Sono forse io il custode di mio fratello? – Intervista ad una assistente sociale

Secondo i dati della UN Refugee Agency (UNHCR), dal 1 gennaio 2016 ad oggi, sono sbarcate 230.226 persone tra Grecia ed Italia. 2.890 sono coloro che hanno perso la vita nell’attraversamento del Mar Mediterraneo1.
Uomini e donne che hanno deciso di rischiare la loro vita e quel che è peggio, quella dei loro figli, in cerca di un po’ di pace, di dignità. Famiglie che si accollano debiti inimmaginabili per permettere ai propri cari di tentare di raggiungere un luogo della terra non dilaniato da guerre o sopraffatto da terrore e violenze continue e di ogni sorta.
Chi sono questi migranti? Cosa vivono e sopportano nel cercare di raggiungere i paesi del Mediterraneo?
Nel tentativo di fare un po’ di chiarezza e di verità abbiamo incontrato Cristina, 26 anni, lavora come assistente sociale in un centro di accoglienza nella provincia di Treviso. Lei, ogni giorno, opera a diretto contatto con decine, anzi centinaia, di persone che, per i motivi più disparati, hanno deciso che rischiare la morte per sé e per i propri cari, probabilmente, non può essere peggiore di quello che subiscono nei loro paesi o delle condizioni in cui sono costretti a vivere nelle loro città, case, famiglie.

Nel Centro di accoglienza dove lavori di che sesso e nazionalità sono i profughi?

La maggior parte dei richiedenti asilo sono uomini, tra i 20 e i 30 anni. Ci sono anche donne, ma in numero minore. Alcune donne spesso sono accompagnate dai mariti, altre, giovanissime, arrivano sole. Ancora meno, ma comunque presenti, sono i bambini che spesso nascono durante il viaggio o giungono nei centri di accoglienza da piccolissimi.
Nel centro dove lavoro la maggior parte delle persone proviene dall’Africa Sub Sahariana, principalmente Nigeria, Gambia, Ghana, Senegal, Costa d’Avorio, Mali… Ci sono anche persone originarie dell’Afghanistan, Pakistan e Bangladesh.

Come sono approdati in Italia, quanto dura e quanto costa in media un viaggio per raggiungere il nostro Paese?

Non c’è una regola precisa per la durata e il costo del viaggio. In base ai paesi di provenienza è possibile individuare due tipologie di “viaggio”. Per le persone provenienti dall’Africa subsahariana il primo pezzo del tragitto è differente in base alla città di partenza, però, ad un certo punto del viaggio tutti convergono in Libia e raggiungono l’Italia via mare.
Le persone provenienti da Pakistan, Afghanistan e Bangladesh viaggiano via terra; le tappe obbligate sono Turchia e Grecia, poi il tragitto può diversificarsi, raggiungono il nostro Paese passando per Ungheria e Austria.
Per quanto riguarda i tempi vi sono molte differenze in base al progetto migratorio di ogni persona, variano da 1 mese a 4-5 anni. Relativamente alla durata del viaggio influiscono, oltre che il progetto di ognuno, variabili quali il denaro, i trafficanti, la situazione libica…
Anche per il costo non c’è un “prezzo fisso”, ad esempio si può pagare il viaggio in partenza, oppure tappa per tappa trovando dei lavori occasionali lungo la strada. Dalle storie ascoltate in questi mesi in linea di massima il viaggio è molto costoso, basti pensare che una famiglia si indebita per mandare uno solo dei figli alla ricerca di una vita migliore.

Probabilmente sono tutte persone consapevoli dell’alta possibilità di perdere la vita durante il viaggio, perché decidono comunque di rischiare? Quali storie ci sono dietro ad una tale decisione?

Ogni persona ha una storia, una motivazione e un progetto migratorio diversi. Anche persone provenienti dallo stesso Paese o dalla stessa città scappano per motivi diversi. Il fattore determinante non sono solo le guerre, le violenze che vivono e sopportano, non sono solo il frutto di lotte armate; possono esserci motivazioni familiari, capita spesso che i ragazzi non siano accettati dalla famiglia di origine o dalla comunità per aver scelto una religione diversa, per l’orientamento sessuale o per altre scelte contrastanti con la realtà in cui vivono ed essere vittime di continue ed estenuanti vessazioni. Altri magari vengono da zone di continui scontri tra fazioni politiche o parti religiose, altri ancora cercano la libertà. Spesso la loro idea iniziale non è quella di raggiungere l’Italia però durante il percorso è facile finire nelle mani dei trafficanti e il loro viaggio continua secondo rotte non frutto di proprie scelte, ma obbligate.

Quanto è difficile ascoltare questi racconti di grande sofferenza? Ad un certo punto ci si può “abituare”?

Ci si può abituare a sentire nominare i diversi Paesi attraversati, nell’ordine di percorrenza; è bello scoprire che ad un certo punto della strada qualcuno di loro trova una “persona buona” che li aiuta a proseguire senza voler nulla in cambio… però i vissuti che li portano a fuggire, ciò che sono costretti a vivere/subire durante il viaggio è purtroppo nuovo ogni volta e quando a raccontartelo sono una ragazza o un ragazzo, magari della tua stessa età che cercano di salvare la loro vita e se possibile anche un po’ di dignità, come si può parlare di abitudine…

La stampa riporta spesso lamentele dei richiedenti asilo relativamente alle strutture in cui sono accolti, al cibo, mancanza di televisione, ecc. Sembra impossibile che dopo tutto quello che hanno passato siano scontenti di quello che ricevono.

Appena sento i ragazzi lamentarsi anche a me viene da pensare e a volte glielo faccio notare che con tutto quello che hanno passato i loro problemi dovrebbero essere altri e sarebbe il caso che si lamentassero per altro. Però, se ci penso, io e noi tutti ci lamentiamo quotidianamente per molto meno, per il traffico, per il cellulare scarico e per mille altri futili motivi.
Quindi, credo che queste lamentele che comunque a volte sono anche veritiere, possano essere lette in due modi. Penso che se una persona con il loro vissuto si sta lamentando di una cosa (sia anche superflua per me in questo momento) significa che anche per soli cinque secondi ha pensato ad altro rispetto a ciò che magari ha passato in Libia o in Afghanistan… e quanti di noi riuscirebbero a farlo dopo aver subito anche solo la metà di ciò che è toccato loro?
Poi, ritengo che sia doveroso restituire un po’ della dignità perduta con una buona e attenta accoglienza (sicuramente non fatta solo di buon cibo e televisore in camera).

Cos’è il tanto discusso pocket money erogato giornalmente ai richiedenti asilo e come funziona?

Il “costo” giornaliero per l’accoglienza di un richiedente asilo è di 35 euro, denaro necessario per far fronte alle spese per il vitto, l’alloggio, l’affitto dello stabile e lo stipendio delle persone che ci lavorano. Il pocket money, invece, è la parte di questi 35 euro (solitamente corrisponde a 2,50 euro) che viene erogata direttamente alla persona che vive nel centro di accoglienza.

Molto spesso i nostri connazionali che versano in stato di indigenza riferiscono e lamentano di essere trattati dallo Stato peggio dei profughi…

Probabilmente hanno ragione, ma lo Stato continua a fare per loro ciò che faceva anni fa, prima di questa emergenza. Credo che il sistema dei servizi andrebbe ripensato in base alle nuove esigenze della popolazione indipendentemente da ciò che lo Stato fa o meno per i richiedenti asilo.

Se facciamo una passeggiata nelle nostre città, spesso incontriamo migranti con cellulari ultimo modello ecc…

Non sempre sono persone che scappano da povertà o miseria, ci sono tanti giovani laureati, di buona famiglia e con un lavoro che però sono costretti a fuggire dai loro paesi d’origine per motivi politici, di razza, religiosi… e quindi il cellulare per loro non è un bene di lusso. Poi, ci sono anche persone che fuggono dai loro Paesi per motivi economici, di estrema povertà: loro non arrivano con un cellulare, però è tra le prime cose che acquistano in quanto è l’unica modalità per mettersi in contatto con la famiglia o gli amici. Anche solo per dire loro dove si trovano e che sono vivi.

 

L’ultima domanda non la rivolgo a Cristina ma la cito dal libro Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda: la storia vera del viaggio di Enaiatollah Akbari, un bambino afghano di dieci anni la cui madre, per proteggerlo dai talebani che perseguitano la famiglia e minacciano di ucciderlo, decide di farlo fuggire dal suo Paese.
Lo scrittore, intervistando il giovane, si rivolge a lui chiedendo: «Come si fa a cambiare vita così, Enaiat?
Una mattina, un saluto.
Lo si fa e basta, Fabio. Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare.
È così. La speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento. Mia madre, ad esempio, ha deciso che sapermi in pericolo lontano da lei, ma in viaggio verso un futuro differente, era meglio che sapermi in pericolo vicino a lei, ma nel fango della paura per sempre»2.

Silvia Pennisi

NOTE:
1. www.data.unhcr.org
2. Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari, Baldini e Castoldi, Milano 2013, pp. 72-73.

[Immagini tratte da Google Immagini]

Viaggiare humanum est

Intraprendere un viaggio può essere considerato un atto filosofico?

Fin dall’antichità, l’uomo ha sentito come una sua propria caratteristica la pulsione a muoversi. I primi grandi flussi migratori hanno dato vita a quelle che ora sono le varie civiltà e culture, declinando una razza in particolarità che oggi formano una pluralità di stili di vita che hanno sicuramente arricchito e potenziato il punto di partenza primordiale. Proprio in questo consiste il viaggio: lasciare alle spalle la propria esistenza e volgere lo sguardo dritto davanti a sé; mettersi in gioco, scoprire le proprie forze ed i propri limiti, potenziandole e superandoli.
Esistono infinite modalità di viaggiare: da una semplice vacanza, passando per un Erasmus fino ad una vera e propria vita in un altro luogo. Tutte – però – sono accomunate da un minimo comun denominare: la voglia di avventura, il rompere gli schemi, la necessità di cambiamento. Perché – a mio modo di vedere – è proprio la stabilità ad essere pericolosa. Una vita votata alla routine, all’abitudine, non fa altro che paralizzarci e costringerci ad un’esistenza che non fa parte del nostro Essere.
Utilizzando categorie ontologiche, si può intendere il discorso come un percorso nel Divenire. Non però quel divenire parmenideo che distrugge l’Essere, ma quel divenire aristotelico che trasforma le Potenzialità in Atti, che conferisce Forma alla Sostanza, che – in parole semplici – realizza la nostra Essenza.

Un viaggio può cambiare totalmente la nostra esistenza. Può farlo in maniera impercettibile come l’incontro con nuovi stili di pensiero, come anche mettere in discussione l’intero patrimonio conoscitivo che in precedenza si deteneva, sia del singolo, sia di una comunità (come la scoperta delle Americhe o il viaggio di Marco Polo).
Viaggiare non significa solamente spostarsi da un luogo ad un altro, e non significa neanche, banalmente, conferire importanza al viaggio in sé. Viaggiando ogni singola categoria del nostro vivere e del nostro pensare viene messa in discussione.

Anche i viaggi nascondono insidie. Ognuna è superabile ma è necessario prestare attenzione a ciò a cui si va incontro.
La malinconia della vita precedente, la mancanza degli affetti o l’insicurezza di un futuro incerto sono le più comuni problematiche con cui si può avere a che fare.
Ma la più pericolosa è la riproposizione di ciò da cui ci stavamo inizialmente allontanando, ovvero la paralisi, il pervenire ad un nuovo immobilismo.
È paradossale e spaventoso come una fuga possa ricondurci al punto di partenza, come l’arricchimento che ci investe durante il movimento sfoci in un nuovo isolamento derivante dalla successiva stabilità. La soluzione sta nel mantenere in movimento il pensiero, nel rinvigorire i contatti con le scoperte fatte, nel rafforzare le modalità di approcci alla vita con cui ci si è imbattuti.

Il viaggio, in poche parole, è solo il punto di partenza. Il resto, come in ogni esperienza vitale, sta a noi.
La necessità dell’incontro con l’altro e con la Natura è fondamentale. Esso permette la creazione di ideali e di esperienze uniche, che sono il veicolo dei nostri giudizi e delle nostre opinioni.

La tecnologia attuale ci aliena dall’esperienza reale con ciò che sta al di fuori di uno schermo di un computer o dai pixel di uno smartphone. Essi ci costringono a dare importanza solo alla visibilità che un pezzo estraniato dalla verità della nostra esperienza vitale può avere sui social network, dimenticandoci del qui ed ora ed obbligandoci a pensare solamente alla condivisibilità virtuale.
Un panorama va vissuto, un tramonto sul mare apprezzato per ciò che ci comunica, una valle faticosamente raggiunta va amata per la sua immediatezza emozionale.
Altrimenti ci troviamo nuovamente nella riproposizione dell’immobilismo.

Il viaggio è condizione e veicolo di conoscenza, e nella situazione di crisi mondiale – culturale, economica e terroristica – in cui viviamo oggi, forse il viaggio può darci una mano.
Chi ha visitato un Paese estero, ne ha conosciuto gli usi, ha vissuto i suoi costumi, ha respirato i suoi odori ed è entrato in contatto con i suoi abitanti avrà molta meno probabilità di innescare un movimento d’odio e repulsione che può poi mutare – ovviamente insieme ad altre cause, stimoli e vicissitudini – nel paradigma terroristico.
Inoltre, la conoscenza è la prima discriminante che può aiutarci a sconfiggere la paura dell’Altro; e solo vivendo, viaggiando e sperimentando in prima persona si posso acquisire conoscenze fondamentali per il dialogo con altre culture.

L’importante, insomma, sta nell’alzare la testa e tenere la mente allenata. Sicuramente anche un buon libro o un bel film possono costituire una particolare forma di viaggio, ma nella vita è necessario soprattutto vivere intensamente ogni singolo momento che attraversa la nostra esistenza. Consapevoli della sua unicità e del patrimonio di conoscenze, idee e ricordi che ad esso si accompagnano, fluttuando in quell’immenso oceano così minuscolo rapportato al Tutto che noi chiamiamo Vita e che costituisce il Viaggio con la V maiuscola che tutti noi siamo – volenti o nolenti – costretti a fare.

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Excrucior ergo sum: elogio del dolore

Laddove c’è umanità, c’è sofferenza e laddove c’è vita, c’è dolore; e ciò è reso possibile dalla coscienza della morte. Non si può che essere sicuri di questo dato di fatto: la vita umana è null’altro che una malattia per la morte cronica, con brevi stadi (in cui s’entra con timore e tremore) d’acutezza.

Certamente vi sono diversi gradi di patimento: un giorno può essere più lieto del precedente, o del corrispettivo dell’anno prima, ma l’amaritudo – costantemente presente nella vita nella sua forma propria di esistenziale –  non aumenta né diminuisce nel volgere del tempo. E dico ciò pieno di contrizione, ma d’altronde ho troppa fede per aver fiducia in un annullamento – o in una diminuzione – del pondus mæroris che attanaglia la vita umana, così come ho troppa speranza per credere che questa verità, che vado proclamando, possa subir smentite.

Vorrei chiarire: qui non si sta – in nessuna maniera – recuperando Schopenhauer: io non credo nell’esistenza di un dolore-metafisico-in-quanto-tale, che attanaglia ciecamente e spietatamente qualunque cosa, animata o morta che sia. Io credo alla vita, e la descrivo; non cerco le fondazioni del patire né nel cielo – pur credendo in Dio –, né sottoterra o dietro il Velo di Maya –  perché non credo in Satana o in altre forze di pura malvagità –; mi limito a guardare l’uomo nel suo umanizzarsi, ma se negassi che tale umanizzazione progressiva è un processo doloroso, sarei cieco e sordo.
Vivere è soffrire, pur non essendo un obbligo; esistere è piangere, benché nulla ci vieti di ridere, ma il patimento è dovuto al factum essendi homines, non alla presenza di una qualche (dis)ragione che vincola metafisicamente. Il patimento non è cosmico e la natura non soffre – mai! La danza di pianeti e stelle nel firmamento celeste non subisce certo ritardi per afflizione di sorta, né la pioggia smette di cadere per lutto.

È il nostro essere uomini che costringe a dolere: se fossimo animali, piante, enti o concetti, non ci accorgeremmo della nostra condizione torturale; sono la scienza e la coscienza della morte che ci vincolano alla necessità del factum patendi.
Questa dunque la grande differenza tra noi uomini e gli altri-enti: noi siamo coscienti della morte, in qualunque forma si palesi, in qualunque modo sorga nella vita e, attraverso essa, ci accompagni lungo i momenti dell’esistere su questa terra. E non c’è consolazione alcuna alla necessità dell’amaritudo: l’orizzonte della morte ne è fortino, fossato e torre.
Dalla morte nulla si salva: non amore, non amicizia, non parentele, non talento: tutto perverrà alla morte, senza gloria, senza speranza, e noi uomini – consapevoli di ciò – non possiamo che affligerci.

Parlando con il coro delle Corinzie, Medea, al culmine della sua follia, grida: “Ὦ Ζεῦ Δίκη τε Ζηνὸς Ἡλίου τε φῶς͵ νῦν καλλίνικοι τῶν ἐμῶν ἐχθρῶν͵ φίλαι͵ γενησόμεσθα κεἰς ὁδὸν βεβήκαμεν” … rileggo questi versi, sorrido; provo misericordia per questa donna convinta che il suo strazio sia dovuto a dei terreni ἐχθροί – incapace, da buona greca vergine d’ogni esistenzialismo – di capire che il dolore è una totalità di condizione, non un che di transeunte.
Gli ἐχθροί di Medea sono i medesimi di chiunque altro umano che percorra questa lacrimarum vallis che chiamano Terra: non dunque il re, o Giasone: la nemica di Medea è lei stessa nel momento in cui si fa cosciente della morte delle speranze, dell’amore, della felicità, e – ancor più – al sorgere della conseguente afflizione: Medea, nella sua inconsapevolezza, mostra per paradosso come l’actum cognoscendi umano, sia fonte d’eterna tortura.

E più di tutti, in questo mondo, soffre il filosofo, perché soffre dell’altrui sofferenza, e vede la sua, conseguentemente, centuplicata. Ma da tal patimento, il filosofo non scappa, per esso non cerca cure: egli ha una missione – testimoniare il vero – e cerca di portarla a termine accettando di patire, perché sa che il suo destino è di trasformarsi in profeta, et nemo propheta patriæ. Il filosofo insegna a tramutare il patimento in amore: e tutto diventa fuoco adamantino di sentimento perfetto, e il mondo oggetto di dilezione assoluta. E, da filosofo, in fondo al mio cuore, anch’io sogno di morire, come Kierkegaard, mormorando: “Vai dagli uomini, e dì loro che li ho amati tanto, e che la mia vita fu un eterno dolore, sconosciuto a chiunque”, perché so che, spirando, non potrei dire frase più vera.

Ma il dolore è ciò che – più pienamente – libera e salva.
Partendo dalla certezza che il dolore è vita, perché s’accompagna indissolubilmente a lei, ci accorgiamo ch’esso – più che mero tempus – è prettamente eternitas, perché esclude la morte nel suo essere proprio, ovvero nella sua misteriosità. In effetti se l’afflizione ci familiarizza con la morte, inserendola nel vivere, allora essa fa morire la morte: la morte infatti è – puramente – mistero, e il dolore la smaschera: ne consegue che il dolore uccide la morte, e dunque esso non solo è vita, ma eternizza.
Il dolore è vita eterna, ma condizione per l’eternità è la libertà. E la sofferenza è anche libertà, perché solo quando compio liberamente la Valg e la Gjentagels di determinare il mio Ego come essere-con-il-dolore, allora io accolgo in me la possibilità dell’eternità.
In altre parole, se esisto autenticamente, cioè facendomi liberamente compagno dell’amarezza, allora sono destinato all’eternità. In questo senso, in quanto voluto e ripetuto, il dolore è parimenti vita, libertà ed eternità. E io sono (eterno), o meglio vivo (in eterno) in quanto patisco.
Mæror liberabit vos.
Excrucior, ergo sum (æternus).

David Casagrande

Tecnologia e terrore

Quando comparvero i primi treni che andavano a ben 80 km all’ora alcuni detrattori dell’utilità di quella tecnologia sostennero che a quella velocità inaudita i passeggeri avrebbero subito gravi danni alla salute, la velocità avrebbe impattato sugli organi interni dei passeggeri portandoli a morte certa. Edison, fermamente contrario alla corrente alternata, arrivò a friggere una povera elefantessa in una orribile esecuzione pubblica. La tecnologia non è né buona né cattiva, dipende dall’uso che ne facciamo: i telefoni cellulari hanno rivoluzionato il nostro modo di vivere in positivo, ma possono anche essere usati per attuare attentati terroristici.

La foto di Mark Zuckerberg al discorso scandito dal palco di Samsung al Mobile World Congress: “La realtà virtuale è la piattaforma del futuro. Cambierà le nostre vite” che sceso dal palco viene immortalato di fronte a una moltitudine di persone dagli occhi coperti da un innovativo dispositivo tecnologico immerse in una realtà virtuale, basta per rievocare orde di neo luddisti pronti a immaginare scenari apocalittici. Facciamo un passo indietro, chi è Ned Ludd? Il luddismo è stato un movimento di protesta operaia sviluppatosi all’inizio del XIX secolo in Inghilterra particolarmente noto per accanirsi contro i macchinari industriali.Ned Ludd, forse una figura mitologica, è descritto come un giovane che nel 1779 avrebbe distrutto un telaio in segno di protesta. Ludd incarna la distruzione delle macchine percepite come nemiche di tutti i lavoratori salariati oppressi dai padroni e sconvolti dalla rivoluzione industriale. Ludd può apparirci come una figura distante, ma è ancora tra noi nella misura in cui ci si approccia alle nuove tecnologie con atteggiamento denigratorio, la storia dell’umanità è piena di esempi di resistenza sociale al mutamento tecnologico.

Intanto bisogna sgomberare il campo da una grande ipocrisia: si cerca spesso di descrivere una tecnolgia in senso negativo come se questo fosse un dato oggettivo, ad esempio la fissione nucleare è un male in sé a prescindere dall’utilizzo che se ne fa, cosa smentita dalla realtà nella misura in cui essa va a beneficio della salute di pazienti malati di gravi patologie. I detrattori della tecnologia sono costretti ad ammettere che la diffidenza verso la novità deriva più da un dato soggettivo, una sorta di nostalgia per le cose com’erano una volta, la manifestazione del desiderio che tutto resti com’ è. La spinta alla conservazione tende ad essere sempre più forte di quella all’innovazione eppure il dato è che il mondo cambia ed è in perenne movimento, esigere che le cose restino statiche significa negare la vita.

Il concetto economico di “decrescita felice” è sensato nella misura in cui parliamo di razionalizzare sprechi e consumi, diventa invece nemesi della vita e utopia nella misura in cui nega la tensione umana al progresso, che è il superamento costante dei propri limiti, motivo per cui siamo stati spinti ad esplorare ogni angolo del nostro pianeta e le stelle. Forse proprio da questa tensione a superarsi l’umanità trarrà un giorno la forza per esplorare lo spazio e fuggire da un sistema solare morente, a lungo termine la tecnologia è l’unica condizione di possibilità della salvezza dell’intero genere umano.

Bisognerebbe riprendere Hegel: la storia dell’umanità è storia del progresso e la soluzione ai problemi derivanti dalla tecnologia non possono che derivare dalla tecnologia stessa e dallo sviluppo della conoscenza scientifica, a patto che dalla dialettica uomo-macchina, sapere umanistico e sapere scientifico si tragga infine una indentificazione nel concetto che essi sono in definitiva la stessa cosa, identificazione tra chi fa quella determinata tecnologia e quella tecnologia stessa.

L’innovazione è l’unica condizione di possibilità dell’essere umano dal momento che guarda sempre al futuro e ne vive la dimensione temporale: ansia, speranza e aspettative fanno parte del nostro modo di vivere il tempo. Il modo in cui l’umanità vive il tempo la rende del tutto diversa dalle altre forme di vita animale e vegetale che conosciamo.

Viviamo in un futuro prossimo in cui uomo e macchina raggiungeranno livelli di simbiosi inauditi e non è certo utopico pensare che un giorno saremo supportati da macchine androidi, possiamo opporci a tutto questo sapendo che accadrà comunque oppure possiamo abbracciare il futuro cercando di guidarlo nel migliore dei modi a partire da un insaziabile desiderio di superarci come individui e come specie?

Matteo Montagner

Può esistere un buon governo? Sviluppi dall’assolutismo Hobbesiano

Sarebbe bello se questo sovrano conoscesse veramente ciò che è giusto per la sua comunità, sarebbe bello se egli operasse esclusivamente per il bene di quest’ultima. Sarebbe bello se non ci fosse bisogno di porre nessun tipo di rimedio alle sue decisioni. Sarebbe bello se tutto funzionasse a regola d’arte, in politica, in società, nei rapporti umani. Sarebbe bello se non vi fossero conflitti, contrasti, logiche di interesse!

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L’ora dei diritti

Parliamo di diritti sì perché non se ne parla mai abbastanza. Il 2015 per molti versi è stato un anno difficile e complicato, segnato dalla paura e da molte situazioni critiche che hanno condizionato lo stato dei diritti. Questo pezzo vorrebbe segnalare alcune delle buone e delle cattive notizie dell’anno appena trascorso in materia di diritti, umani e civili, in Italia e nel mondo, per capire a che punto siamo su questo tema, augurandoci un 2016 migliore.

Inizia un nuovo anno e la politica italiana si chiede dov’ era rimasta in materia di diritti e la (solita) risposta è: sempre allo stesso punto, ma forse ancora per poco. Soprattutto per quanto riguarda i diritti civili e LGBT è da molti anni che il dibattito è sterile e complici maggioranze deboli e veti incrociati ben poco si muove. Affossati i Dico e dimenticati i Pacs anche il 2015 è finito con varie promesse non mantenute, ma il 2016 potrebbe essere finalmente un anno importante. Infatti una legge sulle unioni civili omossessuali sarà in parlamento a fine Gennaio. Il nostro paese, dopo il referendum della cattolicissima Irlanda – sicuramente una delle sorprese positive del 2015 – era rimasto l’unico Stato dell’Europa occidentale a non avere ancora una legislazione in materia. Come già detto però a breve potrebbero essere regolamentate le unioni tra persone dello stesso sesso, con il nodo dell’adozione da parte di un membro della coppia del figlio naturale del partner (stepchild adoption) al centro del dibattito (parecchio strumentale) in questi giorni. La società civile è pronta, forse già da anni, ora tocca alla politica.

Ma nel nostro piccolo e spesso indolente orticello non succederà solo questo: si cercherà un’intesa sullo Ius soli (il diritto di cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia) e forse ci si potrebbe spingere a parlare anche di testamento biologico (mentre già molte in città sono disponibili registri per le indicazioni di fine vita). Ancora non si sa molto invece sull’auspicabile introduzione del reato di tortura, auspicabile per scongiurare il ripetersi di eventi quanto mai indelebili come gli episodi della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, come è augurabile un dibattito serio sulla situazione delle carceri e sui diritti dei carcerati.

Nel mondo la situazione non è delle più rosee, come riporta Humans Rights Watch nel suo rapporto annuale. In almeno 90 paesi del mondo le condizioni umanitarie sono peggiorate. Il direttore Kenneth Roth, scrive nel suo pezzo che il timore- di conflitti, di repressioni, dei migranti, di attacchi terroristici, di gruppi di opposizione al governo – è stato il movente principale delle situazioni critiche che si sono sviluppate nel corso del 2015. Queste situazioni di instabilità hanno portato ad una drastico peggioramento dei diritti umani soprattutto a discapito dei molti rifugiati, a causa di leggi restrittive di interesse nazionale.

Tra le varie situazioni a rischio a questo proposito si segnala il ripristino dei controlli alle frontiere di Danimarca e Svezia, così come nuove leggi sul permesso di soggiorno colpiscono i rifugiati siriani in Libano. Stessa questione per i migranti centroamericani, vittime di povertà e scontri tra i cartelli della droga, che cercano asilo in Messico.
Israele è invece segnalato per lo sfruttamento di manodopera palestinese a basso costo nell’ambito degli insediamenti illegali in Cisgiordania, altra questione sempre attuale di rischio per i diritti civili degli abitanti.
Per gli Stati Uniti è stato un anno segnato dalle violenze della polizia e dalle proteste della comunità afroamericana, da Ferguson a Chicago, che sotto lo slogan di Black Lives Matter chiede di fare chiarezza su alcuni casi di omicidio da parte delle forze dell’ordine e in generale maggiori tutele.
Da non tacere poi il clima di minacce a giornalisti e civili in Uganda e gli abusi su donne attiviste per i diritti umani in Sudan.
Un caso che ha suscitato l’indignazione della comunità internazionale è quello dell’Arabia Saudita, protagonista di un annus horribilis quanto a repressione del dissenso (si ricordino le frustate al blogger Raif) e culminato con l’esecuzione di 46 pene capitali in un solo giorno. In un anno in cui le donne saudite hanno ottenuto per la prima volta nella loro storia il diritto di votare ed essere votate (ma non quello di guidare), la monarchia del Golfo sembra essere ancora molto distante da uno standard accettabile in materia di diritti umani.

Passi avanti sono stati fatti invece in Suriname e Belize. Il primo ha abolito la pena di morte, mentre nel secondo l’ultimo condannato in attesa della pena ha visto commutata la sentenza, svuotando così il braccio della morte.
Durante l’anno sono stati rilasciati prigionieri politici o persone incarcerate ingiustamente in Paesi come Iran, Siria, El Salvador, Etiopia e Camerun.
Per quanto riguarda la nostra Europa, come già accennato, un importante traguardo è stato raggiunto dall’Irlanda che con un referendum popolare ha legalizzato le unioni omosessuali.

Si sa che i conflitti portano alla destabilizzazione e questa alla paura, ed è proprio la paura che bisogna combattere perché sue dirette conseguenze sono la chiusura in se stessi e la repressione. Solo in un mondo senza guerre e senza timori i diritti, di qualsiasi tipo essi siano, possono crescere e prosperare come tutti ci auguriamo che accada.

Buon anno, e che quest’ anno porti più diritti a tutti.

Tommaso Meo

[immagine tratta da Google Immagini]

Uomo innocente, uomo di pena

La preghiera[1]

1928

Come dolce prima dell’uomo
Doveva andare il mondo

L’uomo ne cavò beffe di demòni,
La sua lussuria disse cielo,
La sua illusione decretò creatrice,
Suppose immortale il momento.

La vita gli è di peso enorme
Come liggiù quell’ale di ape morta
Alla formicola che la trascina.

Oh! rasserena questi figli.
Fa’ che l’uomo torni a sentire
Che, uomo, fino a te salisti
Per l’infinita sofferenza.

Sii la misura, sii il mistero.

Purificante amore,
Fa’ ancora che sia scala di riscatto
La carne ingannatrice.

Vorrei di nuovo udirti dire
Che in te finalmente annullate

Le anime si uniranno
E lassù formeranno,
Eterna umanità,
Il tuo sonno felice.

Dinanzi ad una quotidianità grondante sangue – che ha tutto un solo colore, un solo nome, pulsa vivo in un solo corpo- è inevitabile domandarsi se sia possibile l’innocenza: se lo sia mai stata, se lo sia ancora. È inevitabile domandarsi donde venga la brutalità dell’uomo, se sia innata e inevadibile oppure accorsa, posticcia: la perversione d’una strada dapprima diritta. E ancora: cosa ne è delle persone che sono vittime di brutalità, alle quali è data una morte che appare violentemente contro natura, una morte che si rifiuta, che ferisce nel profondo, con la sottigliezza d’una terribile nota stonata, tutta l’umanità?

È forse nei versi d’un “uomo di pena” e poeta dell’oblio che si possono trovare risposte almeno preliminari, un greto di parole da raspare per trovarne di più adeguate. Innanzitutto, perché sono versi scaturiti dal cuore d’un uomo che ha vissuto in prima persona la brutalità umana, che ha veduto i propri compagni cadere riversi nel nulla, ha sentito il peso insostenibile della vacuità che la guerra si lascia dietro, ha constatato quanto sia labile la misura tra l’estremo dolore e il radicale attaccamento alla vita. [2] I versi riportati in apertura sono quelli ai quali si vuol fare direttamente riferimento per tentare di iniziare a rispondere alle urgenti domande poco sopra formulate ( per se alla spicciolata e senza la compiutezza che richiederebbero). La Preghiera è una poesia del 1928 e compare nella sezione Inni de Il Sentimento del Tempo, raccolta pubblicata per la prima volta nel 1933.

Sin dalla primissima lettura di questi versi, si mostra un afflato, una vocazione spirituale incarnata in un poetare salmodiante: il poeta genuflesso dinanzi al Divino, riconosce la colpa dell’uomo che ha voluto allontanarsi dalla misura originaria, cioè dall’equilibrio in cui viveva tutta l’Eterna umanità, come raccolta in un solo corpo.

Rotto l’equilibrio originario, distrutta la pace dell’uomo con se stesso, questi ha potuto pervertire il corso del mondo; infranto il legame con se stesso, l’uomo ha potuto illudersi d’essere creatore del mondo, adorare i più oscuri frutti della propria perversione nella pietra pesante di idoli muti; volle tendere le mani a conquistare il tempo e farsi come Dio.

Avendo tradito il patto originario tra sé e il Divino, tra sé e l’armonia, l’uomo ha creduto di potersi creare da sé, di poter determinare le condizioni della propria vita: ha assunto su i sé il peso dei suoi giorni desiderandone il dominio, tollerandone a malapena il peso; ritrovandosi, come una formicola affamata d’una vittima, il peso insostenibile d’una ala d’ape: cioè il peso insostenibile di vacue illusioni.

Il poeta veste gli abiti del salmista e, al cospetto di Dio, canta i peccati dell’uomo per poi chiederne la remissione, per poi invocare la restaurazione misericordiosa d’un tempo prima del tempo, d’un uomo prima dell’uomo corrotto.

Oh! rasserena questi figli/Fa’ che l’uomo torni a sentire/ Che, uomo, fino a te salisti/Per l’infinita sofferenza.

Schiacciato sotto il peso del tradimento, l’uomo non può evadere dal proprio dolore e si ritrova a vivere una mezza esistenza essenzialmente da esso segnata: è rinchiuso in un circolo di dolore, che subisce e che procura, perché ne ha dimenticato il senso autentico. Del dolore, nella sua forma originaria, anche il Divino fa esperienza: la figura del Cristo rappresenta l’umanità del Divino sublimata per mezzo della sofferenza.

Sofferenza deriva dal verbo latino suffero che, accanto al significato di tollerare, sopportare un dolore e quindi soffrire, presenta anche quello di offrire, porgere, presentare: la sofferenza autentica, di cui anche Dio fa esperienza – e che l’uomo ha dimenticato-, è un dolore che dice già il proprio senso, la propria destinazione. È dolore che trova posto nella vita della totalità, che si colloca sin da subito in modo tale da non turbare l’armonia originaria, la misura.

Tramite la sofferenza si giunge al Divino, alla misura: «Sii la misura, sii il mistero».

Si è accolti in una dimensione che non è tanto semplicemente altra, assoluta rispetto all’umano: è piuttosto un abisso d’umanità, un oblio d’umanità in cui, smarrite le individuazioni determinate, cioè i patimenti singolari che affliggono e disegnano la persona umana, l’Umanità sia eternamente se stessa, una, armonica.

Ed è in questa dimensione che l’innocenza è di nuovo possibile come una rinnovata freschezza esistenziale. Ma si è detto che questa dimensione non è un piano assoluto, un livello ulteriore rispetto all’uomo; piuttosto – si è detto poco sopra- è la profondità dell’essere umano in cui si trova la sua più intima essenza.

Dunque, affinché l’uomo sia innocente, non è necessario che l’uomo vada oltre se stesso [3]; anzi, al contrario: è necessario, indispensabile che scavi dentro se stesso per ritrovare il proprio ἔθος (èthos), la propria configurazione essenziale, cioè la propria inviolabile identità con sé e con l’armonia cui è intimamente destinato; cioè che si vada finalmente al cuore dell’umano, dando il giusto valore alle sacrosante differenze che ci caratterizzano: impedendo, cioè, che la miniera della differenza sia campo di battaglia, che la vita sia trincea, che l’uomo sia disumano.

 Emanuele Lepore

NOTE

[1]GIUSEPPE UNGARETTI, La Preghiera, in Tutte le poesie, Sentimento del Tempo, Inni, Mondadori, Milano, 1986 (I ed. 1969).

[2]Giuseppe Ungaretti ( Alessandria d’Egitto, 8 febbraio 1888- Milano, 1°giugno 1970) combattè nel XIX Reggimento di fanteria della Brigata “Brescia”, arruolatosi volontario quando l’Italia entrò in guerra, il 24 maggio 1915. Altre informazioni bibliografiche – che pure sarebbero necessarie per una comprensione piena del poeta Ungaretti- vengono qui tralasciate, poiché non essenziali ai fini della prospettiva che si vuol proporre.

[3] Che sia fin troppo breve il confine tra oltre-uomano e dis-umano è riscontrabile nelle pagine più buie della storia dell’uomo.

La crisi : un ritorno di senso?

Ogni giorno, puntualmente, sentiamo parlare di crisi.

Crisi economica. Crisi finanziaria. Crisi dei valori e della moralità. Crisi delle relazioni e dell’amore. Crisi personale ed esistenziale, che ci risucchia, in un aller-retour di perdersi e ritrovarsi.

Per riflettere sul valore contemporaneo di una crisi onnipresente, vorrei fare un passo indietro, recuperando il significato etimologico del termine stesso.

La parola “crisi”, infatti, deriva dal verbo greco κρίνω, che letteralmente significa “separare”, “dividere”.

Originariamente, tuttavia, ciò a cui esso rinviava era la dimensione pratico-lavorativa del settore agricolo poiché, nella trebbiatura, veniva utilizzato per definire il momento ultimo della raccolta del grano, ovvero quello dedicato alla separazione del frumento, dalla paglia e dagli elementi di scarto.

La crisi, dunque, equivarrebbe ad un’operazione di separazione, divisione.

Ciò che ho reputato interessante, però, è la seconda sfumatura etimologica, più positiva e costruttiva, che ho potuto ritrovare leggendo il significato del suo secondo uso, ovvero quello di “giudicare”, “valutare”.

Quindi, sì, quella frattura generata dalla parola “crisi” esiste, è percepibile; a caratterizzarla, tuttavia, non dovrebbe essere la sterilità, quanto più la sua apertura al giudizio e all’analisi critica.

 

Il termine crisi fa parte dell’insieme di quelle parole da cui ogni giorno siamo travolti che, a forza di ripeterle, si svuotano di senso, divenendo quasi inutili, povere di un significato sepolto dalle macerie della storia.

Per riflettere sulla crisi che ha letteralmente spezzato in due il mondo, non è più sufficiente essere spettatori passivi di un’informazione liquida, alla Bauman.

Ciò di cui c’è bisogno è il fare, un fare produttivo volto alla costruzione di un avvenire che, dalle macerie del presente, può sbocciare in un progetto voluto dall’intera collettività.

Al contrario, quando si sente parlare di crisi, ci troviamo di fronte ad una paralisi individuale e collettiva.

Questa ha causato la perdita di senso di un presente, e a sua volta di un passato e di un futuro, rispetto ai quali siamo diventati completamente ciechi e inpotenti.

 

Ricominciare dalla crisi, per ritrovare il senso dell’universalismo: è questo ciò che sostiene il sociologo francese Michel Wieviorka.

Ma che cosa si intende per universalismo? È una fede? Un’ideologia a cui tenersi aggrappati per salvarsi dalle sabbie mobili del malessere sociale da cui veniamo risucchiati? È forse un’illusione?

Il sociologo, in un recente libro intitolato “Retour au sens[1]”, sostiene che la perdita di senso della società contemporanea è stata causata da una forte crisi dell’Universale, ovvero dell’insieme di quei valori che, quali l’uso della ragione, il diritto e la moralità, avrebbero dovuto garantire il progresso, attraverso il loro adattamento in ogni epoca storica.

Come l’analisi realizzata da Wieviorka nel suo ultimo libro ha proposto, sono stati proprio questi valori universali ad aver determinato una sorta di regresso rispetto quelle che erano le aspettative di benessere.

La ragione si sarebbe trasformata in barbarie. I valori, in ideologia, un’ “ideologia dell’alto”, come la indicherebbe l’autore attraverso l’espressione di “universalisme d’en haut”, in opposizione con quell’ “universalisme d’en bas”, di cui si sono fatti promotori tutti i gruppi minori, sottomessi e subordinati alla volontà di un etnocentrismo europeo e occidentale capace di schiacciare i più vulnerabili.

Ciò che infatti si dovrebbe mettere in atto , secondo il filosofo Etienne Balibar, sarebbe la promozione di un “universalismo di liberazione”, spesso associato alla stessa ventata d’aria fresca portatrice di speranza e riconoscimento, propria dei diritti dell’uomo.

È in nome di questi diritti, diritti che attraverso la messa al centro del valore della dignità dovrebbero creare quel senso di appartenenza di ogni individuo ad una realtà più amplia, quella dell’umanità appunto, che tra il 1960 e il 1970 sorsero dei movimenti di decolonizzazione aventi per obiettivo l’emancipazione della diversità dalla supremazia occidentale, un’emancipazione non unicamente territoriale e fisica, ma soprattutto ideologica.

Il rischio di tali movimenti di liberazione cui oggi possiamo divenire vicini testimoni attraverso l’esplosione del fenomeno migratorio, non è forse quello di “reificare” il valore dei diritti umani, facendone l’elogio, correndo il rischio di trasformarli a sua volta in “universali” produttori di un nouvo conflitto, invece di costituire le basi per una società articolata dalla valorizzazione del riconoscimento? Non rischierebbero anch’essi di diventare, come si è dimostrato nel caso dell’uso della ragione e come bene lo hanno dimostrato i filosofi della scuola di Francoforte rispetto all’uso di una ragione puramente strumentale, auto-contraddittori nella loro struttura? E se quest’universalismo dei valori di tutta l’umanità, e quindi l’elevazione dei diritti umani a pura astrattezza si realizzasse, ciò non provocherebbe forse la resa del particolare, cancellando così la ragione per la quale sono nati, cioè l’attenzione verso ogni singolo essere umano in quanto portatore, in se stesso, di diritti inalienabili?

Questo è spesso il rischio che si corre ogni qual volta si racchiude un valore in una definizione, costituendo un muro che lo svuota di senso.

Possa essere l’importanza di un corretto uso della ragione critica, possa essere l’immensa valenza di quegli elementi cardini dell’esistenza umana che sono i diritti umani.

 

Quello che manca oggi è l’ascolto. L’ascolto dell’altro e di noi stessi. L’ascolto dei silenzi che ci costituiscono, delle ferite che ci appartengono. E il rispetto. Quel rispetto che i diritti dell’uomo dovrebbero insegnarci a rivolgere verso l’altro. Quello spazio tra noi e il mondo che non si appoggia sul disinteresse ma che si mescola e si nutre dell’essenza che ci accumuna: la dignità.

È pertanto in nome di questa dignità che la ricostruzione di un tessuto sociale basato su una nuova autenticità dovrebbe diventare un bisogno necessario.

Se gettassimo la spugna, se smettessimo di respirare con l’altro, nascondendoci nella nostra bolla di cristallo, quelle stesse sabbie mobili rischierebbero di risucchiarci.

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

 

 

[1] M. WIEVIORKA, Retour au sens, Pour en finir avec le déclinisme, Editions Robert Laffont, Paris, 2015.

Friedrich Hölderlin: ritratto di una vita

Pochi poeti sanno sacrificare la vita sull’altare della poesia, pochi si affidano ad essa, la sanno ascoltare e ce la indicano aprendo spazi tra il silenzio e il rumore.

Tra questi brilla Friedrich Hölderlin, nato in provincia sveva, egli cresce nel chiuso ambiente pietistico, soffrendo la perdita di due padri prima del decimo compleanno: il giovane verrà adottato dalla natura, che il poeta non cesserà di cantare. Essa viene vissuta come il luogo dell’assenza di nomi -che è assenza di forme- di quei nomi che gli uomini si danno come fosse in loro potere di nominare, nella viva voce del poeta:

 

certo allora non vi chiamai

coi vostri nomi, come voi

non mi chiamaste mai

col nome che gli uomini si danno

quasi si conoscessero:

 

ma conobbi voi meglio

di quanto mai conobbi gli uomini:

io capii il silenzio del Cielo,

io non ho mai capito la parola umana[1]

La sua vita fu condotta in continuo dissidio con l’amata madre che per lui aveva già deciso il ruolo di pastore protestante. Contro questa rivendica sommessamente la volontà di svolgere la “professione più innocente”: il poeta, il giocoliere della parola.
Finiti gli studi entrò nel grandioso ambiente dell’idealismo di Jena. Compagno di studi e stretto amico di Hegel e Schelling. Intrattenne poi uno stretto rapporto con Schiller, il quale gli presentò Goethe. Questi, chiamato a giudicare alcune poesie di Hölderlin, le accolse con indifferenza rifiutandogli il ruolo di gesprächspartner ossia di (degno) “interlocutore”.
Le prime delusioni, il mancato riconoscimento dei pari, l`ombra minacciosa della madre con il suo strascico di pretese, l’ insuccesso dell’ Iperione che Hölderlin considerava come il romanzo del riscatto, il fallimento del progetto di una rivista che avrebbe dovuto raccogliere i massimi poeti tedeschi dell’epoca, portarono il poeta in un vortice che culminò con la morte di Susette Gontard,chiamata nelle liriche e nell’ Iperione Diotima, nome non casuale che mostra quanto l`influsso platonico abbia pesato nella maturazione della concezione estetico hölderliniana fino a dichiarare:

“Santo Platone, perdona! Molto si è peccato contro di te! ” [2]

A questi episodi seguirono i primi eccessi di follia, gli amici più stretti, forse sottovalutando lo stato di malattia, se ne disinteressarono, abbandonandolo in una struttura psichiatrica. Verrà prelevato nel 1807 da un certo Zimmer, un falegname mosso a riconoscenza a seguito della lettura dell’Iperione.

L’umanità di questo sconosciuto stupisce non meno dell’opera più riuscita di Schiller, o di una lezione di Hegel e ci rivela l’humus segreto su cui è potuta fiorire una delle più grandi generazioni di uomini che la terra abbia conosciuto.

Hölderlin si spegnerà dopo 36 anni di ritiro nella casa del falegname, senza essersi rimesso dalla follia, avendo continuato a scrivere poesie firmate con nomi fittizi (il più frequente fu Scardanelli, ma anche Salvator Rosa e altri) e datate in secoli precedenti.

Chiunque voglia narrare sommariamente la vita del poeta incontra almeno due principali problemi da affrontare: il primo è dovuto alla necessaria operazione di smitizzazione e repulisti di tutti quegli autori caduti in letture violentemente ideologiche, come nel caso di Nietzsche – autore che col nostro ha più di qualche sporadica somiglianza – il secondo è invece di natura più ostica e consiste nel rintracciare quelle vicende e traumi che Hölderlin sfrutterà come altissima fonte della sua poetica.

Lo sforzo è di eliminare nella vita la prosa dalla poesia e le contingenze dalle necessità artistiche, dove per quest’ ultime si intendono quelle vicende a cui il poeta dona senso cantandole, riscrivendole in un destino, sottraendole al caso.

Hölderlin, intingendo la penna nel proprio sangue prima di scrivere, trae la sua forza poetica, in un’alternanza di armonie e dissonanze, rimanendo fedele al sacro en kai pan [3].

Alla costante ricerca di trovare la propria tonalità originaria, il proprio segno poetico, il poeta si muove tra ambienti arcadici e abissali anticipazioni dal sapore novecentesco, come nella poesia Mnemosyne i cui primi versi recitano:

 

“Noi siamo un segno non significante,

indolore, quasi abbiamo perduto

nell’esilio il linguaggio” [4]

.

Francesco Fanti Rovetta

 

NOTE

[1] F. HÖLDERLIN, Quando ero ragazzo, Liriche, traduzione di E. Mandruzzato, 1993

[2] F. HÖLDERLIN, Iperone, prefazione alla seconda stesura. Il modo in cui viene connotato Platone in poco meno di una riga è massimamente espressiva del clima entro cui avviene la ricezione hölderliniana dei temi platonici: da un lato derivante la cristianizzazione del filosofo greco, dall’altro attraverso la lettura e traduzione rinascimentale di Marsilio Ficino.

[3] Dal greco, letteralmente: “uno e tutto”, classica formula panteistica.

[4] F. HÖLDERLIN, Mnemosyne, Liriche, traduzione di E. Mandruzzato, 1993

 

Bioetica: quando la Filosofia si rende utile alla vita

Nonostante sia passato più di qualche anno, ricordo ancora nitidamente il momento in cui alla fine della prova orale dell’esame di maturità il mio professore di italiano mi chiese: “Pennisi, ha già deciso quale percorso universitario intraprendere?”. Io risposi: “Veramente sono ancora molto indecisa tra filosofia e ostetricia”. Fu allora che il mio amatissimo professore di filosofia mi disse: “Beh che problema c’è, Silvia. Se decidi, e so che lo farai, di immatricolarti a filosofia sarà un po’ come se ti iscrivessi anche ad ostetricia: l’arte dialettica della maieutica (tirar fuori, dare alla luce) viene paragonata da Socrate a quella della levatrice!”. Alla fine decisi di iscrivermi a filosofia essenzialmente per il grande desiderio di “portare alla luce”, di poter trovare il lato pratico e applicativo di quella disciplina che mi affascinava così tanto e che, ne ero certa, aveva tutte le carte in regola per rendersi utile alla vita.

Le mie attese furono soddisfatte alla prima lezione di “Elementi di etica della vita”, per me la filosofia si è fatta pratica nel momento in cui la bioetica clinica è diventata il centro del mio percorso universitario e post universitario; e l’ostetricia? L’ostetricia è stata la specialità medica di cui mi sono maggiormente occupata.

La bioetica nasce nella seconda metà del Novecento, il termine venne introdotto nel 1970 dall’oncologo americano Van Reasselaer Potter e da lui definito come una scienza della sopravvivenza che ha la capacità di coniugare conoscenze biologiche e valori umani (Potter, 1970). Potter, attraverso la costruzione di questo neologismo, rese esplicita la consapevolezza dell’avanzare e del radicarsi, in quegli stessi anni, di un progresso scientifico-tecnologico che avrebbe portato con sé la possibilità e la speranza di un miglioramento delle condizioni di vita, ma anche il rischio di un disfacimento dell’uomo e della sua umanità. Di qui la necessità di costruire un ponte tra le scienze e la filosofia ricomponendo la frattura tra piano dei fatti, dei dati sperimentali e piano dei valori.

La riflessione filosofica in bioetica si occupa essenzialmente dell’analisi razionale delle questioni morali che emergono nell’ambito delle scienze biomediche, cercando di determinare i parametri di liceità della pratica medica e della ricerca scientifica, affinchè il progresso si realizzi nel rispetto di ogni essere umano e della sua dignità.

Se la bioetica nasce come una riflessione etica dettata dai cambiamenti delle condizioni di vita dell’uomo, la filosofia è interpellata dall’uomo per capire questi cambiamenti e trovare significato. All’interno della bioetica la riflessione filosofica sulla medicina non potrà che essere nel contempo una valutazione sull’utilizzo del sapere medico e sui dilemmi morali sollevati dalla medicina, nella duplice dimensione di scienza e di pratica terapeutica.

Il progresso medico oltrepassa costantemente la frontiera di ciò che possiamo fare, mentre crescono le differenze e i conflitti su ciò che vogliamo, che dovremo fare. Le scelte esistenziali sono oggetto di una problematizzazione e riflessione critica proprie di una filosofia che può, anzi deve, mettersi a servizio della medicina attraverso un passaggio da un pensiero essenzialmente teorico e spesso lontano dalla vita quotidiana, ad una modalità d’azione più diretta ai problemi concreti dell’esistenza.

Silvia Pennisi