Libri selezionati per voi: aprile 2018!

Finalmente la primavera è arrivata: il sole comincia ad alzarsi deciso, la natura si risveglia e i nostri occhi si riempiono di mille colori. Se state programmando le pulizie di primavera non dimenticate di spolverare i libri che decorano il vostro salotto… E concedetevi una pausa letteraria con uno di loro, o con una della nostre proposte.

 

ROMANZI CONTEMPORANEI

sveva-casati-modignani_la-chiave-di-sophiaVaniglia e cioccolato – Sveva Casati Modignani (2013)

Due gusti diversi che si legano bene insieme. Così anche Penelope e Andrea, sposati da diciotto anni e con tre figli. Tuttavia, la magica alchimia si spezza e lei, delusa e umiliata dalle scappatelle del marito, decide di andarsene con una lettera volta a spiegare il suo desiderio di fuga. Penelope dà così inizio ad un cambiamento esistenziale che lascia Andrea ad occuparsi della famiglia e ad affrontare le sue inadempienze coniugali. Per entrambi diviene l’occasione di scavare profondamente dentro loro stessi, con spietata sincerità.

 

a-parigi-con-colette_la-chiave-di-sophiaA Parigi con Colette – Angelo Molica Franco (2018)

Come ogni persona che dalla provincia si trasferisce in città, anche il rapporto di Sidonie-Gabrielle Colette con Parigi è profondo, quasi viscerale. La ville Lumière, insieme con la scrittrice Colette, è la protagonista del romanzo stesso. Una città affascinante in un periodo, quello della Belle Époque, in cui tutto sembrava possibile da realizzare. Una città in cui tutto inizia e tutto si compie. Qui Colette diverrà la scrittrice più apprezzata del suo tempo, amante della libertà e dei salotti della capitale.

 

UN CLASSICO

Schiave-di-sophia-sei-personaggi-in-cerca-dautore-pirandelloei personaggi in cerca d’autore – Luigi Pirandello (1921)

Chi ama le pièce teatrali ricche di ironia, morale e riflessione non può dimenticare di leggere i Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, un racconto che coniuga gli elementi linguistici di carattere dialogico ad una narrazione vivace e sbarazzina. In un’ambientazione che ha il sapore dell’indeterminato sei personaggi rifiutati cercano disperatamente un capocomico che voglia inscenare la loro vicenda: una storia ricca di drammi, amore, dolore, come potrebbe essere quella vissuta da ognuno di noi. Un’opera che sperimenta la tecnica del teatro nel teatro e che mette a nudo l’essenza della vita quotidiana secondo l’autore: un’inspiegabile commedia nel quale il singolo è chiamato a recitare una parte.

SAGGISTICA

chiave-di-sophia-misure-dellanima-perche-disuguaglianze-rendono-societa-infeliciLa misura dell’anima. Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici – Kate Pickett, Richard Wilkinson

Una ricerca complessa e profonda di Kate Pickett e Richard Wilkinson in merito alle diseguaglianze. Il testo è frutto di studi condotti attraverso gli anni riguardo le cause e le implicazioni che la sperequazione dei redditi porta alle varie società. Il dato di diseguaglianza, in particolare quella economica, si riscopre essere alla base di molteplici disagi sociali quali stress, obesità, devianza riproponendo il binomio weberiano di economia e società secondo una stretta relazione dialettica. Un saggio prezioso, ricco di riferimenti e dati che possono far risvegliare la coscienza collettiva.

JUNIOR

chiave-di-sophia-consigli-alle-bambineConsigli alle bambine – Mark Twain, Vladimir Radunsky

Il titolo parla da solo: all’interno di questo libro veloce da leggere troverete una serie di consigli per ottenere delle ragazze a modo. E che modo! Scritto dal conosciutissimo Mark Twain più di un secolo fa, il testo è spassoso e talvolta irriverente. Ideale per un momento di lettura animata, quest’album illustrato è adatto a tutti, maschietti e femminucce, dai tre ai cinque anni. Se ben interpretato, il divertimento è assicurato!

chiave-di-sophia-topo-uccello-serpente-lupoTopo uccello serpente lupo – David Almond, Dave McKean

Un fumetto per i ragazzi della seconda fascia d’età della scuola primaria. In questa storia troverete degli Dei fannulloni che non creano più nulla poiché sono troppo impegnati a banchettare e a contemplare ciò a cui hanno già dato vita. E conoscerete tre ragazzi, che invece considerano il mondo incompleto e che auspicano l’esistenza di nuove forme di vita, come un topo, un uccello, un serpente e un lupo.

 

Sonia Cominassi, Anna Tieppo, Alvise Gasparini, Federica Bonisiol

 

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Polifonia sulla legittimità del suicidio

– Morte spiran suoi sguardi!… A me quel ferro.
– A lei pria il ferro, in lei! Muori.
– Ah!… Tu pur morrai.
(V. Alfieri, Rosmunda, atto V scena 5)

 

È sempre il solito, vecchio e trito, problema shakespeariano:

«Essere o non essere, questo è il quesito. […] Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne»1.

Come ho cercato di dimostrare parlando d’Anassimandro, nascere è una disgrazia: ci condanna alla sofferenza, alla contingenza, alla libertà, alle scelte, agli sguardi. Soprattutto alla solitudine. Resta da comprendere se questa disgrazia-lunga-una-vita sia sufficientemente dura da giustificare il suicidio. La risposta, lo vedrete, sarà volutamente gesuitica.
Per addentrarmi meglio nella questione, inizierò aggrappandomi al pensiero di Sartre e Leopardi.

Sartre ne L’essere e il nulla, afferma che la nostra condanna alla libertà si esplica attraverso la “progettualità” costante; ora, se l’uomo è pro-getto (cioè gettatezza nel futuro, nell’avanti), la morte rappresenta l’evento antiumano per eccellenza, perché interrompe lo scagliarsi-innanzi della coscienza. Questa antiumanità è, naturalmente, centuplicata dall’atto suicidario.
Data la natura temporale dell’uomo, e la necessità di pro-gettare ogni azione nell’avvenire, ne consegue che gli atti hanno senso solo se aprono alla possibilità di un alterità futura: il presente insomma, attraverso il pro-getto, si consegna alla possibilità del futuro per garantirsi senso; conseguentemente, un gesto che nega tout-court il futuro non ha significato.
Eo ipso, il suicidio (ammessa e concessa l’estrema dolorosità della vita) non ha senso:

«Se dobbiamo morire, la nostra vita non ha senso perché i suoi problemi non ottengono alcuna soluzione. Sarebbe inutile ricorrere al suicido per sfuggire a questa necessità. Il suicidio non può essere considerato come una fine per la vita di cui sarei il fondamento. Essendo atto della mia vita, richiede anch’esso un significato che solo l’avvenire gli può dare; ma siccome è l’ultimo atto, esso si priva di  avvenire»2.

Leopardi argomenta in modo più complesso: leggendo lo Zibaldone e le Canzoni del suicidio, risulta essere è una via praticabile e gli animi grandi riconoscono in esso una vittoria sul dolore, una situazione preferibile. E da un certo punto di vista, non vi è nulla di più ragionevole di questo gesto, essendo anzi la ragione causa precipua dell’eventualità suicidaria:

«La speranza non abbandona mai l’uomo in quanto alla natura. Bensì in quanto alla ragione. Perciò parlano stoltamente quelli che dicono che il suicidio non possa seguire senza una specie di pazzia, essendo impossibile senza questa il rinunziare alla speranza ecc. Anzi tolti i sentimenti religiosi, è una felice e naturale, ma vera e continua pazzia, il seguitar sempre a sperare»3.

Insomma, il suicidio non è che il frutto consequenziale di una scelta sociale operata dal pensiero imperante nel mondo occidentale a partire dall’Illuminismo:

«Quando le illusioni e le fede fossero scomparse dal suo orizzonte, il moderno fruitore di un’esistenza geometrica e disincantata si sarebbe ammazzato da sé stesso»4.

Nel Dialogo di Plotino e Porfirio il tema è trattato diffusamente: il propugnatore del suicidio è Porfirio; Plotino, suo maestro e difensore della vita, obietta al suicidio seguendo una doppia linea di ragionamento. La prima, è dettata dal pragmatismo:

«[Uccidendoci] non avremmo alcuna considerazione degli amici; dei congiunti di sangue»5.

La seconda è, invece, più sottile: Plotino invita 1) ad assumere su noi stessi il dolore di tutto il mondo, e 2) nota che l’autoeliminazione è un atto, per quanto eroico, certamente manchevole d’amor proprio: compito del saggio è comprendere che:

«La vita è cosa di tanto piccolo rilievo, che l’uomo, in quanto a sé, non dovrebbe esser molto sollecito né di ritenerla né di lasciarla. […] Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme»6.

Una strana chiusa, rispetto a quanto sostenuto nello Zibaldone, dove il suicidio è visto come il succo della mentalità contemporanea; forse, nel pensiero di Leopardi, è in atto, negli anni di stesura delle Operette Morali, una certa  evoluzione, che culminerà nella poetica de La Ginestra, nella quale viene riconosciuta la «social catena»7 degli uomini riuniti in fratellanza il ruolo d’ultimo baluardo contro la paura e la distruttività insita nella rerum natura.

Insomma: Sartre dice no, Leopardi dice no, ma … E chi scrive che dice? A livello umano sarebbe portato a dire “No”. A livello filosofico, invece dire che non si può escludere il suicidio dall’orizzonte teorico della possibilità esistenziale.

Se il buio davanti a noi è torbido, il pensiero del suicidio non può essere scartato a priori dalla mente (che, anzi, è fondamentale abituare a pensare (il) tutto). Tuttavia, se da un lato è necessario affrontare il fantasma razionale della morte (anche nella sua forma ectoplasmatica suicidaria), dall’altro è doveroso rimarcare che pensare questa possibilità non vuol dire attuarla!

La vita (eterna scelta tra odio e amore) comprende anche il pensiero del suicidio, ma nella pratica esso resta un assurdo e, proprio in virtù della vocazione esistenziale alla scelta, lo è sia dal punto di vista dell’odio che da quello dell’amore. Chi odia, infatti, perché mai dovrebbe liberare della propria fastidiosa presenza gli altri che tanto detesta; e chi ama come può accettare di vivere un’eternità senza quell’alterità che egli così profondamente dilige? L’amore e l’odio sono verità che non si modificano sub speciem desperationis.

Insomma: sì alla teoria, no alla pratica del suicidio. Pensare il suicidio ci fa crescere (e ci insegna a rifuggirlo), praticarlo ci annulla senza, peraltro, risolvere nessuno dei nostri problemi. Ricordatevi dell’esempio di Vittorio Alfieri, dei suoi eroi tragici (che s’ammazzavano all’arma bianca) e del fatto ch’egli morì di malattia.

 

David Casagrande

 

NOTE:

1. W. Shakespeare, The tragedy of Hamlet, act III, scene 1.
2. J.-P. Sartre, L’essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano 1997, p.600
3. G. Leopardi, Zibaldone 183 (23 luglio 1820).
4. R. Damiani, L’impero della ragione. Studi leopardiani, ed. cit., p. 114.
5. G. Leopardi, Operette morali, in: G. Leopardi, Tutte le prose e tutte le poesie, Grandi Tascabili Economici Newton, p. 508.
6. Ivi, p. 509.
7. G. Leopardi, La Ginestra o il fiore del deserto, v. 149, in: G. Leopardi, Canti, in: G. Leopardi, Tutte le prose e tutte le poesie, ed. cit., p. 204.

 

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Claude Cahun: le mille identità di un’eroina non convenzionale

Il rifiuto per ogni categoria che limita e vincola l’individualità e il suo mutare nel corso del tempo è il filo conduttore dell’opera di Claude Cahun.

In un fotomontaggio creato da Cahun e incluso in Aveux non avenus questo si fa chiaro attraverso le immagini e i simboli che l’artista sceglie. Tre embrioni campeggiano nella parte superiore del lato destro del foglio come a voler simboleggiare lo sviluppo e la crescita dell’essere umano. Su di essi si staglia una piccola piramide in cui compare un’ipotetica famiglia unita fisicamente da un cordone ombelicale. Il padre solleva il figlio tenendolo per i capelli e una piccola bandiera con la dicitura “la sainte famille” ci aiuta a comprendere come un’avversione dichiarata nei confronti dell’istituzione tradizionale della famiglia e della sua gerarchia implicita sia al centro di quest’opera dell’artista francese.

Claude Cahun, Self Pride 1929-1930

Claude Cahun, Self Pride 1929-1930

Proprio sotto a questa costruzione piramidale, troviamo un triangolo nero e all’interno tre autoritratti di Claude in maschera, in netto contrasto con la triade della “santa famiglia”, formata da padre, madre e bambino. Tra la piramide e il triangolo con gli autoritratti troviamo una statua priva di testa, dal cui ombelico cresce un albero di rami: su ogni ramo si può trovare una parte del corpo dell’artista, un chiaro riferimento ai cinque sensi.

Nell’angolo a destra un embrione sembra diventato un feto e sotto una sovrapposizione di autoritratti in maschera dell’artista dà vita a una nascita, la nascita di Claude. Evidenziando gli occhi in un primo momento e poi la bocca, la scritta “Sous ce masque une autre masque. Je n‘en finirai pas de soulever tous ces visages”, ci aiuta a fare chiarezza sull’intento di questo fotomontaggio.

Un’identità in costruzione o in dissoluzione? Claude Cahun, un’artista dalle mille forme, che ama il dinamismo e il movimento: dei corpi, delle idee e della vita. È la sua avversione nei confronti della staticità che le permette nel corso degli anni di confrontarsi con più forme artistiche, così diverse una dall’altra, ma tutte necessarie per un’espressione artistica che non tralasci neanche un aspetto della propria personalità. La scrittura, la fotografia, il teatro: tutte modalità che le permettono di concedere solo una parte di sé, un fotogramma che però non basta per comprendere la complessità della personalità e della storia che si cela dietro quel volto. Un volto che compare in quasi ogni opera, il più delle volte mascherato, truccato, travestito. Il viso che viene coperto per scoprire, un’autenticità che è stata negata, qualcosa di travagliato che l’artista vuole portare alla luce attraverso l’uso sapiente di un obiettivo che diventa una superficie riflettente, uno specchio. Dietro una maschera se ne trova un’altra e così via: l’identità è forse una chimera, il sé viene concesso un po’ per volta e mai del tutto.

Un rifiuto netto nei confronti della famiglia borghese, dettato probabilmente dalle sue vicende autobiografiche, fa di Claude Cahun un’eroina contemporanea.

Uno spirito anticonformista, animato da una voglia di ribellione e dal desiderio di affermare la propria individualità attraverso il rifiuto di ogni istituzione, convenzione o categoria che possa in qualsiasi modo vincolare e limitare la sua creatività. È proprio questo anticonformismo insieme alla curiosità e all’amore per l’arte a spingere Claude lontano dalla sua famiglia e dalla sua città di origine, Nantes.

Già a partire dal nome è evidente il gioco con l’ambiguo, che accompagnerà sempre l’opera dell’artista francese. Niente viene mai lasciato al caso, ma ogni dettaglio contiene in sé rimandi ricchi di significato, racconti sempre volontariamente scelti. All’anagrafe Lucy Renée Mathilde Schwob, Claude firma le sue opere in un primo momento come Cloude Courlis, poi come Daniel Douglas, per poi approdare a quello che l’artista sentirà come il suo vero nome, un nome “neutro”, declinabile sia al maschile che al femminile e un cognome che richiama le sue origini ebraiche, la nonna paterna a cui venne affidata all’età di quattro anni, quando la madre viene internata in una clinica psichiatrica.

Sarà l’incontro con Marcel Moore, che diventerà sua compagna di vita, a regalare a Claude Cauhn la possibilità di dare voce con ancora più forza alla sua libertà creativa e a incrementare la sua figura di outsider.

Senza farne forzatamente un’anticipatrice del gender, la metamorfosi dell’individualità con la sua moltiplicazione incessante, per Claude porta inevitabilmente con sé la demolizione delle categorie di “maschile” e “femminile”, che vengono smascherate nella loro convenzionalità.

Ecco allora che l’artista si presenta negli autoritratti con un carattere asessuato, proprio perché la sessualità, come l’identità, non può essere definita, ma solo rappresentata nella sua instabilità e inconsistenza:

«Maschile? Femminile? Ma dipende dai casi. Neutro è il solo genere che mi si addice sempre».

Come riconobbe anche André Breton, poeta e teorico del surrealismo in una lettera del 1938 indirizzata a Claude, l’artista dai mille volti sembra essere dotata di un potere magico, in grado di comporre e rivelare per immagini ciò che soltanto secoli dopo troverà un corredo teorico e filosofico.

Greta Esposito

[Immagine tratta da Google Immagini]

Festivalfilosofia: la Filosofia torna alle sue origini riscoprendo il valore della Piazza

Anche quest’anno il comune delle città di Modena, Carpi e Sassuolo ha dedicato tre giornate, dal 16 al 18 settembre, alla filosofia, invitando sul palco i grandi pensatori, nazionali e internazionali, della nostra contemporaneità.

L’agonismo è stato il tema centrale non solo delle lectio magistralis tenute in occasione di questa sedicesima edizione del Festival, ma anche di laboratori e concerti in piazza, attività e giochi per i bambini, nonché spettacoli di danza e teatro che hanno animato le piazze di queste tre cittadine dell’emiliano.

Festivalfilosofia 2 - La chiave di SophiaLe vetrine dei negozi, come ogni anno, presentavano cartellini rossi e bianchi – i colori del Festivalfilosofia – con gli aforismi dei più noti pensatori che si sono espressi in termini di agonismo e conflitto, ma anche di pace e riconciliazione.

Sì, perché per agonismo non si intende unicamente quella forma prettamente negativa di antagonismo distruttivo tra due o più individui in conflitto, ma soprattutto quell’energia positiva che può avere origine dal confronto della competizione.

Il filosofo Andrea Riccardi ci ha parlato di un antagonismo che muove guerre mondializzate spingendo l’individuo a lottare per la pace. Remo Bodei, direttore del Comitato Scientifico del festival, si è concentrato piuttosto nella lotta più feroce di tutte: quella contro se stessi, ovvero contro le infinite possibilità e scelte che l’esistenza ci offre e che talvolta ci spingono a rincorrere un ideale di perfezione che, come ha sostenuto la filosofa Michela Marzano durante la sua lectio sul “Management dell’esistenza”, non fa altro che imprigionarci in una “gabbia dorata”.

Quella in cui viviamo è senza dubbio una società della competizione, una società in cui il sano agonismo rischia sempre più frequentemente di trasformarsi nell’esaltazione dell’egoismo individualistico. Se da un lato come sostiene bene il filosofo francese Georges Vigarello, lo sport è diventato una sorta di mito che permette di “credere e far credere” («croire et faire croire») nelle immagini di un nuovo tempo presente cui è possibile conformarsi, attraverso la proiezione di un ideale sociale spesso rincorso con sacrifici e sforzi e che spezza la società in falliti e vincitori, dall’altro lato Massimo Recalcati esprime il suo “elogio” del fallimento tentando di spiegare come le cadute e le fasi di “fallimento sociale” siano necessarie per ritrovare la giusta direzione da seguire, permettendo dunque a ciascuno di riempire di senso la propria vita.

Festivalfilosofia 1 - La chiave di Sophia

Questi sono solo alcuni degli incontri che hanno dato respiro alle piazze di Modena, Carpi e Sassuolo, facendo ritrovare persone provenienti da tutte le regioni d’Italia, unite da una stessa passione. Un’occasione questa per condividere e ascoltare, riflettere e confrontarsi, ritrovando nel proprio piccolo il senso profondo del fare filosofia attraverso lo stare insieme.

Un’occasione, quella del festival, per far capire come questo amore-per-il-sapere può toccare un pubblico più amplio, e come ognuno può dare il suo piccolo contributo. Un’occasione per ascoltare ed ascoltarsi. Per respirare la magia delle parole e per ritrovare quelle che abbiamo perduto.

Un’occasione, quindi, che permette di arricchirsi di nuovi spunti e di incontrare quei grandi maestri conosciuti attraverso i libri dell’università, oppure di ascoltare dal vivo quelli che ci hanno accompagnato nel nostro percorso di studi. Quelli che abbiamo amato e perché no, anche poco apprezzato. Riconquistandoci poco a poco con le parole, e donandoci un pezzetto della loro storia attraverso un pensiero diventato vicino, incarnato, non più distante e astratto.

Ognuno lasciando una traccia di sé e del proprio vissuto. Frammenti di esistenze ricuciti insieme dal filo rosso del pensiero. Un pensiero che talvolta si ingarbuglia, facendosi complesso e intricato, e che balbetta per poi sciogliersi davanti ad un pubblico capace di accoglierlo e “abbracciarlo”.

Perché in fondo che cosa significa fare filosofia se non assaporarne le infinite sfaccettature e declinazioni, facendola diventare una pratica quotidiana?

Ogni anno il Festivalfilosofia cerca di trasmetterci, attraverso delle pillole tematiche, il valore contemporaneo di una pratica che può entrare nelle case di tutti, invitando ciascuno all’uso del ragionamento critico.

Malgrado il maltempo di venerdì scorso, le lezioni sembrano aver registrato un numero di presenze da record, e un tale successo non fa che ben sperare per la prossima edizione.

Non ci resta quindi che attendere il prossimo settembre, anno dedicato alle “arti”, la nuova parola tematica del festival.

Sara Roggi

Agosto in Cultura!

Agosto è un mese di passaggio, lega l’estate all’autunno. Con un po’ di stanchezza sulle spalle contiamo i giorni che ci separano dalle ferie, da quel meritato relax che abbiamo atteso per tutto l’anno. Agosto è anche un mese di nostalgia e melanconia, chi rientra dalla vancaze è gia costetto a programmare i mesi futuri, il ritorno alla routine e ai tempi serrati del lavoro.

Anche Agosto fa esplodere la cultura, l’arte e la musica, in suggestive location all’aperto, in piccoli borghi o all’interno di grandi Festival. Anche per questo mese abbiamo voluto selezionare per voi tre appuntamenti imperdibili.

fc47e5613cf44489ec97ac96348fc75e61eba198TOSCANA | Orizzonti Festival – 29 Luglio / 7 Agosto – Siena

L’edizione 2016 di OrizzontiFestival, è dedicata alla follia: la follia che guida le azioni, le speranze, le relazioni, di chi sa osare in un mondo che tende a uniformare tutto; la follia di un momento creativo che coraggiosamente porta alla realizzazione di un atto artistico. La follìa è anche elemento caratterizzante di periodi storici e culturali, purtroppo non sempre in accezione positiva. Esempio ne sono spesso i fatti politici e sociali che svolgono, in nome di una follìa assurda, la nostra umanità. Molti sono gli appuntamenti di questa Edizione 2016, numerose le presenze e alto il livello della proposta culturale che a Chiusi viene coraggiosamente portata avanti e sostenuta a più livelli.

 

Programma completo: qui

Sito Festival: qui

fdf7ed29c6e77afbaa283b498857256329a1e62CAMPANIA | VELIATEATRO 2016 – 6/22 Agosto – Ascea, Parco archeologico di Elea-Velia  Salerno

La grande tragedia greca con Euripide e Sofocle, la commedia latina e greca, con Plauto e Aristofane, la filosofia con Platone. È di scena l’universo immortale dei classici nella XIX edizione di VeliaTeatro, il festival di teatro antico nello scenario dell’acropoli del Parco Archeologico di Elea-Velia, ad Ascea (Salerno), nel Cilento. La forza tragica di due celebri donne del mito, Elena e Alcesti, l’eterna angoscia di Edipo, il versante comico ma non troppo fatto dalla fantasia sorridente di Plauto unita ai messaggi di Aristofane, per completare con la riflessione di Platone. E in questa trama cucita sul passato classico, uno squarcio è aperto anche sul medioevo «illuminato» della Scuola Medica Salernitana. A impreziosire il disegno degli spettacoli, gli interventi di autorevoli studiosi a precedere le rappresentazioni.

Otto gli appuntamenti in cartellone (tutti alle ore 21), dal 6 al 22 agosto, per l’edizione 2016 della rassegna organizzata nell’antica città della Magna Grecia, patria dei filosofi Parmenide e Zenone e Patrimonio Mondiale dell’Umanità Unesco. Evento che quest’anno è dedicato alla memoria di Mario Untersteiner (1899-1981), insigne filologo, grecista e studioso della filosofia eleatica e del teatro antico.

Programma completo: qui

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VENETO | LOST INSHAKESPEARE 9/15 Agosto – Verona

Novità dell’edizione 2016 sarà Lost in Shakespeare, una sezione del festival dedicata al cinema con proiezioni al Teatro Romano per un totale di otto serate. In programma celebri pellicole tratte da opere shakespeariane. La rassegna inizia l’8 agosto con ROMEO E GIULIETTA SULLA NEVE (Romeo und Julia im Schenee, Germania 1920) di Ernst Lubitsch e con SILENT SHAKESPEARE, collage di film muti girati tra il 1899 e il 1910.Programma completo: qui

Elena Casagrande

[immagini tratte dai siti ufficiali degli eventi]

 

Per Anna Marchesini, attrice dalla vita “obesa di vita”

Nel 2014, rivolgendosi a Fabio Fazio che le chiese quale fosse per lei il senso della vita (una domanda facile, vero?!), Anna Marchesini, ormai straziata dall’artrite reumatoide, con una parlata strascicata ma dignitosa, quella di una grande persona e di una grande donna – una di quelle creature che non si arrende, e non vuole farlo, che vive di futuro come chiunque altro vivrebbe di ossigeno – rispose con una di quelle frasi che, se ascoltate, non può che cambiare il tuo modo di vedere le cose: «Sono così interessata, appiccicata, morbosamente ghiotta, obesa di vita che mi interessa pure la morte, che di essa è il finale e non è detto».
Da allora, questo divenne il mio motto – e mi risultava anche facile applicarlo, essendo io un ciccione. Ecco Anna, sono stato autoironico, sei fiera di me? Lo so che, da dietro quel sipario di broccato che chiamano “morte”, mi hai sentito.

Fu da quell’intervista che chi scrive capì che Anna Marchesini andava conosciuta appieno, e non solo come (pur eccezionale) attrice di varietà, di teatro, di televisione.
Comprai il suo romanzo Il terrazzino dei gerani timidi e lo lessi d’un fiato. Lo feci per curiosità, perché mi torturava una domanda, riguardo questa donna, che allora ricordavo “solo” per quei video che trovi su YouTube vestita da sessuologa o da Lollobrigida, da cartomante o da cameriera-secca-dei-signori-Montagnè: come può Anna, trovare la serenità nella sofferenza fisica? Dopo una vita che le ha dato così tanto, la malattia non l’ha forse infiacchita per sempre?
La risposta mi venne leggendo questa frase: «Respiravo profondamente l’aria della sera, si trascinava dietro un tiepido profumo di gerani, mi assalì il timore che tutto sarebbe rimasto identico e immutabile come quei vasi indifferenti, nulla era certo – mi dissi – ero stanca, quel difficile esercizio di equilibrio, in bilico tra l’infanzia, il presente e il futuro remoto, aveva incredibilmente moltiplicato il tempo […]. Ecco – mi dissi – questo preciso attimo, è gioia. Il silenzio là fuori era così dolce che mi pareva di sentirne il canto; da qualche parte avevo letto che tutto è armonia se solo riusciamo a sentirla, così rimasi in ascolto ed ebbi cura di muovermi, senza spostarlo».

Sono le piccole cose. Ecco il segreto per la felicità. Non lamentarsi per quello che non si ha più – o di quello che non s’avrà mai – ma gioire di quello che c’è. Fu la prima lezione di esistenzialismo della mia vita. E non m’era giunta da un grande filosofo, ma da una divertente attrice e delicata scrittrice.
La protagonista del romanzo non è Anna Marchesini, ma è una donna che le somiglia molto, indubbiamente, e per sua stessa ammissione; la grande attrice sublimava sé stessa, ultimo glorioso esercizio di metodo Stanislavskji, nelle vite degli altri; perché questo era per lei essere-Anna-Marchesini: vivere la propria vita per (e con) la vita-degli-altri. Ed ecco perché Anna non poteva che essere un’attrice, la più grande, la migliore.

Parlando con i ragazzi del Liceo Artistico “Ripetta” di Roma, nel 2008, la Marchesini disse: «Mi ero iscritta a psicologia, ma divenni attrice perché andando all’università in treno, vedevo sempre una finestrella accesa. Madonna, avevo una curiosità e mandavo una sfoglia di me a guardare. Mi immaginavo una donna che faceva il caffè, una camera da letto dopo che due persone avevano finito di stringersi, una ragazza che rincasava tardi, oppure uno che era in bagno a spingere e basta! Io mi immaginavo cose meravigliose. Avevo una passione per la vita-degli-altri, e io ci volevo guardare dentro. Avevo un voyeurismo ginecologico per la vita degli altri».
È così che nascono le grandi passioni, da grandi curiosità personali… che poi, nel progredire della storia dell’Universo, non sono che piccole meraviglie quotidiane. La giovane orvietana Anna, che ogni mattina si recava a La Sapienza per seguire le lezioni di Psicometria, si meravigliò di una lampadina accesa, e divenne Anna Marchesini – non è ironico? Lo è, e lei, anche raccontandolo, faceva di tutto perché apparisse tale.

Indipendentemente dal valore filosofico delle sue parole (valore di cui la Marchesini era perfettamente consapevole, e in cui si crogiolava: «D’altronde da bambina volevo essere il Messia donna!» disse nel 2008), Anna aveva una missione, e una volontà precisa: essere ironica – sempre e comunque. Sentiva come suo il compito di strappare un sorriso, un momento di gioia, di esilio dall’abisso dell’anima quotidiana: e per far ciò, lo aveva capito ben prima del grande successo con Il Trio, occorre necessariamente prendere in giro l’ordinario, ridicolizzare (con eleganza e intelligenza, però) la grande mitologia, portare all’estremo i tabù di una società, quella italiana in particolare.
Ed ecco spiegati la sublimità della parodia dei Promessi Sposi e personaggi immortali come la Signorina Carlo, inviata – con tanto di cofana à là Moira Orfei – da Quelli che il calcio… a commentare improbabilmente partite di pallone, di cui a malapena capiva regole; o come la sessuologa Merope Generosa che, al momento di pronunciare le parole più “sconce” tipiche della sua professione, si imborghesisce a tal punto da sostituire il termine “pene” con “malloppetto ciccioso e pendulo” e “ragazze che hanno rapporti pre-matrimoniali” con “zozzone sporcaccione”; o come la cartomante Amalia che – con esagerato accento romanaccio – invitava i suoi ascoltatori a telefonare e a “non porcastinare inoltre il tempo perché le linee ponno ésse ingorgate, ma la regia mi trasloca un buzzicone ch’ha acchiappato aa linea”.

Maestra di meta-teatro, Anna era fieramente donna, e donne erano i suoi personaggi, sempre e comunque: donne che si rapportano all’uomo, ridendo e prendendolo (e prendendosi) in giro, perché la vita è esattamente questo: autoironia, umiltà, abbandono. Maschera di sé stessa – perché la sua vera lei erano appunto le maschere – ci lascia cosa, se non un sorriso, una risata, forse una piccola lacrimuccia?

Ma forse no!, lei non vorrebbe che piangessimo: la morte è la fine, ma non è detto… perché, anche nel dolore e nella malattia, da vera maestra di esistenzialismo teatrale, Anna sapeva perfettamente che la situazione è grave, ma non è seria.
Solo che se in politica questa frase è un’accusa esplicita ad atteggiamenti vergognosi, nella vita di tutti giorni, sul palco della nostra storia particolare, e dietro le quinte dell’esistenza, è un valore, e si chiama leggerezza.

David Casagrande

[Immagine tratta da Google Immagini]

Intervista a Woodstock Teatro: il teatro che mette in scena l’uomo e le sue scelte

Woodstock Teatro è nato nel 2013, a Venezia, dove stavamo studiando Scienze e Tecniche del Teatro allo IUAV (per la nostra formazione registica, scenografica, drammaturgica e di light designer) e all’Accademia Teatrale Veneta (per la formazione attoriale). I componenti stabili sono Alessandra Dolce (scenografia e costumi) e Marco Gnaccolini (drammaturgia e regia). Lavorano nei diversi progetti Rossana Mantese (attrice), Irene Canali (attrice), Andrea Wob Facchin (musicista), Matteo Moglianesi (luci) e Alejandro Garcia Hernandez (percussioni). Hanno lavorato in precedenza anche Michele Guidi (attore) e Eleonora Ribis (attrice).

Fin da subito hanno voluto concepirsi e formarsi una equipe di lavoro teatrale, liberi di creare progetti in proprio e anche di sviluppare collaborazioni con altri artisti, mettendo quindi al lavoro le loro competenze professionali nei progetti altrui.
La poetica del gruppo è quella di affrontare visioni, pulsioni e problematiche del nostro essere contemporanei, confrontandosi con la realtà che li circonda. Credo che questo loro orizzonte sia espresso in questa loro citazione: «di un raggio di luce osservare e raccontare l’ombra da esso creata
L’obbiettivo è di proporre teatralmente delle opere d’immaginario, sviluppate con diversi linguaggi scenici e attente alle particolarità cognitive con cui ognuno di noi percepisce la realtà, per portare così in scena delle storie nel migliore dei modi possibili, qualunque vento soffi.

I primi progetti che hanno realizzato sono stati: Spring Boy, lavoro di prosa e teatro di figura sulla vita e gli scritti di Brendan Behan, drammaturgo irlandese e attivista politico degli anni ’50, e Un Piccolo Principe, percorso sensoriale e d’installazioni tratto dalla sceneggiatura che fece Orson Welles del famoso romanzo di Saint-Exupery. Si può dire che questi due lavori sono i semi da cui tutt’ora sbocciano le loro nuove idee sceniche.

1-Buongiorno Woodstock Teatro, intanto come nasce il vostro nome?

Buongiorno a te, Marco! Il nostro nome è nato in una notte d’estate, tra il vino e gli alberi di Forte Marghera a Mestre, ed è legato al nome dell’uccellino giallo e di specie ignota che fa da spalla a Snoopy nelle strisce a fumetti dei Peanuts di Charles Schulz. Lo abbiamo assunto a nostro animale totemico perché seppur di piccole dimensioni non si nega le avventure più immense, volando spesso a testa in giù, innamorandosi di fiocchi di neve e drogandosi con briciole di pane. Ci guida, quindi, nel pensare il nostro fare teatro trovando costanza e caparbietà nell’indipendenza, coraggio nell’insicurezza e amore incondizionato verso le sconfitte e le cause perse. Inoltre, il nome ha le lettere e il suono giusto per noi: inizia lungo e lontano come l’ululato di un lupo, e finisce rapido e secco come lo schiaffo di saetta che annuncia un temporale.

2-Vi ho incontrati personalmente e vi giuro non ho mai visto due sguardi così appassionati. Cosa vi piace del mondo teatrale? Come lavorate nei vostri ruoli di drammaturgo, scenografa, attore e regia?

Del teatro ci piace il suo provenire da tempi immemori, e la sua continua e infinita riserva di sorprese che lo rende inconoscibile.
Del teatro ci piace la continua ricerca. A prescindere dal fatto che si parta da testi sconosciuti o al contrario da testi conosciutissimi, ci piace il fatto che si arriva sempre a creare un nuovo messaggio visivo e uditivo a volte anche olfattivo, pare di sentire gli odori che descrivono un ambiente.
Ci piace ma allo stesso tempo ci preoccupa, ci inquieta e ci eccita scegliere di cosa parlare, capire se le nostre priorità, le nostre impellenze siano comuni a molte persone, ragazzi e non.
Ci piace appassionarci al nostro nuovo “progetto” fino a che, quello che noi proviamo, non lo trasmettiamo a ogni nostro compagno di viaggio, attore, musicista o pubblico che sia.

Il nostro lavoro lo definiremmo un ensemble, una sinfonia in cui ognuno porta il proprio contributo, un brainstorming su un tema in modo che ognuno si appassioni e porti a parlare di ciò che gli preme, poi, tutto si snoda, il drammaturgo scrive, lo scenografo porta immagini e suggestioni fino al punto in cui ci si riunisce nel momento della messinscena, dove si chiede anche all’attore di portare il proprio mondo e il proprio io, è così che nasce la regia di Woodstock teatro, un contributo di tutti che viene poi armonizzato.Foto promo 2

3-Il teatro è un po’ visto come un figlio messo in ombra dalle prestazioni dell’altro, il cinema. Perché secondo voi?

Se il teatro viene visto in ombra rispetto al cinema è perché li si vuole ancora paragonare sullo stesso piano di risultati, e cioè quello di arte spettacolare che chiama in assemblea un’intera società a riflettere su un determinato argomento. Il cinema, indubbiamente, è ai giorni nostri l’arte dei grandi numeri di pubblico, mentre il teatro è una realtà di nicchia (almeno in Italia). Questo succede perché nel nostro paese ci abituano a pensare troppo spesso in forma assolutistica il mondo delle arti all’interno delle nostre città, e poco in maniera sinergica.

Il teatro e il cinema sono due arti con linguaggi completamente diversi, seppur simili: il cinema è un formarsi di fantasmagorie, mentre il teatro di visioni. Il cinema ti fa vedere, mentre il teatro ti fa immaginare. Chiedono un diverso tipo di attenzione nel pubblico, un diverso grado di partecipazione. Quello del teatro può risultare più complesso e faticoso, perché ha bisogno di un luogo fisico e di un momento preciso per farsi, ma può rivelarsi molto affascinante perché chiede al pubblico di essere attivo nella costruzione dell’evento: nel cinema è la macchina da presa a scegliere cosa far vedere di una storia, mentre a teatro sono gli occhi e soprattutto la mente dello spettatore a operare e addirittura creare questa scelta. Senza il pubblico e il tempo presente, l’espressione teatrale non può esistere: il teatro è un accadere irripetibile, al contrario di un filmato che, in quanto registrato, è un accaduto replicabile.

Ecco perché si deve necessariamente incontrare la gente con il teatro, ed è una sfida faticosa. Con Talkin’ Woody Guthrie, nostro ultimo progetto di ballad-opera, l’obiettivo è stato: andiamo nei locali dove si riunisce la gente, dove mangia e va ad ascoltare musica. Il teatro rimane fondamentale posto in cui ci si incontra e si discute, e ci si appassiona come succede a un concerto, dove molto spesso i musicisti suonano con maggiore vita i loro brani dal vivo rispetto a quelli stessi che possiamo ascoltare registrati. A teatro, la differenza la fa ancora la percezione dell’uomo.

4-Passiamo un po’ al nostro territorio. Com’è fare teatro a Venezia? Avete avuto esperienze fuori della provincia?

Per noi al momento sta risultando difficile andare in scena a Venezia città, a Mestre invece stiamo al contempo incontrando un formicaio di realtà non teatrali ma molto attive culturalmente, spazi che vogliono aprirsi e contaminarsi; andare in scena in questi posti comporta soprattutto molte difficoltà di natura tecnica, non essendo spazi teatrali bisogna pensare a un teatro che faccia a meno di molte creazioni e attenzioni sceniche, ma tutto ciò ci regala una bellissima sfida, e soprattutto incontri splendidi. Abbiamo aperto una collaborazione poi con il Centro Culturale Candiani in qualità di operatori culturali, con un progetto nel loro Campus per Not Only For Kids di questo giugno. Inoltre, stiamo incontrando moltissime occasioni di collaborazione con professionisti teatrali veneti: Andrea Pennacchi, Pantakin, Stivalaccio Teatro, Il Libro con Gli Stivali.
Con i nostri progetti lavoriamo molto di più fuori da Venezia e dal Veneto, soprattutto in Lombardia e a Milano, dove gli spazi off sono molti di più e sono molto attenti ai temi che ospitano, e stiamo consolidando ogni anno che passa la nostra presenza sui loro palcoscenici.

5- C’è un filo conduttore nelle vostre storie? Cosa volete trasmettere, quale messaggio insomma?

Il filo conduttore delle nostre storie è una riflessione sull’essere umano, sulla possibilità che una scelta comporta. I nostri personaggi prendono posizione, sono consapevoli di quello che sono, ma soprattutto delle scelte che hanno fatto, non giudicano ma spesso vengono giudicati. Non diciamo cosa fare, solo invitiamo a riflettere sul fatto che non esiste bianco o nero, non esistono persone di serie A o serie B, ma solo scelte e conseguenze che possono influenzare la storia, quella che si studia nei libri. Ci piace spesso parlare dei personaggi secondari, diciamo i “non protagonisti” delle storie: come la strega nella favola di Biancaneve, nel nostro Le mele della strega o dei secondini di una prigione e del boia nel nostro Spring Boy o dei lavoratori profughi, gli hobo, in Talkin’ Woody Guthrie.

6- Avete dei progetti in cantiere?

I progetti in cantiere sono moltissimi! Alcuni sono sul nascere, e ancora troppo fragili per essere esposti qui.  Possiamo dire però che lavoreremo Cadorna ’14-17, il testo del nostro drammaturgo Marco Gnaccolini la cui prima parte ha vinto il concorso di “Racconti di Guerra e Pace” indetto dal Teatro Stabile del Veneto, andato in onda anche su Rai Radio 3 oltre che nelle mise en space nei tre teatri di Venezia, Padova e Verona. Sarà una coproduzione Woodstock Teatro con Kalambur Teatro, per la regia di Alessio Nardin che ne curò anche quella per le mise en space.
E poi La Regina della Neve, il nostro prossimo progetto per bambini, nella quale lavoreremo sulla malattia e i mondi in cui essa ci rinchiude.
Aperte già sono nuove collaborazioni con Andrea Pennacchi e la squadra di Teatro Boxer con cui abbiamo creato il favoloso Merry Wives of Windsor!

7- Ultima domanda Woodstock, la vostra esperienza che state coltivando si collega in qualche modo alla filosofia? O meglio, c’è della filosofia nel vostro lavoro?

Il nostro lavoro è filosofia, nel senso etimologico del termine “amore per la sapienza”, come ti abbiamo detto prima del teatro ci piace il fatto di poter conoscere, imparare sempre perché amiamo la conoscenza. Con i nostri spettacoli riflettiamo sull’uomo, sulla sua esistenza così come la filosofia ci insegna a fare e poi abbiamo una nostra filosofia di lavoro, condividere e collaborare.

Una delle spine dorsali del nostro agire teatrale è il pensiero del filosofo Agamben sul concetto di essere contemporanei, di chi e cosa lo si è, e del che cosa significa essere contemporanei. Abbiamo assunto su di noi una delle sue risposte, per la quale ci sentiamo appartenere al nostro tempo non coincidendo perfettamente con esso, non adeguandoci alla sua linearità; ci relazioniamo così al nostro tempo attraverso una sfasatura e un anacronismo, avendo una distanza con cui poter percepire luci e soprattutto tenebre del nostro vivere d’oggi. E questo portiamo in scena.

Marco Donadon

[immagini concesse da Woodstock]

Quale filosofia dietro al nuovo fenomeno web Nicola Canal?

Il nuovo fenomeno social si chiama Nicola Canal meglio conosciuto come Il Canal. Originario del Trevigiano, Nicola frequenta l’Accademia di Arte Drammatica a Udine lanciandosi poi nel mondo dello spettacolo. Attualmente quasi trentenne lavora per tutt’altro settore, ma porta avanti la sua passione grazie a simpatici video che egli pubblica puntualmente sui suoi canali web. La sua produzione video? Nicola si è fatto conoscere grazie a delle esilaranti telefonate ad alcuni dei più famosi centralini italiani (dall’Expo a Cepu, da Miss Italia alla Volkswagen), ma ha saputo andare anche ben oltre, coinvolgendo direttamente tutti i suoi fan, e creando per loro un vero spazio di svago (per esempio il concorso Selfie Caigo). I suoi video, montati con abile maestra, mettono in evidenza la sua creatività e le sue indiscusse capacità di recitazione.

Abbiamo deciso di rivolgergli qualche domanda, convinti che dietro al suo lato comico si nascondesse una personalità molto più profonda di quanto non volesse dare a vedere. Se all’apparenza i suoi video possono sembrare superficiali e volti al solo divertimento, in realtà in essi si cela un’analisi accurata e critica della realtà nella quale viviamo.
Nelle sue parole abbiamo percepito allo stesso tempo sicurezza di sé ed umiltà, qualità che non fanno altro che accrescere l’apprezzamento che già nutrivamo verso di lui e verso l’immagine che si è costruito attraverso i social.
Nicola può essere un vero esempio sociologico, non c’è che dire, ma alla base di tutta la sua persona vi sono una buona dose di riflessività e consapevolezza.

Ma ora, spazio alle chiacchiere: a voi la lettura di questo botta-risposta!

 

La maggior parte dei tuoi fan attuali ti ha conosciuto grazie ai tuoi primi video. Al giorno d’oggi caricare un video su YouTube è alla portata di tutti. A te come è nata l’idea di provarci?

Guarda. È’ nato tutto quando non ho più voluto provarci. Ho studiato recitazione, ma quando ho firmato un buon contratto di lavoro ho anche “abbandonato i miei sogni”. Ho cominciato allora a giocare con video in dialetto veneto per gli amici di Facebook. Un giorno ho visto 2500 richieste di amicizia: qualcuno aveva scaricato il mio video e lo aveva fatto girare su WhatsApp. Così è nato tutto!

 

Senza volerlo, quindi! Beh, da allora hai ottenuto un seguito piuttosto notevole! Perché hai intrapreso gli studi di recitazione? C’era qualcosa in particolare che ti affascinava di questa disciplina?

Mi piaceva l’idea di dare un po’ di tecnica a questa voglia di fare il “mona”!

 

Mi pare di avere capito che malgrado i tuoi studi, questa non sia poi diventata la tua professione. Capita con sempre più frequenza. L’impegno e la passione che stai riversando nella tua pagina Facebook Canal-Il Canal (e non solo) sono una sorta di rivincita?

No, non la sento come una rivincita. Non devo rifarmi di nulla. Non ho perso tempo. Non avanzo nulla di che. Mi piace questa cosa per quello che è.

 

Quindi ciò che conta per te è il far sorridere e divertire le persone? Non è un compito facile: la comicità non è di tutti! Contano di più l’impegno e la ricerca, o la pura spontaneità?

Diciamo che conta fare una cosa che piaccia. E che abbia un senso per poi continuare a farla. Contano tutte le cose, quelle che hai elencato e molte altre: passione, entusiasmo ed ironia ad esempio.

 

Cosa pensi riguardo ai programmi televisivi basati sulla comicità (penso a Zelig, Colorado, ecc.)? Ti sembra che la loro forma di comicità sia efficace?

A me non fanno ridere anzi mi imbarazzano molto. Ma anch’io potrei non piacere a loro.

 

Te l’ho chiesto perché personalmente trovo che il divertimento che propongono sia sempre più scadente. Mi piace invece il tuo modo di fare, forse perché lo sento più vicino alla mia quotidianità. Riesci a divertire con assoluta semplicità e senza volgarità. Inoltre ti esprimi spesso in dialetto: credo che questa sia stata una caratteristica che ti ha portato fortuna. Noi veneti siamo particolarmente affezionati al nostro modo di parlare, così come alle nostre espressioni e ai nostri modi di dire.

Io ritengo ovviamente la lingua italiana importantissima ma non posso prescindere dal fatto che il mio corpo è più in sintonia col dialetto veneto. Io sono più sincero se parlo Veneto.

 

A questo proposito mi fa piacere ricordare l’iniziativa da te promossa in sostegno alla riviera del Brenta. [Nicola, grazie ad una vendita online di oggetti e gadget con su scritte alcune massime della parlata veneta, ha contribuito ad una raccolta fondi in favore della Riviera del Brenta, che nell’estate 2015 è stata colpita da un tornado]. Ti sei davvero impegnato di persona per la nostra zona! In qualche modo ti si potrebbe definire come un “filosofo de noialtri”. Sei infatti un attento osservatore della realtà! Riesci a proporre in tono ironico i vari scandali della realtà (si veda il video in cui telefoni al servizio clienti della Volkswagen), smascheri con simpatia le nostre abitudini (si vedano i motti “Pi sorz, manco stroz” e “Manco IPhone, pi subiot”), infondi un alone di dubbio sui nostri pregiudizi.. Ma ti incarichi anche di contribuire di persona a progetti ed iniziative per migliorare nel concreto il nostro presente. Come ti sta addosso questa mia “definizione”? Cosa pensi della filosofia? L’hai mai studiata?

Ho fatto il liceo quindi l’ho studiata, ma al tempo non ne capivo l’utilità. Diciamo che ho fatto filosofia col teatro! O meglio, facendo teatro ho scoperto quanto era importante filosofia. Per esempio ogni volta che interpretavo un personaggio le domande che mi ponevo erano semplici ma complesse allo stesso tempo, legate sì al personaggio, ma questo a volte si confondeva con Nicola stesso. Mi chiedevo “Chi sono, cosa faccio, da dove arrivo?”. Ho capito che interrogarsi è indispensabile!

 

Credo che buona parte del tuo seguito sia costituito da giovani e ragazzi. Avresti qualcosa di particolare da dire loro?

Sai che non credo? Credo mi seguano soprattutto i più grandi e la cosa mi fa molto piacere! Ai giovani che dire? Dicessero qualcosa loro a me! Io non voglio spiegare niente a nessuno. Ma se qualcuno trova messaggi carini nei miei video ben venga! Forse l’unica cosa che mi sento di dire è quella di uccidere la vergogna, che per me è la cosa più brutta che ci sia. La rabbia può trasformarsi, ma la vergogna è solo un limite enorme.

 

Ti riferisci a qualcosa in particolare?

No, a tutto! Partendo dall’accento. Io in realtà non mi sono mai vergognato, ma sento molta gente che dice “Si sente molto?”, come se fosse una cosa di cui vergognarsi! Pensa te!! Oppure la gente si vergogna di dire “Non ho soldi!”. Perché? Non capisco! Nei miei video cerco questo credo. Queste cose ci rendono deboli. Se ho cinque euro in tasca ma non lo devo nascondere a nessuno sono un po’ più ricco. Vedi come alcuni hanno vissuto il fallimento e la crisi. Il vero fattore di turbamento non era la tragedia economica a cui si andava incontro, ma il sentimento di vergogna che si provava a causa del fallimento.

 

Inizialmente avevo capito il contrario, cioè che tu dicessi in qualche modo “Vergogniamoci di più”. Che diciamocelo, in certi casi, non sarebbe neanche sbagliato. Forse se provassimo più vergogna e fossimo meno sicuri della nostra invincibilità, certe cose potrebbero non accadere.

Questo anche è vero. Hai assolutamente ragione. Ma hai capito come intendevo io? Paradossalmente i miei insegnanti e ai casting mi chiedevano di nascondere la cosa che mi ha portato fortuna: il Veneto.

 

Quindi ti consigliavano di mascherare la cadenza e di parlare in italiano?

Non palesemente. Però l’accento veneto rispetto ad altri, per esempio romano, siciliano, pugliese, è visto meno vincente. Il personaggio veneto nei film è sempre quello meno intelligente.

 

Certo, è piuttosto evidente questa cosa, ma non ne ho mai capito il motivo. È a questo che mi riferivo quando ti dicevo che mi piace il modo in cui proponi la tua comicità: perché la sento più vicina rispetto ad altre! Infine vorrei chiederti: come reagisci di fronte a chi ti attacca con pesantezza? Ho visto che tendi sempre a rispondere in modo ironico e che nelle tue risposte non c’è mai stata ombra di cattiveria.

Che piacere che tu lo abbia notato! Beh sono forte dei commenti positivi! Se ne ho cinque buoni, quello cattivo diventa insignificante. Ovviamente ma… in linea di massima ho sempre riso alle cattiverie. Non so perché giuro! Mi viene spontaneo davvero, non faccio il superiore, non tratto con sufficienza. La cattiveria mi fa ridere perché immagino lo sforzo, la fatica e l’impegno che ci stanno dietro, e questa cosa mi fa ridere. Vedere la faccia di uno che si carica per dire una cattiveria: quel consumo di energia è ridicolo.

 

Sai cosa mi fai pensare? Che è possibile divertire gli altri soltanto se si ha una personalità sorridente e positiva. Credo la tua sia proprio così!

 

Federica Bonisiol

 

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La ‘voce’ come espressione dell’unicità umana

Era il tipo di voce che le orecchie seguono come se ogni parola fosse un arrangiamento di note che non verrà mai più suonato.
(F. Scott Fitzgerald)

La voce rimane sempre in sordina, non viene mai messa in primo piano, tutti ce ne dimentichiamo eppure è il nostro più potente mezzo di comunicazione.

Quanto influisce veramente la voce nella vita di tutti i giorni?

Moltissimo. La voce, o meglio il tono della voce, fa la differenza, perché sottolinea in modo marcato l’efficacia, la credibilità, il ricordo di un messaggio e di chi lo interpreta.

La voce è un “lavoro” complesso di più parti del nostro organismo che si organizzano come un’orchestra e danno vita alla comunicazione più avanzata che l’essere umano abbia. Si pensa addirittura che anche il pensiero sia elaborato dal nostro cervello attraverso i suoni.

La voce è fondamentale in quanto trasmette emozioni e sensazioni differenti ma non deve essere incerta perché il ricevente potrebbe confondere l’intenzionalità del mittente. Questa importanza è ben conosciuta a livello politico dove il carisma si misura soprattutto dal tono della voce che può infondere sicurezza, profondità, prudenza, fascino, andando così ad “identificare” la persona stessa.

In ambito filosofico raramente troviamo riflessioni sull’elemento concreto “voce”, a fronte di innumerevoli ricerche intorno al concetto astratto di Uomo, quando invece possiamo trovare uno stretto legame tra il concetto di voce e l’ontologia, in quanto il primo ha la capacità di esprimere la vera identità di una persona, rendendola in tal modo unica.

Forse nella mitologia classica alla voce era riconosciuto un qualche potere, basti pensare alle sirene che con il loro canto cercavano di ammaliare Ulisse che si dovette addirittura legare per resisterle: in questo caso la voce ha avuto il ruolo di protagonista, in quanto le è stato riconosciuto il potere di circuire per un motivo ben preciso, visto che, come disse anche Socrate, ognuno ‘usa la voce’ a seconda dell’interlocutore che si trova di fronte, proprio perché viene riconosciuta, seppur inconsciamente, l’unicità dell’essere umano.

Il tema, però, di unicità legato al concetto di voce, non è mai stato ben visibile, seppure diversi pensatori nel corso della storia vi si siano avvicinati; un esempio è Levinas che vede l’espressione dell’unicità nel volto dell’Altro mentre l’aspetto vocale è relegato nel concetto di relazione oppure Aristotele che riconosce al logos la “vocalità” ma dà maggiore importanza al significato, considerando proprio questo l’elemento di differenza tra l’uomo e l’animale (anch’esso dotato di foné ma non di semantiké).

Socrate stesso, all’apparenza, vive per la sua vocalità, parlando nelle opere di Platone, eppure sarà proprio quest’ultimo a screditare la proprietà vocale considerandola un mero involucro da buttare perché solo il contenuto è da considerare meraviglioso.

Come si vede, la voce è sempre comparsa nella storia della filosofia ma difficilmente è stata concepita come fondamentale proprietà dell’uomo per comunicarsi.

Oggi le cose sono forse diverse e il principio del cambiamento può vedersi nel teatro già a partire dall‘800 dove il tono della voce nelle opere liriche era di fondamentale importanza per trasmettere, anche in lingue diverse, le emozioni dei personaggi che costruivano l’intera storia.

Anche la comunicazione odierna nel campo del marketing si è evoluta, andando sempre alla ricerca di una vocalità convincente, forte, carismatica per pubblicità, spot o quant’altro; così come al cinema la tonalità della voce decreta la riuscita di un film perché, come una canzone, mantiene integra nella memoria dello spettatore una battuta, una scena, un’immagine che viene raccontata.

Eppure tutto questo dovrebbe essere sempre così evidente!

La voce è il primo contatto che abbiamo con nostra madre dall’interno della pancia, un contatto sonoro che noi siamo in grado di riconoscere non appena nasciamo.

La voce è la colonna sonora delle nostre vite, ciò che è in grado di entusiasmarci ma anche di allarmarci e spaventarci, un suono che ci accompagna sempre e che aiuta le immagini, le realtà, gli eventi che vediamo e viviamo ad imprimersi nella nostra mente per sempre.

Valeria Genova

Per approfondimenti consiglio questa lettura: Adriana Cavarero, A più voci. Filosofia dell’espressione vocale Feltrinelli, 2003.