L’arte nell’uomo o l’uomo nell’arte? L’esperienza del Museo del Cinema di Torino

Il buio, poi subito un gioco di immagini che scorrono in diversi schermi, una serie di poltrone dove potersi sdraiare ed ammirare il panorama scenografico allestito, un ascensore sospeso da mozzare il fiato: si tratta del museo del Cinema di Torino, che trova spazio all’interno della storica Mole Antonelliana, monumento simbolo della città sabauda. Un museo che racconta, attraverso le sue sale, la storia del cinema: dalla nascita della camera ottica fino ai giorni nostri, scorrendo decenni di sperimentazione ed evoluzione. Alle prime stanze, dedicate ai giochi ottici così come alle diverse tipologie di camere oscure, ne seguono altre che omaggiano i primi cortometraggi e lungometraggi, nonché gli studi che hanno portato allo sviluppo delle tecniche cinematografiche moderne. Infine, dopo un ricco passaggio tra l’antichità e i suoi modelli, si apre al secondo piano l’immensa sala sviluppata tutta in altezza, che offre al visitatore un panorama disorientante, quasi si trovasse in un’altra realtà. Nulla lo riconduce al prototipo del museo classico: non lo spazio, che di fatto ricalca la struttura della Mole, non le poltrone-sdraio che ricordano piuttosto una sala relax, o un cinema moderno, non l’esposizione, che invece di svilupparsi in stanze, percorre in altezza una spirale ascendente, sospesa nel vuoto. Insomma, un trionfo di arte e allestimento, che colpisce anche il soggetto più distratto.

Ma cosa contraddistingue questo museo da quelli di impostazione più classica? Come mai dopo alcune ore trascorse all’interno del monumento, chi vi esce rimane impressionato dalla struttura e dall’esposizione? Di fatto una caratteristica peculiare emerge in questo piuttosto che in altri musei simili: ovvero il grado di interazione e di partecipazione che avvicina l’uomo all’arte, l’osservatore all’oggetto osservato. Nel caso del Museo del Cinema di Torino, infatti, ogni sala lascia la possibilità di provare, di interagire con gli oggetti, così come di sentirsi parte dell’allestimento. In un certo senso, chi vi entra e passeggia tra le opere, non è un mero spettatore, ma diventa anche lui astronauta come in Star Wars, piccolo chimico in un laboratorio o studioso di fotografia. La possibilità di prendere parte, anche per poco, al mondo che lo circonda, rende l’esperienza molto più significativa e allo stesso tempo memorizzabile dal soggetto. Facilitano questa immersione la costruzione di spazi ad hoc, con oggetti tridimensionali che li riempiono in tutte le loro parti.

Consideriamo, ad esempio, l’idea di inserire delle comode poltrone nella sala principale: questa scelta rimanda alla struttura di un cinema vero e proprio, piuttosto che a quella di un museo del cinema. In un certo senso è come se l’intero allestimento cercasse di far dimenticare a chi osserva di trovarsi in un museo e invece lo spingesse a sentirsi coincidente con ciò che viene osservato. Forse questo aspetto è stato particolarmente curato nell’allestimento proprio perché si tratta di un museo dedicato al cinema che, come osservava il filosofo Deleuze, abolisce la differenza con la realtà, perché entrambi sono costituiti di immagini che senza posa agiscono e reagiscono reciprocamente1. Non esiste dunque distinzione tra illusione e realtà, tra vero e costruito, ma in qualche modo chiunque entra a far parte della costruzione, almeno per qualche ora.

Insomma, per dirla con Oscar Wilde «l’arte trova la propria perfezione in se stessa e non al di fuori. […] Essa è un velo piuttosto che uno specchio, sono sue le forme più vere che il vero», quindi è necessario entrare davvero al suo interno per poterla comprendere, per poterne percepire le caratteristiche, le sfumature e lasciare che si immerga nella nostra memoria.

 

Anna Tieppo

 

NOTE
1. A. Costa, Saper Vedere il Cinema, Bompiani, Milano, 2011, p.41.

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La cultura, a novembre

Eccoci arrivati a novembre, il mese in cui comincia a fare buio troppo presto e in cui il freddo vorrebbe strapparci dal partecipare a molti ed interessanti eventi sparsi su tutto il territorio italiano. Ma voi dite di no! Uscite, partecipate, scoprite tutto quello che il mondo vi offre!… o almeno un pezzettino. Noi abbiamo selezionato alcuni eventi per convincervi che anche novembre a molto da offrire.

Buona lettura!

 

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LOMBARDIA | FESTIVAL DELLA MICROEDITORIA | Chiari (BS), 10-12 novembre 2017

Villa Mazzotti Biancinelli, con il suo noto fascino liberty, ospita anche quest’anno un incontro tra piccola editoria e grande pubblico. Arrivata alla 15esima edizione, questa rassegna curata dalla Associazione L’impronta vuole proporre svago, lettura, musica, divertimento e arte rivolti agli adulti ma anche ai bambini. La Rassegna rappresenta infatti una rete fitta di occasioni uniche per confrontarsi e dialogare con lettori appassionati, curiosi e attenti alle proposte che si collocano a lato dei tradizionali circuiti commerciali, ma è anche il risultato di un’incessante opera di coinvolgimento del territorio e della sua gente, nell’ottica di una crescita culturale che non sia fine a se stessa, ma utile al tessuto sociale bresciano.

Anche quest’anno sono numerosi ed interessanti gli ospiti che coloreranno il festival, tra i quali il giornalista Aldo Cazzullo, il fumettista Sergio Staino (importante in effetti è lo spazio che il festival dedica al fumetto) e Massimo Bray, direttore generale dell’enciclopedia Treccani.

Un piccolo appunto per i lettori-editori: anche quest’anno il festival propone un concorso al fine di premiare la microeditoria di qualità: a questo link potrete trovare tutte le informazioni utili.

Maggiori informazioni qui

 

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PIEMONTE | GOURMET FOOD FESTIVAL | Torino, 17-19 novembre 2017

Questo festival si propone come una grande piazza dove il pubblico, ma anche gli addetti ai lavori, possano godersi il mondo del cibo attraverso assaggi, corsi di cucina, acquisti, talk e conferenze, in compagnia di chef, produttori ed esperti del settore. L’iniziativa, promossa da Gambero Rosso, si svolge all’interno del Lingotto e mette in campo tutti i saperi attorno al mondo del cibo, dell’alimentazione e dell’enogastronomia. Si tratta di una manifestazione biennale che prende avvio proprio da quest’anno, il 2017.

Da segnalare è senz’altro la grande area centrale dedicata alla “cultura del cibo” in cui saranno protagonisti quattro ambienti tematici: i prodotti e la cucina (salumi, formaggi, carni, pesci, verdure, oli ecc.), il mondo del dolce (pasticceria, gelateria, cioccolato, caffè, tè e tisane), il pane e la pizza, il beverage (vino, birra, mixology). Uno spazio dove scoprire le migliori tecniche di preparazione a tavola (da una perfetta lista della spesa ai segreti per ottenere risultati eccellenti con pasta, lievitati e dolci, senza dimenticare la scelta di un vino o di una birra di qualità) e dove esperire attraverso tutti e cinque i sensi percorrendo il percorso espositivo con le “botteghe” dei produttori, lungo il quale sarà possibile assaggiare e comprare il meglio del food & wine nazionale.

Molto “succosi” sono anche gli ospiti d’eccellenza che partecipano a questa prima edizione: Carlo Cracco, Gino Sorbillo, Iginio Massari, Simone Padoan, Massimo D’Addezio, Gianfranco Pascucci, Sal De Riso e Igles Corelli. Sicuramente la ricetta giusta per un evento imperdibile per tutti i food enthusiasts!

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Per info sui biglietti qui

 

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MARCHE | KUM! FESTIVAL | Ancona, 10-12 novembre 2017

Il 2017 segna l’anno di nascita di questo nuovo interessantissimo festival che coinvolge la città di Ancona e che trova luogo nella cornice della Mole Vanvitelliana, sul litorale cittadino.

Con queste parole, Massimo Recalcati, presidente del comitato scientifico del festival, spiega l’intento di questo nuovo appuntamento: «Mancava in Italia un’occasione importante per riunire intellettuali di diverse discipline a riflettere sul grande tema della cura. È per questo che abbiamo inventato un nuovo festival culturale sotto l’insegna di questa grande problematica, che non è solo una problematica medico-clinica, ma una problematica più estesa, che investe la vita delle nostre città, i rapporti tra i soggetti, la vita delle nostre istituzioni, il curare, l’educare, il governare».

Il tema scelto per questa prima edizione è “l’ingovernabile” e riguarda vicende che sfuggono al controllo umano, sia esse legate al mondo naturale come per esempio i terremoti, che da sempre segnano il territorio italiano, oppure fenomeni sociali come le migrazioni ma anche fenomeni umani psicologici e biologici, come la malattia del corpo, l’esuberanza della vita che vuole vivere, la spinta della pulsione, il nostro destino mortale.

Organizzato dall’associazione culturale Esserci, il festival ospiterà personalità interessanti come Adriana Cavarero, Massimo Cirri, Gad Lerner e Bernard Stiegler.

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TOSCANA | PISA BOOK FESTIVAL | Pisa, 10-12 novembre 2017

Nato nel 2003, questo festival mette in vetrina e in rete le case editrici indipendenti nella sede storica del Palazzo dei Congressi e si propone come occasione di incontro e condivisione editori, scrittori, traduttori, illustratori, artisti, bibliotecari, bibliofili e curiosi.

Quest’anno il programma degli eventi è organizzato secondo sei filoni: le anteprime degli editori, il focus sul paese ospite, i grandi ospiti, gli autori di La Repubblica Caffè, i seminari del centro traduzione e lo spazio Junior. In tutto gli eventi sono ben 200 e ci sono 160 espositori degli editori che sicuramente sapranno conquistarvi con le nuove proposte editoriali.

Gli amanti dei freddi Paesi nordici non possono assolutamente farsi sfuggire questa edizione per la presenza della Finlandia come Paese ospite. Giovedì 9 novembre alle 18 sarà infatti inaugurata a Palazzo Blu la mostra La Valle dei Mumin. Retrospettiva su Tove Jansson (ovvero la famosa scrittrice e illustratrice di libri per l’infanzia). Di questo Paese troverete traccia anche tra pagine dei grandi autori del momento ospiti del festival come Tuomas KyröRosa LiksomMinna Lindgren e Riikka Pulkkinen. Questi autori incontreranno il pubblico durante le presentazioni dei loro ultimi successi editoriali ma anche i laboratori di traduzione e le conversazioni a tema, come quella dedicata alle “Women in writing” sabato 11 alle 16: un progetto questo sicuramente molto originale ed interessante.

Tra gli altri autori presenti segnaliamo anche Guido Tonelli, Chiara Francini e Paolo Cognetti. A questo link potrete scoprire il programma completo dell’intera manifestazione. Buon festival!

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VENETO | INTUITION | Venezia, Palazzo Fortuny, 13 maggio – 26 novembre 2017

Manca ormai meno di un mese alla sua chiusura ma noi vi consigliamo caldamente la visione di questa mostra aperta in primavera a Palazzo Fortuny a Venezia, una location artistica un po’ meno nota ma sicuramente degna d’attenzione.

Intuition è la sesta e ultima mostra che chiude la serie organizzata negli ultimi anni dalla curatrice Daniela Ferretti e la Axel & May Vervoordt Foundation; lo scopo questa volta è quello di evidenziare e indagare i tanti e diversi modi in cui l’intuizione ha plasmato l’arte, in aree geografiche, culture e generazioni diverse. Il nome stesso della mostra, dal latino intueor, richiama a quella forma di conoscenza non spiegabile a parole e che si rivela per “lampi improvvisi”, immagini, suoni, esperienze, che esprime il sentimento che guida l’artista ad agire in un determinato modo senza comprenderne la motivazione.

Le opere presenti sono estremamente suggestive e comprendono menhir del periodo neolitico, installazioni di Marina Abramovic e Anish Kapoor, opere di spazialisti come Lucio Fontana e Joseph Beuys, nonché un nucleo importante di opere surrealiste, in un percorso studiato che si snoda sui tre piani dell’antico palazzo. L’ultimo piano della casa-atelier di Mariano ospiterà una suggestiva installazione performativa – definita dalla partecipazione del pubblico che contribuisce a trasformarla – dell’artista coreana Kimosooja.

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EMILIA ROMAGNA | PUBBLICITÀ! | Parma, Fondazione Magnani Rocca, 9 settembre – 10 dicembre 2017

La mostra intende raccogliere quasi settant’anni di pubblicità italiana in 200 opere, tutte esposte alla “villa dei capolavori” di Mamiano di Traversetolo presso Parma.

L’obiettivo perseguito dai curatori Dario Cimorelli e Stefano Roffi è quello di raccontare la nascita in Italia della pubblicità dalle sue prime forme di comunicazione semplici e dirette, all’introduzione dell’illustrazione come strumento persuasivo e spiazzante per novità e per fantasia, al rapporto tra illustrazione e messaggio pubblicitario attraverso i diversi media, dal più conosciuto manifesto, alla locandina, alla targa di latta e poi al packaging della confezione, fino all’arrivo della radio come strumento di comunicazione di massa.

Quattro sono dunque le sezioni in cui si snoda il percorso, grazie al quale lo spettatore si ritrova impigliato in un passato nostalgico, quello dei suoi genitori o nonni, in mezzo alle immagini che questi potevano osservare per le strade e agli oggetti che potevano aver usato: un’ulteriore conferma del carattere sociale, oltre che artistico, del prodotto di design e della cartellonistica.

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Giorgia Favero

[Immagini tratte da Google Immagini]

 

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«Le sto parlando da una biblioteca!»: al telefono con Paola Mastrocola

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Stupore e sacrificio. Credo che questi due sostantivi possano ben introdurre la figura di Paola Mastrocola, un’ex insegnante di lettere, consapevole della fatica che lo studio e il raggiungimento anche di una piccola parte di sapere portano con sé (le famose “sudate carte” di Leopardi) al fine di potersi sentire in grado di capire e ammirare la bellezza e il suono delle parole dei Grandi.
Nonostante il pensiero preciso e radicale a tal proposito, considerato da alcuni un po’ superato e fuori moda, nei suoi numerosi romanzi è in grado di creare delle immagini che denunciano una capacità di osservazione non comune della realtà, delle cose e delle persone, filtrata da occhi ma soprattutto da un’anima che si stupisce ed è, in un certo senso, ancora spensierata.

 

Un nuovo anno scolastico è appena ricominciato. Con quale spirito si accingeva ad intraprendere la scuola quando insegnava e qual è la prima cosa che diceva ai suoi studenti appena entrata in classe?

Insegnando al biennio, ogni anno prendevo una prima liceo scientifico quindi era proprio ricevere i ragazzi all’inizio, lo sentivo come un impegno molto importante. Cercavo di portare in classe un libro molto bello, che piaceva a me, e gliene leggevo una parte; in genere era un libro di poesie della grande tradizione, poteva essere un pezzo di Virgilio o Montale o Orazio, oppure Eliot, qualcosa di bello, di grande. Era il mio benvenuto. Io non ho mai preparato la lezione, mi lasciavo molto portare dall’istinto; non mi piaceva perdere tempo in ciance, decidevo di far subito lezione: o su come scrivere, su come fare un tema, su cosa leggere durante l’anno, cioè cercavo, fin dal primo giorno, di dare l’idea dell’anno che avevamo davanti, di dove volessimo arrivare. Però poi il discorso mi portava sempre dove non pensavo; è il bello delle digressioni, lasciarsi portare. Abbandonare la via maestra e svicolare nei viottolini laterali perché magari siamo attratti da un boschetto, da un prato di viole… Certo, il rischio è perdere la direzione. Ma è un buon rischio, secondo me, nella scrittura.
A me piaceva molto fare lezione, era proprio il centro del mio mestiere. Come sa, la nuova pedagogia non ama che l’insegnante faccia lezione, perché trovano che durante la lezione l’allievo sia passivo; mi dica lei se quando ascoltiamo qualcuno che parla siamo passivi! È una delle follie pedagogiche attuali.

Con lei condivido il grande amore per i libri e i luoghi speciali che li contengono, le biblioteche. Le ha frequentate molto nella sua vita? Ne ha una in particolare a cui è affezionata?

Le sto parlando da una biblioteca! Io sono un caso un po’ particolare, direi un malato grave. Sono almeno trent’anni che tutti i giorni liberi vengo a scrivere alla Biblioteca Nazionale di Torino che è in centro, in piazza Carlo Alberto, una delle piazze più belle della mia città. Vengo più o meno tra le otto e le nove ed esco o alle due o alle sei, dipende. Vivo qua, scrivo qua e scrivo solo qua. Io adoro le biblioteche perché sono luoghi che io chiamo templi non religiosi, in cui c’è un silenzio particolare, un “silenzio rumoroso”, pieno di un rumore mentale: c’è tutta gente che pensa, studia, legge e le loro menti fanno questo bellissimo rumore che ci accompagna e accresce il nostro pensiero individuale. Guardi, è un’esperienza unica vivere in biblioteca! In più abbiamo i libri che ci circondano e quindi ci proteggono, ci parlano anche se non li prendiamo, loro ci sono, noi sentiamo la loro presenza.

In Non so niente di te (Einaudi, 2013) scrive: «Si cominciò a pensare che muoversi era tutto. Il valore di un essere umano iniziò a misurarsi in massima parte proprio dalle estensioni geografiche che nella vita riusciva a coprire: dal chilometraggio, in un certo qual senso. I giovani in particolare venivano giudicati a seconda di quanto più si esponessero al lontano e al diverso. Il che complessivamente veniva riassunto nel concetto del “fare esperienza”».
Che pensiero ha in merito alla generazione Erasmus?

Mi sembra che stiamo dando i numeri! Abbiamo pensato che sia un valore andare via di casa e andare lontano in mondi stranieri e, se possibile, esotici. È una follia. Pensi a Federico Fellini che io adoravo e che mi manca molto. Fellini, che ha fatto forse i film più straordinari del Novecento, non si è mai mosso da Rimini. Anzi le dirò di più: se vogliamo arricchire la nostra inventiva, la nostra originalità dobbiamo stare molto fermi e centrati in noi. Credo che le grandi scoperte si facciano dentro di noi. Certo, è bellissimo conoscere nuovi mondi, andare ogni tanto a fare un viaggio, ma proprio questo sbattersi fuori di casa per una specie di diktat collettivo che si è imposto… ma no! Se ne hai voglia, se proprio è un tuo piacere ma può riguardare il 5% dei giovani, il 10%, ma non tutta questa massa che si sente sfigata se non va via! Questo no! Ci può essere un ragazzo meraviglioso, che fa degli studi ottimi e che studia sotto casa. Non è un cretino perché studia sotto casa!
Mi rende triste che siate sottoposti a questa tortura del curriculum e che dobbiate fare una moltitudine di esperienze lavorative e di studio, anche minime, irrisorie, solo per mettere voci nel curriculum; questa cosa è demenziale. Voi non siete più valutati per quello che valete e pensate ma per quanti chilometri avete fatto, cioè no. Dovreste ribellarvi ma non so in che modo.

Nella stessa pagina del libro sopraccitato emerge anche una riflessione sul concetto di valutazione. Lei scrive: «Era iniziata una strana stagione della Storia, dove tutto doveva essere “oggettivamente misurato”, e quindi valutato secondo certe tabelle internazionali».
Che rapporto ha lei con i metodi di valutazione della scuola attuale?

Lo ritengo uno dei guai della scuola attuale! Si è imposta la pedagogia del valutare e l’Europa ha fatto molto danno in questo senso, ci obbliga ad adeguarci alle normative, agli schemi, alle statistiche… Ci sono cose non valutabili e sono, in genere, le migliori. Valutare un ragazzo in base ad un test, magari fatto in poco tempo, velocemente, in modo superficiale, è svalutare la sua vita mentale, l’originalità dei suoi pensieri, anche la sua “lentezza”, perché no? Ho combattuto contro gli Invalsi e contro ogni genere di test in tutti questi ultimi anni. I test d’ingresso, per esempio, che aberrazione! Mi avessero mai sottoposta ad un test d’ingresso non sarei entrata in nessuna università. Ci sono anche menti che non sono adatte; il test misura qualcosa di molto limitato, misura la velocità ad esempio, ma non la profondità. Stiamo selezionando una categoria di giovani discutibile.

L’importanza dell’esperienza interiore e del tempo dedicato alla solitudine con se stessi emerge chiaramente come tema fondamentale in molti dei suoi libri ma anche nelle numerose interviste rilasciate.
Nella sua vita di scrittrice, insegnante, moglie e madre è proprio la scrittura ad assumere su di sé la funzione di pausa dal mondo che scorre?

Il bisogno di isolarsi da tutto e da tutti, in modo anche molto egoistico − cioè dire ogni tanto “io non ci sono per alcune ore al giorno per nessuno” − sarebbe salutare per tutti, anche per quelli che non scrivono; nessuno può vivere sempre all’esterno di sé, sempre con altri, sempre sottoposto a stimoli continui. L’eccesso di stimoli esterni è negativo, ci frastorna, ci disturba, ci distrae, ci confonde, ci impedisce il contatto intimo con noi stessi, che è poi fonte di grande piacere. Uno deve stare con sé un pochino ogni tanto nella giornata. Sarebbe bello che tutti si sconnettessero un po’ e si isolassero anche un po’, non dico tanto, una o due ore al giorno: uno legge o passeggia, guarda, si siede su una panchina, non è che deve scrivere un romanzo per forza, ma abbiamo tutti un nostro mondo interiore da coltivare, cerchiamo di non trascurarlo. Mi preoccupa che quando abbiamo un momento di pausa lo usiamo per stare connessi, rispondere alle mail o ai messaggi, quello non è un attimo di pausa.

In Non so niente di te c’è una scena che mi ha estremamente colpito, quella in cui Fil e Malmecca, seduti, passano la giornata ad acchiappare con la lenza le foglie che cadono dagli alberi, al fine di “accompagnarle nella loro caduta”. Similmente anche una frase presente in Una barca nel bosco (Guanda, 2004) mi è rimasta impressa: «Veder piovere sul mare è tutt’altra cosa, quasi un malessere: ti chiedi cosa se ne fa il mare di tutta quest’acqua, dove se la mette».
Questa sensibilità per i gesti e gli aspetti belli, piccoli e inutili della vita, questa attitudine a rendere più umano il mondo che ci circonda e questa capacità di osservazione strettamente connessa a una grande curiosità da dove prendono origine? Qualcuno gliele ha trasmesse o è autodidatta in ciò?

Non lo so, però io penso che sia legato alla domanda precedente. Se noi aumentiamo la nostra dimestichezza con l’interiorità, con lo sguardo, con l’osservazione, con lo stare fermi anche, il mondo ci entra dentro e ci parla; quindi non dobbiamo più fare niente, viene spontaneo. Se proprio vuole che le indichi la strada forse è una specie di tornar bambini, perché è il bambino che nota tutto e si stupisce. È lo stupore la chiave della nostra vita, solo che crescendo ce lo dimentichiamo un po’. Ad esempio, prendiamo il tramonto: per gli antichi era il fatto che il carro del Sole, guidato da Helios, finiva la sua corsa a Occidente; e poi però la domanda era “ma come fa il Sole se cade a Occidente a rinascere a Oriente?”. E gli antichi avevano risposto che c’è un fiume circolare che circonda la Terra e si chiama Oceano, il carro del Sole a Occidente viene preso da una nave che percorre il fiume Oceano e lo riporta a Oriente. Non è bellissimo?
Recentemente ho ri-raccontato i miti greci (L’amore prima di noi, Einaudi, 2016): il mito è un altro grandissimo motore di stupore, quando l’umanità era bambina e non sapeva nulla di scientifico si stupiva. Noi dobbiamo semplicemente tenere assieme la scienza e il mito, non separarli!

La città in cui risiede, Torino, è una città che ha ispirato numerosi scrittori. Che rapporto ha instaurato negli anni con la sua città natale? Ha mai desiderato vivere da un’altra parte?

La mia città mi piace, ma nel senso che è mia e non la cambierei. Non l’ho mai descritta perché io non amo descrivere i luoghi reali, però credo di appartenerle. Ma in un modo molto naturale. Sono nata qui, sono sempre vissuta qui, credo che morirò qui. Fine.

Frequentando le librerie ci si accorge di come chiunque ormai possa scrivere un libro e quindi, mai quanto prima, è fondamentale essere in grado di selezionare. In generale cosa ne pensa della letteratura contemporanea italiana e quali sono le sue letture preferite?

Aggraverei il problema: non solo vengono pubblicati troppi libri ma adesso in rete tutti possono scrivere. Il problema della selezione, come dice lei, è il problema centrale e lo sarà sempre di più. Non so come farà la gente ad essere guidata nella scelta tra i capolavori, pochi, e la spazzatura, tanta. Però questo ci pare molto democratico e quindi, auguri!
Detto ciò, io penso un gran bene della letteratura contemporanea italiana a differenza dei critici, quei pochi (sempre che ne esistano ancora…) che si divertono ad affermare che non sappiamo scrivere e che non abbiamo niente da dire. Io penso che ci sia una narrativa italiana molto forte, facciamo quello che possiamo, certo, ma ci sono degli ottimi libri.

Una domanda d’obbligo alla fine di ogni intervista de La Chiave di Sophia: qual è la sua idea di filosofia e che ruolo assume nella sua vita?

A me piacerebbe che nella vita reinserissimo il concetto di mistero, non per forza in senso religioso, però che ammettessimo che qualcosa è inspiegabile e che accettassimo questo valore di non riuscire a sapere tutto e di non riuscire a spiegare tutto. C’è qualcosa che ci sfugge ed è bene che ci sfugga, probabilmente lì sta il senso della vita; il bello è cercare di capire, anche con l’idea di non riuscirci mai. È come se noi fossimo di fronte a un disegno di cui ci sono i puntini, ha presente il gioco della Settimana Enigmistica? Noi più viviamo più uniamo i puntini, ma solo alla fine vedremo il disegno finale, quando ormai sarà troppo tardi! Però il bello è esercitarci a intuire il disegno, con il rischio di sbagliare.

 

Sara Rocco

Sara Rocco, nata a Verona nel 1992, si è laureata in Architettura al Politecnico di Milano, città nella quale attualmente vive. Convinta che “il futuro ha un cuore antico”, è affascinata tanto dalla conservazione dei beni storici, quanto dall’architettura e dall’arte contemporanee, e vorrebbe unirle nella propria futura professione. Amante dei teatri, delle città e dei festival, non smetterebbe mai di viverli e frequentarli. Eternamente indecisa tra un buon libro e un avventuroso trekking in montagna.

 

Intervista rilasciata telefonicamente il 23 settembre 2017 a seguito dell’incontro con l’autrice in occasione del festival Pordenonelegge di sabato 16 settembre 2017.

Ottobre in Filosofia!

Dopo il mese di Settembre ricco di Festival culturali e filosofici, anche Ottobre sembra non essere da meno. Siamo ritornati a pieno regime alle nostre attività e così anche per gli eventi. La diversità di eventi per questo mese diventa specchio della diversità culturale e professionale che ci appartiene come italiani.

Per voi lettori una selezione ‘diversa’ di eventi per questo mese.

eshop-intro-imgVENETO | Festival della Statistica 7-8-9 Ottbre – Treviso

Per portare all’attenzione del grande pubblico la conoscenza e il valore delle scienze statistiche e demografiche nasce per la prima volta in Italia StatisticAll – il Festival della Statistica e della Demografia. Tre giorni per raccontare la statistica e la demografia in modo innovativo e coinvolgente.

“La statistica è un linguaggio che noi, anche inconsapevolmente, usiamo sin da bambini: il nostro pensiero si sviluppa e cresce grazie alla classificazione degli eventi, che ci aiuta a prendere decisioni e a gestire le incertezze.

Ma anche alla cassa del supermercato quando esibiamo la carta fedeltà, quando cerchiamo qualcosa su internet, al bancone della farmacia mentre ci viene consigliata la cura migliore … dietro tutto questo c’è un algoritmo statistico o uno studio demografico. Per questo la statistica e la demografia sono ormai diventate parte integrante della società ma spesso non viene percepito nel profondo l’apporto fondamentale di queste metodologie al nostro progresso, come alla nostra vita quotidiana. Diffondere la cultura e la passione per queste discipline è quindi divulgare un modo ragionato di guardare al reale, che può aiutare a capire i meccanismi sempre più complessi, ma molto affascinanti, della nostra società, valutando in modo critico le informazioni che ogni giorno ci vengono proposte.”

Programma completo: qui

Senza titolo-1-01VENETO | Carta carbone Festival 13-16 Ottobre – Treviso

CartaCarbone festival letterario nasce dall’amore di Nina Vola per il racconto. D’invenzione ma anche autobiografico. “Autobiografia e dintorni” è infatti il tema del festival. Leggere e scrivere di sé porta lontano, in mondi sconosciuti e fantastici che riposano sotto la cenere dell’oblio aspettando il soffio d’ossigeno che li riaccenda. Da parole quotidiane possono nascere capolavori.

CartaCarbone festival letterario vuole portare a Treviso libri in abbondanza, tuffarsi negli eventi letterari, vedere gente ubriaca di parole, ascoltare gli scrittori affermati, accompagnarli nelle piazze tra la gente, dar voce agli emergenti, ospitarli e mangiare allo stesso tavolo.

Programma completo: qui

Copertina facebook workshop_Ca Foscari_LaChiavediSophia-02VENETO | Workshop Editoria e Filosofia 2.0 19-20-21 ottobre –  Venezia

“Workshop Editoria e Filosofia 2.0. Il testo – la rete – l’evento”

Ore 9.30-17.30, presso Aula Valent al 4° Piano di Malcanton Marcorà,  Venezia

In collaborazione con l’Università Ca’ Foscari di Venezia workshop gratuito di tre giorni rivolto a tutti gli studenti. Il workshop suddiviso in tre moduli: scrivere, comunicare e organizzare intende ripercorrere il processo di creazione di un contenuto editoriale, gli elementi e le strategie di comunicazione necessarie a promuovere un contenuto e infine come nasce e si costruisce un evento culturale.

Per info e iscrizioni: info@lachiavedisophia.com
Max 20 iscritti cafoscarini
Max 10 iscritti di altri Atenei

medicina-e-shoa-ELABORATION1LOMBARDIA | Convegno – 6 ottobre – Università degli Studi di Milano

Responsabilità della scienza e etica della cura: la lezione della Shoah e le nuove frontiere della bioetica” presso la Sala di Rappresentanza del Rettorato, Università degli Studi di Milano, Via Festa del Perdono 7.

Il Convegno è organizzato in occasione dell’apertura della mostra “Medicina e Shoah”, che ripercorre la storia della medicina nazista a partire dalle origini dell’eugenetica sino alle politiche razziali e di sterminio del III Reich. La mostra, realizzata dall’Università di Roma “La Sapienza” in collaborazione con l’Unione Comunità ebraiche italiane (UCEI) e con la cura scientifica di Silvia Marinozzi, viene ospitata nella sua tappa milanese dall’Università Statale, dove sarà visitabile dal 6 ottobre al 2 novembre nell’ Atrio dell’Aula Magna, in via Festa del Perdono 7 (ore 9-18, ingresso libero).

Programma completo: qui

Programma mostra: qui

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Se pensate che l’enogastronomia non appartenga al grande universo della cultura, vi state sbagliando! Milano Golosa è l’esempio di come la Cucina e le sue materie prime appartengano alle nostre radici culturali, e di come si possa fare cultura cucinando, mangiando, scoprendo ciò che si cela dietro al piatto. In questa quinta edizione si andrà alla ricerca dell’origine di ciò che vi si trova dentro i nostri piatti.  Perchè, sempre più in cucina, si ricerca l’integrità della materia prima, un’idea di purezza da preservare. Una tre giorni di incontri, laboratori, ricette per un racconto gastronomico che mette al centro il concetto di purezza in cucina e l’importanza della qualità degli ingredienti.  Cucinare è un po’ come fare Filosofia, interrogarsi, indagare, riflettere e quindi scoprire e meravigliarsi della grande varietà che ci appartiene come essere umani ma sopratutto, in cucina. come italiani.

Programma completo: qui

La stagione è appena iniziata, mettiamoci alla prova!

Valeria Genova

Maggio in Filosofia!

Maggio è arrivato!

Certo, ci ha dato il benvenuto con il brutto tempo, eppure finché c’è cultura c’è speranza, quindi, come ogni mese, vi presentiamo alcuni eventi selezionati per voi!

  • Milano, 2-16 maggio 2016 – ore 18.00 – Università Bocconi

           “Che cos’è l’economia? Per un’interpretazione filosofica della scienza economica”

         2 maggio: Economia e pubblico benessere

         9 Maggio: Economia ed etica

         16 Maggio: Economia e politica

Introduce Gino Zaccaria – Università Bocconi

Interviene Salvatore Natoli – Università degli Studi Milano-Bicocca

  • Torino, 3 maggio 2016 – ore 10:00-13:00 – Campus Luigi Einaudi

    “Una tavola rotonda emozionante”

    Uno sguardo multidisciplinare sulle emozioni: basi neurali, rappresentazione, riconoscimento nell’arte e sui social network, nel contesto definito dall’interazione tra le persone e dalla mediazione delle ICT

    Intervengono:

    Carola Barbero (Dip. di Filosofia e Scienze dell’Educazione) – Cristina Bosco (Dip. di Informatica) – Ugo Merlone (Dip. di Psicologia) – Marco Tamietto (Dip. di Psicologia) – Viviana Patti (Dip. di Informatica) – Maurizio Tirassa (Dip. di Psicologia) – Alberto Voltolini (Dip. di Filosofia e Scienze dell’Educazione)

     

Entrambi gli eventi rappresentano quanto la Filosofia si insinui nella vita quotidiana, rispecchiando, dunque, alla perfezione lo spirito de La chiave di Sophia.

Vi invitiamo, pertanto, a partecipare numerosi, per capire, per introdurvi nella dimensione filosofica passando attraverso percorsi di vita quotidiana.

Valeria Genova

About M: l’Arte originale di Massimiliano Zinnanti

I love to be disturbing.

Terror alone scares and make people’s eyes run away, draw in molded beauty make them fall in love…

the best way is to freeze them with the orbitoclast of unsureness, in the distorted iris of the doubt.

This is the poison soaked in a kiss of sacred fear.

 

Quando ho chiesto a Massimiliano Zinnanti di parlarmi di sé, con lo scopo di scrivere questo articolo, ha esordito con delle parole che mi dispiacerebbe non citare: «Non nasconderò i difetti che non vanno nascosti perché parte di me quanto il segno, i miei manierismi prolissi o insaporiti di inutile horror […], ma nell’ammettere questo ancora non vi è vera umiltà ma un complimento celato perché nell’autodistruzione ironica c’è la peggior arma: la prevenzione della potenzialità di essere feriti da fuori poiché lo si è già fatto nel proprio ego. Nudi al punto da poter solo mostrare le ossa. Criticarsi è la capacità di ridere di sé, forse, di spiegare le labbra in un sorriso rivolto ai propri denti, sorriso che nel quadro odierno ferisce più della penna che feriva più della spada. Amo l’amarezza del riso, la lama tagliente delle ossa più scoperte dell’anatomia umana. Tutto muore distrutto in un comico rantolo, niente è più pericoloso di quella morbida curva specie in un’epoca così esposta, così debole, così falsa. Perché oggi è tutto talmente fragile e arrogante, un teatrino di finti ubriachi, specie nell’arte, che basta inclinare leggermente lo sguardo per sviscerare il risibile dall’uomo che si mostra più serio. Trovo che palesare la difficoltà sia parte della bellezza, se è uno stratagemma fatto con intelligenza, mentre quando il risultato devia orribilmente dal baccello originale, per mancanza di capacità, volontà, talento o intelligenza, allora non è giustificabile ma semplicemente malriuscito. Le cose facili sono brutte, se sono fatte per mascherare incompetenza. È quindi un atto di preservazione anche l’automutilazione se fatta con uno scopo, e il mio scopo ora è darvi un assaggio di me nel modo che meglio mi riesce, cioè un linguaggio distruttivo, poco chiaro ma ricco, contraddittorio ma passionale. Almeno credo. E mi trovo quindi qui, in un periodo decisamente travagliato della mia vita, ma che contiene in sé un potente contrasto di dolore e umorismo, ed amo questi contrasti, a parlare male di me e del mondo perché possiate pensare bene».

Maxereffect

Massimiliano è una persona singolare e un artista originale, di quelli che non incontri tutti i giorni. Il suo percorso artistico è cominciato recentemente, presso l’Accademia delle Belle Arti di Venezia, dove è riuscito a trasportare nell’embrione del foglio bianco ciò che per anni era rimasto prigioniero nei suoi sogni. «Accidentalmente quanto accidentale» è stata la sua scelta dell’Arte a scapito della Scienza, concludendo che la prima poteva contenere la seconda, trovando il suo “fuoco” grazie alla lotta contro i canoni artistici che gli sono stati presentati dal mercato dell’arte, che da interiore si è incarnata nelle sue creazioni.

«Il passaggio, fondamento e vera lezione che si deve trarre da soli e in assoluto non necessariamente da un’istituzione (ma possibilmente sfruttandola), è che i limiti imposti dagli altri e da se stessi quando si parla di fantasia, creatività e del veleno delle nostre muse, sono falsi e cedevoli. È vera la povertà, la miseria della società che ci strappa infinite possibilità, costringe alla sopravvivenza e all’accettazione di ideali vuoti e stili di vita impersonali […].Se non hai il fuoco, se lo spegni per vantaggi che non ti appartengono, sei un debole, un viziato, schiavo dei limiti imposti, dei cordoni ombelicali a cui la società ti incatena alla nascita, preda delle mode, di etichette di idee non tue, di nomi più grandi di te, di una vita che non ti corrisponde. Ed è per questo che i più scompaiono o nella loro accondiscendenza verso la strada facile ce la fanno, e scompaiono ugualmente, senza aver cambiato nulla»

afferma il giovane artista che di forza e voglia di fare e andare contro corrente ne ha da vendere. Massimiliano vive in una continua ricerca, da ciò che legge a ciò che vede, tutto diventa ispirazione che lo orientano verso un vero e proprio studio che è parte anche del suo creare. Sebbene lui odi le citazioni e il plagio e infatti le ispirazioni tratte da altri devono sempre essere messe in discussione.

Il lavoro di Massimiliano Zinnanti verte sulla nudità della donna e l’orrore miscelati all’unisono, raggiungendo la vetta dell’inquietudine, ecco che quindi in molti, quando vedono le sue opere, le avvicinano al gotico o ad artisti come H. R. Giger o Francis Bacon, attribuzione che si stacca enormemente dalla realtà. «La mia strada è e deve essere solamente mia». E così spiega le sue donne: «voglio ammantare donne che sono bambole della loro stessa algida contraddizione, iridi di smalto di una dea che sarà sempre meno di qualsiasi donna. Sono le mie sirene di perla, belle come idoli e sventrate, rotte nelle giunture rosee per mostrare la loro finzione e l’odio del mondo, l’ipocrisia del mio essere quasi femminista nella lode che proclamo per loro ma comunque uomo nella presunzione di riuscirci».

Ora Massimiliano si sta cimentando nell’esplorazione medica dell’anatomia umana, nell’anatomia microscopica «dei piccoli veri dèi biologicamente eterni», nel raggiungimento di una matrice unica dall’umano che possa poi diventare arte.

M

Massimiliano Zinnanti ha inventato una tecnica pittorica in grado di fondere arte materica e digitale, ha vinto riconoscimenti nazionali in diversi campi quali lo storyboard di video, è stato selezionato per mostre di pittura ai Magazzini del Sale a Venezia, quest’anno ha avuto un’occasione a livello mondiale con la prima edizione del FISAD di Torino dal titolo The Sense of the Body, evento incentrato sull’anatomia umana, e correlato anche con l’EXPO. Fra le altre cose la sua tesi di laurea riguardante i Final Boss videoludici contrapposti alle religioni e al deicidio è stata riconosciuta nel 2014 come miglior tesi a livello nazionale sui videogiochi, uno dei temi più cari all’artista, dall’Archivio Videoludico di Bologna.

Concludo il mio articolo con una citazione, sicuramente molto esplicativa del carattere dell’artista:

E per adesso so ancora cosa voglio. Libertà.

La parola d’ordine per creare, evadere da un paese che ha sempre e solo fatto da ostacolo, abbattere il più possibile un sistema di mercato sporco e cieco, e sempre con la libertà intendo procedere nel modo più indipendente possibile, camminando assieme ai miei migliori amici di cui conosco il valore, fondare con loro un gruppo ma contando solo sui miei denti disillusi per andare avanti nella mia battaglia, forse presentare la fine di tutto come un altro ipocrita manifesto, mostrarmi al mondo, a malincuore, molto più di quanto ho fatto e arrivare a finanziare da me quando ne avrò la possibilità i progetti a cui tengo di più ma che so non essere vendibili.

Per ora. E un giorno poter dimostrare più di qualcosa.

 

Per ammirare e conoscere meglio le sue opere, questo è il suo sito.

Ilaria Berto

[Immagini concesse Massimiliano Zinnanti, informazioni e citazioni ottenute dall’artista stesso]