La macchina dell’alienazione: i Quaderni di Serafino Gubbio operatore – Luigi Pirandello

Il Manifesto del futurismo (1911) provoca la cultura italiana a una nuova attenzione nei confronti delle macchine e del progresso tecnologico. Poco dopo (1915) Luigi Pirandello dà un’originale lettura di questi temi nel suo sesto romanzo, pubblicato nella “Nuova antologia” col titolo Si gira…, che diventa nell’edizione definitiva del 1925 Quaderni di Serafino Gubbio operatore.

Il personaggio che dà il titolo al romanzo è un operatore presso la Kosmograph di Roma, un’immaginaria casa di produzione cinematografica. Lui stesso si definisce “una mano che gira la manovella”: il suo lavoro impone di mettersi al servizio di una macchina e registrare impassibilmente le scene che gli si svolgono davanti. Non ha un ruolo attivo nella vicenda: è un testimone che annota nei suoi quaderni le vicende dei personaggi costruendole in scene chiuse, quasi spezzoni di pellicola descritti dal suo sguardo lucido e spesso critico.

Al centro della storia la diva russa Varia Nestoroff, una femme fatale abituata a giocare a suo piacimento con gli uomini che le cadono ai piedi, pronta a distruggerli per un capriccio ma senza mai ricavarne un vero piacere. Alcuni anni prima, la Nestoroff era fidanzata del giovane pittore Giorgio Mirelli, che si suicida quando la donna cede facilmente a Aldo Nuti, un amico di Giorgio che voleva rivelargli la vera natura della donna. La Nestoroff è adesso legata al rozzo, geloso e violento attore Carlo Ferro, ma Nuti ritorna nella sua vita cercando di ottenere un ruolo nel film di ambientazione esotica La donna e la tigre. Approfittando dei timori di Ferro, Nuti prende il suo posto in una drammatica scena nella quale deve uccidere una vera tigre; ma davanti a un atterrito Serafino Gubbio che riprende con la cinepresa tutti i suoi gesti, punta l’arma verso Varia Nestoroff e la uccide, lasciandosi poi sbranare dalla belva.QUADERNI DI SERAFINO GUBBIO - COPERTINA

Una storia con molti caratteri melodrammatici ispirati alle enfatiche storie del muto, ma che conferma alcuni temi tipici di Pirandello. La vera essenza dei personaggi appare sfuggente, ma non per il continuo gioco delle maschere con cui ognuno si adatta alle varie richieste della società. Qui sono gli stessi personaggi a sembrare incapaci di render conto di sé stessi: dello stesso Serafino Gubbio non sappiamo quasi nulla, a parte gli elementi del suo passato che giustificano il suo ruolo di testimone; gli attori recitano in storie senza capo né coda, senza nemmeno rendersi conto del ruolo della loro scena all’interno del film. E quando il lavoro è finito non si riconoscono nelle loro ombre proiettate sullo schermo, prive di ogni rapporto autentico con il pubblico.

Il fatto è che la macchina, per Pirandello, ha invaso l’ambito umano, costringendo gli uomini a sottostare alle sue leggi e alienarsi da sé stessi. L’unico “personaggio” che ancora appartiene a una dimensione vitale è la tigre, la cui potenza è destinata a essere sacrificata per un modesto spettacolo, per un gioco di inganni. E la tigre – vera immagine della vita alla quale nessuno dei personaggi è degno di accostarsi – riceve il più alto degli omaggi quando un violinista, come un novello Orfeo, suona davanti alla gabbia per ammansirla (è lo stesso violinista che, all’inizio del romanzo, abbandona la sua arte e si dà all’alcool dopo essere stato costretto a accompagnare un pianoforte meccanico).

E anche Serafino Gubbio, sconvolto dalla scena che ha ripreso, nel finale del romanzo perde la parola e si riduce al suo lavoro di alienato che muove la manovella: se pochi decenni prima la letteratura realistica credeva che fosse possibile una rappresentazione oggettiva della realtà, ora una storia viene raccontata per frammenti, in forma di appunto o di diario; l’unica oggettività è quella imposta da una macchina. Il dramma dei protagonisti diventa un film, uno spettacolo che sarà distrattamente consumato, e che farà discutere per il crudo realismo di due morti rappresentate in presa diretta.

Nel mutismo di Serafino Gubbio si scorge la fine di una letteratura convinta che le azioni umane siano dotate di un senso. La macchina da presa si limita a riprendere le cose senza cercare di spiegarle. Come dice Gubbio a un certo momento:

“Ah, se fosse destinata a questo solamente la mia professione! Al solo intento di presentare agli uomini il buffo spettacolo dei loro atti impensati, la vista immediata delle loro passioni, della loro vita così com’è. Di questa vita senza requie, che non conclude”.

 

Giuliano Galletti

 

LUIGI PIRANDELLO, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Milano, Mondadori, 2000 (nella collana “Oscar tutte le opere di Luigi Pirandello”).

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I giovani d’oggi come i vecchi di ieri

 

La giovinezza ha cominciato a essere percepita e rappresentata come problema solo di recente, a partire dall’accelerazione del mutamento sociale e dei processi di forte differenziazione propri della modernità.
L’età della tecnica colpisce, infatti, specialmente i giovani d’oggi che, nonostante l’aria spavalda ed arrogante, celano una fragilità e vulnerabilità emotiva pesanti. Questa sofferenza emotiva diffusa tra le giovani generazioni è causata principalmente dal nichilismo prodotto dalla tecnica: un nichilismo che porta ad un senso di insicurezza e precarietà.

Nell’opera, L’ospite inquietante, Umberto Galimberti presenta la crisi della società, specialmente penetrata tra i giovani, come causata dal cambiamento di prospettiva nei riguardi del futuro: si è passati dal futuro-promessa al futuro-minaccia e questo ha generato il senso di irrequietezza, di insensatezza tra i giovani.

La tecnica, fin dagli inizi, aveva illuso l’umanità di poter uscire dalla condizione di precarietà dettata dal suo stato di natura, alla ricerca di sicurezza e di indipendenza; ciò non è accaduto, anzi, l’insicurezza si è affermata come simbolo della nostra età contemporanea e l’uomo è diventato ancora meno indipendente di prima, perché oggi come oggi nessuno può fare a meno della tecnica. Accade soprattutto tra i giovani che per primi si sono invaghiti di questo pericoloso apparato che li ha, infatti, portati a un profondo disagio interiore spesso inconsapevole. Il futuro visto come minaccia si è imposto sempre più nella concezione giovanile riguardante il tempo; questo ha generato un continuo processo di demotivazione che ha portato a un aumento di asocialità, di chiusura in sé stessi. Si afferma l’importanza del presente, della vita giorno per giorno, senza preoccuparsi di quello che potrà accadere domani, perché anche volendo la società di oggi non lo permette; tutto questo è nato con l’avvento della tecnica che ha chiuso le porte del futuro, rendendolo incerto e indefinito.

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I giovani d’oggi affrontano ogni tappa della vita in modo utilitaristico, nel senso che pensano alla gratificazione presente, senza più impostare obiettivi futuri; anche i rapporti personali sono frutto di accordi funzionali tra gli individui per un benessere momentaneo; è diventato difficile, in questa società, instaurare rapporti sinceri con le altre persone e questo è molto evidente tra i giovani contemporanei, sempre più soli perché la società odierna ha affermato l‘individualismo, dove ognuno lavora e agisce per sé stesso, ognuno affronta le situazioni della vita a seconda del suo benessere senza pensare minimamente a quello comune. Il disagio giovanile ha portato a non percepire più l’integrazione sociale, l’acquisizione dell’apprendimento, l’investimento nei progetti come realizzazione di un loro desiderio (U. Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, Milano, 2007, p. 29).

Il processo di individualizzazione è particolarmente evidente nella realtà giovanile, investita direttamente da tutte le mutazioni avvenute in ogni campo della società, dopo l’avvento e lo sviluppo della tecnica, che prospettano, dunque, l’incertezza come un fatto normale di esperienza per le giovani generazioni.

Anche il riconoscimento, connesso al concetto di identità, è diventato difficile per i giovani: esso è un fatto relazionale che presuppone comunicazione tra gli individui, dove per comunicazione si intende la capacità di raccontarsi all’altro per dimostrare l’esistenza della propria personalità; ma oggi i giovani non sanno più rispondere alla domanda chi sono? (F. Crespi, Tempo vola) perché non hanno più certezze, quindi non esistono più risposte inequivocabili, l’indeterminatezza sta dilagando nella nostra società contemporanea.

Valeria Genova

[Immagini tratte da Google Immagini]

Alla ricerca dell’uomo

Immaginare una fraternità universale non è solo uno slogan o un’utopia, ma una concreta condizione di possibilità per la stessa sopravvivenza dell’umanità intera che altrimenti rischia di essere in balia di uno sviluppo tecnologico incontrollato e privo di fine, salvo il suo potenziamento all’infinito perfino oltre l’uomo stesso.

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Tecnica beffarda

L’Occidente è caratterizzato dalla tecnica, visto come luogo della razionalità assoluta che non concede spazio alle passioni ed agli istinti.
Umberto Galimberti, nella sua teoria sulla concezione della tecnica, sostiene che nelle condizioni attuali l’uomo non è più al centro dell’universo.

La tecnica continua ad essere pensata come strumento nelle nostre mani, invece essa si è diffusa in tutto ciò che ci circonda, costituisce l’ambiente stesso e subordina tutte le vere esigenze dell’uomo alle sue esigenze. Ma il rapporto tra uomo-tecnica si è letteralmente capovolto, ovvero non è più l’uomo a governare la tecnica, ma è la tecnica che ha assoggettato l’uomo alle sue regole razionali e ai suoi ritmi.

L’uomo è tale solo quando persegue uno scopo che è quello di trovare un senso; la tecnica non cerca un senso, pensa solo a funzionare. La nostra irrazionalità contro la sua dura razionalità. Viviamo, dunque, in una società sottomessa alla tecnica, noi stessi dipendiamo da essa; è come un circolo vizioso da cui è quasi impossibile uscire perché ormai l’uomo non può più fare a meno dei suoi apparati, egli è diventato il loro semplice funzionario, è sempre meno individuo; ma la cosa drammatica è che l’essere umano non avendo istinti per stare al mondo deve essere tecnico sin dal momento della sua nascita. La tecnica ci vuole completamente irresponsabili, ovvero passivi, semplici azionatori di un meccanismo, perché promuove un fare senza scopi, un fare prodotti.

Anche l’etica non può fare a meno di essere coinvolta dalla tecnica: la prima, oggi come oggi, non è in grado di contrastare la seconda, ovvero non può impedire alla tecnica di progredire quando e come vuole. L’etica quasi scompare perché il mondo non è più naturale ma completamente artificiale e l’agire viene sostituito dal fare tecnico che tende solamente al perseguimento di risultati a-personali.

La tecnica ci porta al di là dei limiti etici pensabili, ci dischiude uno scenario lontano da ogni fine, da ogni produzione di senso, da ogni limite; l’uomo viene così doppiamente beffato: il potere di gestire la tecnica non è nelle sue mani ed è, anzi, dominato da questa che lo rende inferiore. L’assolutismo della tecnica comprende un insieme di mezzi che non ha in vista dei fini ma degli effetti che traduce i fini in altri mezzi per uno sviluppo infinito della sua efficienza. Non esistono più valori validi di per sé stessi ma ciò che ha valore è diventato ciò che può essere mezzo per raggiungere uno scopo che rimane comunque privo di senso. L’uomo appartiene alle dimensioni previsionale e progettuale che lo rendono inevitabilmente tecnico per procurare la soddisfazione dei suoi bisogni: l’uomo ha necessità della tecnica per potersi realizzare; in questo senso la tecnica non è più un mezzo ma diventa il primo scopo che tutti desiderano.

Anche la concezione politica viene modificata: ora tutti gli uomini hanno potere perché inseriti nell’apparato tecnico, dunque facenti parte di una catena di montaggio in cui una sola rottura interrompe l’intero apparato; il destino dell’immenso apparato tecnico è nelle mani di tutti.

La tecnica ci modifica in tutto e per tutto, compreso il nostro modo di rapportarci al mondo,

perché solo così si può garantire una certa regolarità nel processo.
Noi non siamo più in grado di comprendere e di trovare il nostro posto nel mondo, per questo ci dobbiamo sempre più adattare all’apparato e alle comodità che la tecnica offre.
Per Galimberti viviamo in una società al servizio dell’apparato tecnico e non abbiamo i mezzi per contrastarlo, soprattutto perché abbiamo la stessa etica di cent’anni fa, un’etica che regola il comportamento dell’uomo tra gli uomini; quello che serve oggi è una morale che tenga conto anche della natura.

La tecnica, così fredda e razionale, ha relativizzato tutte le immagini e le simbologie di cui l’uomo necessitava per potersi muovere e orientare nel mondo.
L’uomo non è più libero ma si trova incatenato da ciò che credeva potesse liberarlo dal suo stato naturale; e non è più nemmeno sereno perché tutto ha cominciato a velocizzarsi, il tempo non ha più l’ambito del vissuto, ovvero non è più un tempo soggettivo che accompagna la vita di ogni individuo ma è l’uomo che deve stargli dietro perché oramai il tempo è diventato indifferente verso tutto e tutti.

Per approfondimenti: Umberto Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, Milano, 2007

                                       Umberto Galimberti, Psiche e techne, Feltrinelli, Milano, 2002

Valeria Genova

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