2020: i mente-piattisti

Al contrario dei terrapiattismo, il fenomeno dei mentepiattisti spopola nella società mondiale ottenendo un grande successo mediatico. La caratteristica fondamentale di questa categoria di soggetti è la sostanziale carenza di consapevolezza delle proprie azioni e degli effetti che possono avere sugli altri, unita a una generale difficoltà di analisi e lettura dei contesti in cui si vengono a trovare. Contesti, per allacciarsi alla ormai celebre boutade di Umberto Eco1, muniti di minor controllo e con un pubblico sempre più ampio.

Il problema di fondo riguarda le Credenze e Conoscenze di cui questi individui presumono di farsi portatori: queste rappresentano gli elementi che ci spingono avanti nel nostro processo di valutazione del mondo2, nell’evoluzione del nostro pensiero epistemologico. A partire dagli studi di Wellman (1990) fino a quelli di Alexander, Dochy, Murphy, Guan (1995 e 1998) si è giunti all’evidenza che queste due entità linguistiche e concettuali siano di fatto differenziate ma parzialmente sovrapponibili: basti pensare alla sottile linea che divide la non-certezza (Credenza) dalla certezza (Conoscenza) di una data notizia. Qualora venisse meno il dinamico processo di confronto tra questi due termini, rischieremmo di spingerci fuori strada nella valutazione delle cose: uno dei rischi maggiori è quello di sovrapporre e di far coincidere indiscriminatamente questi due termini.

L’impegno ad approfondire le nostre ricerche secondo logica e buonsenso è quanto mai necessario a gestire il rapporto tra credenze e conoscenze: proviamo infatti a considerare la nostra esperienza di tutti i giorni con tutto quello che può mostrarci di vero e falso, attendibile e non attendibile.

La domanda di profondo gusto etico è: “Quanto penso di conoscere?”.
Se ognuno di noi portasse avanti questo interrogativo ammettendo socraticamente di sapere di non-sapere avremmo maggiori possibilità di contrastare il cosiddetto effetto Dunning-Kruger – presente in misura diversa in ognuno di noi – per il quale all’erronea comprensione delle cose è collegata l’incapacità di riconoscere la propria ignoranza e connettersi dialogicamente agli altri mettendoci in discussione. Quando ci si rifiuta di ampliare i propri criteri di giudizio il nostro pensiero e lo stesso linguaggio diventano un circolo vizioso nel quale ogni significato tende a diventare assoluto e autoreferenziale e quindi non adattivo verso il mondo: l’esatto contrario di un linguaggio generativo ed evolutivo che riconosce i propri limiti ed è capace di elevarsi e ampliarsi oltre di essi. Purtroppo, l’ignoranza è, e sempre sarà, più “grande” della conoscenza: la Scienza ad esempio, per il suo carattere dinamico e incompiuto, non potrà mai mettere a tacere definitivamente le credenze intorno ai fatti e alle origini del mondo; al massimo potrà farlo solo ad un certo punto del processo. Ogni branca del sapere finisce per smentire sé stessa: a noi non resta che partecipare in modo adeguato a questo dibattito.

La mancanza di una percezione critica del mondo impedisce di prenderne realmente consapevolezza, impedendo di potervi avere realmente a che fare: è paradossale come la comunicazione di tali individui – tanto ridondante e piena di echi – non abbia realmente nessun vero potere di generare “nuovi mondi” nel corso della storia. A riprova di questo è possibile notare come le fake news si ripresentino ciclicamente configurandosi come semplicistici nessi causali senza nessun adeguamento ai giusti aspetti del sapere, ai modi complessi in cui progredisce e al linguaggio complesso necessario per descriverlo. Sempre Wittgenstein: «È più giusto e interessante non dire: questo è nato da quello, ma: questo potrebbe esser nato così», poiché ogni spiegazione è un’ipotesi che dev’essere trattata adeguatamente3.

Ciò che il filosofo austriaco aveva temuto agli inizi del 1900, il complicarsi fuorviante e ridondante della civiltà contemporanea, assume oggi un carattere ancora più grottesco: masse di persone che si accalcano per elargire un giudizio, sentenziare, urlare un commento privo di armatura e sostegno.
Il nostro linguaggio è pieno di mitologia e per questo è necessario affinare la nostra percezione perspicua4, dissodare il nostro linguaggio onde meglio delineare, scoprire e comprendere il significato. Il monito di Socrate torna inevitabile dopo 2470 anni: una vita non indagata non è degna di essere vissuta.

 

Matteo Astolfi

 

NOTE
1. “Il Web dà diritto di parola a legioni di imbecilli, i quali prima parlavano solamente al bar dopo due-tre bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società”.
2. Mason-Boldrin, Conoscenze e credenze sono percepite come costrutti differenti?, in “Giornale italiano di psicologia”, 2007, p 629.
3. L. Wittgenstein, Note sul ramo d’oro di Frazer, p. 50.
4. Chiara, trasparente.

[Photo credits Timo Voltz su Unsplash.com]

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Le “Lezioni americane” di Calvino sono la porta alla contemporaneità

Il XXI secolo è sinonimo di complessità: negli ultimi vent’anni, infatti, la realtà si sta palesando attraverso molteplici aspetti e sfumature e la velocità d’esecuzione dei processi in atto è maggiore rispetto al passato. Basti pensare alla globalizzazione, che ha portato radicali cambiamenti e nuovi rapporti di forza, a livello economico, culturale e sociale, all’interno dei singoli stati nazionali. Una trasformazione che oggi la politica come le grandi corporazioni economiche fanno fatica a gestire. Per questo occorre essere sempre più lesti di fronte alle opportunità che ci vengono offerte e d’altro canto sempre più flessibili alle problematiche vigenti: dal riscaldamento globale fino al disgregamento delle strutture sociali. È come se ci trovassimo nella più moderna stazione ferroviaria della storia, con infiniti treni in partenza, uno dietro l’altro: perderne alcuni può essere fatale come ugualmente prenderne altri.

Calvino ne era consapevole, quando scrisse le Lezioni Americane. Sei proposte per il nuovo millennio. Con lungimiranza ci offrì una sintetica, e non per questo banale, sintesi di quello che sarebbe avvenuto. Siamo nel 1985, in vista del ciclo di sei lezioni che Calvino fu invitato a tenere all’Università di Harvard, peraltro il primo italiano a partecipare come professore estero dalla fondazione della scuola americana. All’invito non seguì la presenza dello scrittore a causa della sua improvvisa morte; per questo l’opera rimase incompiuta, mancante del capitolo sulla Coerenza.

Calvino volle esporre delle lezioni sulla leggerezza, la rapidità, l’esattezza, la velocità e la molteplicità nei riguardi nel futuro prossimo, partendo da famosi frammenti letterari. In seguito, come completamento dell’opera, volle racchiudere gli auspici per il nuovo millennio in nome della coerenza. Come a dire: vi insegno cosa avverrà ma anche come prestarvi al nuovo mondo.
Le due lezioni che credo rappresentino al meglio la nostra vita alla luce del nuovo millennio sono quelle sulla Rapidità e Molteplicità.

«Nella vita pratica il tempo è una ricchezza di cui siamo avari; in letteratura, il tempo è una ricchezza di cui disporre con agio e distacco»1.

Così scrive Calvino nella lezione sulla rapidità: ci vuole far riflettere sul rapporto che intercorre tra la velocità fisica e la velocità mentale, cioè tra tempo reale e tempo immaginario. Tutto, «in un’epoca in cui altri media velocissimi e di estesissimo raggio trionfano, e rischiano d’appiattire ogni comunicazione»2, sembra scivolarci tutto dalle mani, mostrando la nostra incapacità di poter comprendere veramente ciò che accade. E, forse, ebbe ragione Umberto Eco quando scrisse che «la cultura [e saggezza potremmo aggiungere] è la capacità di filtrare le informazioni»3. Nell’ ottica di Calvino, quella si identifica con la capacità di porre un giusto equilibrio tra il tempo reale e il tempo della mente. Infatti, continua Calvino, «il secolo della motorizzazione ha imposto la velocità come un valore misurabile […] ma la velocità mentale non può essere misurata e non permette confronti o gare»4.

È però importante fare molta attenzione: lo scrittore dà immenso valore alla velocità, come fece a sua volta per la leggerezza nella prima lezione dell’opera. Le sue conferenze, infatti, non vogliono in nessun modo screditare i dettami contemporanei, in quanto li reputa, per l’appunto, fondamentali. L’insegnamento non si ferma, dunque, alla critica o alla divisione di concetti, bensì mira alla consapevolezza dell’uomo contemporaneo in riferimento al rapporto tra sé e il mondo.

Sulla molteplicità, invece, Calvino scrive:

«La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati […]. Da quando la scienza diffida dalle spiegazioni generali e dalle soluzioni che non siano settoriali e specialistiche, la grande sfida per la letteratura è il saper tessere insieme i diversi saperi e i diversi codici in una visione plurima»5.

Questo è il rapporto che dobbiamo avere nei confronti della molteplicità del mondo: «tessere insieme i diversi saperi»; in altre parole, saper convivere con innumerevoli e differenti esperienze, spesso in contrasto tra loro. Utile in tal senso può risultare l’intervento di Giorgio Colli – filologo e filosofo italiano – che scrisse che «il mondo moderno è una molteplicità frantumata»e con esso dobbiamo confrontarci.       

In conclusione, Calvino cerca di instaurare un nesso forte tra il libro, la persona e il mondo: «il self di chi scrive […] è ciascuno di noi come combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letteratura e d’immaginazione»7.  Ogni vita è, dunque, un’enciclopedia che deve misurarsi con altre biblioteche immaginative e pratiche: gli altri. La realtà, dopotutto, è in noi e per noi. Saremo in grado di preservarla?

 

Simone Pederzolli

 

NOTE
1. I. Calvino, Lezioni Americane, Milano, Mondadori, 1985, p. 53.

2. Ivi, p. 57.
3. U. Eco, cit. da una lezione tenutasi all’Università di Pisa il 16 settembre del 2004.
4. I. Calvino, op. cit., p. 61.
5. Ivi, p. 112.
6. G. Colli, Presentazione, in B. Spinoza, Etica, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p. 89.
7. I. Calvino, op. cit., p. 121.

[Photo credit XVIIIZZ via Unsplash]

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La filosofia polimorfa alla prova della città

Una filosofia polimorfa tiene conto dei piani diversi su cui si articola il reale. Non è quindi antropocentrica né concettuale, ma applicata, e considera la realtà come un campo su cui agiscono forze diverse non sempre gerarchicamente organizzabili. Un campo può essere una determinata porzione di spazio e di tempo mentre le forze, per esempio, diversi apparati percettivi e vite mentali. La città è un campo di applicazione sui generis del caso appena citato.

L’esercizio è quello di considerare la città come un organismo vivente, che include la natura. La città vive e le esistenze che ospita possono osservarla in modo radicalmente diverso. Secondo Anna Maria Ortese «nelle voci di molti uccelli, forse anche dei più lieti risuona a volte questa nota accorata, quest’alta e tiepida malinconia a cui non sembra esservi spiegazione»1. Quanto segue è un tentativo di spiegare questa intuizione geniale.
La malinconia degli animali, e di tutti coloro che non rispettano il canone di “normalità” imposto da una maldestra ontologia sociale, deriva da quello che possiamo definire “antropocentrismo del progetto”. In tutte le fasi della progettazione, infatti, non si tiene conto dell’impatto della costruzione di mondo sui micro-mondi. La città è un insieme di Umwelten, di mondi-ambienti, che tentano di organizzarsi armonicamente. L’armonia è un’arma a doppio taglio perché, come la globalizzazione, se mal gestita può sfociare in arroganza: un punto di vista, come quello dell’architetto o del politico, governerà loro malgrado anche i coni visivi delle forme di vita che si abiteranno uno spazio progettato da altri.

La sfida di Milano Animal City è dunque questa: tentare di progettare in modo tale che lo sguardo dell’altro diventi parte integrante del progetto stesso. Ciò costituirebbe un esercizio di depotenziamento della posizione antropocentrica: «bussare a tutte le porte, raccogliere tutte le voci di un evento che ci ha lasciati, e quando non le voci gli scritti in ogni corteccia d’albero o in ogni dura pietra quando, non pure, nelle risuonanti e sempre uguali narrazioni del mare»2.

L’antropocentrismo è l’oggetto più indecostruibile della filosofia. E forse si potrebbe domandare: tentare di uscirvi non è antropocentrico a sua volta? No: almeno più di quanto una doppia negazione non sia un’affermazione. L’antropocentrismo è nei suoi effetti morali, metafisici e scientifici devastanti. Un primo modo di superarlo è esercitarsi nell’attività di progetto dal punto di vista dell’altro.

L’antropocentrismo descrive una forma di vita: un’umanità chiusa nei quattro errori di Nietzsche descritti ne La gaia scienza: 1) vedersi sempre e solo incompiutamente; 2) attribuirsi qualità immaginarie; 3) sentirsi in una falsa condizione gerarchica rispetto alla natura e agli animali; 4) inventare sempre nuove tavole di valori considerandole per qualche tempo eterne e incondizionate. Cosa segue? La fine dell’umanità come concetto e non come oggetto. Quel volto umano tracciato sulla sabbia che sta per essere investita da un’onda, come raccontava Foucault. Caduta una narrazione ne occorre un’altra “postumana”, antagonista a quella superomistica proposta dallo stesso Nietzsche. Il postumano è un’umanità “aperta”. L’umano è in continuità ontologica con la natura e non ha una posizione speciale nel mondo. Tende a ibridarsi e modificarsi con i suoi stessi prodotti tecnologici, modificando i suoi predicati e la sua essenza, divenendo un’opera aperta (come la definiva Umberto Eco) contrapposta all’opera chiusa dell’umanesimo.

Qui rientra Milano Animal City. Un esperimento in cui si fa esercizio di questo “dopo” usando l’urbanistica. In questa intercapedine si apre un nuovo spazio per quella filosofia dell’architettura che è l’idea secondo cui per progettare nuove forme di vita (filosofia) si debbano concepire diverse strutture per la vita (urbanistica). È un progetto più metafisico che etico. Per troppo tempo si è creduto (si pensi ad Adolf Loos che non annoverava gli architetti tra gli esseri umani) che il progetto fosse un atto divino: una creazione di mondo a cui poi altri si sarebbero dovuti adeguare. Oggi i tempi sono invece maturi per comprendere che progettare significa creare vita comune: la domanda è come vedrei il mondo se non fossi chi sono?

Ecco dunque che la progettazione della città diventa un atto corale: visioni molteplici che tentano di ricongiungersi entro la parola “intersoggettività”. Dobbiamo prepararci a una nuova epoca: quel postumanesimo già in atto in cui nuove forme di vita vivono insieme in una ritrovata alleanza.

 

Leonardo Caffo

 

NOTE
1. A. M. Ortese, Le Piccole Persone, Adelphi, Milano 2016, p. 16
2. Ivi, p. 17

 

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Il senso della vita (chiedilo a Google)

Qual è il senso della vita?

Chissà, forse potremmo capirlo se scoprissimo come è iniziato tutto quanto. La domanda da porsi sarebbe allora: il mondo in cui viviamo, che cosa l’ha fatto incominciare?
Ma di che cosa è fatto? È realtà, sogno, un’illusione?
A pensarci bene, non è così facile capire come fare a essere sicuri che qualcosa sia vero. Capita di sbagliare, come posso fidarmi del modo in cui cerco di conoscere l’universo che mi circonda?
La conoscenza è un mistero… e il comportamento? Vale la pena sforzarsi di essere buoni? È addirittura possibile pensare di esserlo? Guardandosi intorno alle volte non sembra. Si può arrivare a dubitare che esista la libertà stessa nel modo più assoluto.
E a quel punto, quale sarebbe il posto dell’uomo nel mondo? Quale il suo destino nel tempo a venire?
Ma poi, cosa è il tempo?

Forse a qualcuno è capitato di porsi domande di questo tipo. Magari così, tutte insieme. Durante notti insonni o sovrappensiero sotto l’ipnotico scroscio della doccia.
Quesiti dal sapore metafisico, vertiginosi: fanno vacillare ma allo stesso tempo hanno un magnetismo irresistibile.

La filosofia nel corso dei secoli ha lavorato su interrogativi di questo tipo. Sulle domande fondamentali che riguardano l’esistenza dell’uomo nel cosmo.

Oggi quando si ha una domanda, non si alza più la mano. La si mette in tasca. O nella borsa. O insomma, in qualsiasi posto sia conservato il proprio smartphone. Che ci connette alla velocità permessa dal nostro personale piano tariffario ai motori di ricerca.
La riflessione filosofica si è sempre occupata delle questioni che riguardano i fondamenti della vita umana.
Possiamo trovarne traccia nei libri. Ma finora la storia del pensiero si è scomodata a registrare e a ricordare solamente le opere e le riflessioni di un’élite intellettuale. Letteratura, filosofia, scienza, arte: solo i migliori cervelli hanno lasciato una testimonianza nel tempo.
Quali sono le domande dell’umanità? Ci sono rimaste quelle dei pochi pensatori abili a interpretare lo spirito della propria epoca.
Oggi per la prima volta nella storia, dappertutto e in ogni momento, teniamo traccia delle domande di tutta quella parte di popolazione mondiale che utilizza internet.

Quali sono le domande dell’umanità?

Come al solito: basta chiedere a Google. Ecco una top ten (aggiornata all’inizio del 2017) delle domande più frequenti degli utenti del più famoso motore di ricerca:

  1. Qual è il mio IP?
  2. Che ora è?
  3. Come iscriversi alle liste degli elettori?
  4. Come si annoda una cravatta?
  5. Gira sul mio computer?
  6. Che canzone è questa?
  7. Come perdere peso?
  8. Quante once stanno in una tazza?
  9. Quand’è la festa della mamma?
  10. Quante once fanno una libbra?

Domande decisamente poco filosofiche. E in effetti non c’è da stupirsi: il fatto che una domanda sia più diffusa non implica che sia più profonda o importante.

Internet ha dato la parola alle grandi masse di persone. “Legioni di imbecilli” è l’eco che può risuonare nei nostri ricordi, quando pensiamo a quest’idea. Non lo so se sono imbecilli, sicuramente sono legioni di esseri umani. Esseri umani che possono condividere bufale, sostenere falsità infondate e contribuire alla diffusione di disinformazione. Ma che in una cosa sono autentici: nelle domande che pongono al web.

Si parla tanto di era dell’informazione.
Informazione: quando si pensa a questo termine, viene da associarlo ad affermazioni, che definiscono uno stato di cose. Ma forse un grande aspetto “informativo” della rete, una delle sue sfaccettature più intriganti non sta nelle risposte che può dare, ma nelle domande che accoglie continuamente.

E tu a Google sai solo chiedere, o hai anche provato ad ascoltarlo?

P.s.: potrebbe aiutare immaginarlo come una persona, come in questo video

 

Matteo Villa

 

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Cronache di ordinaria migrazione

<p>Lawrence, ,Jacob</p>

“C’è un’invasione”, “Ci rubano il lavoro”, “Dormono in hotel di lusso”, “Arrivano e non se ne vanno più”, “Sono incivili e non rispettano le nostre leggi”, “Con gli immigrati aumenta la criminalità”: queste sono solo alcune delle false credenze che aleggiano nell’immaginario di una buona parte della società italiana.

Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, in fuga da conflitti, violazioni dei diritti umani, hanno attraversato il Mediterraneo in cerca di un luogo sicuro, di una vita migliore e di un po’ di pace. Un flusso di persone che, in assenza di canali sicuri, ha viaggiato nell’illegalità. Persone che identifichiamo sotto la categoria ‘immigrati’.
Umberto Eco apportò una distinzione tra immigrazione e migrazione.
Si parla di ‘immigrazione’ quando alcuni individui si trasferiscono da un paese all’altro. È un fenomeno che ha riguardato la modernità dalle sue origini ed è da essa imprescindibile. Inoltre, i fenomeni di immigrazione possono essere controllati politicamente, limitati e accettati.
Dall’altra parte troviamo le cosiddette ‘migrazioni’, le quali sono paragonabili a fenomeni naturali: sono incontrollabili.
Oggi, in un clima di mobilità internazionale, è possibile distinguere l’immigrazione dalla migrazione?
Non lo possiamo sapere, ma quel che è certo è che parlare di ‘emergenza immigrazione’ risulta errato.
Gli arrivi del 2016 sono in linea con quelli dell’anno precedente. Non un’emergenza, ma un flusso di carattere ormai strutturale di migranti.

L’emergenza reale inizia il giorno dopo.
Sono 160.000 le persone ancorate ai sistemi di accoglienza; di cui 123.000 restano per mesi in centri ‘straordinari’, i ‘non-luoghi’ dove i migranti passano dall’essere profughi a fantasmi.
Oggi il 60 per cento delle richieste d’asilo viene rifiutata. Questo vuol dire che 6 migranti su 10 diventano ‘nessuno’.
Perché questa drammatica goffaggine nell’affrontare tale situazione?
I governi, anziché promuovere la solidarietà tra gli stati membri dell’Unione Europea, hanno investito le loro risorse per tutelare i confini nazionali.
Una delle rappresentazioni di questi fallimenti è l’approccio hotspot mascherato dalle parole chiave ‘controllo’ e ‘condivisione delle responsabilità’. Il suo obiettivo è quello di associare maggiori controlli sui rifugiati e migranti all’arrivo e distribuire una parte dei richiedenti asilo in altri stati membri.
Per raggiungere tale fine, le autorità italiane si sono spinte ai limiti di ciò che è ammissibile secondo il diritto internazionale dei diritti umani.
Detenzione prolungata, l’uso della forza fisica, trattamenti disumani e degradanti sono le modalità che spesso vengono utilizzate.
L’approccio hotspot prevede, inoltre, uno screening anticipato e rapido dello status delle persone sbarcate, separando i richiedenti asilo da coloro ritenuti ‘migranti irregolari’.
Ancora oggi, tuttavia, la componente di solidarietà del suddetto piano ha sembianze utopiche.

Eppure la solidarietà è l’unica via di uscita per svincolarsi da questo impasse.
Per Bauman «i problemi globali si risolvono con soluzioni globali». La vera cura va oltre il singolo Paese, per quanto grande e potente che sia. E va oltre anche una ricca assemblea di nazioni come l’Unione Europea.
Infine, in un mondo in cui «i confini non vengono delineati per gestire le differenze, ma sono queste ultime che vengono create perché sono stati delineati i confini»1, è doveroso cambiare la nostra mentalità.
Occorre abbandonare una volta per tutte la separazione, le barriere e l’alienamento che ci siamo autoimposti in questi ultimi anni creando un alto muro chiamato ‘noi’ e ‘loro’.

Jessica Genova

NOTE:
1. F. Barth, Ethnic Groups and Boundaries. The Social Organization of Culture Difference, Oslo Universitetsforlaget, 1969.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Breve fenomenologia del complotto

«La teoria sociale della cospirazione […] è una conseguenza del venire meno del riferimento a Dio, e della conseguente domanda “chi c’è al suo posto?”».
K. Popper

Per chi frequenta con una certa assiduità la rete, il tema del complottismo, ossia la mania di trovare spiegazioni improbabili dietro avvenimenti più o meno interessanti, risulta certamente familiare. La rete e i social network, sono attraversati da un nutrito sottobosco di gruppi e pagine intenti a riscrivere porzioni di storia a partire dall’assioma che debba esserci qualcosa o qualcuno oltre il suo fondo opaco capace di sorreggere e governare le vicende umane.

La tendenza umana ad interpretare la realtà in modo eccessivamente emotivo ed esente dal filtro razionale, affonda le radici nella notte dei tempi, il sacerdote sabino scrutava il cielo per ricavare dalla forma delle nubi premonizioni sull’avvenire, il complottista oggi va in cerca, a capo alzato, di scie chimiche.

L’antieconomicità, cioé leggere un evento oltre la sua oggettiva predisponibilità a farsi dilatare nell’interpretazione, è la cifra che accomuna l’uomo antico e l’odierno complottista1 ed allontana entrambi dal buon lettore di segni qual è ad esempio Sherlock Holmes. L’investigatore, che fa per professione ciò che ogni uomo fa da amatoriale e spesso inconsciamente, immagina possibili ricostruzioni di eventi a partire dagli indizi lasciati sulla scena, non forza la scena ed i segni nel quadro di una storia già immaginata e scritta2.

Le caratteristiche delle teorie dei complotti sono poche e trasversali: esse hanno sempre pretese di globalità, vogliono essere in grado di spiegare ogni evento, e per questo si fanno abbastanza vaghe ed elastiche da poter comprenderli tutti. Sono forme di fanatismo, sorde al buon senso comune e al pensiero critico, come dimostra il paradosso per cui talvolta il potere dirige la sete dietrologica delle masse a suo vantaggio, ossia organizza un complotto facendo credere ad un complotto, come mostra il caso dei protocolli dei Savi di Sion: falso storico in cui si illustra il piano e i metodi di una élite semita per conquistare il potere, che ebbe l’effetto di attizzare rancori antisemiti e diede il via alle innumerevoli atrocità compiute nel Novecento verso quel popolo.

«A voler trovare connessioni se ne trovano sempre, dappertutto e tra tutto, il mondo esplode in una rete, in un vortice di parentele e tutto rimanda a tutto, tutto spiega tutto…»
U. Eco

Le credenze complottiste ricordano religioni ctonie e notturne, reintroducono forzatamente il mistero in un mondo che, volutosi completamente trasparente, sente la nostalgia di qualcosa. Ciò che torna assume però la forma di un mistero minaccioso, di una divinità maligna, dell’incubo persecutorio e paranoide da cui non vi è scampo.

Se teorie di complotti e di società segrete sono sempre esistite, negli ultimi tempi il fenomeno sembra aver avuto un’impennata in termini quantitativi. Ciò è legato strettamente ai nuovi media, come internet, che mostrano continuamente al singolo la sua impotenza davanti agli eventi della Storia con la esse maiuscola, e al contempo gli danno modo di oggettivarla. Internet in particolare – se è vero che l’informazione non è indipendente dal medium che la veicola – per la sua struttura reticolare, si presta, attraverso un uso fazioso, ad equilibrismi associativi di cui si nutre il complotto. Il complotto è insomma più amico del web che non della biblioteca, dove ogni link è a faticoso carico del lettore.

Con ciò non si vuole negare che la realtà sia spesso più complessa e articolata dell’immagine che di essa viene globalmente veicolata, e che congiure e complotti nella storia dell’uomo ce ne siano stati. Tuttavia è necessario, attraverso il principio di economicità dell’interpretazione e il pensiero critico di cui si è parlato, saper distinguere tra spettri e verità, ponendosi tuttalpiù in uno stato di salvifica epochè, di scetticismo critico.

Francesco Fanti Rovetta

NOTE:

1. Se quella dell’uomo antico è però un procedimento di ipocodifica giustificato e fondamentale rispetto alla situazione in cui si trova, nel caso del complottista gli strumenti per un’interpretazione critica sono presenti ed è imputabile a lui stesso il rifiuto di un indagine razionale.

2. È curioso osservare che i due romanzi di Umberto Eco, romanziere e semiologo, che riscossero più successo, cioè Il nome della rosa (1980) e Il pendolo di Foucault (1988) siano rispettivamente un giallo e un thriller basato sul tema del complotto, come due facce, l’investigatore e il complottista, dell’essere simbolico e semiotico dell’uomo.

[Immagine tratta da Google Immagini]

L’Eco di Umberto riecheggia nel cervello di legioni di imbecilli

Bandiere calate a mezz’asta. Non le italiane, ma quelle della cultura, dell’intelletto e del continuo esercizio mentale che ci rende così unici rispetto a chi, per natura, non gode di facoltà logiche complesse. I social media daranno pur voce a legioni di imbecilli, ma stanno anche permettendo la diffusione a macchia d’olio di questa notizia.

Umberto Eco è morto, senza alcuna perifrasi a spiegarlo (come ci ha insegnato nelle sue 40 regole per scrivere bene), per non mancare di rispetto alla limpida schiettezza con cui ha donato all’umanità colonne portanti del progresso intellettuale.

Se n’è andato, ma con lui non se ne andranno i frutti di una vita passata a servizio della cultura, del pensiero e dello studio zelante, continuo. Tuttavia c’è qualcosa di più nella vita di Eco, una lezione che dovremmo imparare al meglio, farla nostra e tramandarla di padre in figlio, di insegnante in alunno, fino a che nessuno rimanga senza risposta alle sconcertanti domande che ancora imperversano la mente di ogni studente: “a cosa serve studiare? perché andare a scuola?”

Qualunque percorso di studi si intraprenda, o qualunque sia l’attività della propria vita, c’è un modo efficace per esercitare il vanto di noi esseri umani: il Logos, quest’abilità intraducibile, se non mettendo assieme le due caratteristiche di pensiero e linguaggio, che ci hanno da sempre permesso una costante evoluzione in itinere.

Figure come Umberto Eco sono l’esempio da seguire, il paradigma di riferimento per esercitare e allenare il nostro cervello, un organo che merita di essere rafforzato e curato con estrema delicatezza. Chi infatti persegue un’educazione scolastica basata sullo studio assiduo, implementa la propria struttura neuronale, la migliora, la irrobustisce. E stavolta il consiglio non viene dato dall’insegnante di turno, o dalla madre preoccupata per il futuro del figlio. Ricerche scientifiche hanno dimostrato che l’ippocampo delle persone che sono maggiormente dedite allo studio, all’esercizio della cultura, risulta più compatto a livello strutturale. Il meccanismo innescato dalla dedizione all’istruzione migliora il dialogo tra i neuroni, le sinapsi, che sono le strade su cui viaggiano le informazioni mentali.

Non otteniamo diplomi e voti da esibire, lo studio ci fornisce una riserva neuronale con la quale possiamo far fronte al decadimento cognitivo che immancabilmente travolgerebbe l’uomo con l’andare degli anni. Occorre leggere, dunque, informarsi, sviluppare una curiosità morbosa per l’ignoto e per tutto ciò che ci circonda. Solo in questo modo potremo far lavorare al meglio quel 10% di cervello che si dice possiamo attualmente utilizzare, tentando di aumentarlo, estenderlo, senza limiti tangibili.

La cultura ci fornisce elementi su cui possiamo tenere lezioni a scuola, all’università, o su cui possiamo dibattere tra amici o tra eminenti esponenti del sapere. Ma ora sappiamo che attraverso di essa possiamo equipaggiarci di un patrimonio mentale più ingente con il rinforzo dell’ippocampo, sede della memoria e della navigazione spaziale. Ricordi e movimento, elementi fondamentali per il progresso di un’umanità che, anche quando perde elementi di totale riferimento, si rinnova e tende al miglioramento. Imbecilli o meno, forse Eco ha voluto dirci che prima di postare, twittare, condividere e dire la nostra, dovremmo invece studiare, affinare il nostro pensiero, strutturarlo e utilizzare come base un cervello elastico e allenato.

Siamo sull’orlo di una faglia, la cicatrice di una frattura lasciata dal terremoto di questa scomparsa, ma abbiamo la possibilità di implementare il nostro pensiero, la nostra memoria, le nostre facoltà cognitive anche attraverso lo studio e la commemorazione di quanto Umberto Eco ci ha lasciato.

 

Giacomo Dall’Ava

 

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Lo schermo del quotidiano: quando il cinema racconta il giornalismo

Provate ad immaginare che il giornalismo ed il cinema siano come due conoscenti di vecchia data. Non si può dire che siano grandi amici, diciamo che si conoscono e di frequente si vedono, anche se ognuno teme e non si fida mai fino in fondo dell’altro. Non possono andare avanti se non sono strettamente connessi, ma appena possono colgono l’occasione per screditarsi a vicenda, cercando di mettere l’amico-nemico in cattiva luce. Uso questa metafora per semplificarvi un rapporto che è in realtà molto più complesso di così e che dagli Anni 40 del secolo scorso, va avanti con risultati tanto affascinanti quanto altalenanti.
Tutto ebbe inizio quando Howard Hawks girò nel 1940 “La signora del Venerdì” con l’insuperabile Cary Grant. Una commedia frizzante in cui emerge il ruolo della stampa che si muove nel sotterfugio e nella meschinità grazie al memorabile ruolo di Rosalind Russell qui nelle vesti di una giornalista brillante e divorziata dal marito che per sua sfortuna però è anche l’editore capo del giornale in cui lavora. Intenzionato a fare di tutto pur di farle perdere il posto di lavoro e a impedire la nascita di un suo nuovo amore, Cary Grant darà vita a una serie di memorabili situazioni. La critica alla stampa si rivolge qui alla bassezza morale degli editori che preferiscono anteporre le loro vicende sentimentali alla vera caccia alla notizia. E’ solo nel 1941 però che il giornalismo entra nella vera storia del cinema grazie ad Orson Welles e al suo “Quarto potere”, considerato da molti come il miglior film del Novecento. Protagonista assoluto è il magnate della stampa Charles Kane, un uomo che “è un’autorità quando si tratta di far pensare la gente nel modo in cui lui ha deciso”. Una storia in realtà di grande solitudine, che racconta come il potere smisurato che i mezzi d’informazione possono offrire, sia in realtà un’arma a doppio taglio capace di logorare ogni uomo. Il cinema si è poi divertito a screditare nel corso degli anni la figura del giornalista, quasi a volersi vendicare delle molte critiche che la stampa ha sempre scritto nei confronti della Settima Arte. Un esempio su tutti è il film del 1992 “Occhio indiscreto”,con un ottimo Joe Pesci nel ruolo di fotoreporter invischiato nei malaffari della vita newyorchese. Un personaggio meschino che pur di arrivare per primo sul luogo della notizia di cronaca nera sarebbe disposto a compiere i crimini peggiori. E non è l’unico caso: film come “Prima pagina”, o “Sbatti il mostro in prima pagina” sono solo alcuni degli esempi che ribadiscono quanto detto finora.
Se però pensiamo al cinema che racconta il giornalismo, a molti di voi verrà in mente un titolo su tutti. Mi riferisco ovviamente a “Tutti gli uomini del presidente” di Alan J. Pakula, la pellicola che ripercorre le vicende che hanno portato alle dimissioni del presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, vincitrice nel 1976 di ben 4 premi Oscar. Il suo merito fu quello di raccontare con coraggio e diretta semplicità uno dei fatti più importanti della storia americana nel Novecento. Senza prendersi alcun merito, ma riconoscendo il giusto e grandissimo valore dei giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein, interpretati magistralmente da Robert Redford e Dustin Hoffman. Più che un film, un vero e proprio reportage cinematografico su un pezzo di storia del giornalismo. Quello vero, questa volta. Quello che anche Umberto Eco racconta nel suo ultimo libro. Quello infine che ama indagare sulla Storia per metterne a nudo i fatti e arrivare alla verità più pura da raccontare al pubblico. Citando lo slogan della rivista Life: “Vedere il mondo, attraversare i pericoli, guardare oltre i muri, avvicinarsi, trovarsi l’un l’altro e sentirsi”. Questo dovrebbe sempre essere lo scopo del giornalismo.
Alvise Wollner
[immagini tratte da Google Immagini]

Selezionati per voi – Gennaio 2015

Iniziare un anno è come iniziare un nuovo libro. Leggerai sempre qualcosa di nuovo, che ti è estraneo. Rileggerai qualcosa che hai già vissuto. Sognerai un racconto migliore, pagina dopo pagina. Odierai il finale peggiore, perché non ti sentirai in grado di sperare.

Ma arriverai ad essere la somma di te stesso ad un qualcosa in più. Non importa quanto la ritroverai in te o negli altri, diventerà parte del tuo io.
Per un nuovo viaggio, per un nuovo anno, per un nuovo libro.

La relazione – Andrea Camilleri
Per iniziare all’insegna dell’alta tensione. Per iniziare con domande su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Per iniziare con l’idea di giustizia e la concretezza di corruzione.
Uscita prevista: 2 gennaio.

Una più uno – Jojo Moyes
Per iniziare con l’amore che arriva tra i soggetti meno scontati. Per iniziare con le (a)tipiche tematiche familiari. Per iniziare con le difficoltà di una madre sola ed i suoi sacrifici. Per iniziare con la solitudine che accomuna.
Per iniziare con un’Autrice che stupisce, con semplicità e chiarezza.
Uscita prevista: 2 gennaio.

Numero zero – Umberto Eco
Per iniziare con un grande tra i grandi. Per iniziare con una lettura calata negli anni ’90 che ci racconta la “macchina del fango” e ci parla di alcuni misteri del nostro paese. Per iniziare con una lettura che lascia tante domande e concede risposte schiette, quasi crude. Attesissimo, pronto ad evocare misteri come Gladio, la P2, la morte di Papa Luciani, il terrorismo rosso ed altro ancora. Per iniziare guardandosi un po’ indietro, non senza ricongiungerlo al nostro tempo.
Uscita prevista: 9 gennaio.

Cecilia Coletta

Le festività natalizie stanno per concludersi dopo aver lasciato molti di noi sazi ed appagati. Gennaio allora non diventa solo l’inizio di un nuovo anno tutto da vivere, ma anche l’occasione per andare al cinema e godersi i primi giorni del 2015 insieme a storie interessanti, capaci di farci riflettere su molti argomenti.

“Big Eyes”: Tim Burton è senza dubbio una garanzia quando si parla di cinema d’autore, capace di attirare in sala un gran numero di spettatori. Dopo una serie di clamorosi flop, il regista torna alla regia con un dramma ispirato ad una storia realmente accaduta che unisce pittura e cinema. Si parla di una coinvolgente frode artistica avvenuta alla fine degli Anni 50. Protagonisti assoluti: l’immenso Christoph Waltz e la bionda Amy Adams che danno un valore aggiunto ad una storia accattivante ed intrigante. USCITA PREVISTA: 1 GENNAIO.

“Hungry Hearts”: L’Italia che più ci piace vedere sul grande schermo è di sicuro quella diretta da Saverio Costanzo che finalmente riesce a portare nelle nostre sale il suo ultimo, acclamato lavoro, presentato ai festival di Venezia e Toronto. Una storia forte ed intensa dal respiro internazionale, per raccontare la vicenda di una maternità travagliata e del ruolo fondamentale che i genitori hanno nella crescita dei propri figli. Sofferenza e riflessione raccontate da un grande maestro. USCITA PREVISTA: 15 GENNAIO.

“Still Alice”: L’hanno già definito come il film che regalerà l’Oscar 2015 all’intramontabile Julianne Moore. Una storia che punta dritta al cuore e ai sentimenti, raccontando la perdita progressiva della memoria da parte di una stimata linguista universitaria che da un giorno all’altro si vedrà costretta a perdere tutte le certezze che credeva di aver conquistato nell’arco di una vita intera. Emozioni garantite e lacrime assicurate. USCITA PREVISTA: 22 GENNAIO.

Alvise Wollner