Appunti di uno ancora in vita. David Casagrande intervista sé stesso (II parte)

«Se lei crede che io mi lasci abbindolare da cose tipo

“Sono un’artista, non ho bisogno di spiegare”, è fuori strada».

(Paolo Sorrentino, La Grande Bellezza, 2013)

 

Tutte le sue teorie mi sembrano abbastanza preconcette. Non mi ha fornito dati empirici a loro giustificazione: mi ha semplicemente detto che “è così e basta”.

Cerco di venirle incontro: osservando il mondo, ho capito che tutte le azioni dell’uomo rispondono all’Amore o all’Odio. Lei prenda qualsiasi gesto, lo semplifichi giungendo al substrato che l’ha generato, e ne studi il fine: si accorgerà che base e fine sono (sempre!) l’Amore o l’Odio. Aggiungo: non solo le scelte esistenziali, ma anche le attitudini mutano la loro essenza a seconda che le s’indirizzi all’Odio o all’Amore.

Mi farebbe un esempio di attitudini che possono essere rivolte sia all’Odio che all’Amore?

Pensi alla musica: se la si produce per diletto puro, allora siamo nell’Amore, perché generiamo meraviglia. Ma se invece (ci) costringiamo a praticarla per competere o per volontà di superioritàebbene, siamo diretti all’Odio (e quanti genitori vedo imboccare questa strada, sfruttando i figli! Dominus parcat illis).
In realtà, ciò che vale per la musica, o qualunque tecnica particolare, vale per l’arte. In effetti, concordo con Hegel: l’arte è morta, e chi s’ostina a praticarla s’accanisce terapeuticamente s’una carcassa. Gli artisti d’oggi, animati da Spirito-di-competizione, ovvero dall’Odio, anche se si spacciano da Cristo che resuscita Lazzaro (perché pretendono di far bellezza, come in passato) sono dei Frankenstein che costruiscono mostri-nuovi con cadaveri-vecchi.
Tenga conto che la letteratura è esclusa da questo ragionamento: essa, infatti, non è arte, è Meraviglia, solo ed esclusivamente Amore. Nella letteratura non c’è traccia di Odio, perché manca di competizione.

Qual è il rapporto tra esistenzialismo e arte?

È un reciproco sospetto, direi. Fra i molti autori che potrei citare, ne eleggerò tre.

  1. Per Kierkegaard, l’arte è un rimando: in quanto tale, è un significante che indirizza al mondo e con esso mantiene rapporto inscindibile. Il problema è che, nel momento cui questo rapporto si mantiene nella mondanità, esso è – già da sempre – inautentico e non-libero.
  1. Sartre definiva la pratica artistica un “annichilimento della realtà”. Con un ottimo esempio, afferma che, sin quando stiamo a fissare un quadro di re Carlo VIII, non sapremo nulla di costui: egli “apparirà alla nostra coscienza” quando ci libereremo dall’influsso artistico per darci al “pensiero” del re.  In altri termini, l’arte impedisce alla coscienza di agire in modo consono alla sua missione.
  1. Bergson, riflettendo sull’essenza della realtà, si concentra su percezione e memoria pura. Ora, tale essenza è (per farla molto semplice) la realtà ontologica del tempo, che si dà all’uomo come intuizione-delle-cose. E l’intuizione, facoltà tanto conoscitiva quanto rivelatrice del tempo, non si trasforma mai in capacità artistica. L’arte dunque, è certamente a-temporale (il che, potrebbe essere positivo) ma, nondimeno, è a-logica.

Io, personalmente, ritengo che una vera comprensione dell’esistenza porterebbe all’implosione dell’arte. Se riuscissimo a capire che è la vita la nostra opera più grande! Che non occorre musica quando basta il suono del cuore! Che è la voce di chi amiamo la canzone più bella!

Lei cosa consiglia? Interdire la pratica dell’arte?

Superarla. Considerando che l’Odio nasce dalla competizione (meglio: si lega a essa) un’ottima idea potrebbe essere quella di favorire il ritorno all’arte-pura, eliminando i concorsi o le gare di disegno, di musica, di canto. E quegli squallidi show in TV… Terrei invece aperti, come depositi di “storia della purezza”, accademie e conservatori.

Torniamo alla sua filosofia. Lei sostiene che l’Universo invoca l’Amore, eppure ha scritto un Elogio del dolore. Come possono convivere dolore e Amore?

Amore e Dolore sono tutt’altro che opposti! Un amore può essere doloroso, e aggiungo: l’Amore-Vero necessita del Dolore per mostrarsi. Badi bene: il Dolore è doppio; esiste il Dolore-che-patisco e il Dolore-che-provoco e sono essenzialmente diversi: il primo conduce all’Amore, il secondo all’Odio, e io lo chiamo Egoismo.

Odio e Amore. Le due categorie fondamentali dell’uomo…

La interrompo. Le categorie dell’essere-umano (non dell’uomo!) non sono queste: l’Odio e l’Amore sono le Sorgenti e gli Orizzonti che raggiungiamo percorrendo le Grandi-Vie dell’Egoismo e del Dolore. Le categorie sono coppie di opposti atteggiamenti, che rispondono a due Trascendentali, che a loro volta dipendono dall’Universale. A ciascuna delle Grandi-Vie corrispondono due categorie.

Me le elenchi e me le esplichi.

Detesto la parola categorie, preferisco il termine Esistenziali: sono le caratteristiche fondamentali dell’esistenza (assunte da quel particolare essente che ha, nella sua propria essenza, il tratto fondante che si occupi del suo essere) al momento dell’imbocco di una delle due Grandi-Vie.
Detto in parole povere: gli Esistenziali sono le caratteristiche fondamentali dell’essere-umano, e cambiano a seconda che si scelga l’Amore o l’Odio. Tali Esistenziali sono: Essere/Apparire e Avere/Possedere.
Essere e Avere conducono all’Amore seguendo la via-del-Dolore, e si acquisiscono praticando la compassione. Apparire e Possedere conducono all’Odio, seguendo l’Egoismo, e si producono in chi non conosce compassione. I due Trascendentali (dai quali gl’Esistenziali dipendono) comuni a tutti gli uomini, indipendentemente dalla Grande-Via che imboccano, sono Scelta-Libera e Ripetizione-Consapevole, possibili solo grazie all’Universale della Libertà.

Come la giustifica la Libertà?

Fondandola nella Speranza.

Concluderei con una domanda difficile. Lei teme la morte?

Non è una domanda difficile… e le rispondo che non la temo. Temo l’immobilità di una vita senza passione. Temo la gabbia di un corpo sfigurato dal tempo. Temo l’agonia… ma la morte non mi spaventa. In effetti, una delle mie speranze più grandi è proprio questa: svegliarmi una mattina, e cogliermi (senza strappi, sofferenze o pianti) non più come “indegno velo”, ma come presenza del ricordo, luce di me stesso, naufrago in un oceano di silenzio.

Cosa immagina ci sia, dopo la morte?

Lasci che le risponda con le parole di Tolkien:

«Infine, in una notte di pioggia, Frodo sentì nell’aria una dolce fragranza, e udì canti giungere da oltre i flutti. Allora gli parve che, come quando sognava nella casa di Bombadil, la grigia cortina di pioggia si trasformasse in vetro argentato e venisse aperta, svelando candide rive e una terra verde al lume dell’alba».

Non aggiungerei una sillaba.

David Casagrande

[immagine tratta da Google immagini]