La Venezia che vive (nonostante tutto)

Acqua alta, fanghiglia, odore di salso e umido, una conta dei danni che sembra non finire mai e che si ripete sempre più spesso, nel mezzo di ogni sacrosanto autunno. Il novembre 2019 non verrà dimenticato tanto facilmente perché può annoverare quattro delle ventiquattro maree eccezionali degli ultimi 96 anni, tra le quali la seconda di sempre: 187 cm.
Spiegare ad uno straniero o ad un semplice visitatore, cos’è l’acqua alta implica una serie di ulteriori spiegazioni collaterali che ti portano a spiegare direttamente cosa vuol dire Venezia.
Già, cosa vuol dire Venezia?

In poche parole: tanti ponti, auto confinate in luoghi ben delimitate come nelle riserve indiane, tante barche – a motore e non – calli, campi e non ‘piazze’ perché di Piazza c’è solo quella di San Marco, ancora ponti, campielli, corti, giardini nascosti bene, ho già detto ponti? Osterie, bacari e non ‘bar’, sotoporteghi che in italiano si direbbe sotto porticati ma si intuisce lo stesso. Per andare a San Marco si va ‘sempre dritti’, che poi è la stessa direzione per Rialto, l’Accademia, Strada Nova, l’ex Ghetto ebraico, la stazione dei treni ecc. Ed è proprio così… non è un modo di dire sbrigativo per togliersi il pensiero e il seccatore di turno che chiede informazioni al posto di leggere le indicazioni, se tutte le strade portano a Roma, andare sempre dritti a Venezia ti porta ovunque tu debba andare.
E poi? E poi c’è la Storia millenaria e tanti altri discorsi triti e ritriti che giustamente omaggiano la città ma la decontestualizzano, spesso strappandola dal presente, dall’attualità e dal quotidiano, ponendola in un luogo astratto con atmosfere asettiche.

La realtà è molto diversa dal glorioso passato: 28 milioni di turisti ogni anno , corrispondenti all’intera popolazione di Paesi come Venezuela – Venezuela/Venezia, coincidenze? Io non credo – Corea del Nord ecc. Assieme a Roma è una delle città più visitate d’Italia e d’Europa.
Voi direte: «Bene! Lavoro per tutti! Da bere per tutti!», . Il turismo è la fonte primaria di guadagno, verissimo, non possiamo negare l’evidenza, non possiamo negare che il turismo faccia comodo ai commercianti, agli albergatori, ai gestori di musei ecc. Ma il troppo stroppia e in questo caso il troppo soffoca, letteralmente: passeggiare durante un fine settimana qualsiasi durante la bella stagione diventa sempre più difficile, calli intasate, sovraccariche; affrontare la riva degli Schiavoni in luglio è diventato un atto di fede, una prova di coraggio degna di una decorazione al Merito.

Vogliamo parlare della gente che si fa la foto? Ovunque, con qualsiasi luce, al buio, incastrati tra la gente, in mezzo al passaggio, sopra ogni stramaledettissimo ponte – a Venezia sono 435 – è sempre il momento più inadatto per farsi una foto, anche durante i momenti più difficili, ed è qui che torniamo all’acqua alta.
Farsi un selfie a San Marco quando la marea è poco inferiore al metro, cioè innocua, è goliardia, un modo diverso di vedere la città; quando si viene appositamente per curiosare durante una mareggiata eccezionale è mancanza di rispetto e rientra nel fenomeno in crescita del disaster tourism ovvero il turismo che converge lì dove c’è stato un disastro, un terremoto, un’inondazione ecc. Il cattivo gusto che non conosce limiti, soprattutto nei confronti di chi ha perso tutto.

Certo, nemmeno i veneziani sono tutti dei Santi, e molti sedicenti amatori di Venezia e della venezianità si sono impegnati anima e corpo per sconvolgerla con qualche grottesco, inutile e super-arci-mega costosissimo complesso di dighe semoventi, scarsamente funzionali e mai funzionanti; altri si sono impegnati a rivoluzionare il delicato e mai compreso sistema lagunare per scavare canali sempre più profondi per farci arrivare navi da crociera pluristellari e intergalattiche.
Quanto tutto questo possa durare non è dato sapere, tuttavia i più pessimisti stanno già facendo il conto alla rovescia e non è da biasimarli, tanti faticano a vedere una luce in fondo ad un tunnel interminabile.
A dispetto di quanti molti, troppi, non lo credano, a Venezia abitano anche delle persone, le case non sono lì per bellezza, non è un gigantesco set in cartapesta del Trono di Spade, la gente – poco meno di 53.000 abitanti1 – si sveglia tutte le mattine per affrontare la giornata, porta i figli a scuola, fa la spesa nei supermercati, si preoccupa, sorride, fa festa e si comporta esattamente come in una qualsiasi altra città italiana e non. A Venezia ci sono ancora i negozi che non vendono maschere o vetro di Murano, ci sono i ragazzini che giocano a pallone o che gironzolano a gruppetti nei campi, e questo no, non è più comune da vedere in altre città.
Descrivere le emozioni che questa città può suscitare in ognuno di noi è troppo complicato da descrivere ad un turista ‘mordi e fuggi’, ma forse sono proprio queste emozioni che dovrebbe ricercare chi viene a visitare Venezia per una settimana o un solo giorno. Dovrebbero vedere la Venezia che c’è, quella che esiste e resiste ancora.

 

Alessandro Basso

 

NOTE:
1. Per approfondire clicca qui.

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Di pensier in pensier, di monte in monte

Ho avuto occasione, durante i primi del giorno del nuovo anno, di parlare con alcuni conoscenti che hanno passato il loro Natale “in montagna”.

Mi sono sempre chiesto: «Come mai sono il mare e la montagna, le maggiori mete di turismo?».

Una risposta mi è venuta dalle Ville Palladiane, costruite per i nobili veneziani che, nel periodo autunnale, si trasferivano dalla Laguna all’entroterra – esattamente il contrario di quanto, per la maggior parte, avviene oggi. Studiandolo, ho compreso che il turismo era ed è, come ogni mercato di beni o servizi, influenzato dalla platea di chi lo pratica.

Quindi, come ai tempi del Palladio il turista era il nobile lagunare che, quando poteva, cercava di allontanarsi da un paesaggio a lui familiare, così oggi, essendo riferibile alla borghesia e la middle class urbana, è ovvio che chi può permettersi di fare una vacanza, sceglierà di andare lontano dall’ambiente cittadino, eleggendo luoghi diversi.

E tuttavia, il mare mi pare, a livello sociologico, una meta più recente rispetto a quella, per esempio, della collina (tipologia di turismo praticata dalle classi abbienti dal Medioevo in qua – si veda dov’era ubicata la villa dei giovani del Decameron): daterei questo interesse per il mare al XVIII secolo, con i Grand Tours diretti in Italia.

Ma più antico di tutti, è il viaggio in direzione della montagna. E badare che ho detto “viaggio”, non “turismo”. Ma è una sottigliezza di cui non ci occuperemo qui.

La montagna è il più antico luogo di ritiro personale dalle pesantezze della vita quotidiana, e per ragioni non meramente ambientali, ma sinanche filosofiche, antropologiche e spirituali.

In molte delle civiltà che si sono susseguite durante l’atipico scorrere del tempo detto storia, il monte è stato considerato uno spazio privilegiato per l’autorivelazione del proprio Io, e per il rapporto diretto con la Divinità: pensiamo, per esempio, al folklore greco antico.

Qualora, poi, volessimo avvicinarci alla cultura che più permea la nostra, cioè quella giudaico-cristiana, noteremo che, anche in essa, il monte sembra rivestire il ruolo di medium tra Sacro e mondano. La Bibbia è ricca di riferimenti ad alture, montagne e rilievi: sono, queste, le località che Iddio predilige per dare manifestazione di Sé.

Ognuna delle varie epifanie bibliche deve essere, naturalmente, letta alla luce del provvidenziale disegno della Rivelazione; compiendo una riflessione di carattere teologico, si può ricordare che la Salvezza dell’uomo, e la sua Alleanza con il Signore, procede attraverso tre passaggi fondamentali: la fase della legge (Mosé), quella della profezia (che potremmo riassumere con Elia) e quella, finale, dell’amore (Cristo). Ebbene, non si sbaglierà nell’asserire che ciascuno di questi tre momenti della Redenzione hanno simbolico culmine in luoghi elevati. La vicenda di Mosè, per esempio, è tutta racchiusa nel contatto con Dio su due montagne, la vocazione sull’Oreb1. e la consegna del Decalogo sul Sinai2; e ancora Elia, principale tra i profeti, ha un’esperienza teofanica sul Carmelo3; Gesù Cristo, a sua volta, inizia la predicazione con il “discorso della montagna”4, si manifesta, trasfigurato, come unione di legge e profezia su un’alta montagna5, muore sul Gòlgota6, ascende da un monte7.

Data questa evidente preferenza teofanica per monti e alture, non stupisce che, nel corso della storia della spiritualità cristiana, le zone alte siano state il punto di ritrovo di coloro che, tra tutti i credenti, più hanno cercato di inverare il messaggio cristiano: i monaci.

L’isolamento dalle vicende mondane, la prossimità altimetrica alla Divinità, il tutto accompagnato da una solida tradizione biblica: sono queste le caratteristiche fondamentali che fanno dei monti non solo un mero rilievo morfologico, ma un vero e proprio luogo dell’anima.

Ma questa passione per le montagne non è solo occidentale. Anzi, laddove era più forte il senso del Sacro, più netto e centrale sarà il ruolo che i simboli assumono nella definizione progressiva della mentalità singola, della costituzione dell’ordine sociale e, eventualmente, dell’ordinamento statale.

Non può stupire, dunque, che il mondo bizantino abbondasse di Sante Montagne, la più importante delle quali è il Monte Athos, in Calcidica, centro monastico “ultimo erede dell’Impero” ancor oggi attivo; d’altronde, se l’Impero Bizantino era, tra tutte, la Nazione eletta a glorificare Iddio per mezzo del suo Vangelo, come possono, in tale provvidenziale entità, mancare luoghi simbolicamente adatti a rapportarsi quanto più strettamente possibile al Signore? A Bisanzio, in un certo senso, dovevano esserci Sante Montagne.

E non citerò la Spiritualità Tibetana o le tradizioni sherpa, che vedono nelle montagne di Himalaya e Karakorum dei veri e propri tabernacoli.

In conclusione, non intendiamo qui affermare che ogni viaggio o vacanza in montagna dovrebbe essere considerata (non siamo Thomas Mann!) un’occasione di autoanalisi, né tantomeno d’una ierofania. E tuttavia, questo sì lo diciamo, il monte, di per sua essenza, invita alla riflessione più di quanto non facciano luoghi più “bassi”: forse perché la montagna è più solitaria, forse perché la pervade un silenzio maggiore, e il silenzio obbliga a pensare, forse perché s’è più vicini a Dio.

Insomma, la montagna è più filosofica del mare, e ti obbliga a filosofare di più.

Ed è forse per questo (perché la filosofia non è mai, come tutte le necessità, piacevole o rilassante) che la maggior parte delle persone preferisce il mare.

Forse per questo io preferisco le terme.

 

David Casagrande

 

NOTE:
1. Esodo 3, 1-6.
2. Esodo 19, 2-3.
3. Primo libro dei re 19, 8-13.
4. Matteo 5.
5. Marco 9, 2-8.
6. Marco 15, 22.
7. Matteo 28, 16.

Collaborazione, crescita e sviluppo: la sfida della sostenibilità nella decrescita per la sopravvivenza

Uno dei temi più controversi dei giorni nostri è il ruolo dell’economia, della moneta e, conseguentemente, del ruolo delle banche e dello Stato. Keynes diceva che “…la moneta non ha valore in sé (come pezzo di carta) ma in quanto consente di partecipare ad uno spettacolo teatrale…”. Il valore del biglietto non è altro che la capacità di acquisto che esprime.

Ma come si fa a parlare di valore oggi? Come si fa a dare valore ad un bene se, sempre più spesso, ci troviamo di fronte ad enormi disparità e sprechi? Come si fa a dare valore a beni che non hanno più soltanto il fine ultimo di soddisfazione di un bisogno umano ma che, il più delle volte, sono connessi a dinamiche di accettazione sociale, quindi distanti dal vero valore venale? Dove risiede oggi il valore delle cose?

Tempo fa un frutto aveva un certo valore, oggi, spesso, le angurie vengono lasciate nei campi a marcire proprio a causa del loro basso valore.

La popolazione mondiale è in continuo aumento, si è sempre più sociopatici, più divisi, più intolleranti all’altro e alla natura, ma giocoforza solo la collaborazione e la socialità ci ha permesso di sopravvivere e solo la natura e la terra ci hanno consentito la sussistenza e l’evoluzione.

La divisione sta prendendo il sopravvento, il razzismo sta tornando più forte di prima nella completa stupidità di chi punta il dito contro il migrante, incitato da social e testate (molto poco) giornalistiche che sfruttano il malcontento per creare buzz su internet.

“Tornatevene a casa vostra” non deve esistere perché è sempre e solo un caso essere nati nella parte giusta del mondo, dove non ci sono guerre, dove l’acqua è potabile. Solo un caso che si è nati nella parte in “crescita” del mondo, nella parte che “produce”.

E quindi è opportuno definire cos’è la società della crescita, l’idea moderna di crescita è stata formulata circa quattro secoli fa in Europa quando l’economia, la società, hanno incominciato a separarsi. La nostra società ha legato il proprio destino a un’organizzazione fondata sulla accumulazione illimitata, questo sistema è condannato alla crescita, e non appena la crescita rallenta o si arresta è la crisi, addirittura il panico. Per questo si deve continuare a qualsiasi costo, a qualsiasi prezzo, anche sulla pelle di altre società e sacrificando qualsiasi risorsa naturale.

Il petrolio è un regalo provvisorio del passato geologico della terra, è inquinante, è deletereo e prima o poi dovremo fare i conti con la sua assenza e con la sua eredità di devastazione, fisica e morale. In suo nome si è ucciso, si sono create guerre e devastazioni più o meno materiali.

L’economia, dominata dalla logica finanziaria, si comporta come un gigante che non è in grado di stare in equilibrio, se non continuando a correre, ma così facendo schiaccia tutto ciò che incontra lungo il suo percorso.

Per quanto la nuova economia sia meravigliosa sacrifica all’altare del consumismo e del futile, aspetti significativi della nostra vita e intere parti del nostro manage familiare, delle nostre amicizie della nostra vita collettiva, di noi stessi.

C’è questa convinzione secondo cui la nostra felicità deve obbligatoriamente passare per un aumento della crescita della produttività del potere d’acquisto, della moneta e dunque dei consumi.

La teoria economica neoclassica contemporanea nasconde sotto un’eleganza matematica la sua indifferenza per le leggi fondamentali della biologia della chimica della fisica per cui c’è l’impossibilità di una crescita infinita all’interno di un modo finito.

Abbiamo la necessità di una bio-economia ovvero di una concezione dell’economia che tenga conto della biosfera, dell’uomo, degli animali, del pianeta e dei suoi limiti.

Lo sviluppo sostenibile ha radici molto antiche più di quanto pensiamo e oggi si è perso.

I contadini dell’inizio 900 piantavano ulivi e fichi di cui non avrebbero mai visto i frutti pensando alle generazioni successive senza esservi costretti dal alcun regolamento ma semplicemente perché i loro genitori i loro nonni avevano fatto lo stesso.

L’attuale aumento dell’uso delle risorse naturali sembra aumentare i costi ecologici più velocemente dei vantaggi della produzione.

Lo spazio disponibile sulla terra è limitato e l’umanità ha già abbandonato il sentiero di un modo di vita sostenibile.

Se continuiamo così, nel 2050 saranno necessari 30 pianeti (e a quel punto i migranti saremmo tutti noi). Oggi ci spingiamo oltre il limite, certi che la scienza troverà una soluzione in futuro per tutti i nostri problemi attuali.

Bisogna partire dal livello locale per cambiare la società nel globale. I bisogni stessi, sia economici che reali, si costruiscono a livello culturale.

Il buon senso di oggi non è quello di ieri. Siamo in quel mondo assurdo in cui le valli alpine sono attraversate da un flusso di camion che trasportano dall’Italia alla Francia bottiglie di acqua di marca italiana, mentre i camion provenienti dalla Francia portano in Italia bottiglie di acqua francese.

Se si vivesse una vita più “vera” più connessa alle pulsioni del pianeta, della natura, senza dimenticare il progresso, si tornerebbe a perseguire fini artistici, di crescita sociale, che sono sempre stati i punti chiave delle società più evolute.

Abbandonando la crescita ad ogni costo e la gara per la ricchezza resterebbe più spazio che mai per ogni specie di cultura intellettuale e per ogni progresso morale e sociale.

È proprio qui sta la differenza: sostituire la ricerca della crescita della produttività pesante con la crescita artistica, spirituale delle società così da arricchire il mondo e farne un posto migliore. Sarebbe auspicabile spostare la nostra specializzazione da produzione di massa inquinante a produzione leggera e a fertilità ripetuta auto-stimolante. Ridare valore a ciò che veramente può contribuire al miglioramento della qualità della vità a lungo termine.

Possiamo affermare che bisogna partire dalla volontà del singolo di attuare un cambiamento e soprattutto mai come ora – è stato sinonimo di meglio perché la felicità dell’uomo non consiste nel vivere meglio ma nel vivere bene, semplicemente bene.

Liberamente ispirato al libro di Serge Latouche “La scommessa della decrescita”

Flavio Albano

Studioso, lavoratore di marketing territoriale, economia e gestione delle imprese, autore del testo tecnico “Turismo & Management d’impresa” adottato all’Università di Matera. Autore, inoltre, di diversi articoli scientifici.