plurale, più che spiegare e argomentare, abbiamo bisogno di mostrare e di raccontare. Già Umberto Eco diceva che quando viene meno l’argomentazione si deve narrativizzare, cioè “narrare per mostrare”, al fine di permettere alle persone di identificarsi in determinate situazioni, che sono poi quelle che a me piacciono, di cui mi piace parlare.  Ho quindi avuto la sensazione, pian piano, che la scrittura narrativa mi permettesse di andare molto più lontano rispetto alla scrittura saggistica.

 

Puoi raccontarci da che cosa è emerso il bisogno di scrivere Idda?

Io direi che ci sono due punti di partenza dietro al bisogno di scrivere questo libro. Da un lato, ciò che mi ha spinto è stata  la domanda esistenziale-filosofica riguardante l’identità personale, cioè: chi siamo quando pezzi della nostra esistenza scivolano via? E quindi, siamo sempre le stesse persone di prima quando cominciamo a non riconoscere più le persone care oppure, quando cominciamo a non riconoscerci guardandoci allo specchio? Questi quesiti hanno costituito la guida direzionale per affrontare e dare un tassello supplementare alla questione dell’identità personale.

Dopodiché, c’è stato l’Evento, che per me è sempre importante, e che, nel caso specifico, riguarda la mamma di mio marito, Renée. Renée si è ammalata di Alzheimer e se n’è andata in punta di piedi ad ottobre dell’anno scorso. Idda nasce dall’urgenza e dall’esigenza di raccontare com’è e che cos’è la vita di una persona che comincia effettivamente a mescolare tutto, dimenticando pezzi della propria storia dove tutto dventa confuso.

Ho voluto raccontare quindi anche quello che ho scoperto confrontandomi con la mamma di mio marito, cioè il fatto che in realtà non è vero che, con una malattia come quella dell’Alzheimer, una persona cambia drasticamente. In realtà, ciò che resta è l’essenziale, l’essenziale di una vita, quegli episodi che ci hanno talmente tanto marcato da costituire la nostra identità, quegli istanti che non scivolano via, quell’affettività che noi teniamo sempre accanto, all’interno di noi anche quando razionalmente ci allontaniamo dagli altri. Quell’affettività e quell’amore che nemmeno l’oblio più profondo riesce a cancellare.

 

Nel libro si parla di quello che ciò che gli specialisti definiscono residui di sé. Come secondo te possono essere definiti questi residui del sé?

Io direi che questi residui di sé possono essere rappresentati dall’affettività, dalla familiarità con le cose care. Annie, la protagonista del libro, talvolta, non riesce più a riconosce Pierre, il figlio, come tale; tuttavia, nemmeno per un istante pensa che Pierre sia un estraneo perché egli resta sempre all’interno della sua sfera affettiva. Anche se a volte Pierre diventa il marito, altre volte il padre, dentro di lei resta quel “qualcosa” che fa sì che, di fatto, quello che c’è stato non scomparirà mai,  quell’amore resterà per sempre.

 

La filosofia in Italia solo in tempi recenti sta tentando di ridurre quella distanza esistente tra la ricerca e lo specialismo filosofico, proprio dei contesti accademici, e le esigenze culturali di un pubblico popolare. Se e in che modo secondo te la ricerca filosofica e la sua divulgazione possono dialogare in modo sinergico?

Ritengo che la ricerca filosofica e la divulgazione dovrebbero dialogare in modo sinergico. Basti pensare al pensiero di Socrate, il quale camminava per le strade della città e dialogava con i cittadini, cercando maieuticamente di far maturare la riflessione, lo spirito critico. Se dunque partiamo dal presupposto che la natura della filosofia è di essere dialogica, il pensiero stesso non può essere rinchiuso all’interno della torre d’avorio. Forse, infatti, dovrebbe dimenticare un po’ di quei tecnicismi che lo stanno facendo soffocare.

Dobbiamo tornare a dialogare e a permettere alla filosofia di essere filosofia, un pensiero alla fine incarnato. Credo che però, in questo, ci sia una grande responsabilità da parte di molti accademici che hanno immaginato di poter fare della filosofia una disciplina da laboratorio. Al contrario, fare filosofia significa trattare le questioni sull’umano, ed è per questo che un tale oggetto di ricerca non lo si può trattare se non con e attraverso gli umani.

 

Obiettivo de La Chiave di Sophia è quello di aprire la filosofia ad un pubblico eterogeneo e neofita, proponendo questioni centrali per l’individuo e connesse fortemente con la vita quotidiana. In che modo secondo te la filosofia può sempre più avvicinarsi a chi non ha mai avuto modo di approcciarsi ad essa?

Ritengo che alla base della filosofia ci sia, nonostante tutto, una grande domanda di senso, una richiesta di strumenti per trovare una propria direzione verso cui andare. Per questo, penso che possa essere anche “facile” avvicinarsi alle persone. Queste, infatti, non aspettano necessariamente delle risposte, anche perché non è proprio lo scopo della filosofia sempre e solo dare delle risposte; al contrario, trovare il modo di porre delle buone domande e poter elaborare degli strumenti critici per poi costruire il proprio futuro: questa è la ragione dell’esistenza del pensiero che poi non è altro che ciò che accomuna ciascuno di noi. Proprio per questo, può diventare “semplice” avvicinarsi al pubblico: in questo momento storico, le persone dispongono di domande di senso e esprimono il bisogno di strumenti capaci di permettere loro di dare un senso alla propria esistenza.

 

Greta Esposito e Sara Roggi

 

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Guida allo studio della filosofia tra l’Italia e la Germania

Per molti studenti italiani di filosofia la Germania è un pensiero, magari anche solo per un Erasmus, visto che molti dei grandi filosofi dal ‘700 ad oggi hanno scritto in tedesco. Per quanto leggere Kant e Heidegger in lingua originale e camminare nelle aule in cui Adorno e Hegel facevano lezione eserciti un indubbio fascino, va precisato che tra Italia e Germania il modo di studiare la materia, e probabilmente di intenderla, è piuttosto diverso. Da studente italiano emigrato a Berlino per la magistrale cercherò di offrire una breve guida, che possa far capire se lo studio in terra tedesca faccia per voi o meno.

Prima di tutto in Germania le Vorlesungen, le classiche lezioni frontali italiane, sono poche e concentrate soprattutto nei primi anni di triennale. In seguito prevale la forma del Seminar, in cui gli studenti devono leggere di settimana in settimana dei testi per poi discuterli in classe. I professori possono organizzare i seminari in modo differente: alcuni si limitano a moderare il dibattito, altri lo integrano con spiegazioni e approfondimenti. In ogni caso allo studente è richiesto non solo di seguire la lezione, ma di parteciparvi attivamente con domande, interventi, relazioni e proposte di nuovi testi da affrontare.

Anche la modalità di esame è diversa: se in Italia prevalgono le prove orali o al massimo scritti dove rispondere a delle domande aperte, in Germania la quasi unica forma d’esame è l’Hausarbeit, ovvero un saggio (di solito dalle 15 alle 25 pagine) in cui approfondire un argomento del corso.

Lo studente tedesco termina di conseguenza gli studi con la capacità sia di dibattere (grazie ai seminari) sia di scrivere (grazie agli Hausarbeiten) ed è inoltre abituato a muoversi all’interno di un tema dato per ricercare fonti e sviluppare l’argomento autonomamente. Dal momento però che le lezioni di storia della filosofia sono poche e in Germania filosofia non è studiata al liceo, capita che gli studenti tedeschi arrivino con dei buchi enormi in certi ambiti (mi è capitato ad esempio che in una lezione nessun allievo sapesse spiegare la differenza tra res cogitans e res extensa in Cartesio). In generale, le lezioni prevedono uno scarso inquadramento storico e teorico, preferendo partire direttamente dai testi. Può quindi capitare che gli studenti tedeschi affrontino Platone iniziando direttamente a leggere La Repubblica, facendo seguire una discussione su cosa sia la giustizia e come oggi venga intesa nel governo piuttosto che confrontare le posizioni platoniche con quelle dei sofisti.

Lo studente italiano arriva dunque alla fine del suo percorso universitario con una conoscenza di base più ampia e solida, che talvolta però rischia di diventare sterilmente enciclopedica poiché egli non è stato abituato a rielaborarla criticamente. Il modo in cui il sistema è strutturato conduce poi spesso alla paradossale situazione per cui la tesi di laurea risulta essere il primo, e forse unico, momento in cui lo studente italiano di filosofia si trova a dover scrivere un saggio sugli argomenti studiati.

Credo che questa differenza si basi su un modo piuttosto diverso di concepire la filosofia, o quantomeno la sua funzione attuale nel mondo. La mia impressione è che in Italia sia percepita come un sapere specialistico, sistematizzato a scuola e approfondito all’università; una materia autonoma con regole proprie, a cui approcciarsi è difficile per un non specialista proprio perché non conosce la terminologia adeguata e lo sfondo teorico in cui inserire un certo concetto.

In Germania invece la filosofia viene maggiormente intesa come uno strumento per imparare a pensare e di conseguenza per capire il mondo; come un modo di ragionare utile a comprendere le grandi domande del presente. Una delle prime prove in tal senso l’ho avuta proprio durante la mia prima lezione a Berlino. Introducendo il corso su Kierkegaard la professoressa aveva subito specificato di non essere interessata a capire cosa esattamente abbia pensato l’autore, a discutere ore sullo slittamento di significato di un certo termine da Hegel a Kierkegaard. Anche perché l’unico a poter fornire una risposta certa su elucubrazioni di questo tipo sarebbe lo stesso filosofo danese, che è però ahimè morto. La preoccupazione principale per lei era capire cosa i testi di Kierkegaard hanno da dirci oggi e come interrogano ciascuno di noi.

Trovare una mediazione tra due metodi tanto diversi non è semplice ma sarebbe auspicabile, in modo che le aule di filosofia si trasformino in palestre democratiche dove poter discutere attivamente i testi e non solo sentirli spiegati in una lezione frontale. Una discussione però che necessita di base teoriche forti per poter imparare dai pensatori del passato e costruirsi un’opinione fondata.

 

Lorenzo Gineprini

 

[Credit Sharon McCutcheon]

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Sull’inutilità della cultura umanistica

Nei giorni scorsi è tornata a galla sui giornali una polemica antica e che periodicamente riemerge sottoforma di dibattiti sterili e passeggeri: l’inutilità delle materie umanistiche e la loro possibile gestione con il numero chiuso nelle università. Chiudendo l’accesso libero alle facoltà umanistiche (che non si specifica mai cosa comprendano) sarebbe possibile arginare il flusso di giovani laureati che poi ovviamente non può trovare lavoro, colpevoli di una scelta di studi sbagliata da un punto di vista organizzativo, gestionale.

La questione rientra in quel tipo di problematiche di cui non si sa mai se ridere a crepapelle o disperarsi. Quali sono infatti i criteri che stabiliscono l’utilità di qualcosa? Come riescono tutti a parlare in modo così sicuro e risoluto di cosa significhi che qualcosa non serva? Da dove viene l’idea che l’utilità sia il criterio per cui decidere della vita o della morte di qualcosa? Forse l’inutilità si associa facilmente alle facoltà di lettere? Di filosofia? Di storia dell’arte? Possibile, ma allora perché non a quelle di fisica? Che sfornano personaggi al quanto bizzarri, come quel fisico americano che ha stilato un percorso di dieci fasi attraverso cui l’uomo dal suo stato attuale arriverà a controllare l’intera energia della Terra, poi del sistema solare, poi dell’intero universo, fino a condurlo allo stato di vero e proprio Dio, in cui con la mente potrà controllare ogni parte dell’essere presente, passato, futuro (!).

Perché non si parla mai dell’inutilità sociale dello studio della matematica pura? E ha per caso qualche utilità per la nostra vita una qualche missione satellitare ai confini del sistema solare, come quelle di Voyager o Pioneer? O lo studio della cristologia? O della criptozoologia? O degli Oopart? O delle armonie di Messiaen?

Forse si dovrebbero continuare coraggiosamente le insinuazioni di chi pretende di conoscere le chiavi del sapere e della sua utilità e affermare che l’unico sapere oggi ritenuto valido è quello pratico ed economico: che offre la possibilità di fare, costruire, modificare, il primo, e di gestire, amministrare, le risorse possedute e create il secondo. Tutto il resto non è che un contorno accessorio di ottimi passatempi. L’antica unione dei saperi, cioè di diversi saperi uniti nel segno del rigore, della chiarezza, della verità del loro contenuto, che avrebbe reso risibile la moderna divisione in cultura scientifica e umanistica, è oramai persa. Da Vinci era scienziato o artista? Platone filosofo o matematico?

L’indecisione stessa, ad esempio come quella manifestata nel Corriere da Gramellini1, nel trattare l’argomento dell’inutilità dei saperi è essa stessa un sintomo del tipo di cultura in cui già viviamo: non si tratta nemmeno quasi di pensarci, di valutare idee sparate a caso da qualcuno che non è nemmeno toccato lontanamente dal problema culturale. Il fantasma ideologico che ci affligge è quello per cui si crede di poter gestire la cultura e i flussi di persone nelle loro scelte e nel loro essere. Allo stesso modo di come si gestiscono le cose (per chi ha il cosiddetto senso pratico) o il denaro (per chi amministra).

Ipotizzare soltanto di poter creare un controllo su cose simili significa avere la presunzione di conoscerle, di conoscere qual è il bene per qualcuno, che la strategia di gestione sia efficace nei confronti dell’obiettivo della riduzione della disoccupazione. Oltre al fatto, ancora più radicato, di non avere minimamente idea o di campare di una idea semplicistica all’inverosimile, che la cultura inutile sia solo quella umanistica.

Lasciamo che tutto sia come sempre è stato allora: che ognuno scelga quello che è destinato a scegliere e a voler essere. E piuttosto si formino ancora meglio quelle teste, si renda più rigoroso e duro il percorso, lo si specializzi, lo si renda pure chiuso ma solo per la ricerca della più alta qualità e non per chissà quale potere gestionale (la differenza di approccio c’è): così da rendere più solido e forse più elitario un percorso, quello umanistico, che sta perdendo dignità e forza sotto i colpi degli ignoranti.

 

Luca Mauceri

 

NOTE

1. M. Gramellini, Numero chiuso, in “Il Corriere della Sera” 18/5/2017 > link

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Workshop: la ricerca in formato rivista

Al via al secondo workshop dedicato al mondo dell’editoria e della ricerca scientifica, artistica e culturale targato La Chiave di Sophia.

Il workshop si inserisce all’interno della Research Communication Week 2017 organizzata e promossa dall’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ca’ Foscari organizza un’intera settimana di incontri, training e approfondimenti rivolti principalmente a chi fa ricerca, per conoscere e sperimentare strumenti di comunicazione e public engagement.
Il focus di questa edizione riguarda la visibilità dei ricercatori sui media.

◤ L’editoria periodica per comunicare la tua ricerca ◢ WORKSHOP PROFESSIONALE

Il workshop si propone di inquadrare il settore dell’editoria periodica quale strumento per comunicare la ricerca scientifica o di genere, sia essa una tesi di laurea, di dottorato o un progetto di ricerca.
Il workshop è strutturato secondo un approccio fortemente laboratoriale, nel quale verrà richiesto ai partecipanti, divisi in piccoli gruppi, di ideare e realizzare un progetto editoriale capace di raccontare la propria ricerca in ambito scientifico, artistico o culturale.

Nella prima giornata saranno delineati gli elementi essenziali dell’editoria periodica, evidenziando le caratteristiche di una pubblicazione, le sue specificità e introducendo i partecipanti agli adempimenti richiesti dalla normativa vigente.

La seconda giornata sarà dedicata alle attività di laboratorio, intervallate da opportuni approfondimenti tematici su elementi specifici del progetto editoriale. Nello specifico, ai partecipanti verrà chiesto di ideare una proposta editoriale, sviluppando un timone, un menabò e una griglia grafica per strutturare la propria rivista.

La terza giornata prevede la presentazione dei progetti sviluppati dai partecipanti, seguita da un’analisi e un confronto critico sui temi affrontati nelle precedenti giornate.

Il workshop è rivolto a studenti, dottorandi e ricercatori e dà diritto al riconoscimento di CFU di tipo F.

Data la specificità del workshop risulta fondamentale la partecipazione a tutte e tre le giornate, è sconsigliata la partecipazione occasionale, al fine di lasciar posto a chi veramente interessato. Per prenotare un posto: qui

◤ Orari e Luogo◢
Aula 8 – Rio Novo – Dorsoduro 3861, Calle Larga Foscari, 30123 Venezia
9.30 – 13.00
Pausa pranzo
14.00 – 17.30

Il workshop è coordinato da Incipit Editore.

Per vedere tutti gli appuntamente della Research Communication Week 2017: qui

La storia sotto analisi: intervista a Alessandro Barbero

Alessandro Barbero non ha bisogno di grandi presentazioni: docente di Storia Medievale presso l’Università del Piemonte Orientale, autore di numerosi saggi e articoli contenenti temi relativi alla storia militare e sociale nel Medioevo, è famoso per le sue costanti partecipazioni a trasmissioni televisive di carattere culturale, tra cui Superquark e Il tempo e la storia.
Lo abbiamo incontrato al Festival della Mente di Sarzana, in provincia di La Spezia, dove è ospite dal 2007; gli abbiamo fatto qualche domanda relativa proprio alla storia, la materia spesso considerata – al pari della matematica – uno scoglio duro per gli studenti di scuole medie e superiori, in altri casi addirittura inutile  – al pari della filosofia – per gli amanti della “pratica a tutti i costi” e dello studio come mezzo di guadagno materiale.

 

Forse è una domanda che molti hanno già fatto, ma pur essendo banale lascia spazio a pensieri piuttosto profondi: in un periodo come questo dove i giovani compiono spesso percorsi di studio “utili”, dettati cioè dalla possibilità di trovare lavoro in futuro, dove colloca lei lo studio della storia? Può tradursi in termini pratici e quotidiani oppure è destinata a rimanere nel mondo della teoria divenendo sempre più materia di nicchia e per pochi?

La risposta non è semplice, ci sono diversi aspetti da prendere in considerazione; il primo è che una società ha bisogno di un certo numero di persone che di mestiere studiano la storia, esattamente come ha bisogno di un certo numero di linguisti, di filosofi, di sociologi ecc; una società in cui si studiano queste cose funziona meglio rispetto a una società in cui non si studiano. Ci vuole quindi un certo numero di specialisti che sanno fare queste cose, naturalmente tutto deve essere graduato: di specialisti in storia azteca qui in Italia magari ne basta uno, di specialisti della storia romana ce ne vuole qualche centinaio se non di più.
Inoltre una società che non avesse storici sarebbe debole, la gente sarebbe più fragile, la democrazia stessa sarebbe più fragile: non a caso le dittature si preoccupano in primis di cosa scrivono gli storici e non i chimici ad esempio.
Detto questo sorge un problema: questo piccolo gruppo di specialisti che la società deve mantenere, quanti studenti deve poi educare? Quanti ne deve formare? Io credo che una conoscenza di base della storia dovrebbe far parte della preparazione di tutti i cittadini; Piergiorgio Odifreddi mi direbbe: “Anche una preparazione della matematica!”, e avrebbe ragione pure lui probabilmente.
Laureare gli studenti in storia invece è un po’ un altro discorso, oggi ci sono degli sbocchi lavorativi per un ragazzo che giustamente fa l’università perché si aspetta di trovare un lavoro in futuro, ma sicuramente non sono così tanti; il nostro Paese ha bisogno, e avrà ancora bisogno, di gente che lavora nelle fondazioni, nei musei e che abbia una preparazione storica, perché il nostro territorio è stato plasmato dalla storia, ed è una delle risorse – anzi forse è la risorsa – dell’Italia, quindi anche dal punto di vista dei posti di lavoro la storia è produttiva. Chiaramente avremo sempre bisogno di medici in quantità maggiore che non di storici, ma questo non mi dà nessun fastidio ammetterlo.

La storia è considerata da molti una materia “noiosa”: troppe date, troppi nomi… persino troppi avvenimenti – parere che stona con la noia – che tuttavia sembrano non avere una trama di sfondo; secondo il suo parere, dato che è considerato da molti un abile divulgatore ma soprattutto un abile comunicatore, quale potrebbe essere il toccasana per renderla interessante e fruibile anche a chi non vi si immerge per professione?

Il problema è che la storia è già interessante e fruibile per chi vuole godersela dall’esterno, magari leggendo un libro oppure ascoltando una conferenza, e la prova è che al festival di Sarzana vengono mille persone a sentire una conferenza di storia, pagando un biglietto, e alcuni rimangono addirittura fuori perché non hanno trovato posto. Un’altra prova sono gli ascolti di Rai Storia: quando ogni sera centomila persone in Italia guardano un programma di storia, programmi di nicchia rispetto al pubblico di Rai 1, mi sembra che sia una cosa di per sé non irrilevante.
La storia è una materia considerata noiosa di solito a scuola, e quello è il problema perché nessuno ha ancora trovato la ricetta per insegnare le informazioni di base senza che siano noiose. E’ vero, la storia è lunga, oltretutto purtroppo diventa sempre più lunga man mano che andiamo avanti, e non è possibile comprenderla senza avere una conoscenza di base delle date, dei nomi, dei re, degli imperatori, dei papi, delle battaglie, dei trattati di pace. E’ necessario sapere queste cose. D’altra parte però se ai ragazzi a scuola si insegna solo quello, lo troveranno noioso; tutto questo succede perché le ore sono poche, anzi sempre meno dato che abbiamo ministeri dementi che non sanno a cosa serve la scuola e fanno di tutto per distruggerla – quella pubblica almeno – di conseguenza non se ne esce, il rischio è che la storia continuerà a sembrare noiosa agli studenti fino a quando non arrivano all’università e alla prima vera lezione di storia che sentono spalancano gli occhi e dicono “ma non avevo capito che era questa la storia!”

Lei è professore di Storia Medievale presso l’Università del Piemonte Orientale, dunque ci siamo sempre chiesti com’è il professor Barbero a lezione, se utilizza gli stessi metodi che adopera in televisione o negli interventi nelle scuole superiori (come quello bellissimo che fece sulla disfatta di Caporetto), e se sì, da dove nasce questo modo di raccontare la storia? Si è ispirato qualcuno o è “invenzione” sua?

No non mi sono ispirato a nessuno e non ho la minima idea da dove nasca, devo dire che ho avuto dei professori all’università che appartenevano a una generazione a cui non veniva chiesto di fare la divulgazione in TV, erano i grandi storici degli anni ’60 ’70 ’80: il mio maestro Giovanni Tabacco, Massimo Salvadori ecc, erano grandissimi storici, magari non avrebbero mai parlato ad un pubblico di mille persone una sera in una piazza, ma quando avevano davanti trecento studenti sapevano tenerli in pugno, quindi per me fin dall’inizio è stato chiaro che la storia è un percorso intellettuale affascinante e che bisogna saperlo rendere affascinante.
Oggi ci viene chiesto appunto di raccontare queste cose non solo a studenti che hanno deciso di fare l’esame di Storia Medievale, ma a un pubblico composto da persone di tutti i tipi e pian piano molti di noi si sono attrezzati per fare anche questo, trovandolo abbastanza divertente e stimolante.

Domanda personale: come mai si è appassionato al Medioevo e cosa ci ha lasciato in eredità? E’ un mare magnum ancora da esplorare o è stato già detto tutto?

Mi sono appassionato al Medioevo in realtà perché in seconda liceo (classico, ndr) un compagno che aveva molti libri in casa mi ha fatto leggere La società feudale di Marc Bloch, e io leggendo quel libro fondamentale al penultimo anno di liceo ho deciso definitivamente che avrei studiato storia medievale.
Dopodiché il Medioevo è un periodo lunghissimo, la maggior parte del nostro passato è fatto di Medioevo, è durato più di mille anni, la grande maggioranza dei nostri antenati sono vissuti lì e basta andare in giro per l’Italia per vedere che il nostro territorio sia plasmato anche in quell’epoca; quindi è uno strato fra i tanti, conta anche molto lo strato greco-romano, però è uno strato decisivo in cui tante cose son nate, tra cui la lingua che parliamo.
Nella storia non si è mai detto tutto per due motivi: i punti di vista cambiano, è una banalità che noi storici diciamo sempre ma è vera, anche le curiosità cambiano, cent’anni fa nessuno diceva “ah le invasioni barbariche… interessante! È un aspetto del problema dell’immigrazione, vediamo un po’ come gli antichi romani gestivano gli immigrati”; cent’anni fa nessuno si poneva il problema in questi termini, quindi ci saranno sempre dei modi nuovi di interrogare la storia. L’altro motivo è che gli archivi sono pieni di carte che nessuno ha mai visto: gli storici, giustamente come dicevo prima, sono pochi, quindi c’è sempre da scavare per capire meglio.

Il problema delle fonti del III millennio: ho letto in svariati articoli che in futuro ci sarà un problema per ricostruire il periodo storico che stiamo vivendo a causa dell’eccessivo uso della tecnologia, poiché i dati – di qualsiasi natura, dal documento pubblico a quello privato come una mail – prima o poi verranno persi, lasciando un “buco nero” di fonti ai posteri. Secondo lei c’è questo pericolo oppure è semplicemente un rischio presente in tutte le epoche?

No è un pericolo tipico di quest’epoca, e io non so tuttora come se ne verrà fuori. Molti esperti di informatica dicono di non preoccuparsi perché in realtà il patrimonio informatizzato sarà sempre fruibile anche in futuro; io so che ho dei floppy disk che non posso più utilizzare in nessun modo e chissà che cosa ci avevo messo dentro.
E’ vero che certe cose come internet per esempio, come la mail, appaiono più robuste di quello che io pensavo all’inizio: il mio indirizzo è lo stesso da vent’anni, però le mail le ho perse più di una volta cambiando computer, quindi il problema si pone. Indubbiamente è meraviglioso avere tutto quanto online, è un grandissimo ausilio alla ricerca, però il libro stampato è in assoluto la tecnologia più efficiente per essere sicuri di conservare qualcosa.

Concludo con una domanda che facciamo a tutti i nostri intervistati: interdisciplinarità della filosofia, cosa ne pensa lei di questa materia?

Salvemini, che era uno storico, diceva: “La filosofia non è dannosa, è semplicemente inutile, o meglio è dannosa in quanto fa perdere un sacco di tempo alla gente”. Molti storici in cuor loro pensano questo. Io devo dire che constato spesso con i miei studenti all’università che quelli di filosofia sono in media nettamente più intelligenti, i più bravi, i più motivati, ma hanno enormi difficoltà a fare bene gli esami di storia. Per qualche ragione la mentalità dello storico e quella del filosofo sono diverse e non ho mai capito in che senso, ma certamente il problema si pone, quindi io alla filosofia concedo il beneficio del dubbio, evidentemente a qualcosa deve servire!

Alessandro Basso

[Immagine tratta da Google Immagini]