Autocontrollo e compassione, pensieri ed emozioni

Imparare a gestire il rapporto tra la vita emotiva e l’intelligenza come chiave per un futuro migliore

 

È nelle tue mani.

Si conclude così il nuovo spot della Huawei, la casa cinese produttrice di smartphone: una frase che appare in dissolvenza nella parte conclusiva del filmato, proprio mentre il ragazzo protagonista del racconto sale sulla sua bici e se ne va, decidendo di tenere nascosta al mondo la dolce e misteriosa creatura incontrata nella foresta.

Lo spot, che in pochissimo tempo è diventato virale, tocca non poche tematiche più che mai “scottanti” per la società di oggi, prima tra tutte la responsabilità dell’azione, ma ancora di più direi l’autocontrollo delle proprie emozioni, un autocontrollo che permetta di dare la giusta direzione alle nostre emozioni, trasformandole in una forza costruttrice e non distruttrice.

Un ragazzino intento ad andare in bici si ferma in un bosco, attirato dal rumore di qualcosa che si muove nell’erba alta. Trova un animaletto mai visto prima e decide di fotografarlo con il suo Huawei. In un attimo si trova a fantasticare sul futuro che lo aspetterà dopo la condivisione sui social: fama, successo, interviste… fino a quando l’animaletto non sarà ridotto a una mera attrazione da circo e imprigionato in una gabbia. A questo punto il ragazzo torna in sé e prende una decisione: elimina la foto. Autocontrolla l’emozione che lo avrebbe spinto a divulgare l’immagine della creatura, diventare famoso nel mondo e quindi trarre un vantaggio personale.

Un tema di cui parlava già Aristotele nell’Etica Nicomachea: la sfida lanciata dal filosofo era quella di dosare bene la vita emotiva con l’intelligenza.  Le passioni, le emozioni, se bene esercitate, hanno una loro saggezza: guidano il nostro pensiero, i nostri valori, la nostra stessa sopravvivenza. Esse possono tuttavia facilmente “impazzire” e questo oggi, purtroppo, accade fin troppo spesso.

Come aveva capito bene Aristotele, il problema non risiede nello stato d’animo in sé, ma nell’appropriatezza dell’emozione e della sua espressione.

Dice infatti Aristotele nell’Etica Nicomachea1: «colui quindi che si adira per ciò che deve e con chi deve, e inoltre come, quando e per quanto tempo si deve, può essere lodato».

Potremmo dire, in altre parole, che la chiave di tutto è nel saper portare l’intelligenza nelle nostre emozioni, e quindi di conseguenza la civiltà nelle nostre strade e la premura per l’altro nelle nostre relazioni: avere autocontrollo e compassione, due aspetti che nella società di oggi sono sempre più rari. Ne parla a lungo Daniel Goleman, collaboratore scientifico del New York Times e insegnante di psicologia ad Harvard, nel suo libro Intelligenza emotiva, dove si legge: «se esistono due atteggiamenti morali dei quali i nostri tempi hanno grande bisogno, quelli sono proprio l’autocontrollo e la compassione»2.

Goleman scrive il libro nel 1995, in un momento in cui la società civile americana si dibatteva in una crisi profonda, caratterizzata da un netto aumento di crimini violenti, suicidi e abuso di droghe.

Anche nel nostro paese, oggi, la società mostra alcuni segni iniziali tipici di una crisi simile a quella americana: un’alienazione sociale e una disperazione individuale che se non controllati, potrebbero portare a lacerazioni più profonde del tessuto sociale. Una società che è sempre più individualista e che porta a una sempre minore disponibilità alla solidarietà e ad una maggiore competitività.

«Il mio consiglio per guarire questi mali» scrive Goleman nella prefazione al libro, «è prestare una maggiore attenzione alla competenza sociale ed emozionale nostra e dei nostri figli e di coltivare con grande impegno queste abilità del cuore»3.

Diventare quindi più consapevoli e aperti verso le nostre emozioni, saperle gestire, saperle riconoscere: una maggiore autoconsapevolezza come chiave per diventare più abili a leggere i sentimenti altrui e per sviluppare le radici dell’empatia.

Goleman dedica un capitolo intero del suo libro a questa capacità emotiva4, che entra in gioco in moltissime situazioni, da quelle tipiche della vita professionale a quelle della vita privata, o ancora nella compassione e nella vita politica.

Potremo chiederci: come si sviluppa l’empatia? Si impara da piccoli? Ce la insegnano?

Secondo lo studio dello psichiatra Daniel Stern, riportato nel libro di Goleman, le fondamenta dell’empatia, così come della vita emozionale, sono poste nei primi tre mesi di vita del bambino, nei momenti di grande intimità con il genitore. Di tutti questi istanti, i più critici sono quelli che consentono al bambino di sapere che le sue emozioni incontrano l’empatia dell’altro, sono accettate e ricambiate, in un processo che Stern chiama attunement, ovvero sintonizzazione5.

Attraverso la sintonizzazione le madri comunicano ai figli di percepire i loro sentimenti.

In definitiva tutto questo testimonia quanto sia importante per ognuno di noi, ma in generale per la società, essere capaci di gestire la vita emotiva, ma ancor prima di riconoscere le nostre emozioni e di farle essere parte in causa di ogni nostra decisione e scelta.

Ben guidata l’emozione è un motore potente, che permette ad ognuno di noi di costruire futuri migliori, anziché distruggerli.

 

Martina Notari

Ciao,
Mi chiamo Martina, ho 34 anni e sono giornalista professionista dal 2011.
Dal 2008 lavoro come redattrice a Tvl, storica tv di respiro locale e regionale, ma sono anche giornalista free lance e fondatrice di Target, agenzia che si occupa di comunicazione a 360 gradi.
Mi sono diplomata nel 2002 al Liceo Classico Niccolò Forteguerri di Pistoia, proseguendo gli studi universitari a Pisa. Iscritta alla Facoltà di Filosofia, la materia di cui mi ero innamorata negli anni di liceo, mi sono laureata con lode in Filosofia del Rinascimento nel dicembre del 2007.
Abito a Pistoia con la mia famiglia e nel tempo libero coltivo le mie passioni: la filosofia, la lettura, la medicina naturale e lo yoga, lo sport, le camminate nel verde e nella natura.

 

NOTE 
1. Aristotele, Etica Nicomachea, editori Laterza, traduzione italiana di Armando Plebe, Bari 1973
2. D. Goleman, Intelligenza Emotiva, edizione Best Bur, gennaio 2018, p. 14
3. Ivi, prefazione
4. Ivi, p. 165
5. D. Stern, The interpersonal World of Infant, Basic Books, New York 1987, p. 30

Per chi non l’avesse visto, qui trovate il video dello spot in questione.

 

[Photo credit Mink Mingle su Unsplash.com]

Educare all’amore. Per fare di ogni giorno un 25 novembre

“Quando sarò grande, finirò in ospedale perché mio marito mi picchia”.

Sono le parole finali di uno spot della Rai che sta facendo molto discutere sui social.
Sono le parole pronunciate da una bimba. Parole concluse con un gelido silenzio. Mentre gli altri bambini riempiono quel “Quando sarò grande…” con le loro aspirazioni e i loro desideri. Parole definite da un futuro già scritto. Un futuro passivo. Un futuro da sottomesse.
Sbigottita, mi sono chiesta il perché. Perché strumentalizzare dei bambini, la loro tenerezza e la loro innocenza. Perché utilizzare le parole pronunciate da una bambina, delle parole peraltro crude e forti, per diffondere la sensibilizzazione contro la violenza sulle donne.
Mi chiedo, dunque, se sia necessario spingersi a tanto. E a ripetermi se, in fondo, comprendiamo davvero il valore e l’importanza di ciò di cui stiamo parlando.
È innegabile. Il bambino suscita la commozione. Un bambino è vulnerabile, fragile. Impotente rispetto ad una realtà forte e spregiudicata come la nostra.
Ma esattamente per queste ragioni, perché renderlo attore di uno spot così forte?
Una cosa, infatti, è crescere i bambini con una certa consapevolezza ed educazione. Formarli, quindi, secondo il valore del rispetto e dell’altrui riconoscimento. Renderli un poco alla volta partecipi di una realtà che può cambiare. Che deve cambiare. Accompagnandoli nella crescita attraverso un amore profondo che non è violenza. Ben altro è, invece, presentare uno spot di sensibilizzazione contro la violenza, facendo calare questa creatura nel ruolo di una donna che, nel suo futuro, si vede in ospedale perché picchiata dal proprio marito.
Oggi, purtroppo, funziona così. Lo dico con amarezza, e con una stretta al cuore. Oggi tutto deve essere ridotto a merce per attirare l’attenzione dello spettatore. Perfino la violenza. Quella violenza che, detta attraverso le parole di una bambina, fa rabbrividire.

Oggi, 25 novembre 2016, è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
È una giornata in cui ci sentiamo tutti un po’ più in dovere di ricordare le 116 donne che dall’inizio dell’anno sono morte in Italia a causa di un non-amore. Ogni donna, che questo non-amore lo vive tutti i giorni inghiottita nel silenzio, rannicchiata in un angolo. Ogni donna che ha perso la vita l’anno scorso. Quello precedente. E quello precedente ancora. In Italia e nel resto del mondo. È un giorno in cui il dovere di ricordare dovrebbe diventare un bisogno, una necessità. La necessità di riflettere sulla differenza sostanziale tra amore e violenza. Perché l’amore, quello vero, non potrà mai trovare la sua forma di espressione in un lago di sangue e in delle ferite.
Oggi 25 novembre 2016 deve essere il giorno dell’amore. Di quell’amore impastato della differenza e del suo riconoscimento. Un amore fatto di libertà, di carezze e di sguardi.
Abbiamo bisogno, oggi, di proclamare la vita. Proclamare la vita, per proteggere ciascuna donna che, di questa vita, viene privata.
Lottiamo per ciascuna. Lottiamo per noi. Lottiamo per le donne. Lottiamo per l’amore.

Sara Roggi

NOTE:
Cliccare qui per vedere lo spot RAI in questione dalla pagina Facebook di RaiPlay.

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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