L’estetica di Pavel Florenskij: il ferro, il cartone e la calamita

La notte tra il 7 e l’8 dicembre di circa ottant’anni fa, dopo un viaggio estenuante di mare e di terra proveniente dalle isole Solovki (nel Mar Bianco), in uno scantinato nei pressi di Leningrado (l’odierna san Pietroburgo), veniva fucilato Pavel Florenskij (1882-1937).

Chi fu Pavel Aleksandrovič Florenskij, oltre che una delle migliaia e migliaia di vittime del delirio rivoluzionario bolscevico? Srotolando a ritroso il nastro della sua esistenza ritroviamo le orme lasciate dal cammino di uno straordinario studioso, di un amato custode della spiritualità ortodossa, oltre che padre premuroso di cinque figli. Il fatto che egli sia stato1 poco conosciuto negli anni che seguirono la sua vicenda storica, va necessariamente contestualizzato nel periodo di estrema ostilità e chiusura che caratterizzò la vita del popolo russo in quell’epoca di totale sconvolgimento politico e sociale2.

Florenskij come pensatore e come uomo di cultura fu molte parti: fu scienziato, filosofo, epistemologo, esperto d’arte, biologo, linguista, teologo, chimico, fisico, ingegnere elettrotecnico, ma una cosa fu prima di tutto: fu un originale e convinto matematico, e questo rimarrà per tutta la durata della sua vita, anche quando gli argomenti affrontati potevano sembrare così diversi rispetto alla scienza dei numeri e delle forme3. Il suo incontro giovanile con la matematica, in particolare con l’aritmologia appresa seguendo lezioni del celebre professore Nikolaj Bugaev4, non solo segnò una tappa fondamentale del suo cammino, ma lo connotò in maniera indelebile con il bisogno di soddisfare una sostanziale concretezza verso la vita, così come viene percepita.

La dimensione sensibile, ovvero estetica, della conoscenza assume un posto prioritario all’interno della visione del mondo integrale di Florenskij, anche se, e questo è il punto fondamentale, esso non rimane fine a se stesso. Nella prospettiva organica del conoscere, essere sensibili alla bellezza non significa lasciarsi sopraffare da essa, ma per il nostro autore essa implica necessariamente una presa di coscienza da parte del soggetto; ovvero la consapevolezza che i valori che orientano il pensare e l’agire, tra cui appunto la bellezza, non appartengono né all’uomo né alle cose indipendentemente, ma solo alla possibile relazione che può venirsi a creare tra loro. Relazione è partecipazione e partecipare è, a sua volta, il relazionarsi di parti che hanno qualcosa in comune tra di loro, che va oltre di loro.

Nel testo Lo spazio e il tempo nell’arte5 scritto nel 1923 in occasione di un ciclo di lezioni Sull’Analisi della spazialità, Florenskij ricorse ad un esempio che risulta emblematico per cercare di capire la portata della «partecipazione». Prendiamo una calamita; se nelle sue immediate vicinanze noi poniamo un pezzo di ferro, esso, rimanendone attratto, manifesterà l’esistenza del relativo campo magnetico. Se al posto del ferro invece noi mettessimo un pezzo di cartone, ecco che allora rileveremmo una sostanziale indifferenza tra le parti. Cosa vuol dire questo? Che, nel caso del ferro, il campo magnetico esiste, mentre nel caso del cartone no? Sarebbe chiaramente un’assurdità ammettere ciò, ma non solo, perché, come afferma Florenskij, «se c’è un pezzo di ferro in grado di recepire l’azione del campo, allora riconosciamo anche l’esistenza di una forza magnetica; [mentre], se non c’è [ma c’è un pezzo di cartone], allora non si scopre nemmeno la forza»6. Questo implica che il fenomeno magnetico, preso di per sé, non nega la sostanziale differenza tra ferro e calamita, ma, contrariamente, che proprio su di essa si fonda quella precisa realtà partecipativa che noi riconosciamo come un fenomeno magnetico.

È facile attribuire a questo esempio una valenza paradigmatica che va ben oltre la sua dimensione fisica e adeguarlo anche a contesti di realtà entro cui l’essere di un uomo si trova inserito; infatti, cosa ci impedisce di farlo valere anche all’interno della nostra quotidianità, fatta sostanzialmente di percezioni derivanti da relazioni con persone, oggetti e situazioni varie? Non siamo noi stessi a volte ferro, a volte cartone e a volte calamita? Cosa ci attrae e cosa ci lascia indifferenti? E perché?

A conclusione del nostro discorso, citiamo la celebre frase del principe Miskin nell’Idiota di Dostevskij: «La bellezza salverà il mondo» … ma con Florenskij precisiamo: «…a condizione che ci saranno occhi belli che la sapranno riconoscere».

 

Mauro Beltrami

Sono nato a Codogno (Lodi) nel 1968, dove tutt’ora risiedo.
Nel 1993 ho iniziato la mia professione di educatore, dapprima non professionale, con utenti caratterizzati da grave disabilità sia psichica che fisica, e tutt’ora professionale con i minori affidati dal Distretto del Servizio Tutela di Piacenza ovest.
Nel Febbraio del 2002 mi sono laureato in filosofia, presso l’Università di Pavia, con una tesi sull’empirismo inglese del ‘700. Nel 2005 ho conseguito il diploma presso la Scuola Superiore di filosofia comparata e orientale di Rimini, con una tesi sul pensiero cinese antico e nell’Ottobre dell’anno seguente ho completato questo corso di studi laureandomi ad Urbino in “Antropologia ed epistemologia delle religioni”, con una tesi sull’autore russo Pavel Florenskij.
Recentemente, come dicevo sopra, ho conseguito la qualifica di educatore professionale conseguendo la laurea trimestrale in Scienze della formazione e dell’educazione”, presso l’Università cattolica di Piacenza. Anche in quest’ultimo caso, il lavoro finale di tesi è stato dedicato alla figura di Florenskij, ed entrambi i lavori hanno contribuito alla pubblicazione del mio primo libro, nel Settembre di quest’anno, presso la IPOC di Milano, col titolo di: Estetica della partecipazione. Pavel Florenskij: la vita come opera d’arte, che qui ho l’onore di presentare.

NOTE:
1. Il tempo passato è d’obbligo, considerato il fatto che già da alcuni decenni Florenskij è oggetto, soprattutto in Europa, di una vera e propria renaissance culturale.
2. Cfr. Orlando Figes, La tragedia di un popolo. La rivoluzione russa 1891-1924, Oscar Mondadori, Milano 2016.
3. Cfr. Renato Betti, La matematica come abitudine del pensiero. Le idee scientifiche di Pavel Florenskij, Centro Pristem, Milano 2009.
4. Florenskij nel Settembre del 1900 si iscrisse alla facoltà di fisica e matematica dell’Università di Mosca.
5. P.A. Florenskij, Lo spazio e il tempo nell’arte, Adelphi, Milano 1993.
6. P.A. Florenskij, Op. cit., pp. 44-45.

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