Velia-Elea: invito a casa di Parmenide

Se pensate che la filosofia sia qualcosa di lontano e oscuro, sappiate che anche Parmenide, uno dei padri della filosofia, è per noi qualcosa di remoto e offuscato, nel tempo e nelle fonti. Eppure, se vogliamo accostare un po’ di luce a questo brillante e poliedrico uomo del passato, possiamo conoscerlo meglio cercandolo tra i resti della sua città, oggi in Campania, nell’importante ma poco conosciuto sito archeologico di Velia-Elea.

Elea era il nome che i Focei, popolo greco emigrato dalle coste della Turchia, aveva dato alla colonia da loro fondata attorno al 542 a.C., dopo aver accolto la profezia-guida della Pizia di Delfi, secondo l’usanza dei marinai-colonizzatori. Velia fu, invece, il nome scelto dai Romani, che conquistarono e abitarono questo sito successivamente.

Atene fu centro culturale anche per la Magna Grecia negli anni dello splendore della storia greca, ma le sue colonie non furono da meno per verve intellettuale, anzi, certamente ispirarono la fioritura culturale e politica della capitale. Le nostre coste, in particolare, hanno ospitato meravigliosi esempi di civiltà greca, soprattutto tra Sicilia, Campania e Calabria. Elea era tra questi e ha accolto grandi pensatori come Senofane, Parmenide e Zenone.

Parmenide, il più noto, nacque all’inizio del VI sec. a.C. e fu, presso Elea, legislatore, filosofo e governante. In quanto filosofo, si mise in atteggiamento critico verso la scuola dei pensatori ionici, cosiddetti “naturalisti” e teorizzò l’unicità dell’essere nonché la priorità della ragione come mezzo di conoscenza privilegiato per la ricerca della verità.

Nel suo celebre poema Sulla natura Parmenide ci consegna in forma poetica quanto rimane del suo grandioso pensiero, qualcosa di innovativo che ha segnato tutta la filosofia a venire. I suoi versi sono sempre stati intesi in senso allegorico, ma recenti interpretazioni identificano alcuni passaggi fortemente allusivi ad elementi del contesto urbano di Elea. Ad esempio, la via e la porta raccontante nel poema sarebbero elementi architettonici che trovano tuttora senso tra i resti di Elea. Furono Bruno Gentili e Antonio Capizzi1 a intuire che Parmenide descriveva un viaggio reale.

Con un lavoro di immaginazione, dobbiamo provare rievocare questo grande personaggio, definito come «venerando e terribile allo stesso tempo»2, intento a gettare, a sua insaputa, le basi del pensiero occidentale, parlando ai suoi concittadini nient’affatto in termini astratti, ma attraverso le metafore dell’ambiente a loro più noto: la città. Parmenide inventa un modo per invitare i suoi concittadini a camminare nella strada della ragione grazie ad argomentazioni che si ergono come strutture sopra le metafore degli elementi architettonici che li circondano. Scopriamo così in Parmenide un filosofo al governo che scrive in poesia per il suo popolo, aiutandolo a costruire simboli a partire dagli oggetti comuni della città, la polis come vero spazio pubblico, simbolicamente manipolato per educare alla corretta ricerca della verità, diffidando delle impressioni e dal dominio che spesso le sensazioni provano a imporre alla ragione.

Verrebbe un po’ da pensare che le visioni più futuristiche e avanzate dell’umanità appartengano irrimediabilmente al passato.

L’impresa elogiata nei versi parmenidei può essere interpretata come il viaggio verso la riunificazione dei quartieri di Elea, troppo fragili se isolati, suggellata dalla Dea e invitata alla resistenza contro le pressioni dei nemici Lucani da un lato e Siracusani dall’altro. La vicina Paestum cadde nel dominio dei Lucani, ma Elea sopravvisse grazie alla compattezza politica dei cittadini, guidati da leggi buone e da un leader saggio. La sapiente legislazione dettata da Parmenide instillò ai cittadini una forza in grado di contrastare gli invasori nonostante l’inferiorità numerica.

La scuola filosofica eleatica, grazie al contributo di Parmenide, crebbe e si affiancò all’altra scuola vicina, quella pitagorica (con sede a Crotone), gettando assieme ai pensatori della scuola ionica, quelle importanti e decisive speculazioni che dettarono le condizioni di tutto l’impianto filosofico e scientifico dell’Occidente.

In tutto ciò Parmenide è ancora a un passo da noi, ad Elea, tra le rovine di quella grandiosa città che seppe fare dell’unione la forza che arrestò gli invasori. Tra quei resti archeologici, grazie anche ai racconti delle guide, è possibile far rivivere il ricordo e l’esempio, sempre calzante, di un uomo che ha fatto della filosofia una pratica di vita personale, ma soprattutto, collettiva di un’intera città.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE:
1. Come ben narra F. Castiello in Guida di Elea secondo Parmenide, Edizioni dell’Ippogrifo, 2014.
2. Così definito da Platone nel Teeteto, per bocca di Socrate.

[Photo credits Pamela Boldrin]

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Tre riflessioni sul tempo in un viaggio aereo

Il tempo scorre. Che banalità, direte voi. Ma è proprio da questo verbo, scorrere, che inizia una prima considerazione, legata al movimento e in senso più ampio al viaggio. Scorrere deriva dal latino excŭrrĕre – correre fuori, correre via. Il tempo dunque corre via e non possiamo fermarlo, come il flusso dell’acqua. Già nel V secolo a.C. Eraclito scriveva ne Sulla natura «panta rhei os potamòs», sottolineando anche come non si possa discendere due volte nel medesimo fiume.

Il viaggio ci fa scorrere da un punto A a un punto B, e il tempo soggettivo – a differenza di quello oggettivo – in mezzo non è mai lo stesso, tanto meno se parliamo di uno spostamento aereo. Qualsiasi sia la meta finale, entrare in cabina ci conduce in una vera e propria capsula del tempo, dove lo spazio è il nostro alveo e il tempo è il fluido che ci muove. Ed è quando le ruote del carrello si staccano dalla pista inizia un viaggio nel viaggio.

 

  1. Tra passato e futuro

Non è questa la sede per indagare se il tempo sia una realtà oppure una mera illusione, ma una cosa possiamo dirla con sicurezza: mai come all’interno di un aereo perdiamo il riferimento delle due forme a propri della sensibilità umana tanto care a Kant. Pensare che quando a Torino Caselle sono le 16 all’aeroporto di Perth sono le 22, è come scattare una fotografia dello stesso identico tempo, che assume solo nomi e numeri diversi. Una volta in aria, ci muoviamo tra passato e futuro comodamente seduti sul nostro sedile, in attesa di atterrare nel presente, qualsiasi sia l’ora e il giorno.

 

  1. La paura di cadere

L’abbiamo sperimentato tutti: quando ci divertiamo il tempo si comprime, quando ci annoiamo si dilata. Che cosa succede in aereo? Anche in questo caso, tutto dipende dal nostro stato d’animo e da quanto siamo disposti a essere semplici osservatori del tempo che scorre, senza possibilità alcuna di poter incidere con il nostro libero arbitrio. Siamo trascinati dagli eventi, inermi, come una zattera senza remi, fino alla foce.

A differenza di altri mezzi di trasporto, l’aereo ci impone di affidarci completamente all’esperienza e al buon senso di un comandante. Non possiamo tirare un freno come sulla metro o in treno, non possiamo buttarci a mare o dentro una scialuppa come in nave. Ecco perché è sbagliato parlare di paura di volare: è paura di precipitare e non salvarsi, o meglio ancora di non aver la libertà di agire.

Come ci ricorda la filosofia zen: «Se il problema ha una soluzione, preoccuparsene è inutile, alla fine il problema sarà risolto. Se il problema non ha soluzione, non c’è motivo di preoccuparsi, perché non può essere risolto.» Non possiamo opporci allo scorrere del tempo una volta chiusi in aereo, dunque perché avere paura?

 

  1. Ora del ritorno

Quando si viaggia verso casa il tempo sembra scorrere più velocemente. Certo, tranne che per Ulisse. Ad ogni modo, questo succede perché abbiamo aspettative che già conosciamo. Anche all’interno di un aereo – che percettivamente ci offre un’esperienza sempre simile ad ogni volo – sappiamo esattamente cosa (e chi) ci aspetta una volta atterrati. Le nostre radici.

 

Quando salirete sul prossimo aereo, fateci caso. E portatevi una buona lettura, magari proprio su Il tempo. La sostanza di cui è fatta la vita di Stefan Klein, edizioni Bollati Boringhieri.

Buon viaggio.

 

Alice Avallone

Alice ha studiato lettere moderne e si è specializzata in pubblicità. Lavora come digital strategist per aziende, enti e agenzie: il suo compito è trovare idee e contenuti creativi per coinvolgere le persone sulla Rete. È creatrice della rivista di viaggio Nuok e di un inventario creativo di ars combinatoria ispirato al filosofo Raimondo Lullo. Dal due anni insegna e coordina il College Digital della Scuola Holden di Torino.

[Photo credit: Chris Brignola]

Filosofia: alla ricerca di un perché

«Perché?»

Questa è la domanda più frequente che mi viene rivolta quando rendo qualcuno partecipe della scelta in merito al mio percorso di studi universitario. E devo ammettere che mi trovo sempre in difficoltà su che risposta dare. Non è una questione banale come può sembrare, perché ha a che fare con l’intimo del proprio Io. Forse la domanda è proprio la risposta.

Cerco di spiegarmi meglio.

Fin dalle sue origini la filosofia occidentale si è dedicata al definire, circoscrivere e determinare – con le possibili eccezioni di Epicuro e successivamente Spinoza. Volenti o nolenti, questa è la nostra storia, e ci abbiamo a che fare ogni giorno della nostra esistenza. Così recitava la Dea nel poema di Parmenide Sulla Natura in relazione alle uniche due vie di ricerca che si possono pensare: «[…] l’una che “è”, e che non è possibile che non sia […] l’altra che “non è” e che è necessario che non sia»1. Su queste poche e a prima vista semplici parole si è scritto, discusso e dibattuto per secoli fino ai giorni nostri (basti vedere l’analisi filosofica contemporanea di Emanuele Severino), senza che mai si sia trovata un’interpretazione che accordasse tutti i pareri. Il problema – che ha appunto a che fare con tutti noi ogni giorno – è quello di definire qualsiasi cosa in modo univoco, perdendo quindi inevitabilmente il suo collegamento con il Tutto. È sufficiente pensare a Socrate e al suo metodo interrogativo: egli rivolgeva la domanda: «Che cos’è?» in relazione a qualsiasi cosa, con una sua conseguente determinazione. Proviamo ad applicare questo metodo alla nostra indagine: «Che cos’è la Filosofia?» Ecco un’altra questione dibattuta all’inverosimile senza risultato. E dal mio punto di vista è proprio la mancanza di una risposta uniforme a “salvarci”. Abbiamo trovato qualcosa che non può appartenere a categorie determinate, che non può essere definito in modo univoco e che riesce a sfuggire a quel meccanismo di circoscrizione che scuole di pensiero orientali come il Taoismo criticherebbero in modo ferreo. Qui entra in gioco la nostra personalità, il nostro essere diversi dagli altri. Ma la differenza sta proprio in questo diverso: è un diverso che non delimita – se vissuto in una certa maniera – bensì amplifica il risultato dato da ogni particolare che contribuisce all’essere della Filosofia.

La Filosofia ha a che vedere con il pensiero, inteso sia come pensiero personale di ogni individuo sia come pensiero in quanto tale. Sempre Parmenide nel sopracitato poema affermava: «Lo stesso è pensare ed essere»2. Il pensiero condivide con l’Essere la caratteristica di rinviare all’orizzonte ontologico della presenza: non ha confini o restrizioni, è libero e proprio questa è la sua grande forza. Proprio in relazione al pensiero, forse il contributo essenziale che ha apportato la filosofia occidentale è quello della ragione. A mio modo di vedere il problema sta nel fatto che ormai – forse da sempre – la razionalità determini la nostra filosofia, perdendo quindi quel collegamento iniziale con sé e la totalità che dovrebbe animarla. Perché, anche solo chiedendoci cosa essa sia, abbiamo determinato – se non la risposta – almeno il “modo” di rispondere. Ecco cosa intendevo affermando che forse la risposta viene a concordare con la domanda. “Perché?” è una porta che si apre al trascendentale, un viaggio nella vita alla ricerca di un qualcosa che poi riconosciamo combinarsi ed appartenere alla ricerca stessa.

La filosofia ha anche – soprattutto oserei dire – a che vedere con la vita quotidiana. È triste osservare come essa sia stata rinchiusa nelle facoltà universitarie, vanificando il suo scopo fondamentale: sorreggere la vita dell’Uomo, come messo semplicemente ma efficacemente in luce dallo scrittore svizzero Alain De Botton, ripreso anche dal periodico Internazionale3.  La sua utilità è imprescindibile nel quotidiano, ma ci si accorge di ciò solamente interiorizzandola ed applicandola. Non è difficile, la maggior parte delle volte è sufficiente solamente porsi degli interrogativi, che possono evitarci i pericoli del senso comune e dei luoghi comuni. E molto spesso la domanda è proprio quel particolare “Perché?” di cui abbiamo parlato finora. “Perché?” è un uccello che spicca il volo nel cielo della possibilità, che non si lascia imprigionare nella gabbia dell’opinione di massa anche se sembra accogliente e sicura. “Perché?” è il coraggio di Ragionare con la R maiuscola: di riflettere su ciò che accade criticamente, senza farsi mettere le parole in bocca da qualcun altro. “Perché?” è la nostra vita, fatta di impervi valichi da scalare, misteriosi passi da scovare ed incontaminate valli da scoprire.

«Perché Filosofia?», quindi.

Ora posso rispondere: «Perché no?»

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

NOTE:
1. Parmenide, Sulla natura, B2
2. Ivi, B3
3. A. De Botton, Perché la filosofia ci aiuta a vivere meglio, “Internazionale”, 20 febbraio 2015.

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