«Chiamami col tuo nome», ma anche no. Il legame tra nome e identità

Chiamami col tuo nome: un film che, anche sulle pagine online di questa rivista (questo è l’articolo) è stato definito: “Un inno alla bellezza”. Può darsi.
Non mi interessa commentare la pellicola, ma mi si consenta di prender spunto da essa per una riflessione. Spostiamo direttamente la nostra attenzione sulla frase eponima che, è noto, recita: “Chiamami col tuo nome ed io ti chiamerò col mio”.
Credo che la maggioranza degli spettatori abbia visto in questa dichiarazione di Oliver a Elio un’espressione d’un amore talmente profondo da culminare addirittura nella perdita della singolarità a favore dell’alterità.
Che bello: io sono te, tu sei me…

A me si gela, francamente, il sangue nelle vene: una battuta del genere, da sola, riassume tutti i pregiudizi, e i malgiudizi, ruotanti attorno la comprensione dei rapporti umani, specialmente quelli implicanti un dispendio sentimentale.
Certo non ho nulla contro il film di Guadagnino o il libro di Aciman: mi oppongo, però, al messaggio sotteso. Ritengo non sia accettabile, neppure come trasposizione estetica, che l’amore sia dipinto come appiattimento di due creature l’una sull’altra, un reciproco scambio d’esistenze o identità.

Dietro alla dichiarazione di Oliver v’è una visione distruttiva dei rapporti interpersonali spacciata per amore; in realtà, è la narrazione d’un suicidio della seità che, generalizzato, porta all’atomizzazione della società: un così subdolo, tornante verso il baratro di una società totalitaria che neppure Orwell avrebbe mai osato immaginare.
Senza nome, o col nome d’altri, siamo non bestie, ma cose, e le cose non si rapportano tra loro, neppure amano.

La cessione a terzi del proprio nome è un gran rifiuto fatto per viltade che, in nessuna maniera, neppure con l’amore, può esser compensato. Cambiare il proprio nome con quello d’un altro non è un dono, ma al contrario è un autostupro, la distruzione d’un dono: il più sommo, quello della singolarità. E senza di essa, c’è il nulla.
Il nome è tutto ciò che io sono, e sono solo io.
Il nome è la mia “etichetta”, il termine a cui referente semantico sono io in quanto concreta incarnazione della mia storia e del mio futuro, la designazione di qualcuno in quanto quell’uno; è l’unica parola della lingua che designa solamente me, non altri. È sano egoismo messo in una catena fonica fatta di storia, possibilità e psicologia; ciò che mi salva dalla massa e fa di me non carne, ma concettualità.
Regalandolo o cambiandolo, io non regalo o cambio me qui e ora, ma metto all’asta la rete di rapporti, di pensieri, di azioni che ho intessuto, e intesserò, lungo l’asse del tempo; mi sono ucciso al mondo e al tempo.

Pensare che i rapporti siano una sorta di adæquatio me ad alteritatem così profonda da sfociare nell’equazione Io = Tu = Me, all’interno della quale, evidentemente, nomi e storie singole sono perfettamente inutili, significa non avere rispetto né di sé, né del prossimo.
Per aver rapporti umani occorre essere in due; come possiamo credere ch’essi possano darsi, se noi in quanto singoli semplicemente diventiamo (l’)altro? Sono le sostanze chimiche a unirsi tra loro per formare un composto nuovo, perdendo le caratteristiche iniziali.
Ma noi siamo esseri umani. Esistiamo. E, soprattutto, abbiamo una dignità.

Diffidate di chi dice che rapportar-si agli altri è sinonimo di perder-sé. Ogni rapporto positivo è esaltazione della propria ipseità nell’alterità, non annullamento o fusione.
Ogni sentimento buono, principalmente l’amore, è uno sguardo gettato verso un Non-noi che ci piace e senza il quale, pur restando Noi, risultiamo tuttavia un po’ peggiori; perché si realizzi tale sguardo, però, io devo essere ciò che sono, con il mio nome e la mia personalità: se mi svendo non sto amando, sto praticando masochismo.

Se dunque Chiamami col tuo nome ci insegna qualcosa, è esattamente come non ci si deve rapportare agli altri, cioè sostituendosi-a e facendosi-sostituire-da loro.
L’invito è di non dare mai per scontata la propria seità e i modi attraverso cui si manifesta: amici miei, avete un passato e un avvenire riassunti nel vostro nome: non cedetelo, mai.
È l’unica cosa che resterà di voi, incisa, un dì, s’una lapide di marmo e s’una targhetta d’ottone sopra una bella cassa di acero.

 

David Casagrande

 

[Photo Credit: Unsplash.com]

banner-pubblicitario_abbonamento-2018

Ad personam

L’omicidio è, con ogni probabilità, il primo atto mai considerato criminoso e il primo a essere condannato dai codici legislativi. Curiosamente, questo non si è mai riflesso in maniera coerente nella storia delle singole popolazioni, tantomeno dell’umanità in genere. Il codice di Hammurabi – redatto tra il 1800 a. C. e il 1750 a. C. – è uno dei codici legislativi più antichi mai rinvenuti e penalizza l’omicidio in maniera anche piuttosto brutale, con una legge del taglione diventata proverbiale. Nonostante questo, la mesopotamica Babilonia è passata alla storia per essere una città-stato ampiamente progredita, ma altrettanto sanguinaria. Anche il biblico Decalogo, riportato per scritto tra il VI e il V secolo a. C. ma redatto molto prima, pone un lapidario «Non ucciderai» tra i comandamenti; di nuovo, il popolo di Israele si è affermato nella propria regione storica attraverso una serie di genocidi ai danni delle popolazioni ivi insediatesi precedentemente.

Si tratta di una costante storica quasi inevitabile ma corrisponde a un principio semplicissimo: le peggiori atrocità della storia, dalle guerre d’invasione alla tratta degli schiavi fino ai campi di sterminio, sono state commesse da individui dalla coscienza perfettamente pulita. Il principio che vieta l’omicidio “limita” la proibizione alle persone, concetto questo il più delle volte giuridico prima che morale e passibile di revisioni radicali. Uno schiavista del XVII secolo non scarica in mare donne e uomini morti di stenti durante la traversata oceanica, ma “si libera di merce avariata”; un Lagerkommandant non ordina ogni giorno la tortura e il massacro di centinaia di esseri umani, ma “purga la società dai suoi elementi dannosi”. Se le forme estreme del ragionamento sono tragicamente autoevidenti, il meccanismo del limitare in maniera più o meno palese l’accesso alla categoria “persona” è sempre in corso all’interno di un gruppo chiuso, anche e soprattutto quello statale, e una divisione tra un “noi” – individui parte della comunità per cui valgono una serie di norme (ivi incluso il «Non uccidere») – e un “loro” – esseri umani privati di qualsiasi qualifica personale in ragione di massificazione culturale, etnica, religiosa o di altro tipo – è un rischio onnipresente e dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche.

Ne Il formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori, pubblicato nel 1913, all’alba della Prima Guerra Mondiale, Max Scheler si sofferma lungamente sul problema, peraltro con una carrellata storica di individui cui, in una cultura o in un’altra, è stato giuridicamente negato il titolo di “persona”: donne, bambini, stranieri, schiavi, malati (lebbrosi, malati mentali ecc). La conclusione, nel testo, non può essere che una: l’essere persona è una (la) caratteristica metafisica e inoggettivabile dell’essere umano, non dipende dal suo status sociale, dalle sue convinzioni politiche o religiose, non dipende neanche dalla sua condizione di imputabilità giuridica né dalla sua appartenenza o meno a un popolo, una razza, un genere specifici, dal suo stato di salute o dal suo stadio di sviluppo, dalla sua condizione morale o dalla sua fedina penale.

L’essere persona è connaturato all’essere umano, a tutti gli esseri umani in quanto tali, sempre e per sempre, indipendentemente dalla presenza di una legge che li definisca tali. Di più, la persona in quanto tale non può esistere se non in dimensione comunitario-relazionale, in un rapporto di empatia profonda che la porta ad aprirsi all’altro. Se etimologicamente il termine “persona” rimanda alla maschera teatrale, quindi apparentemente a una finzione nel presentarsi all’altro, racchiude però in sé la funzione specifica della maschera classica: l’amplificare la voce dell’attore, che riecheggia e raggiunge il pubblico. La persona si realizza nella misura in cui ha un altro che le si relazioni, in quel rapporto chiamato da Martin Buber Io-Tu (contrapposto alla relazione strumentale Io-Esso), che vede le due voci davvero per-sonar, risuonarsi attraverso. In caso contrario, si hanno solo in-dividuus, esseri atomistici che si muovono in un mondo nel quale sono identificati solo attraverso la distinzione, l’isolamento, da chiunque altro.

In tempi di incertezza e divisione crescenti, si fa sempre più forte il rischio di perdere la capacità, e prima ancora la volontà, di riconoscere il sacrale diritto di ciascuno ad essere definito persona, nascondendolo dietro migliaia di altre classificazioni tutte artificiali, tutte accidentali. Si ricordi però che perdendo il Tu, la “cassa di risonanza” del nostro sonus, inevitabilmente si perderà anche l’Io, in un trionfo di individualismo in cui, di persone, non resterà neanche l’ombra.

 

Giacomo Mininni

 

[Credit Unsplash.com]

banner-pubblicitario_abbonamento-2018

Il riconoscimento: l’alterità in trappola

“Ti riconosco”. Questa è una espressione che, secondo Luce Irigaray, permetterebbe il riconoscimento dell’altro: «io riconosco che tu sei, che tu esisti, che tu divieni»1. Questo altro, non con la lettera maiuscola, come ad esempio l’Altro in Lévinas, è una persona, un corpo sessuato e quindi sottoposto alla legge biologica del genere.

Eppure in questa lettura, nell’espressione “Io ti riconosco” si nasconde una trappola, la quale farebbe ricadere il pensiero dell’alterità nella cosiddetta logica dell’identità. Perché?

Mi servirò di alcune espressioni della lingua comune, vera miniera per un’analisi filosofica, poiché, in qualche modo, mostra il pensare e il sentire comune, mettendo in risalto le strutture nascoste del pensiero occidentale.

“Ti riconosco”. Partiamo da questa frase. A una prima occhiata sembrerebbe che Irigaray abbia ragione nel vedere qui una legittimazione dell’esistenza dell’altro, l’annullamento di qualsiasi gerarchia: ci si può sbarazzare del peso della dialettica padrone-servitù. Io ti sto riconoscendo, ti sto dando spazio in questa relazione, ti permetto di entrare in comunicazione: ho aperto un canale che ci farà avere una relazione. Tuttavia, come già accennato, c’è il trucco. C’è un tranello, un inganno oppure la volontà di non vedere come sia perfido il linguaggio. Dicendo “Ti riconosco” il soggetto che parla sta ponendo la base ontologica per l’evento dell’altro: in quanto io ti riconosco, ti sto riconoscendo, allora, tu esisti. Senza questa mia azione, tu non saresti.

C’è di più. Si può allargare l’enunciato ed esclamare: “Ora, ti riconosco! Ecco il mio Pinco Pallino!”. In questa frase, che è un passo ulteriore rispetto a quella precedente, uscendo dal confronto con la Irigaray, vediamo che quell’“ora” è di fondamentale importanza. L’altro con cui ci andiamo a confrontare, con cui dialoghiamo, dopo aver espresso questo enunciato, scompare. Difatti, queste parole, non significano altro che la rappresentazione dell’altro e non la sua vera presenza. Esso è un fantasma, una proiezione. L’elemento temporale vuol significare che “adesso” sei la persona che conosco, mentre prima, per motivi che hanno scosso l’edificio delle certezze del soggetto che parla, non eri tu: come avresti potuto? Se il Pinco Pallino che conosco ha sempre avuto certe abitudini, certi comportamenti, è ovvio che quello che prima eri tu, in realtà, non potevi esser tu. Solo adesso che sei tornato – da dove? – in te – prima, ricordiamoci che non esistevi – io ti riconosco.

Altra frase ricorrente è questa: “Sei sempre il solito!”. Normalmente viene utilizzata in due modi: per scherzo, quando qualcuno commette un atto che denota la personalità di un individuo, oppure, con astio, quando sempre quel qualcuno agisce in maniera errata, a conferma del suo carattere, del suo ethos. Se si va a scavare nel significato filosofico di questo enunciato, è possibile vedere come il primato del soggetto sia ancora visibile, presente: esso viene rassicurato dal permanere dei modi dell’altro, delle sue parole, delle sue azioni, dei gesti, così da poter mettere in atto delle difese, delle contromisure, che lo portano a porre il proprio controllo sulla realtà. L’altro è solo “un rompicapo da poter risolvere con gli strumenti del paradigma”, come potrebbe dire Kuhn.

Il linguaggio, la parola, mette una barriera tra due individui, perché è  sempre espressione di una soggettività virile, che vuole possedere, controllare, amministrare. Essere confortata. Confortarsi.

Tuttavia, è necessario che questa soggettività sia, invece, sconvolta dall’altro, che sfugga a qualsiasi categoria, così da poter sempre rimettere in gioco le carte, non dar nulla per scontato.

Quello che l’altro dovrebbe suscitare in me, costantemente, è quella strana sensazione che si prova quando si è innamorati, quando siamo colpiti da Eros: un desiderio dettato dalla distanza, mai percorribile interamente, che ci lasci con ancora la voglia di poter scoprire l’altro. Di trasformarci pur di poterlo acciuffare, con il risultato di venire a nostra volta cacciati. Ma anche quando si sarà arrivati alla nudità, al corpo dell’altro, esso ci rimarrà per sempre estraneo: sia per la sua conformazione sessuata, per dirla con Irigaray, sia per quella individuale, dove ogni corpo è impersonato. Ciò non vuol dire che vi sia un’anima, bensì che il corpo è vivo, pulsante, fremente e mai uguale a quello di un altro. Alla frase della Irigaray, “Ti riconosco”, bisognerebbe, invece, sostituire: “Per fortuna che ancora non ti conosco”. Nell’amore, nel sesso, nella carezza, nei gesti che continuamente ci scambiamo, in un linguaggio silenzioso, c’è tutta l’incapacità di conoscere. L’altro non lo vogliamo conoscere, non dobbiamo conoscerlo. Non lo vogliamo ri-conoscere, ma viverlo. L’alterità è il mistero dell’esistenza.

 

Edoardo Poli

 

Nato a Velletri il 14 febbraio 1996, mi sono diplomato al Campus dei Licei “Massimiliano Ramadù”, ad indirizzo scientifico.
Vivo a Pisa e mi sono laureato presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Pisa. Ho pubblicato un libro di poesie nel 2015, attualmente scrivo per altre riviste, tra cui “Artspecialday” e “Momus”; fortemente interessato ad argomenti sia scientifici che umanistici, secondo quella unificazione della cultura umanistica e scientifica, tipica dell’approccio complesso.

 

NOTE:

1. L. Irigaray, In tutto il mondo siamo sempre in due, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2006, p. 39

 

[Photo credits: Ian Schneider via Unsplash.com]

La cultura e il lavoro si incontrano: le società benefit

<p>http://www.croqqer.it/siamo-una-societa-benefit-certificata-b-corp/</p>

Nell’articolo precedente ho parlato della cultura come vita quotidiana e ho accennato al lavoro come uno dei molti ambiti che compongono quest’ultima. Possiamo perfino affermare che il lavoro è tra gli ambiti più vicini a noi, sia quando lo produciamo – ad esempio costruendo un edificio in un cantiere – sia quando ne usufruiamo – ad esempio chiedendo un aiuto a un medico. Se è vero che ognuno di noi costruisce cultura nella vita quotidiana, allora è interessante riflettere sui modi in cui costruiamo cultura nel lavoro. In questo articolo ho parlato del modello ‘Io-Tu’ del filosofo Martin Buber come riferimento per la costruzione di cultura positiva. Ebbene, esistono realtà lavorative che, relazionandosi efficacemente con l’ambiente e la società, seguono quel riferimento.

Queste realtà sono definite società benefit: esse superano l’obiettivo del profitto praticando comportamenti etici verso le persone, la natura, i territori in cui operano ecc. La benefit corporation è una forma giuridica ammessa in alcuni stati americani dal 2010 e in Italia dal 2016; se una società benefit non si accontenta della forma e vuole misurare la propria etica, può cercare di ottenere la certificazione B Corporation.

Per conoscere più approfonditamente le società benefit ho dialogato con i fratelli Marta e Maurizio Zordan, rispettivamente la direttrice finanziaria e l’amministratore delegato di Gruppo Zordan. Questa benefit corporation progetta interior design di qualità e, dal 2016, pratica comportamenti etici in ambiti come la serenità del personale, la sua crescita professionale e la riduzione dell’impatto ambientale.

Più precisamente, per quel che riguarda la serenità del personale, il Gruppo Zordan ha creato un’iniziativa che permette ai dipendenti di equilibrare il tempo passato al lavoro con il tempo trascorso in famiglia.

Dal punto di vista della crescita professionale, invece, l’azienda ha formato tutti (sottolineo tutti) i collaboratori, anche in merito a competenze sociali come l’accoglienza dei clienti.

Sotto il profilo dell’impatto ambientale, infine, il Gruppo Zordan ha reimpiegato trentaquattro tonnellate di trucioli trasformandoli in pannelli, ha riciclato il 74% dei rifiuti e ha digitalizzato tutto il lavoro su commessa.

È interessante prestare attenzione a una delle ragioni per cui l’azienda pratica questi comportamenti: Marta e Maurizio, infatti, li interpretano come risposte a chi si è comportato o si comporterà in modo scorretto verso il Gruppo Zordan. “Chi ci attacca”, affermano i due fratelli, “non si scaglia contro l’azienda, ma contro la posizione etica che essa ha assunto”.

Questa considerazione implica alcuni aspetti critici, ma ci avvicina ai legami tra cultura e lavoro che abbiamo delineato all’inizio di questo articolo. Se crediamo che la cultura si esplichi fin dalla relazione tra l’Io e il Tu del modello di Buber, allora riteniamo plausibile che essa sia influenzata dalla quotidianità del lavoro. Più concretamente, quanto più etica è la relazione tra l’Io e il Tu nelle aziende tanto migliore sarà la cultura.

Il Tu rappresenta gli ambiti che abbiamo esplorato in questo articolo; riferendoci alla serenità e alla crescita professionale dei collaboratori, la prefazione de La Giusta Dimensione − libro di Andrea Bettini sulla storia di Gruppo Zordan − propone uno spunto di riflessione interessante: «Il comportamento di ciascun componente dell’organizzazione dipende, in buona parte, dalle sue aspettative circa le intenzioni e il comportamento degli altri». Questa reciprocità viene esaltata verso la fine del libro: «Quando ognuno sa che ogni gesto, ogni azione che compie, ha una ricaduta sull’intera attività dell’azienda, ha anche la consapevolezza del valore che può apportare attraverso il proprio lavoro. La paura di sbagliare viene soppiantata dall’entusiasmo nel creare qualcosa di nuovo».

Questi spunti ci permettono di fare un invito agli amministratori di società benefit e a chi si occupa di questa forma giuridica: perseguire fini etici nei confronti delle persone è ammirevole, ma ciò non deve esentare dalla cura delle azioni più spontanee e dei pensieri più semplici. In essi, infatti, risiede l’etica più benefica.

 

Stefano Cazzaro

Sono il fondatore della start up culturale Còlere. Credo che la cultura sia un’opportunità per le persone che vogliono migliorare la realtà, qualsiasi realtà. Amo tanto la scrittura quanto l’imprenditoria, perciò studio il content marketing e lo storytelling.

 

[Immagine tratta da Google immagini]

 

 

banner-pubblicitario_abbonamento-rivista_la-chiave-di-sophia_-filosofia

Questione di occhi e di me e di te

  • Vuoi essere me? Io sono te, e tu sei me. Ci stai?
  • Non siamo vestite uguali: non siamo la stessa persona?
  • I miei occhi, forse, sono i tuoi.
  • Io non ho occhi. Occhi che dicano: piacere, io sono…

Siamo così differenti gli uni dagli altri che comprendere fino in fondo cosa sia l’altro, è una sfida.

Fino a che punto possiamo dirci uguale ad un altro? L’uguaglianza e la similarità sono due concetti così lontani?

No, gli occhi sono lo specchio dell’anima. E se ciò è vero, perché chi ha gli occhi ha una nuvola dietro ed, invece, dietro a chi non ha gli occhi, vedo un sole?

Chi ha gli occhi non è detto che sia felice.

COSA SIGNIFICA ESSERE ME?

La tavola di oggi è estremamente interessante. Potrebbe parlare di presentificazione, annullamento, vita interiore, vita trasparente. Un elemento in comune sono gli occhi. Il gioco di decidere chi voler essere è curioso: io vedo (con gli occhi) le differenze tra le due figure, le somiglianze, le espressioni, ciò che vuole raccontare. Immagino mondi e cose tramite gli occhi. Questi sono meravigliosi. La letteratura del Duecento e del Trecento si è focalizzata proprio sugli occhi come specchio di chi siamo. Occhi dell’amore, occhi attraverso i quali si vedeva Amore. Occhi come specchio.

ED OCCHI CHI SI GUARDA NEGLI OCCHI?

Riconoscere l’altro come se stesso è uno sforzo che l’intera umanità dovrebbe fare, ma è uno sforzo che l’uomo non riesce sempre a fare dato che tutto ciò implica uno sforzo, appunto, che non sempre si riesce a sopportare. Questo è Derrida. Parafrasato, semplificato ma è Derrida. Guardare negli occhi qualcuno e dire: eccomi! Dietro a tutto questo vi è quel concetto di presentificazione che è molto interessante. rendersi visibili all’altro è scoprire ciò che siamo noi e ciò che noi siamo per l’altro.

Eppure siamo diversi.

Quanto la diversità conti in questo genere di cose è fondamentale. Si è l’altro perché si è soprattutto se stessi con le proprie turbolenze che raccontano come, tutto sommato, quegli occhi fissi, quelle guance colorite e quelle labbra sorridenti, possono anche non dire sole, gioia, luce.

***

Quello che avete appena letto è un esercizio su base filosofica. Il disegno ha rappresentato lo stimolo mediante cui ho verbalizzato i miei pensieri. Li ho elencati e li ho elaborati in forma scritta. Ho provato a dare forma e dimensione agli spunti che ho tratto dalla visione del disegno. Il risultato vuole essere un tentativo di calare la riflessione filosofica nel quotidiano, affrontando uno o più temi senza dare una giusta direzione perché il pensiero unidirezionale non è il pensiero personale. Scaricate il disegno e provate a fare l’esercizio! I pensieri in movimento sono l’unica cosa che non possiamo trascurare.

La tavola è di Daniela Lambiase, pedagogista ed illustratrice per popfilosofia.it, con cui ho condiviso la costruzione dell’esercizio.

Anita Santalucia

 

banner-pubblicita-rivista2_la-chiave-di-sophia

Empatia, un trampolino dall’io al tu

La filosofia ha come tratto peculiare che la distingue da tutte le altre scienze l’analisi di fenomeni solitamente considerati ovvi e scontati. Una di queste ovvietà, che sotto la lente filosofica non risulta ovvia per nulla, è il meccanismo dell’empatia. Edith Stein, fenomenologa e santa, nella sua tesi dedicata appunto al problema dell’empatia introduce il problema immaginandosi che: «Un amico viene da me e mi dice di aver perduto un fratello ed io mi rendo conto del suo dolore», per poi chiedersi «che cos’è questo rendersi conto?». Certo la situazione qui descritta è familiare a tutti, nella sua semplicità il movimento empatico è fondamentale nel costruirsi delle relazioni umane, al punto che l’incapacità di mettersi nei panni degli altri, di interpretare le curve di una bocca e l’aggrottarsi di alcune rughe del viso, può essere indizio di disturbi psicologici.

La dinamica empatica potrebbe essere descritta come un uscire da sé per farsi momentaneamente altro e infine ritornare in sé. L’io trova in un elemento del viso dell’altro un trampolino per lanciarsi nella soggettività altrui, interpretando il suo mondo interiore mentre si immedesima. In quanto richiede una certa dose di interpretazione o riempimento di senso, l’empatia è sottoposta alla possibilità dell’errore. Gli errori di questo genere sono fonte di malintesi e incomprensioni, ciò avviene ad esempio quando l’io torna ad imporsi sull’altro proiettando su di esso il proprio stato d’animo. Come quando all’io innamorato il mondo sembra un posto migliore, al contrario se triste, tutto pare congiurare contro la sua speranza di momenti più felici.

Questa situazione ci porta a toccare un elemento centrale del rapporto empatico: l’io deve dislocare il proprio punto di vista per poter aderire all’altro, deve cioè abdicare la propria sovranità per poter essere veramente presso l’altro. Diventando marginale a sé, l’io non accede però al puro vissuto altrui – questo rimane sempre misterioso e inaccessibile – viene a trovarsi invece in una zona grigia, sospeso tra l’io e il tu. Quando ad esempio osserviamo un acrobata rischiare la vita camminando su un filo sospeso in aria, l’empatia ci permette di provare uno spettro di emozioni legate a ciò che vediamo proprio in quanto il nostro punto di vista si è spostato dal suo centro abituale in direzione dell’acrobata. Diventandosi anche per un breve attimo estraneo l’io marginalizza, relativizza le emozioni che accompagnano normalmente il flusso dei suoi vissuti, consentendo una breve parentesi dal rapporto solitamente ermetico dell’io con sé stesso.

Il movimento descritto a partire dall’esempio dell’acrobata sembra essere il nucleo che permette a tutte le situazioni spettacolari di funzionare, persino quando la risoluzione è garantita come nel caso di un film già visto o un libro già letto. L’intrattenimento, il divertissement che richiede l’empatia, è in questo senso un esercizio salubre per l’individuo.

L’empatia quindi è da considerare una di quelle forze umanizzatrici che vanno esercitate, preservate, favorite, per impedire come è successo e come può sempre succedere che l’individuo – per utilizzare le parole di Levinas – rimanga inchiodato a sé stesso.

Francesco Fanti Rovetta

[Immagine tratta da Google Immagini]

L’amore. Frankl, oltre Freud e Adler

«Amare è un’angusta occasione per il singolo di maturare, di diventare in sé qualche cosa, diventare mondo, un mondo per sé in grazia d’un altro» M. Rilke.

Se la psicoanalisi si è preoccupata di studiare l’istintività, l’analisi esistenziale frankliana ripone la propria attenzione sulla ricerca di significato della vita. Ciò che attraeva Viktor Frankl e che continua ad interessare i suoi seguaci è propriamente il senso dell’esistenza, l’orientamento dell’uomo verso il significato. La massima esistenziale del senso viene proposta da Frankl attraverso la tesi del filosofo e teologo Hans Urs von Balthasar, il quale afferma che «il senso dell’essere sta nell’amore»1. Commenta Frankl: «Affermare fin dall’inizio che l’amore costituisce il senso dell’essere implica che “amore” vuol dire sempre “amore verso un tu”. Posso amare soltanto qualcosa di concreto, mai qualcosa di astratto e, quindi, non un valore come tale, in se stesso»2.

L’amore vero, rivolgendosi alla concretezza di una persona, non riguarda un’attenzione generica all’altro, al suo carattere psicofisico, alle sue facoltà, alla sua superficie. Esso ha come obiettivo scorgere la persona spirituale presente nell’altro. Perché «solo alla persona spirituale si dice tu»3 e l’amore chiama alla relazione con un tu. L’amore, pertanto, o è un rapporto fra un Io e un Tu, intesi come unità indivisibile di corpo, mente e spirito, oppure non è vero amore.

La psicoanalisi freudiana e la psicologia individuale adleriana, diversamente dall’analisi esistenziale, non prendono in considerazione la dimensione ontologica e spirituale della persona. Esse si soffermano sulla sola dimensione istintuale dell’essere (lo stesso Freud, scrivendo all’amico Binswanger, ammette di essersi dedicato solamente “al piano terra” dell’edificio uomo) che non viene integrata con le altre. Per questo risolvono l’amore o partendo dall’Es, dagli istinti, oppure partendo dal complesso di inferiorità sociale. In questo modo però viene meno l’essenza stessa dell’amore. Freud e Adler non parlano d’amore, bensì di un surrogato di esso, legato unicamente alla datità psicofisica o a quella sociale. «Sono ben note – scrive Frankl – le modalità carenti dell’amore: la libido ed il sentimento di inferiorità; questo è ciò che resta dell’amore, ciò che esso diviene nelle loro mani: da una parte pura sessualità, l’istintualità sessuale della persona, e dall’altra sola società, puro rapporto sociale»4. La volontà di piacere e di potenza, sono così in aperta opposizione con la volontà di amare. Se il valore ontologico sta nell’amore e questo viene deviato verso altre mete, si finisce per far degenerare la volontà di significato, appunto perché si smarrisce il senso dell’essere per eccellenza. Proprio per questo il filosofo viennese afferma: «Il potere cerca il valore d’uso di una cosa, mentre l’amore preserva la dignità della persona. Il potere lascia che si diventi egoisti, interessati, mentre l’amore rende attenti al valore»5.

Il nostro tempo sembra aver smarrito il significato profondo dell’amore. Le relazioni affettive non vengono vissute in pienezza, bensì vengono consumate fugacemente perché mosse solamente dal gioco del godimento immediato. La mercificazione dei rapporti comporta legami fragili e personalità altrettanto deboli. Infatti, l’atteggiamento puramente sessuale ha come fine il fisico del partner e in questo aspetto rimane imprigionato. Ugualmente l’atteggiamento erotico è finalizzato all’aspetto psichico, ma anche quest’ultimo non permette di conoscere l’intimità dell’altra persona. Solo chi assume l’atteggiamento dell’amore vero può incontrare l’altro, nella sua intimità pluridimensionale. In proposito Frankl si esprime così:

«L’amore (nell’accezione più stretta della parola) è la forma più elevata dell’erotismo (nell’accezione più estensiva del termine), in quanto offre la possibilità di penetrare il più profondamente e completamente possibile nella struttura personale di un Tu, entrando in una relazione squisitamente spirituale. Il rapporto immediato con lo spirito di un altro rappresenta la più completa forma di partnership. Colui che ama in tal modo non è più eccitato nel proprio fisico o scosso nella propria emotività: è commosso nel profondo dello spirito, toccato dall’umanità di un altro. L’amore è l’essere rivolti alla persona spirituale dell’amato, con la sua irripetibilità e singolarità»6.

Frankl sostiene che l’essere umano è animato dalla volontà di dare un senso alla propria vita e dal desiderio della massima pienezza esistenziale. La scelta d’amore è una delle mete che maggiormente permette di inondare di senso la propria esistenza, proprio perché integrando i diversi piani dell’essere (corpo, mente e spirito) può condurre alla completezza. Nell’epoca ipermoderna, l’uomo fatica a strappare un senso alla propria esistenza, talvolta sembra averlo smarrito e cerca di riempire il vuoto interiore abbandonandosi al soddisfacimento delle proprie pulsioni. Questo accade in particolare nei rapporti che profumano poco d’amore e molto di istintività narcisistica. Ecco che l’uomo e la donna si fanno guidare dal desiderio di godimento laddove:

«la volontà di significato rimane inappagata. Vale a dire che la volontà al piacere fa la sua apparizione quando l’individuo rimane frustrato nella sua volontà di significato; è allora in genere che egli comincia a essere sottoposto al principio del piacere secondo la psicoanalisi. La libido sessuale cresce rigogliosamente soltanto nel vuoto esistenziale!»7.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1. V. E. Frankl, Homo patiens, tr. it. Di E. Fizzzotti, Brescia, Queriniana, 20012, p. 47.
2. Ivi, p. 47.
3. Ivi, p. 48.
4. Ivi, p. 49.
5. Ivi, p. 50.
6. V. E. Frankl, Logoterapia e analisi esistenziale, tr. it di E. Fizzotti, Brescia, Morcelliana 20056, p. 161.
7. V. E. Frankl, Come ridare senso alla vita,  tr. it. di G. Garbelli e E. Schreil, Milano, Paoline 20122, p. 114.

[Immagine tratta da Google Immagini]

copabb2019_ott