Intervista a Vittorino Andreoli: alla scoperta dell’uomo

Vittorino Andreoli, psichiatra di fama mondiale, è stato direttore del Dipartimento di Psichiatria di Verona-Soave ed è membro della New York Academy of Sciences. Uomo di scienza e di grande cultura umanistica, si è sempre occupato di studiare e comprendere in profondità i segreti della mente, per poter aiutare concretamente l’uomo alleviandone le sofferenze con straordinaria competenza scientifica, sensibilità, delicatezza e coerenza. Sempre alla ricerca dell’umanità dell’uomo, negli anni ha analizzato per la magistratura grandi criminali che hanno scosso l’opinione pubblica italiana, fra i quali Pietro Maso e Donato Bilancia.

Fra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: La mia corsa nel tempo (Rizzoli, 2016); La gioia di vivere (Rizzoli, 2016); Ma siamo matti (Rizzoli, 2015); L’educazione (im)possibile (Rizzoli, 2014); I segreti della mente (Rizzoli, 2013); Le nostre paure (Rizzoli, 2010); La fatica di crescere (Rizzoli, 2009).

Professore, nel corso della sua vita si è sempre occupato di esseri umani. A suo parere qual è la condizione dell’uomo contemporaneo?

Anzitutto c’è una condizione che è del tutto umana: l’uomo ha delle peculiarità per le quali è propriamente homo sapiens sapiens. Questi due sapiens non mi piacciono, ma sono l’indicazione per collocarci nell’albero delle specie che aveva disegnato Darwin. Quindi la condizione umana è quella di un animale. C’è una famosa e bellissima espressione di René Dubos (neuroscienziato francese, ndr) che ha scritto So human an animal (1968). Siamo dunque degli animali e abbiamo, in quanto specie umana, la caratteristica della coscienza, una capacità di porci questioni che si legano al cogito di Cartesio e all’Io penso di Kant. Siamo portati a porci domande a cui non sappiamo dare risposte. Attraverso la coscienza abbiamo la consapevolezza dei limiti della specie: la morte, la domanda dal nulla all’esserci, il limite drammatico del dolore, particolarmente quello inevitabile. Io credo che ci siano delle caratteristiche legate propriamente alla condizione dell’essere uomo e a queste caratteristiche e a questo senso del limite e del mistero si legano poi alcune condizioni del tempo presente. Le caratteristiche dell’essere del tempo presente sono: l’insicurezza, la paura, la percezione di un futuro che non si riesce nemmeno a immaginare, la violenza che ha una dimensione che non era mai stata così nel passato, inoltre c’è la paura che la nostra storia su questa terra finisca. Stephen Hawking afferma che sarà una grande fortuna se questo pianeta avrà ancora l’uomo fra mille anni. Questa è un’affermazione drammatica perché, dal punto di vista della fisica e della cosmologia, sappiamo che il pianeta va verso l’estinzione poiché il sole è una stella che nel giro di due miliardi di anni finirà. Ma tra due miliardi di anni e mille anni passa una bella differenza. Hawking non lega tanto questa ipotesi al consumo dell’energia stellare, quanto piuttosto alla paura che l’intelligenza artificiale possa creare dei comportamenti distruttivi per l’uomo. Attualmente i limiti e le paure sono davvero di grande portata.

I suoi ultimi scritti, su tutti La gioia di vivere (2016), si occupano di esplorare in linea teorica ma anche praticamente gli ingredienti per poter condurre un’esistenza all’insegna del benessere e della gioia. Come mai ha sentito l’esigenza e l’urgenza di trattare questi temi, paradossalmente essendosi sempre occupato delle sofferenze dell’anima?

Devo premettere una considerazione: io amo l’uomo e lo amo indipendentemente da quelle che sono le qualità buone o cattive. Io mi sono occupato di casi estremi e ho sempre trovato l’uomo. L’ho trovato persino in Donato Bilancia, che ha ammazzato 17 persone in 6 mesi. In quanto uomo, io ne ho sempre grande considerazione. Amo l’uomo e il mio sogno è quello di un uomo che riesca a vivere insieme secondo l’umanesimo. Quell’insieme di principi che in ciascun tempo devono essere applicati perché si possa vivere meglio. Amo l’uomo, sogno e so che può vivere in un modo che sia dell’umanesimo. Questo significa rispetto dell’altro, significa far dominare il Noi e non più l’io.
Per quanto riguarda la gioia, la spinta è una visione tragica del tempo presente. Io sono un tragico, non solo perché mi dedico ai casi estremi, non solo perché ho amato i tragici greci fin da piccolo, ma proprio perché la mia percezione tragica si sta espandendo e sta arrivando a previsioni quasi apocalittiche, è allora che ho ritenuto necessario promuovere la gioia, la vita. La gioia è certamente l’elemento fondamentale che io ritengo mancare nel residuo di umanesimo che questa società ha ancora in sé. Perché domina l’io, sostenuto anche dalle psicologie. Con Freud nasce la psicologia dell’Io, e tutti noi che l’abbiamo sostenuta (e per questo c’è persino un po’ di senso di colpa) abbiamo finto che sia possibile parlare dell’uomo singolo, mentre l’uomo è sempre relazione ed è sempre storia. Quindi ho pensato che era tempo di cambiare gli occhiali e di vedere il mondo in modo diverso e qui mi sono appoggiato, da una parte a un grandissimo filosofo come Kant, dall’altra ad un grandissimo psichiatra come Karl Jaspers. Kant ha detto: “il mondo com’è non lo conosciamo però ne percepiamo una rappresentazione” che dipende da quelle categorie a priori che per noi sono la biologia del cervello. Così ho cominciato a illustrare quali sono le caratteristiche del mondo della gioia, di questa visione del mondo e di come si fa a promuoverla. Perché, a differenza dei filosofi della tradizione io sono un operativo, uno che vorrebbe cambiare la storia di un uomo e in fondo questo è lo scopo che ho sempre messo nella mia professione. Mi pare che bisogna guardare il mondo in modo diverso da come ce lo presentano i giornali, i politici. Ormai è consuetudine svegliarci in una visione che è catastrofica e qui si inserisce la mia idea che bisogna cominciare a guardare i Nessuno e non il potere. Io sono contro il potere inteso come verbo “posso e quindi faccio”, mentre sono per la condivisione e quindi per il Noi. Perché io per vivere ho bisogno degli altri. Gli egocentrismi sono una lettura sbagliata. L’io è una finzione rispetto al Noi.

Quindi, come possiamo ‘fare la gioia’?

Bisogna avere la percezione della fragilità. Io sono fragile e in quanto fragile ho bisogno dell’altro. Se ho bisogno dell’altro devo avere verso l’altro un’attesa, una ricerca, devo trovarlo, devo legarmi e questo naturalmente porta a dare maggiore importanza al pronome Noi. Pensiamo al legame di coppia, al legame con i figli, al legame con la comunità, con gli uomini. Se c’è qualcosa di filosofico nel mio pensiero è estremamente semplice, non se ne può più di complicazioni. Pensi alla solitudine del tempo presente, ai vecchi, all’abbandono. Oggi c’è la voglia dell’altro ed è su questo che noi dobbiamo fondarci. Per questo, i miei richiami alla filosofia sono dentro all’umanesimo. Questa è una filosofia che non si distacca nemmeno un istante dall’essere terapeutica. Il De tranquillitate animi (Seneca, ndr) è un’ottima seduta di un buon psichiatra, così come i dialoghi platonici, che sono esempio di una relazione che oggi è fondamento delle psicologie e della psichiatria. I dialoghi platonici ci dicono: “c’è un problema, vediamo di analizzarlo”. Platone non fa esercizi di razionalità, quanto piuttosto di un’arte relazionale per vivere. La filosofia dev’essere insegnamento di vita. Oggi c’è una filosofia da riproporre come “terapia”. Parola educativa e parola terapeutica sono per questo molto affini. Mi meraviglio ancora di come la filosofia sia stata distolta completamente dal contesto della classicità. Io amo la civiltà occidentale e dopo i nichilismi, la filosofia non può essere che una filosofia della vita.

Binswanger affermava che l’oggetto della psichiatria è l’uomo. Egli veniva dal sostrato filosofico della fenomenologia, così come Jaspers e Minkowski.

Essi sono dei filosofi, dei fenomenologi. Lei ha colto un punto importante: l’unione fra filosofia e insegnare vivere, che ha trovato nella fenomenologia un terreno estremamente ricco. Io sono e voglio essere un clinico, però ho avuto la grande fortuna di respirare l’atmosfera fenomenologica e di aver avuto un amico come Minkowski che è stato un grande filosofo e psichiatra.

Qual è quindi il suo rapporto con la psichiatria fenomenologica e quale invece quello con la psicoanalisi?

Debbo fare una premessa: io voglio cambiare l’uomo. Da me vengono persone che stanno male, che desiderano stare meglio e chiedono il mio aiuto. Io sono un operativo e in questo sono un empirico, per questo voglio fare qualsiasi cosa per poter aiutare. Naturalmente non mi propongo mai, ma quando interpellato cerco di rispondere sempre. La fenomenologia è una filosofia straordinaria. Io ho conosciuto dei fenomenologi, per esempio Cargnello, che avevano anche responsabilità di cura. Le posso dire che con la fenomenologia non è facile curare perché è troppo lontana dalla clinica che è empirica, mentre la fenomenologia è molto teorica. Molti mi dicono che sono un fenomenologo, ma io sono un clinico, un empirico, uno che vuole far star meglio, uno che vuole essere-con per far star meglio colui che gli sta vicino. Le mie radici sono nella fenomenologia, ma le mani vanno in una disciplina scientifica, perché ho bisogno di strumenti per agire.
Per quanto riguarda la psicoanalisi è inutile che stiamo a discutere l’importanza di Freud e il suo apporto storico. Ma sono molto critico rispetto alla psicologia dell’Io. Il principio freudiano per cui se una persona presenta delle anomalie occorre trovare la radice dentro di lui… beh su questa convinzione sono molto critico perché l’io è una finzione, mentre credo nel Noi. Se colui che ha i conflitti, invece di guardarlo solo dentro lo metto in relazione con un’altra persona, questi in relazione cambia.
Io sono un clinico che ha bisogno della scienza (mi sono dedicato per molti anni in laboratorio allo studio del cervello). Sono un clinico tradizionale però con strumenti attuali. Mi spiace dover dire che di clinici oggi non ce ne sono più e per questo la psichiatria è in una crisi spaventosa. Ma oggi bisogna aiutare l’uomo. Un valido ausilio a questo può venirci da un filosofo come Schopenauer che nell’Ottocento ha capito cose molto utili anche all’uomo d’oggi, nella crisi del tempo presente.

Qual è il suo parere su Franco Basaglia?

È molto semplice. Basaglia è sicuramente un uomo della storia. Non ho simpatia per tutti quelli che ne fanno un uomo del presente. Nella storia ha un significato preciso e storicamente apprezzabile. Ho conosciuto molto bene Basaglia. Non sono mai andato in piazza per lui, ma l’ho sempre rispettato. Da lui nasce lo stimolo per una legge (legge 180, ndr) che io ho seguito. Il primo ottobre 1980, giorno in cui venivano chiusi i manicomi, cioè non vi entrava più nessuno, io ho lasciato il manicomio dove in fondo ero un personaggio di significato e sono andato rispettando la legge 180. Basaglia, essendo un grande trascinatore, ha messo in moto un movimento che ha contribuito a dare una svolta alla psichiatria, anche se è stato più nel chiudere senza sapere cosa aprire. Nel mio libro Un secolo di follia (1991) a Basaglia ho dedicato quindici righe perché io credo nella psichiatria scientifica. Credo nel come si debba fare la psichiatria, credo quindi nella scienza. Per esempio, Cesare Lombroso oggi non è accettabile, ma storicamente è un grandissimo autore. È un uomo della storia. Perché dicendo che il matto, il criminale, ha una degenerazione cerebrale ha allontanato gli spiriti del male. La donna delinquente (saggio di Lombroso, ndr) è certamente un libro che oggi va condannato, ma che storicamente ha allontanato questa dominanza del male e poi fino ad allora il cervello non lo studiava nessuno, perché c’era l’anima da qualche parte, mentre lui ha detto che tutto va riportato al cervello. Oggi sembra ridicolo perché è noto, però storicamente è stato importante. Nell’ambito della psichiatria scientifica, con radici nell’umanesimo e nella fenomenologia, Basaglia non ha tanto spazio, però storicamente è stato il protagonista di un mutamento storicamente utile. Quindi merita alcune righe nella storia.

Qual è il suo rapporto con la religione e in particolare con il Cristianesimo? Secondo lei la vita può avere un senso al di là della fede in Dio?

Il tema della religione meriterebbe un ampio spazio di riflessione e dialogo. Vi sono due punti di riferimento circa le mie considerazioni in merito. Primo: il libro Il sacro di Rudolf Otto, del 1917, il quale dice che nell’uomo, oltre alle categorie della razionalità, ci sono delle categorie per quello che è il mistero, il sacro. Tutti gli uomini hanno le categorie per percepire il sacro, che è mistero, senso del limite, tutto ciò che si lega alla morte. Otto dice che il religioso è la risposta che si tende a dare del sacro. Il sacro avverte il mistero della morte, la religione dice che invece c’è il paradiso, o il Nirvana, o le metempsicosi, o il nulla. Io credo veramente che esista il sacro e che le religioni siano dei tentativi di risposta.
Il secondo pilastro è la figura di Gesù di Nazareth. Indubbiamente tra i grandi della storia e forse il più grande uomo che io conosca storicamente, persino più di Socrate, Platone, Montaigne. Io l’ho studiato come uomo e l’ho trovato grande come tale. Se poi c’è qualcuno che dice che è anche Dio, sarà ancora di più. Ma io mi occupo di uomini… e certamente lo ascolterei.
Altro punto di riferimento è la Chiesa, della quale non amo il culto e non condivido diverse espressioni, ma della quale ho comprensione. La Chiesa è una struttura molto umana che si è attaccata a Gesù e che penso a Gesù non piaccia molto. L’immagine e l’esempio di Papa Francesco mi piacciono. Amo molto i preti ai quali ho dedicato molta attenzione.
Io sono un non credente nel significato che dice che non ho l’esperienza di Dio, che non l’ho mai incontrato. Se Dio venisse a trovarmi, dopo aver fatto le debite ricerche, certamente la mia vita cambierebbe, probabilmente diventerei un credente. Non sono ateo e ho rispetto per quelli che credono (anche questo fa parte del Noi). Sono un non credente, ma pronto a credere se avessi l’esperienza di Dio.

Alessandro Tonon

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Si può sperimentare l’eternità dell’amore oltre la morte?

«Mettimi come sigillo sul tuo cuore […] perché forte come la morte è l’amore».

Cantico dei cantici 8, 6

Nel corso della nostra vita siamo posti di fronte all’invalicabile limite della morte, inteso come mistero per eccellenza. Dinanzi alla perdita di un proprio caro, di una persona amata, ci chiediamo che ne sarà di lui, di lei, ma soprattutto: che ne sarà del nostro amore per quella persona, una volta che si sarà congedata dal mondo? Che ne sarà di tutto quello che abbiamo vissuto insieme e che non potremo mai più rivivere? Sarà possibile continuare a sperimentare quell’amore cha ha caratterizzato il nostro rapporto con la persona morta?

Queste laceranti domande interpellano i filosofi sin dalle origini e tengono bordone nei duemilacinquecento anni di storia del pensiero. Un pensiero che si confronta con l’infinito desiderio d’infinito amore e si scontra con la finitudine dell’esistenza, limitata nel tempo e nello spazio. Ma è proprio l’amore la forza eterna che trascende la temporalità della nostra esistenza. È l’amore che è necessario coltivare nella nostra vita, perché solo esso lascia tracce di bellezza eterna e intramontabile nel nostro transito terrestre.

Scriveva Rilke: «Non vi lasciate ingannare dalla superficie; nelle profondità tutto diventa legge»1. Questo significa che l’amore può essere vissuto e sperimentato concretamente anche senza la presenza fisica dell’amato, nella propria profonda interiorità, poiché solo lì vi è l’eterna sorgente dell’amore; quell’amore che trascende anche la morte. Etty Hillesum testimonia quanto sin qui detto attraverso le parole che annota nel proprio Diario in seguito alla prematura morte dell’amato Julius Spier:

«Il mio cuore volerà sempre verso di te, da ogni luogo della terra, come un uccello e sempre ti troverà […] Sei diventato talmente parte del cielo che s’incurva sopra di me, che mi basta alzare gli occhi per esserti accanto. E se anche mi trovassi in una cella sotterranea, quel pezzo di cielo si stenderebbe dentro di me e il mio cuore volerebbe a lui come un uccello, ed è per questo che è tutto così semplice, sai, straordinariamente semplice e bello e ricco di significato»2.

Parole dense, profonde, consapevoli, di un’indicibile tenerezza e maturità interiore, psicologica e spirituale. Sì, perché solo un profondo percorso interiore può condurci ad esprimere con questa lucida e delicata dolcezza l’amore che trascende l’assenza della persona amata.

Un simile approdo si riscontra anche nelle parole e nell’esperienza di Viktor Frankl. Lo psichiatra viennese, nell’inferno del lager nazista, evoca l’immagine della moglie ventiquattrenne, anch’ella internata in un differente campo di sterminio e della quale ignora la sorte. Di fronte al limite invalicabile dell’assenza, della morte, si fa urgente una tendenza all’interiorizzazione. Il pensiero di Frankl va all’amore per la creatura amata, a prescindere dalla presenza fisica della stessa e dal sapere se sia o meno nel novero dei viventi. Scrive Frankl:

«Improvvisamente, ho di fronte l’immagine di mia moglie. […] Parlo con  mia moglie. La sento rispondere, la vedo sorridere dolcemente, vedo il suo sguardo, e […] per la prima volta nella mia vita, provo la verità di ciò che per molti pensatori è stato il culmine della saggezza, di ciò che molti poeti hanno cantato; sperimento in me la verità che l’amore è, in un certo senso, il punto finale, il più alto, al quale l’essere umano possa innalzarsi. […] l’uomo, anche quando non gli resta niente in questo mondo, può sperimentare la beatitudine suprema – sia pure solo per qualche attimo – nella contemplazione interiore dell’essere amato»3.

L’amore non solo eccede la morte, ma eternizza la vita. Nell’interiorità abbiamo la possibilità di coltivare l’amore per le creature, sperimentando l’eternità indissolubile di questo legame. L’amore per una persona cara è la bellezza senza fine di un fiore i cui petali mai avvizziscono, perché eternamente coltivati, riparati e protetti nella propria intima interiorità, all’interno della quale tutto viene conservato assumendo i contorni ontologici dell’essere eterno.

Pervenire a una simile, profonda consapevolezza, richiede un quotidiano e paziente esercizio interiore, che non può mai dirsi completo e raggiunto. Proprio per questo, di fronte all’enigma della morte, noi tutti ci troviamo al confine fra l’abisso del nulla, il nichilismo e l’eternità dell’essere che si fonda nell’amore che non ha mai fine. La nostra fragile umanità, al cospetto della fine, vive uno spaesamento tragico, perché non è né semplice né scontato riconoscere l’eternità dell’amore. Negli ultimi istanti della vita di una persona, particolarmente se cara, la vulnerabilità della nostra esistenza emerge nella sua angosciante pesantezza. Ma l’uomo che riflette sulla propria precaria condizione vive con umiltà e riconosce nella propria interiorità la traccia eterna dell’amore. La forza della fragilità che è principio e fondamento di ogni autentica relazione. Poiché, come scrive Rilke, l’amore è «qualcosa che lo elegge, e lo chiama a un’ampia distesa»4, l’uomo può imparare ad abitare la lacerante contraddizione della propria esistenza, segnata dalla morte, senza rimanere soffocato, aprendosi all’intramontabile orizzonte della bellezza interiore, nella quale l’amore ha la sua fragile ma eterna dimora.

Alessandro Tonon

NOTE:
1. R. M. RILKE, Lettere a un giovane poeta, tr. it di L. Traverso, Milano, Adelphi, 201321,  p. 33.
2. E. HILLESUM, Diario, tr. it. di C. Passanti e T. Montone, Milano, Adelphi, 2013, pp. 751-752.
3. V. E. FRANKL, Uno psicologo nei lager, tr. it di N. Schmitz Sipos, Milano, Edizioni Ares, 200113, p. 74.
4. R. M. RILKE, Lettere a un giovane poeta, op. cit., p. 49.

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Il principio di responsabilità: Jonas vs Ricoeur

Il concetto antenato di responsabilità è, secondo Paul Ricoeur, quello dell’imputazione che attribuisce l’azione all’agente, visto come causa dell’azione stessa.1

Come afferma anche Fabrizio Turoldo in Bioetica ed etica della responsabilità 2, il concetto responsabilità è recente e si affermerebbe attraverso un processo di umanizzazione, visto che ad un certo punto solo l’essere umano è visto come unico soggetto capace di responsabilità e imputazione, di individualizzazione, per una responsabilità esclusivamente individuale e di interiorizzazione, perché si afferma il potere della coscienza.

Questo concetto di responsabilità, però, non è ancora quello previsto e teorizzato da Hans Jonas, perché concerne la responsabilità per un’azione già compiuta da parte del soggetto agente nei confronti di qualcuno, quindi si tratta semplicemente dell’obbligo di rispondere di qualcosa che è già stato fatto nei confronti dell’oggetto che ha subito l’azione.

Solo verso il ‘900 la responsabilità inizia ad essere assunta come concetto in relazione a qualcosa di ancora incompiuto, in questo senso non è più un obbligo di rispondere di, ma rispondere a, che significa rispettare l’autonomia della persona.

È proprio questo il senso che Jonas intende per la responsabilità verso la tecnica: essere consapevoli della potenza della moderna tecnologia e delle sue conseguenze verso le generazioni future (ecco come si nota il rapporto che stabilisce il concetto di responsabilità: asimmetrico, dove la società presente è più forte rispetto a quella futura).3

Il concetto di responsabilità ha, inoltre, una doppia etimologia latina, quella di respondere e di risposare, la prima nel senso di ‘impegno verso l’altro, promessa’, presente in Paul Ricoeur, la seconda in quello di ‘resistere, contrastare’, ovvero saper gestire i cambiamenti della modernità: questo può essere considerato uno dei sensi della responsabilità di Jonas.4

Quindi il concetto di responsabilità, secondo Hans Jonas, è proprio il principio cardine di un’etica razionalista applicata soprattutto alla moderna bioetica che oggi è un ambito importante per i problemi che riguardano la libertà della ricerca. È proprio nella bioetica, infatti, che l’uomo è chiamato a fare delle scelte importanti da cui dipenderà il suo futuro, e il principio di responsabilità, in questo caso, assume un ruolo fondamentale: in campo medico la responsabilità non è solo per ciò che è accaduto, ma anche per quello che potrebbe succedere.

Certo, è difficile stabilire gli effetti futuri della moderna tecnologia perché molti di questi non sono subito individuabili.

Paul Ricoeur vede proprio in questo il pericolo di rovesciare l’etica della responsabilità nel non considerare più nessuno responsabile di nulla5, perché dover pensare a ogni conseguenza di ogni singolo gesto umano

finisce col rendere l’agente umano responsabile di tutto in modo indiscriminato. L’agente, in questo modo, non risulta più responsabile di nulla di cui egli possa assumersi il carico, perché prendere in carico la totalità degli effetti, significa capovolgere la responsabilità in fatalismo, nel senso tragico del termine, o meglio nella seguente denuncia: siete responsabili di tutto e colpevoli di tutto!6

Anche perché, secondo Ricoeur, fa parte della natura finita dell’uomo il fatto che molte conseguenze delle sue azioni siano ingestibili. Per questo egli insiste sul fatto di affiancare all’etica della responsabilità, che deve pensare alle conseguenze future, un’etica intenzionale che non si occupi delle conseguenze; ma questo non è attuabile, in quanto prevede il disinteresse totale nei confronti degli effetti futuri.

Nel libro Il Principio Reponsabilità del 1979, Hans Jonas giunge, invece, proprio alla necessità di applicare il principio di responsabilità ad ogni gesto dell’uomo che deve prendere in considerazione le conseguenze future delle sue scelte e dei suoi atti.

Quella di Jonas è un’etica orientata al futuro questo perché occorre la salvaguardia dell’essere e dell’umanità nel mondo minacciato dalla tecnica, con le sue conseguenze distruttive sul piano planetario.

L’imperativo di questa nuova etica, secondo Jonas, è:

Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza della vita umana sulla terra.7

Questa affermazione ci fa rendere conto come per Jonas l’etica della responsabilità sia vicina ad un’etica dell’intersoggettività, in quanto il soggetto responsabile è naturalmente sociale, dunque in rapporto con l’altro, in questo caso con le generazioni future.

Per Jonas è dunque necessaria una nuova teoria etica che possa valutare le possibili conseguenze catastrofiche dell’agire umano che oggi come oggi coinvolge l’intero pianeta.

Questa nuova etica potrà fondarsi ed essere vincolante solo attraverso un ripensamento del concetto di natura che secondo il nostro autore possiede una finalità in se stessa ed è ciò che determina il dover essere dell’uomo come insieme di scopi. infatti l’etica della responsabilità di Jonas muove dall’ontologia e questa è una rarità visto che le proposizioni dell’ontologia sono descrittive, mentre quelle dell’etica dovrebbero essere prescrittive; avendo, dunque, come fondamento l’ontologia, l’etica della responsabilità si basa sul principio secondo cui è meglio essere che non essere, visto che l’essere consiste nell’avere degli scopi che hanno valore in sé.8

La sopravvivenza dell’uomo diventa, così, un dovere metafisico: è necessario che ci sia un futuro, è necessario che continui la serie e che l’uomo permanga; la responsabilità verso il futuro, dunque, comprende un dovere diverso, ovvero si tratta di salvaguardare l’idea ontologica di uomo, non si può pretendere di fondare il diritto all’esistenza di un non-esistente.

La nuova etica dovrà dunque essere cosmica basata sul concetto della paura nei confronti dei possibili esiti catastrofici delle nostre azioni e sulla responsabilità.9

Valeria Genova

Note

1- P. Ricoeur, Il concetto di responsabilità, Il Giusto, Torino 1998, pp 31-56
2-F. Turoldo, Bioetica ed etica della responsabilità, Cittadella Editrice 2009, p.17
3- cfr Hans Jonas, Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità, Einaudi, 1997
4- F. Turoldo, op. cit. p.38
5- cfr P. Ricoeur, op. cit.
6- F. Turoldo, op. cit. p. 22
7- Hans Jonas, op. cit. p.16
8- cfr F. Turoldo, op. cit. p.43
9- Hans Jonas, op. cit.
 

Il desiderio eclissato

Analizzare un tema come quello della pornografia e del suo rapporto con la sessualità non è cosa semplice. È necessario valutare attentamente le sfumature intrinseche a questo fenomeno, cercando di non cadere in facili semplificazioni e moralizzazioni che possono banalizzare un tema che si rivela di estrema complessità.

In che modo la pornografia si rapporta alla sessualità e che cosa la distingue dall’erotismo? La soggettività, l’individualità e il corpo come si presentano nella rappresentazione pornografica?

Spesso si crede che la pornografia sia una sorta di ‘erotismo’ più crudo ed esplicito, mentre tra le due forme di rappresentazione non solo c’è una netta differenza, ma una nega ciò che l’altra afferma. È la sessualità che entra in gioco in modo diverso nelle due forme di rappresentazione.

Michela Marzano ha sottolineato molto bene questo aspetto:

«L’oggetto dell’erotismo è il corpo erogeno: il corpo nel suo insieme in cui si concretizza il desiderio; il corpo reale non riducibile a oggetto parziale di una soddisfazione pulsionale. Quello della pornografia è il corpo-oggetto parziale, un corpo parcellizzato e privo di unità»1.

Da una parte abbiamo un corpo che ha perso la propria integrità, un corpo che diventa quasi un automa, ‘svuotato’ di ogni significato, un ‘pezzo di carne’ che viene semplicemente riconosciuto per il suo utilizzo. Di questo corpo diventato oggetto ci si concentra su singole parti e funzioni organiche, quelle che entrano in scena nella pornografia. In quest’ultima, la sessualità non appare più come un incontro, essa non riconosce la soggettività dell’altro.

Quel che è importante riconoscere e che rappresenta l’aspetto che spesso viene frainteso, è che non si tratta di considerare l’erotismo come una forma ‘dolce’ di sessualità e la pornografia, semplicemente perché più esplicita, come una forma brutale di rappresentazione dell’atto sessuale. Nessuno nega, infatti, quanto la sessualità possa avere di oscuro e violento. Pulsione istintuale e piacere si possono e si devono poter esprimere liberamente, attraverso forme molteplici e diverse. Tuttavia, nell’incontro sessuale la soggettività rimane integra, come qualcosa che non si può annientare, ma al contrario è ciò che più rende autentico l’incontro erotico.

La sessualità si fonda proprio sul pieno riconoscimento di due soggettività che si fronteggiano, che si scoprono nella loro nudità e nella loro fragilità, rivelando e nascondendo al tempo stesso. La pornografia, invece, lungi dall’essere semplicemente una descrizione esplicita dell’atto sessuale, non ha più nulla a che fare con l’incontro e con ciò che è alla base di questo, ovvero il desiderio.

Georges Bataille descrive così l’incontro sessuale:

«L’erotismo dell’ uomo differisce dalla sessualità animale, in quanto mette in questione la vita interiore. L’erotismo è nella coscienza dell’uomo, ciò che mette il suo essere in questione»2.

Nell’incontro sessuale, infatti, vi è sempre uno scarto che permane e che non può essere mai eliminato del tutto: incontro e sperimento attraverso i sensi l’alterità, ma quest’ultima non potrà mai essermi data una volta per tutte e in modo definitivo. È proprio questo che rende la sessualità una scoperta e una ricerca continua dell’altro e che fonda il ‘desiderio’, ciò che mi permette di non distruggere la soggettività che mi sta di fronte rendendola da soggetto semplicemente mera oggettualità a mio uso e consumo.

«La condanna a morte del desiderio messa in atto nella pornografia è perfettamente simboleggiata dall’occultamento del viso»3. Il viso è ciò che più rappresenta la soggettività e l’identità di un essere umano. Anche se nella pornografia la rappresentazione del viso non è completamente assente, è il significato della sua raffigurazione che si modifica. Il viso diventa una parte come un’altra di quel corpo ‘parcellizzato’, reso macchina, una ‘maschera’ che non possiede più caratteristiche umane.

Anche lo spazio e il tempo vengono completamente stravolti nella pornografia. Atti per lo più meccanici e figure stereotipate danno vita a una rappresentazione asettica, fatta di gesti a cui non appartiene più alcun significato e che sono lontani da tutto ciò che di vivo appartiene all’incontro sessuale.

Siamo così sicuri che la pornografia sia una forma ‘liberatoria’ di rappresentazione della sessualità? Non rappresenta piuttosto l’ennesimo riflesso di una società basata sul modello commerciale della transazione e dell’utilizzo che ha fagocitato anche quell’intimità e quel mistero che caratterizzano la sessualità come uno degli aspetti più affascinanti dell’interazione umana?

 

Greta Esposito

 

NOTE
1. M. Marzano, La fine del desiderio, p. 12
2. Georges Bataille, L’erotismo, p. 29
3. M. Marzano, La fine del desiderio, p. 37.

 

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È meglio viaggiare tra le stelle o nel profondo dell’anima? Jung risponde

Per quanto la missione europea ExoMars non sia perfettamente riuscita, rimane comunque vero che imprese come questa confermano ogni giorno di più l’impressione che la rotta sia ormai tracciata: il pianeta Terra al­l’uo­mo non basta più, ed è quindi arrivata l’ora di incominciare a pensare a una nuova dimora per l’umanità. Le prospettive e gli scenari che si stanno aprendo sono senz’altro emozionanti, ma non tutti guardano con entusiasmo all’avventura che la specie umana si accinge a compiere nello spazio profondo. Pochi mesi prima di morire, Carl Gustav Jung, fondatore della psicologia analitica, dichiarò ad esempio in un’intervista: «i voli spaziali sono solo un’eva­sio­ne, una fuga da noi stessi, perché è più facile andare su Marte o sulla Luna che non penetrare il proprio essere». Era il gennaio del 1961; appena otto anni dopo l’uomo avrebbe mosso i primi passi sulla superficie lunare con la missione Apollo 11.

La frase di Jung può, oggi come allora, destare qualche perplessità, ma non bisogna pensare che il famoso psicologo svizzero fosse un uomo incapace di guardare al futuro. Il percorso che Jung intende proporre all’Occidente non è infatti alternativo rispetto a quello già imboccato dal progresso tecnico e scientifico, ma è piuttosto un sentiero complementare a esso: egli sta suggerendo al­l’uo­mo moderno di ricordarsi di viaggiare nel profondo della propria anima, oltre che tra le stelle del cielo. Ciò che Jung cerca di dire a tutti noi è che c’è un mondo – anzi, un vastissimo universo – da esplorare non solo al di sopra delle nostre teste, ma anche all’interno della nostra stessa mente. Secondo Jung, infatti, «l’anima contiene non meno enigmi di quanti ne abbia l’universo con [tutte] le sue galassie», e solo scoprendo che cosa alberga all’interno di sé, l’uomo potrà veramente esprimere tutte le proprie potenzialità.

Jung, nel corso della sua lunga e fortunata carriera, ha scritto letteralmente fiumi di parole per cercare di descrivere le infinite costellazioni che ognuno di noi (e l’umanità nel suo complesso) porta nel proprio intimo. «È [proprio] questo» – egli afferma – «che intendo per psicoanalisi: scandagliare l’anima alla ricerca dei fattori psicologici nascosti». Si può senz’altro dire che egli sia stato l’autore di una delle teorie sulla psiche più profonde e ardite che siano mai state concepite. A differenza di Freud, che riteneva che l’inconscio fosse «soprattutto materiale rimosso, una sorta di discarica per le esperienze spiacevoli», Jung credeva che esso fosse «un fattore reale, autonomo, capace di agire in modo indipendente [dalla coscienza]». Per Jung, infatti, oltre all’in­con­scio personale individuato da Freud, che è diverso per ognuno di noi perché consta delle esperienze negative e traumatizzanti che abbiamo cercato di rimuovere e censurare, esiste anche un inconscio collettivo, che è identico per tutti gli esseri umani.

Tale tipo di inconscio è popolato dagli archetipi, che sono a tutti gli effetti dei ‘fossili psichici’, ovvero esperienze umane universali che, con il passare di innumerevoli generazioni, si sono cristallizzate e sedimentate nella struttura mentale della nostra specie. Scrive Jung: «così come l’essere umano ha un corpo, che in linea di principio non si differenzia da quello degli animali, anche la sua psicologia possiede per così dire dei piani inferiori, nei quali dimorano ancora gli spettri di epoche passate dell’umanità, come le anime animali del periodo del­l’an­tro­popi­teco, poi più in basso la ‘psiche’ dei sauri a sangue freddo e, infine, al livello più profondo, il mistero trascendente e il paradosso dei processi psicoidi del [sistema nervoso] simpatico e […] parasimpatico».

Jung sottolinea spesso che gli archetipi sono entità cariche di energia psichica, che, se viene sfruttata nel modo corretto, può portare gli uomini a conseguire grandi risultati, ma, se non viene adeguatamente espressa e incanalata, può portare la psiche umana a ‘ristagnare’ e a marcire, o anche ad andare in ‘corto­cir­cui­to’ e a incendiarsi, ossia a cadere preda della follia. Si può in questo senso paragonare l’inconscio a una pentola a pressione, che, se usata con saggezza, può cuocere a dovere quanto viene messo al suo interno e produrre così del buon cibo, ma, se viene ‘scoperchiata’ al momento o nel modo sbagliato, può esplodere e distruggere in un istante non solo la mente dei singoli, ma anche quella di interi popoli, se a ‘saltare in aria’ è non l’inconscio personale ma l’in­conscio collettivo.

«L’inconscio collettivo», sostiene Jung, «è più pericoloso della dinamite, tuttavia c’è il modo di maneggiarlo senza correre troppi rischi». Le attività artistiche, religiose e culturali permettono infatti al­l’e­­ner­gia contenuta negli archetipi di defluire verso la coscienza nel modo corretto, evitando che essa si accumuli in quantità eccessive per poi deflagrare all’improvviso in forma vulcanica e violenta. Proprio per questo, secondo Jung, dovremmo coltivare di più le doti creative che usualmente reprimiamo e teniamo nascoste: ciò, infatti, permette al nostro organismo di ripulirsi dalla «spazzatura psichica» che conserva al suo interno e di «fare spazio al libero gioco della fantasia».

Lo scopo non è necessariamente quello di esibirsi in chissà quali grandi opere o azioni, ma di trovare una nuova consapevolezza di sé, che si può rivelare anche nell’impegno che mettiamo nelle cose semplici e nei piccoli gesti quotidiani che rendono bella la vita, come preparare il caffè la mattina o piantare un cavolo nell’orto: «volgiamo lo sguardo della coscienza dentro la psiche per scoprire che cosa vi si cela. Cerchiamo di capire che cosa possiamo fare, ciascuno nel suo piccolo. Se pianto un cavolo nel modo giusto, ecco che nel mio pezzettino di orto ho reso un servizio al mondo. Che cosa potrei fare di meglio?».

«L’uomo in pace con se stesso», conclude Jung, «dà il suo infinitesimale contributo al bene del­l’uni­ver­so. Ognuno presti […] attenzione ai suoi conflitti interiori e personali e avrà ridotto, [anche se solo] di un milionesimo di milione, la conflittualità del mondo». Come a dire che se vogliamo veramente avere cura dell’universo e del pianeta che abitiamo, dobbiamo innanzitutto partire da noi stessi. In fin dei conti, anche sbrigare qualche faccenda nel nostro giardino o fare una carezza a chi ci vuol bene è un modo per esplorare e conoscere un po’ meglio il firmamento infinito che ci avvolge e ci ospita.

Gianluca Venturini

Sono nato a Treviso nel “lontano” 1989. Al Liceo Berto di Mogliano Veneto ho scoperto la filosofia. Fu in qualche modo amore a prima vista, ma non potevo immaginare che da lì a qualche anno sarebbe diventata una delle grandi “luci” della mia vita. Stregato dalla profondità inaudita dei pensieri che scaturivano da tale disciplina e conquistato dalla grande libertà intellettuale che essa rendeva possibile, decisi di seguirne le tracce iscrivendomi all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove mi sono laureato prima in Filosofia nel 2011 e poi in Storia nel 2013. Attualmente sto completando gli studi che mi porteranno a conseguire la laurea magistrale in “Filosofia della società, dell’arte e della comunicazione”.

BIBLIOGRAFIA:
C.G. Jung, Opere, vol. 8: La dinamica dell’inconscio, a cura di L. Aurigemma, Bollati Boringhieri, Torino 2008.
C.G. Jung, Opere, vol. 14: Mysterium coniunctionis, a cura di L. Aurigemma, Bollati Boringhieri, Torino 2008.
C.G. Jung, Jung parla. Interviste e incontri, a cura  di W. McGuire e R.F.C. Hull, trad. di A. Bottini, Adelphi, Milano 2009.

C’era una volta… per davvero

«Ciò che le fiabe narrano – o, al termine della loro metamorfosi nascondono – una volta accadeva: giunti a una certa età i ragazzi venivano separati dalla famiglia e portati nel bosco (come Pollicino, come Nino e Rita, come Biancaneve), dove gli stregoni della tribù, abbigliati in modo da far spavento, col viso coperto da maschere orribili (che a noi fanno subito pensare ai maghi e alle streghe) li sottoponevano a prove difficili, spesso mortali (tutti gli eroi delle fiabe ne incontrano sul loro cammino). I ragazzi ascoltavano il racconto dei miti della loro tribù e ricevevano in consegna le armi (i doni magici che nelle fiabe donatori soprannaturali distribuiscono agli eroi in pericolo) e infine facevano ritorno alle loro case, spesso con un altro nome (anche l’eroe torna talvolta in incognito). Erano maturi per sposarsi (come nelle fiabe, che nove volte su dieci si concludono con una festa di nozze)»1.

Le parole di Gianni Rodari ci raccontano di riti divenuti fiabe. Sull’origine della fiaba, sulla sua ritualità tratterà questo promemoria filosofico.

Rodari riprende la teoria dell’etnologo sovietico Vladimir Prop secondo cui la fiaba ha cominciato a vivere come tale quando l’antico rito è caduto, lasciando di sé solo il racconto. Ciò che era presente come rito tradizionale, è diventata storia passata che gli uomini hanno trasformato in mito, fino ad abbandonarlo e lasciarlo esistere come un ricordo. Non si tratta solo di un “raccontino per bambini”, ma si tratta della nostra storia. Molti anni addietro, nelle prime comunità umane, la fiaba era un costume consolidato, un rito di passaggio che permetteva ai giovani di diventare adulti. Il caso vuole che le fiabe siano comunemente considerate adatte ai più piccoli e questo non sia del tutto sbagliato, anche se in un senso limitato. La fiaba dovrebbe essere oggetto di analisi storico-antropologica poiché ci dà gli strumenti per comprendere la storia umana in modo profondo.

Nelle tribù arcaiche la fase dalla giovinezza all’età adulta era una consuetudine sacra, che era dettata dagli déi primordiali legati alla terra. Oggi possiamo riflettere come le fiabe quindi siano nate per caduta del mondo sacro al mondo laico: come per caduta sono finiti al mondo infantile, quegli oggetti che avevano valenza culturale. Prendiamo come esempio il peluches più caro ai bimbi: l’orsacchiotto. L’orsacchiotto che stringe il bambino che vedi per strada, una volta era uno degli animali totem divinizzati dalle popolazioni antiche, come animale protettore della comunità. È assolutamente affascinante approfondire e scoprire in quello che confiniamo solo adatto ai bambini, il nucleo primitivo magico proprio e comune per l’umanità. A riguardo si ricollega il concetto di inconscio collettivo di Jung, che connette in senso meta-temporale il ragazzino primitivo che conquista la sua identità matura attraverso il rito sociale, al bambino di oggi, che mediante il racconto fiabesco entra a conoscenza delle dinamiche del mondo di cui farà parte un giorno.

Ora il mio augurio è questo: ripeschiamo tra i ricordi quella fiaba che ci faceva brillare tanto gli occhi e che abbiamo fatto nostra, e cerchiamo rileggerla con il vissuto di oggi, di vedere quanti punti di questa abbiamo realizzato o che ancora ci prefissiamo di raggiungere. Incosciamente da bambini l’abbiamo scelta anche per questo.

Al prossimo promemoria filosofico

Azzurra Gianotto

NOTE:
1. Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi Ragazzi, Trieste 2013, pg. 86

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Tutto e niente

Nei giorni che ho passato tra le strade fotocopiate di Barcelona il mondo è impazzito, e mentre la guerra e il sangue rumoreggiano alle porte di casa, un morbo sottile si diffonde, l’epidemia si propaga dai telefoni e dalla musica campionata, dal cadavere tumefatto di una filosofia sempre derisa e messa alla berlina, una malattia che infetta un’umanità disinteressata, nervosa, inquieta e tesa come un elastico sul punto di spezzarsi. È il desiderio di prolungarsi e procrastinare, lo sbuffo annoiato che posticipa e rimanda a quel momento imprecisato in cui pensi che vorrai afferrare le redini della tua esistenza, in cui vorrai sacrificare te stesso per seguire il cammino dei figli, per lasciare il tuo contributo alla storia fortuita della vita, ma l’umanità è intossicata, avvelenata dal tumore del non volerci pensare più, del farsi distrarre ancora un po’, altri 5 minuti solo per vedere come finisce il sogno.

Eppure, in quella città spiaggiata, cocorite verdi continuano a volteggiare e cinguettare di palma in palma e da Montjuic l’azzurro del mare si stende ben oltre la proverbiale siepe di Leopardi: è sempre quello, sempre il tutto e il niente, il riempito e il vuoto che cozzano in eterno senza possibilità di soluzione, di compromesso, di sintesi edificante, l’essere che in questo cosmo amorale è sensato solo per volontà di chi lo vive nel mondo, il capire che è proprio là dove nulla dovrebbe esistere che ogni cosa può e deve accadere, questa è la grande risposta, la continua costrizione al voto e alla scelta, allo schierarsi e al suggellare la separazione, l’esser spronati a valutare se andare all’acquario di Barcelona sperando di vivere qualcosa di nuovo o restare al coffee shop sapendo che qualcosa di nuovo ormai non se ne vede da troppo tempo per essere anche solo ricordato. E nonostante tutto ciò, la risposta di questa filosofia non condanna nulla, perché ognuna delle due scelte concerne un bene e un male che sotto forma di conseguenze cooperano per dar vita e respiro al contesto vissuto. Ma esse cooperano, non possono chiedere al terzo poiché esso è quello che sceglie, non è quello che accontenta le parti con la diplomazia, ma colui che predilige una rispetto all’altra, che decide e condanna secondo i suoi propri criteri, come se fosse un giudice capriccioso e preferenziale.

Mi è facile credere che la mia permanenza sia stata tutta un’assurdità sfasata, un’allucinazione sconnessa che si è trascinata per inerzia attraverso una decina di giorni privi di una qualsiasi continuità temporale, un delirio pigro e lavativo che non si è lasciato nulla alle spalle, che non ha seminato alcunché per il futuro e che non prova rimorsi per il niente che ha perseguito. È la filosofia del tutto e del niente, del volere qualunque cosa e non andarsi a prendere nulla, dell’agire giusto mai sbilanciato, dell’ignavia e dell’impossibilità di ancorarsi a una posizione, del lasciarsi travolgere dalla marea della vita e del ridere spassionatamente galleggiando sulle sue acque, del disprezzo verso la responsabilità coatta e angosciante, verso l’etica del dovere e dell’obbligo mai voluto, è la filosofia che non vorrebbe dire alcuna parola perché ognuna è già stata detta, è la filosofia del comprendere universale e della globalità, la filosofia del cosmopolita, dell’internauta, del viaggiatore che pur di ascoltare voci nuove si getta nei più freddi meandri della nostra terra, è la filosofia del pensare al mondo come un immenso paese, è la filosofia dell’alzarsi ogni giorno dimenticandosi di quello precedente, dell’accettare che non si può sempre arrivare dove davvero si vuole, quello lo vogliono solo i bambini, è la filosofia che in sala ti si avvicina e tutta sconsolata ti sussurra che il film ha una visione troppo eccitante della vita, quel che viene omesso è in realtà ciò che occupa prepotentemente la nostra quotidianità, pensi davvero che un volo d’aereo duri qualche secondo di pellicola?, ma per piacere!, qui si parla di una filosofia che vede in Barcelona solo una Jesolo gigantesca comunque divertente da frequentare.

È una filosofia che non ti lascia andare a letto quando sei stanco, vuole che te ne freghi dei convenevoli, vuole che tu, che io, che noi, che voi corriate sotto la pioggia anche solo per noia e che poi vi asciughiate a casa lasciandovi deprimere dallo scroscio delle gocce, è la filosofia che trova una giustificazione al male e non se ne vergogna, è la filosofia che taglia le gambe e fa lo scalpo, che non ti guarda neanche se non le vai a genio, che ti molla un pugno ad ogni aspettativa espressa e poi ride bonaria quando vede il dente rotto perché tanto un giorno starai peggio, è la filosofia che scuote il capo rassegnata e ti dice di lasciar perdere, ma che poi ti esorta di nuovo a volere ogni cosa, a voler vedere, sapere, esperire tutto ciò che questa gabbia di fango sa offrire. E se la tua, la mia, la nostra, la vostra scelta ricadrà sul proprio volere, bene, perfetto, sarà giusto così, non vi sono obblighi verso sé stessi, l’uomo non vuole ciò che deve, ma deve ciò che vuole. Lascia che sia questa filosofia senza ossatura a guidarti!, ti mostrerà il mondo intero senza mai farti muovere dal punto in cui ti trovi meglio.

Leonardo Albano

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La “Consolazione alla madre Elvia” di Lucio Anneo Seneca

Hai appena fatto rientro a casa, il corpo stanco implora riposo ma hai solo il tempo di una doccia – che sia veloce! –, poi rivestirti e uscire di nuovo. Vorresti scegliere tra uno dei due lavori che fai ma, ahinoi, è un lusso che ancora non puoi permetterti. Ancora: non sai bene perché ti resta questa briciola di speranza, deposta sul fondo del cuore; o di quel residuo di cuore che riesci a percepire, pressato da un dolore a cui non riesci a dar senso. Sai solamente che la solitudine che ti è stata affidata dalla sorte, che ha reciso ad uno ad uno i tuoi più cari legami, non te la meritavi. Una caldaia più efficiente, che non ti costringa a docce ghiacciate una volta ogni due giorni: questa la meriteresti. Ma basta chiacchiere: devi andare a lavorare.

***

Un improvviso bruciore al volto ti sveglia nel cuore della notte, come se t’avessero appena toccato lo zigomo con una carezza arroventata. Ti svegli, sei perplessa ma quando ti trovi di fronte allo specchio, capisci: ti sei rigirata nel sonno ed hai poggiato il viso sul braccio. Sei una stupida, ti dici: o forse non sei tu a dirlo, ma una voce che, ormai, s’è insinuata nella tua mente. Insinuata? Presupporrebbe un lavoro certosino e delicato; niente di tutto ciò: s’è fatta spazio a suon di pugni e schiaffi e insulti. Non sai bene quale sia stato il colpo che ha fatto breccia nella tua intimità: forse l’ultimo, forse il primo. Ma che importa? In fondo, a chi importa?

***

È inutile piangere: è ormai il tuo mantra e ne sei convinto davvero. Ma hai tra le mani il suo ultimo disegno, guardi come un sacramento quelle linee colorate, la sua grafia ancora incerta: Io-mamma-papà. Niente spazi, solo due trattini che sembrano abbracci: e di spazio, tra te e loro, ora ne avverti fin troppo. In alcuni punti il colore è appena sbavato, forse ci hai pianto sopra. Chiudi gli occhi: hai quasi paura di rovinarlo, quel disegno, guardandolo così tanto. Ma è l’ultima cosa che ti resta, in una casa senza vita. Oppure piena di una vita che non vuoi più, perché ogni ragione per volerla – così ti pare – sono morte tra lamiere roventi, poi deposte sotto una terra pesante e scura. Ed è come se quella terra ti cadesse addosso lentamente, una manciata al giorno: e stai morendo un po’ alla volta.

***

La vita umana è attraversata da esperienze diverse e variamente significative: tra le più forti, v’è certamente il dolore. Non il dolore melenso dei film di terza serie, dei romanzetti scritti da chissà chi; nessuna esagerazione vagamente pittoresca: si tratta del dolore misero, minimo, sordo che tutti gli esseri umani sperimentano, ciascuno in maniera differente. O forse tutti in maniera identica: a ben vedere, la prima cosa che il dolore sembra intaccare è il senso di comunanza con le altre persone. Chi patisce corre il rischio di percepire una solitudine radicale, inspiegabilmente efficace; di sentirsi isolato da tutti, incomprensibile a chiunque, di percepire una scollatura da una realtà di cui non ci si sente più parte.

Eppure, c’è almeno una ragione per cui nessuno può mai dirsi solo, una ragione per cui il legame che tiene insieme l’umanità non può essere reciso, mai: non importa con quanta forza veniamo abitati dal dolore, la frequenza con cui esso bussa alla nostra porta, l’incisività con cui scrive sulla nostra persona. È una ragione di cui, chiunque abbia sofferto, in fondo è in cerca e, forse, ha nell’esperienza del patimento una condizione necessaria per essere scoperta. In virtù di ciò, è possibile continuare a vivere, anche dinanzi ai dolori più pervasivi.

***

Quale sia questa ragione, può insegnarlo una voce dei tempi passati, voce di uomo prima che di filosofo; la voce di uno che fu condannato all’esilio, lontano da tutti i suoi affetti, perché coinvolto in affari di palazzo, affari di potenti. È la voce di Lucio Anneo Seneca (Cordoba, 4 a.C. ca- Roma, 65 d.C.), costretto all’esilio nel 41 da Claudio che, in quell’anno, aveva succeduto Caligola – quest’ultimo liquidato da una congiura – al soglio dell’Impero romano. Nel 65, poi, fu invitato da Nerone, nei suoi primi anni da imperatore, a porre fine ai suoi giorni: era scomodo, fastidioso, lui e quel suo interesse per l’umanità. Lungo tutto l’arco della sua vita, Seneca dedicò all’essere umano e ai suoi patimenti larga parte della sua opera di filosofo e scrittore, cercando di scandagliare la profondità dell’animo umano e, possibilmente, di trovare un rimedio autentico, definitivo, a quel dolore e a quei patimenti che non solo scorgeva nel cuore altrui, ma anche viveva, in prima persona. Negli anni del suo esilio in Corsica, scrisse – tra le altre – un’opera particolarmente significativa a tal proposito: la Consolatio ad Helviam Matrem (Consolazione alla madre Elvia), in cui si cimenta nella consolazione della madre, affranta per l’ingiusto destino che s’è abbattuto sul figlio.

Quest’opera non è una orazione ex cathedra sull’inutilità del dolore, non si compone delle parole che bisogna dire dinnanzi ad una persona sofferente: niente parole di circostanza, nessun patetismo. Sono parole pronunciate da un essere umano tra altri esseri umani, radicalmente legato all’umanità e, con essa, non solo alla sua parte migliore: ovvero a quel quid nascosto nel profondo di ciascuno, quel sommo bene che non può essere né dato né tolto; ma anche ai difetti e alle debolezze che ogni essere umano manifesta, almeno una volta nella propria vita: egoismo, brama di potere. Seneca è un essere umano di carne ed ossa – potrebbero esisterne di diversi? – e la sua filosofia è inscritta nelle condizioni di tutta l’umanità, si rivolge ai problemi quotidiani che ciascuno deve, talvolta tragicamente, affrontare: ristrettezze, violenza, morte dei propri cari.

Ecco, dunque, perché dovremmo ritagliarci un po’ di tempo per accostarci alle parole di Seneca, a quelle con cui compone la consolazione a sua madre Elvia; ecco perché dovremmo farci il regalo di ricordarci che, in fondo, patiamo tutti gli stessi dolori e abbiamo tutti qualcosa per cui vale la pena consolarci, continuare a vivere.

Emanuele Lepore

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Attimi di fotografia di strada: intervista a Umberto Verdoliva

Spesso si dice che uno sguardo vale più di mille parole. Nonostante io gareggi nel team delle parole, finisco col convincermi della verità di questa massima mentre osservo in anteprima le fotografie in allestimento alla mostra che presto inaugurerà presso Ca’ dei Carraresi a Treviso, 100 attimi. Fotografia di strada. Certo, bisogna che questo sguardo sia sapiente, riflessivo, incessantemente indagatore – come quello di un bravo fotografo. Incontro allora Umberto Verdoliva, fotografo e curatore della mostra (visitabile dal 2 al 13 settembre 2016 nel capoluogo veneto), e cerco di scoprire da lui che cosa si celi dietro quello sguardo così prodigioso, ma anche qualche prospettiva su quello che gli sta davanti: l’umana realtà quotidiana.

100 attimi poster - La chiave di Sophia

1) La fotografia è nata nella prima metà dell’Ottocento quando si ricercava una più rapida e più fedele riproduzione della realtà, apparentemente possibile soltanto attraverso la scienza e la tecnica; solo in un secondo momento è diventata un’arte. Con la tecnologia di cui ciascuno dispone oggi, chiunque può scattare una foto, mentre naturalmente cala il numero di persone che può progettare e realizzare un’architettura oppure una composizione musicale. Che cosa dunque contraddistingue la fotografia “da album delle vacanze” da un oggetto d’arte?

La fotografia oggi è alla portata di tutti e ciò comporta una continua produzione d’immagini al punto tale che potremmo parlare di un vero e proprio spreco di fotografie. Il processo in atto è talmente ampio e complesso che è difficile per me immaginarne il futuro. La massificazione della fotografia ha trasformato quest’ultima in continui appunti visivi da utilizzare nei social, dei veri e propri “post it” che vengono in breve tempo accantonati e dimenticati negli hard disk e nelle diverse memorie di smartphone e pc; invece, se la fotografia è supportata da un’idea, da una visione personale, da un progetto, continua ad essere quella che era un tempo cioè uno strumento di documentazione, racconto, mezzo di espressione, testimonianza, memoria storica, occasione di aggregazione e socializzazione. In questo senso la fotocamera è uno strumento che potrebbe dar vita a dei veri e propri “oggetti d’arte”; di conseguenza ha molta importanza il pensiero di chi si approccia alla fotografia e il senso che vuole attribuire ad essa.

2) L’immagine del fotografo è spesso quella di una persona sola e attenta dietro al suo obiettivo mentre è a caccia… di cosa è a caccia? Perché si diventa fotografi e perché lei è diventato fotografo?

Ogni fotografo ha un suo percorso personale. Ho scoperto la fotografia per caso, in età matura e con una professione diversa già avviata e consolidata. E’ iniziato un percorso che mi ha portato a scoprire non solo la bellezza del quotidiano e a collezionare momenti che assumono un significato particolare, ma a partecipare alle vicende umane restandone inevitabilmente contaminato. E’ questa la bellezza della fotografia di strada: l’incontro con l’umanità; un incontro che non si riduce a un catturare un istante ma è un entrare in contatto con la dimensione esistenziale più profonda, quella nascosta nei piccoli gesti e/o nelle espressioni di un volto o di una situazione particolare.
Non mi sento un fotografo ma un uomo che utilizza la fotografia per mostrare agli altri oltre alla quotidianità anche se stesso; è un modo per comunicare la mia visione delle cose, del mondo e la mia sensibilità.

3) A parte in alcuni casi (quasi ovvi) o per specifiche “serie”,  le sue foto sono in bianco e nero: che cosa offre in più la mancanza dei colori?

La maggior parte delle mie foto sono in BN, ma non perché ci sia una chiusura verso il colore, anzi, ho serie nate e pensate a colori ed amo moltissimi fotografi che lo sanno utilizzare al meglio.
L’uso del BN deriva essenzialmente dal fatto che sono portato più a “celebrare” la vita e ad enfatizzare il lato emotivo della memoria e il BN mi sembra più adatto rispetto a quello della cruda realtà che attribuisco maggiormente al colore. Il BN, come del resto anche il colore, fanno parte entrambi della mia visione della realtà e li scelgo ogni qualvolta li reputo più adatti a rappresentarla; fotografare in BN o a colori non ha molta importanza, dipende cosa meglio si adatta a ciò che voglio mostrare.

Intervista Verdoliva colori - La chiave di Sophia

 

4) Il suo lavoro come fotografo si ascrive a quel genere denominato “street photography”, mentre quotidianamente veste i panni dell’architetto-urbanista. Quanto i suoi studi e il suo lavoro hanno influito sul suo sguardo da fotografo? E come può descrivere, a me neofita, la street photography?

Molti attribuiscono la pulizia compositiva e le geometrie spesso presenti nelle mie fotografie al fatto che abbia studiato materie come disegno tecnico o progettazione architettonica. Probabilmente ha influito, ma avere cura della composizione fotografica è stato assolutamente naturale. Compongo l’inquadratura velocemente e quasi sempre in maniera pulita e lineare.
Descrivere adeguatamente la street photography è molto difficile, ogni definizione ha i suoi limiti. I confini sono talmente labili da confondere spesso anche chi la pratica da anni. Una definizione di Luciano Marino descrive bene che cosa rappresenta  per me: «La street photography è la fotografia che fa dell’inquietudine il motore per la ricerca dell’umano e delle sue rappresentazioni. E’ quindi un intenso atto di scoperta, di avvicinamento, di contaminazione. Diventa il mezzo per partecipare alla vicenda umana, cogliendone la raffigurazione quotidiana, la sua messa in scena».
La parola “street photography” è solo un termine che identifica una certa attività, come esiste il fotografo di moda o il fotografo di matrimoni o il fotografo paesaggista e così via, essa identifica l’attività di un fotografo che sceglie di raccontare il quotidiano e le infinite interazioni tra genti in spazi di condivisione comune seguendo determinati approcci essenzialmente personali, pertanto molto variabili. Le diatribe infinite e le tante polemiche orientate a una ricerca di regole o definizioni le trovo inutili e destabilizzano la considerazione di chi ha scelto questa attività con consapevolezza.

5) Quando penso alla strada ed alla sua vitalità mi appare sempre alla mente una delle prime scene de Il favoloso mondo di Amelie, quando la protagonista aiuta il vecchio signore cieco ad attraversare la strada e gli racconta ciò che vede, gli descrive gli odori che sente, raffigura ciò che succede. La strada è un microcosmo di attività e di sensazioni di cui facciamo esperienza più o meno tutti i giorni, ma ad una tale velocità e con tanti pensieri nella testa che ci impediscono di vedere veramente qualcosa. Si può dire che la street photography aiuta noi, nuovi ciechi distratti, a notare tutto quello che ci perdiamo?

Nella domanda credo ci sia implicitamente anche la risposta. Infatti, è la dimostrazione di quante possibili descrizioni/definizioni può avere la street photography. Attraverso l’occhio di chi fotografa si possono vedere cose che non vedi o a cui non fai caso; camminando per le strade puoi sentire, spesso distrattamente, senza esserne consapevole, gli odori e le atmosfere di una città, ma la fotografia, se praticata consapevolmente, ti porta all’incontro con l’altro. Un incontro a volte sfuggevole, altre volte vissuto e condiviso, ma che quasi sempre lascia un segno: sia nell’osservatore, che può restare colpito, affascinato, sconcertato e sorpreso da come mostri il quotidiano e dalla tua idea, sia in chi fotografa. Più l’osservatore ne resta coinvolto e più hai raggiunto il tuo scopo e tutto questo diventa linfa continua per il tuo cercare.

6) Parliamo ancora un po’ di questo specialissimo set. Lei vive a Treviso, che oltretutto è molto vicina ad una città completamente sui generis come Venezia, ma ha avuto modo di visitare e vivere anche altre città italiane, nonché all’estero. Come cambia la vita della strada e la visione che si può avere di essa di Paese in Paese? Che cosa si cerca nelle strade di New York che è diverso (o magari che è uguale) rispetto a ciò che si ricerca a Treviso o a Praga? C’è poi un’altra città, che esiste e che non esiste, che lei definisce “Mental City”: cos’è e che cosa ha di così peculiare?

Mental city è un progetto fotografico che rappresenta una mia visione di Treviso. Ci vivevo da poco e la prima impressione è stata quella di una città elegante, discreta, che ti permette di isolarti e di perderti tra i portici e per le sue strade silenziose. Era una città che non conoscevo ancora e quella è una sintesi mentale dell’idea che avevo di essa e la realtà conosciuta nel tempo; ne sono rimasto molto colpito ed è stato naturale per me rappresentarla fotograficamente così.

Intervista Verdoliva Città mentale - La chiave di Sophia

Da “Mental city”

Un buon fotografo di strada è un attento osservatore e le sue ricerche e riflessioni spesso dipendono anche dal luogo in cui vive, pertanto quello che cerchi e trovi può variare da città a città e condiziona inevitabilmente la fotografia. Una foto scattata a New York è molto diversa da una foto scattata a Firenze, e non solo per il differente impianto urbanistico, ma soprattutto perché entrambe esprimono una propria essenza totalmente diversa e caratterizzante. Una delle sfide di chi fotografa è riuscire a cogliere questa essenza e saper raccontare attraverso le immagini uno dei tanti volti di una città.
Così descrivere una città come Napoli, partendo dalla stessa idea che mi ha spinto a fotografare, ad esempio Treviso, porta ad un risultato diverso, perché l’anima della città è diversa; ma allo stesso tempo fotografare la stessa città da un’altra prospettiva e con un’idea differente, la stessa risulta originale e nuova. L’idea dell’autore e quello che vuole mostrare è sempre determinante. La fotografia di strada è versatile e se devo parlare di una regola importante, dico che, in spazi pubblici e d’interazione tra le persone, la spontaneità del momento e la non costruzione della scena sono degli elementi fondamentali per cogliere aspetti peculiari di un vivere quotidiano; anche lì però possono esserci delle deroghe, per me è importante il cammino che nel tempo fa l’autore con la sua fotografia al di là di regole e consuetudini.

7) Ogni giorno e ad ogni ora, decine, centinaia, migliaia di persone brulicano nelle strade, di tutti i tipi i colori e gli scopi; le sue fotografie ne hanno colto aspetti intensi, casuali, divertenti – basti pensare alla sua serie Sex and the City o Prisoner of the Privacy. Pensa di aver imparato qualcosa di più sul genere umano guardandolo attraverso il suo obiettivo?

Sicuramente sì. La cosa più importante è stata quella di vedere me stesso nelle persone che incontro: ho imparato a capire e prevedere le reazioni, a essere discreto e allo stesso tempo furtivo per cogliere espressioni oggettivamente difficili da prendere in posa; cerco di mostrare le persone come se fotografassi la mia famiglia, con amore e rispetto, pertanto non ho timore di loro. Inoltre, con la fotografia mi diverto tantissimo e il mio senso ironico emerge spesso. Chi guarda le mie immagini percepisce immediatamente la grande passione che mi anima e quanto mi diverto per strada: la passione è contagiosa e la trasferisco con piacere.

Intervista Verdoliva sexandthecity - La chiave di Sophia

Da “Sex and the city”

Intervista Verdoliva Privacy - La chiave di Sophia

Da “Prisoner of the privacy”

8) Non posso fare a meno di cogliere alcuni aspetti di irrealtà nelle sue foto: in alcune di esse infatti, attraverso sovraesposizioni, riflessi fortuiti e fortunate casualità, riesce in qualche modo a cristallizzare una realtà parallela, spesso ironica oppure onirica. Quale significato ha dunque per lei il concetto di “realtà”?

Quando per anni sei in strada a fotografare l’umanità, l’ambiente e le relazioni, sviluppi delle visioni sempre più complesse, vai oltre il semplice sguardo su ciò che c’è intorno a te. Approfondisci, entri nella realtà a tal punto che puoi riuscire anche a stravolgerla. La fotografia dà questa possibilità e personalmente questo mi attira particolarmente; la complessità degli sguardi, la reinterpretazione della realtà attraverso punti di vista o prospettive inusuali, far soffermare l’osservatore rendendolo instabile nelle sue certezze, mostrare cose non intuibili a prima vista ma che sono davanti ai nostri occhi è il mio principale obiettivo. La realtà la puoi immortalare e la puoi ricreare, non è per me una dimensione stabile e univoca.

9) Il 2 settembre presso Ca’ dei Carraresi a Treviso verrà inaugurata la mostra 100 attimi. Fotografia di strada, di cui lei è il curatore e che resterà allestita fino al 13 settembre. Essa raccoglie cento fotografie, da qui al titolo il passo pare breve. Che cosa rende questi attimi così speciali? Perché questa mostra?

Se sono attimi effettivamente speciali lo lascerei dire ai visitatori, la mia speranza è attirare interesse, incuriosire e avvicinare il pubblico al tipo di fotografia, dare una risposta esclusivamente con le immagini a chi cerca di capire cosa è la street photography. Sono cento istantanee che rappresentano, per me, il buon livello raggiunto oggi dalla fotografia di strada italiana. È un confronto e una presa di coscienza anche rispetto alla street photography internazionale che fino ad oggi ha dettato i tempi, le mode e le tendenze. Ho scelto le fotografie attingendo dai lavori di autori che fanno parte di collettivi fotografici tra i più stimolanti in Italia, focalizzando l’attenzione verso questa forma di aggregazione inusuale per il genere, anche se non nuovo nella storia della fotografia: dal gruppo Mignon, collettivo storico padovano, a Spontanea, InQuadra e EyeGoBananas, collettivi giovani e con autori interessanti che si mettono in gioco continuamente per migliorarsi, formatisi in questi ultimi anni sull’interesse di massa verso il genere. Insieme a loro esporranno sei autori veneti di cui apprezzo il talento e la passione per questo tipo di fotografia.
Una mostra che ha il compito di presentare, a chi non conosce ancora la street photography, quanti possibili approcci e visioni possono esserci nel praticarla, quanto sia difficile e non banale cogliere attimi significativi, di quanto lavoro in termini di tempo e di confronto ci sia alle spalle ma soprattutto del legame sempre presente con la Fotografia e i grandi maestri di un tempo. Il mio intento è che essa riveli non solo qualità – molte delle foto presentate sono state selezionate e riconosciute valide in numerose manifestazioni internazionali importanti – ma, lontano da termini e definizioni, i tanti possibili volti della fotografia di strada. Un piccolo tributo a quanti la praticano con passione e una occasione per stabilire un punto d’incontro fisico e non virtuale tra noi.
Vorrei inoltre lasciare un consiglio a chi vuole avvicinarsi alla street photography o la pratica da poco, di farlo con grande umiltà evitando quei processi autoreferenziali che mistificano qualsiasi riconoscimento che credo debba arrivare da più parti nel tempo e in maniera assolutamente naturale. Viceversa, non si aiuta la fotografia di strada ad essere presa seriamente in considerazione.

10) Per noi la filosofia descrive il mondo in cui viviamo ogni giorno. Che cos’è invece per lei la filosofia?

Se la filosofia descrive il mondo in cui viviamo ogni giorno, allora ci sono tanti punti in comune con la fotografia, che attraverso gli occhi di qualcuno continuamente indaga sul senso dell’essere e dell’esistenza umana. La realtà e la verità sono due parole chiave della filosofia, così come anche della fotografia, poiché entrambe le ricercano incessantemente.

 

Osservazione della realtà e ricerca della verità (o di una verità) sono dunque due punti di contatto tra fotografia e filosofia, entrambe sono degli strumenti che ci aiutano a trovare delle risposte – la prima tramite l’estetica e l’immagine, la seconda attraverso la sfera razionale e la parola. Entrambe indagano l’uomo e ne fanno anche la storia. Sono personalmente molto affascinata da queste fotografie, forse proprio perché me ne vado per il mondo il più delle volte distratta dalla mia interiorità e dalle mie domande, senza accorgermi dei dettagli visivi in cui si trovano alcune risposte. Per esempio, che la vita va presa anche con una buona dose d’ironia, o semplicemente con più leggerezza. Penso ai versi immortali di Shakespeare, “Il mondo è un palcoscenico, / e tutti gli uomini e le donne sono soltanto attori”; in queste foto però non ci sono quasi mai attori. E’ un po’ come il Gengè Moscarda di Pirandello che vuole vedersi vivere, perché appena si vede riflesso non riconosce più se stesso, si scopre inevitabilmente a recitare. In un certo senso in queste fotografie vediamo noi stessi, come siamo quando pensiamo che nessuno ci stia guardando o giudicando – forse allora solo la fotografia, l’occhio di qualcun altro, è capace di mostrarci come siamo. Nonché di mostrare nero (o colori) su bianco le nostre invariabili incomprensibilità e le nostre innate contraddizioni, il nostro voler stare insieme pur richiudendoci a volte in noi stessi, dentro e fuori, definiti o evanescenti. Delle realtà multiformi che si cristallizzano nel momento dello scatto, e che così diventano memoria di noi per i posteri, ma anche per noi stessi. «La cosa più importante è stata quella di vedere me stesso nelle persone che incontro», ha detto Umberto; ciò che trovo incredibilmente sorprendente è proprio che anche io, io del tutto ignorante in materia di fotografia, osservando queste immagini, all’improvviso mi scopro a capire qualcosa di più di me stessa.

Giorgia Favero

Per approfondire il lavoro di Umberto Verdoliva: sito ufficiale, flickr, Facebook.

Qui tutte le informazioni relative alla mostra.

Tutte le immagini sono di proprietà di Umberto Verdoliva.

Sono forse io il custode di mio fratello? – Intervista ad una assistente sociale

Secondo i dati della UN Refugee Agency (UNHCR), dal 1 gennaio 2016 ad oggi, sono sbarcate 230.226 persone tra Grecia ed Italia. 2.890 sono coloro che hanno perso la vita nell’attraversamento del Mar Mediterraneo1.
Uomini e donne che hanno deciso di rischiare la loro vita e quel che è peggio, quella dei loro figli, in cerca di un po’ di pace, di dignità. Famiglie che si accollano debiti inimmaginabili per permettere ai propri cari di tentare di raggiungere un luogo della terra non dilaniato da guerre o sopraffatto da terrore e violenze continue e di ogni sorta.
Chi sono questi migranti? Cosa vivono e sopportano nel cercare di raggiungere i paesi del Mediterraneo?
Nel tentativo di fare un po’ di chiarezza e di verità abbiamo incontrato Cristina, 26 anni, lavora come assistente sociale in un centro di accoglienza nella provincia di Treviso. Lei, ogni giorno, opera a diretto contatto con decine, anzi centinaia, di persone che, per i motivi più disparati, hanno deciso che rischiare la morte per sé e per i propri cari, probabilmente, non può essere peggiore di quello che subiscono nei loro paesi o delle condizioni in cui sono costretti a vivere nelle loro città, case, famiglie.

Nel Centro di accoglienza dove lavori di che sesso e nazionalità sono i profughi?

La maggior parte dei richiedenti asilo sono uomini, tra i 20 e i 30 anni. Ci sono anche donne, ma in numero minore. Alcune donne spesso sono accompagnate dai mariti, altre, giovanissime, arrivano sole. Ancora meno, ma comunque presenti, sono i bambini che spesso nascono durante il viaggio o giungono nei centri di accoglienza da piccolissimi.
Nel centro dove lavoro la maggior parte delle persone proviene dall’Africa Sub Sahariana, principalmente Nigeria, Gambia, Ghana, Senegal, Costa d’Avorio, Mali… Ci sono anche persone originarie dell’Afghanistan, Pakistan e Bangladesh.

Come sono approdati in Italia, quanto dura e quanto costa in media un viaggio per raggiungere il nostro Paese?

Non c’è una regola precisa per la durata e il costo del viaggio. In base ai paesi di provenienza è possibile individuare due tipologie di “viaggio”. Per le persone provenienti dall’Africa subsahariana il primo pezzo del tragitto è differente in base alla città di partenza, però, ad un certo punto del viaggio tutti convergono in Libia e raggiungono l’Italia via mare.
Le persone provenienti da Pakistan, Afghanistan e Bangladesh viaggiano via terra; le tappe obbligate sono Turchia e Grecia, poi il tragitto può diversificarsi, raggiungono il nostro Paese passando per Ungheria e Austria.
Per quanto riguarda i tempi vi sono molte differenze in base al progetto migratorio di ogni persona, variano da 1 mese a 4-5 anni. Relativamente alla durata del viaggio influiscono, oltre che il progetto di ognuno, variabili quali il denaro, i trafficanti, la situazione libica…
Anche per il costo non c’è un “prezzo fisso”, ad esempio si può pagare il viaggio in partenza, oppure tappa per tappa trovando dei lavori occasionali lungo la strada. Dalle storie ascoltate in questi mesi in linea di massima il viaggio è molto costoso, basti pensare che una famiglia si indebita per mandare uno solo dei figli alla ricerca di una vita migliore.

Probabilmente sono tutte persone consapevoli dell’alta possibilità di perdere la vita durante il viaggio, perché decidono comunque di rischiare? Quali storie ci sono dietro ad una tale decisione?

Ogni persona ha una storia, una motivazione e un progetto migratorio diversi. Anche persone provenienti dallo stesso Paese o dalla stessa città scappano per motivi diversi. Il fattore determinante non sono solo le guerre, le violenze che vivono e sopportano, non sono solo il frutto di lotte armate; possono esserci motivazioni familiari, capita spesso che i ragazzi non siano accettati dalla famiglia di origine o dalla comunità per aver scelto una religione diversa, per l’orientamento sessuale o per altre scelte contrastanti con la realtà in cui vivono ed essere vittime di continue ed estenuanti vessazioni. Altri magari vengono da zone di continui scontri tra fazioni politiche o parti religiose, altri ancora cercano la libertà. Spesso la loro idea iniziale non è quella di raggiungere l’Italia però durante il percorso è facile finire nelle mani dei trafficanti e il loro viaggio continua secondo rotte non frutto di proprie scelte, ma obbligate.

Quanto è difficile ascoltare questi racconti di grande sofferenza? Ad un certo punto ci si può “abituare”?

Ci si può abituare a sentire nominare i diversi Paesi attraversati, nell’ordine di percorrenza; è bello scoprire che ad un certo punto della strada qualcuno di loro trova una “persona buona” che li aiuta a proseguire senza voler nulla in cambio… però i vissuti che li portano a fuggire, ciò che sono costretti a vivere/subire durante il viaggio è purtroppo nuovo ogni volta e quando a raccontartelo sono una ragazza o un ragazzo, magari della tua stessa età che cercano di salvare la loro vita e se possibile anche un po’ di dignità, come si può parlare di abitudine…

La stampa riporta spesso lamentele dei richiedenti asilo relativamente alle strutture in cui sono accolti, al cibo, mancanza di televisione, ecc. Sembra impossibile che dopo tutto quello che hanno passato siano scontenti di quello che ricevono.

Appena sento i ragazzi lamentarsi anche a me viene da pensare e a volte glielo faccio notare che con tutto quello che hanno passato i loro problemi dovrebbero essere altri e sarebbe il caso che si lamentassero per altro. Però, se ci penso, io e noi tutti ci lamentiamo quotidianamente per molto meno, per il traffico, per il cellulare scarico e per mille altri futili motivi.
Quindi, credo che queste lamentele che comunque a volte sono anche veritiere, possano essere lette in due modi. Penso che se una persona con il loro vissuto si sta lamentando di una cosa (sia anche superflua per me in questo momento) significa che anche per soli cinque secondi ha pensato ad altro rispetto a ciò che magari ha passato in Libia o in Afghanistan… e quanti di noi riuscirebbero a farlo dopo aver subito anche solo la metà di ciò che è toccato loro?
Poi, ritengo che sia doveroso restituire un po’ della dignità perduta con una buona e attenta accoglienza (sicuramente non fatta solo di buon cibo e televisore in camera).

Cos’è il tanto discusso pocket money erogato giornalmente ai richiedenti asilo e come funziona?

Il “costo” giornaliero per l’accoglienza di un richiedente asilo è di 35 euro, denaro necessario per far fronte alle spese per il vitto, l’alloggio, l’affitto dello stabile e lo stipendio delle persone che ci lavorano. Il pocket money, invece, è la parte di questi 35 euro (solitamente corrisponde a 2,50 euro) che viene erogata direttamente alla persona che vive nel centro di accoglienza.

Molto spesso i nostri connazionali che versano in stato di indigenza riferiscono e lamentano di essere trattati dallo Stato peggio dei profughi…

Probabilmente hanno ragione, ma lo Stato continua a fare per loro ciò che faceva anni fa, prima di questa emergenza. Credo che il sistema dei servizi andrebbe ripensato in base alle nuove esigenze della popolazione indipendentemente da ciò che lo Stato fa o meno per i richiedenti asilo.

Se facciamo una passeggiata nelle nostre città, spesso incontriamo migranti con cellulari ultimo modello ecc…

Non sempre sono persone che scappano da povertà o miseria, ci sono tanti giovani laureati, di buona famiglia e con un lavoro che però sono costretti a fuggire dai loro paesi d’origine per motivi politici, di razza, religiosi… e quindi il cellulare per loro non è un bene di lusso. Poi, ci sono anche persone che fuggono dai loro Paesi per motivi economici, di estrema povertà: loro non arrivano con un cellulare, però è tra le prime cose che acquistano in quanto è l’unica modalità per mettersi in contatto con la famiglia o gli amici. Anche solo per dire loro dove si trovano e che sono vivi.

 

L’ultima domanda non la rivolgo a Cristina ma la cito dal libro Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda: la storia vera del viaggio di Enaiatollah Akbari, un bambino afghano di dieci anni la cui madre, per proteggerlo dai talebani che perseguitano la famiglia e minacciano di ucciderlo, decide di farlo fuggire dal suo Paese.
Lo scrittore, intervistando il giovane, si rivolge a lui chiedendo: «Come si fa a cambiare vita così, Enaiat?
Una mattina, un saluto.
Lo si fa e basta, Fabio. Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare.
È così. La speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento. Mia madre, ad esempio, ha deciso che sapermi in pericolo lontano da lei, ma in viaggio verso un futuro differente, era meglio che sapermi in pericolo vicino a lei, ma nel fango della paura per sempre»2.

Silvia Pennisi

NOTE:
1. www.data.unhcr.org
2. Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari, Baldini e Castoldi, Milano 2013, pp. 72-73.

[Immagini tratte da Google Immagini]