Un bacio ancora: da Asolo una riflessione universale

<p>Dettaglio dell'opera di Davide Puma esposta nella mostra di Asolo Un bacio ancora</p>

In questi giorni al Museo Civico di Asolo si è inaugurata una nuova mostra dal titolo Un bacio ancora. L’arte contemporanea racconta, a cura di Enrica Feltracco e Massimiliano Sabbion. Si tratta in effetti di un vero e proprio racconto artistico a 42 voci: 42 autori contemporanei a cui è stato chiesto di indagare il tema ancestrale del bacio.

Uno sforzo non del tutto nuovo all’arte contemporanea. Pensiamo al bacio di Giuda a Gesù dipinto magistralmente da Giotto alla Cappella degli Scrovegni di Padova, o in tempi un po’ più recenti quello scolpito di Amore e Psiche di Canova, teneramente abbracciati nel momento che segue il bacio, e poi ancora i due soggetti di Hayez in quel momento sospeso prima della partenza di lui. Baci rivelatori, baci romantici, baci che sanno d’addio. Ma anche baci misteriosi come le due figure incappucciate di Magritte, oppure provocatori come i due poliziotti di Banksy; baci intimi, passionali, contorti, malati, teneri, familiari, primi, ultimi, volanti, a schiocco. La storia dell’arte ne è piena come la storia della nostra vita. Per non parlare delle altre arti, come la letteratura, con il titolo della mostra che fa chiaramente eco ai versi catulliani: «Dammi mille baci e poi altri cento, / poi altri mille, e poi ancora cento, / poi senza fermarti altri mille e poi ancora cento» (Carme 5).

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La mostra al Museo Civico di Asolo. In primo piano un’opera di Beatrice Testa (Photo credit Museo Civico di Asolo)

Nelle 52 opere di Asolo, create appositamente per questa mostra, gli artisti raccolgono questo ricco e variegato filo e lo passano attraverso il proprio sguardo sul mondo. Alcune cose non cambiano mai: fanno parte di noi come esseri umani e ci legano indissolubilmente alle persone che hanno popolato silenziose la storia. La ricerca di un amore che vinca il tempo, come raccontato nella fotografia di Remigio Fabris che raffigura due scheletri abbracciati in un bacio, con quel tocco di colore dato dalla rosa al centro. Ma nel passato ci possiamo anche immaginare tanti amori impossibili, separati dalle convenzioni e dalla morale, con tanti baci da lontano, un po’ come nell’opera magnetica di Ciro Palumbo, che però consente ai due protagonisti almeno un abbraccio. E a proposito di distanza, come non citare l’opera di Franz Chi con la sua riflessione sulle macchine e la tecnologia, che imitano sempre di più l’essere umano senza però mai poter riuscire a eguagliarlo, come in questo bacio a sfioro: perché l’amore è qualcosa di insito nelle persone e non replicabile. Non manca l’aspetto della carnalità anche più violenta come nell’opera di Andrea Tagliapietra, ma anche di Leo Ragno: labbra e corpi stretti in un abbraccio come in un groviglio, la voglia di farsi un tutt’uno. Così come nelle sculture di Giulietta Gheller e di Beatrice Testa. Non mancano baci romantici e un po’ sognanti, come quello di Davide Puma, e quelli che sfidano le contingenze come quello di Marco Chiurato che porta in scena i baci rubati dalla pandemia.

Sono quindi tante le categorie possibili di baci, e tutti noi abbiamo avuto modo di sperimentarne più di una. Anche Søren Kierkegaard, in tempi ormai andati – e alcuni passi dell’opera in questione ne sono la prova – riesce comunque a offrire al contemporaneo una lettura del bacio che può andare di pari passo con il moderno sentire. Per esempio quando sostiene che tra le varie categorie di baci – alcune di queste sono per esempio la durata o addirittura il suono – «si può fare anche un’altra divisione che propriamente è l’unica che mi vada a genio: cioè la differenziazione del primo bacio da tutti gli altri che vengon poi. Del resto, il primo bacio è anche qualitativamente diverso dagli altri» (cfr. S. Kierkegaard, Aut Aut, 1843). Quanta magia e aspettativa ammantano anche oggi questo fantomatico primo bacio?

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La mostra al Museo Civico di Asolo. In primo piano a destra l’opera di Andrea Tagliapietra (Photo credit Museo Civico di Asolo)

È tuttavia il filosofo Franco Ricordi a darci uno sguardo contemporaneo e originale sul tema, definendo il bacio un «fondamentale atto di libertà dell’essere» che però è minacciato – nell’attuale era del consumismo – dalla dispersione e definitiva alienazione nel nichilismo spettacolare che stiamo vivendo (cfr. F. Ricordi, Filosofia del bacio, Mimesis 2013). Ecco che allora l’arte contemporanea può restituirgli dignità: riportarlo dalla mercificazione a un pretesto di contemplazione estetica e di riflessione personale. La mostra asolana tenta di fare anche questo e sarà visitabile fino al 13 marzo.

 

Giorgia Favero

 

[Photo credits copertina Museo Civico di Asolo, dettaglio dell’opera di Davide Puma]

la chiave di sophia

L’uomo etico di Philip Roth: scelta e predestinazione

Philip Roth è morto più di due anni fa, lasciando un vuoto che può essere colmato solo dalla lettura e dalla rilettura delle sue opere. Tra queste spicca Pastorale americana, uscito nel 1997, primo romanzo della Trilogia di Zuckerman. È infatti l’alter ego letterario di Roth, lo scrittore Nathan Zuckerman, a narrare la storia del protagonista di Pastorale americana, Seymour Levov detto lo Svedese per via dei capelli biondi e dei tratti nordici.

Lo Svedese era stato, per Zuckerman e non solo, un mito: l’aureo ragazzo perfetto ammirato da tutti, il giocatore di basket acclamato, affascinante e svedese nell’aspetto e nei modi. La fortuna aveva continuato a sorridergli anche dopo il liceo: Levov aveva preso con successo le redini della fabbrica di guanti di suo padre e sposato una reginetta di bellezza. I due avevano avuto una figlia, Merry, che sarebbe diventata la ragione della sua rovina.

Nel corso di tutto il romanzo lo Svedese si domanda che cosa ha sbagliato con sua figlia. Cosa ha fatto per farla diventare la terrorista che a sedici anni ha costruito una bomba e fatto saltare in aria un piccolo ufficio postale nel New Jersey, alle 6 del mattino, ammazzando un uomo che si trovava lì a imbucare delle lettere?

Di primo acchito lo Svedese può ricordare l’uomo etico descritto dal filosofo danese Søren Kierkegaard: marito e padre modello, dedito al lavoro e ai doveri morali, sempre attento a inseguire la scelta più eticamente corretta. Ma scavando a fondo si scopre che invece egli, in un’occasione che si rivelerà la più fondamentale, è stato incapace di scegliere. Scrive Kierkegaard all’inizio di Aut-aut, che vi sono individui «alla cui personalità manca l’energia per poter dire con pathos: o questo, o quello». Quel vigore è proprio ciò che manca allo Svedese quando Merry inizia a inveire contro i politici guerrafondai che inneggiano alla guerra in Vietnam alla televisione, quando comincia a crescere in lei il seme del terrorismo. È qui che assistiamo alla mancata scelta dello Svedese, la più fatale: egli non s’impone, non impedisce a sua figlia di commettere errori, anzi l’ascolta, parla con lei, cerca di farla ragionare, la rispetta. Ma la battaglia contro la guerra in Vietnam non è la battaglia di Merry, è solo una copertura: lei lotta contro suo padre, contro la sua essenza, la sua “svedesità”. Combatte la pastorale americana fatta di perbenismo, che nasconde un marcio che in fondo non ha nulla di eccezionale, quel marcio che, secondo Roth, conduce a ciò che di disdicevole e ipocrita c’è nella vita di tutti noi.

Ma cos’ha la loro vita che non va? Cosa diavolo c’è di meno riprovevole della vita dei Levov?

Così si conclude il romanzo. Una chiusura che è apertura, poiché apre al domandare.

Quali sono le colpe dello Svedese? È un buonista che non vuole nuocere a nessuno e per questo non si schiera mai. Levov pare tutto apparenza, ma la sua profondità celata rompe gli argini alla fine del romanzo. Roth riesce nell’impresa di rendere monumentale un uomo comune: lo fa scavando in lui, alla scoperta delle sue stonature, delle sue debolezze, dei suoi atti non “svedesiani”. Il presunto uomo etico kierkegaardiano aveva perso le staffe, in passato, con la piccola Merry, arrivando a prendere in giro la sua balbuzie. E per porre rimedio a questo suo errore, egli aveva dato un bacio sulle labbra a Merry, di ritorno da una giornata padre-figlia. Un bacio innocente e paterno, su questo non v’è dubbio, che assecondava la normale cotta edipica che la bimba aveva per il suo papà. La piccola gli aveva chiesto di baciarla come avrebbe baciato la sua mamma e lui l’aveva accontentata – per poi tormentarsi, anni dopo, domandandosi se era stato quello a creare in Merry una crepa che aveva fatto penetrare il male.

Leggendo Pastorale americana ci si domanda di continuo, in un dolce supplizio che tiene incollati alla pagina, se la colpa sia dello Svedese.
No, non è mai stata colpa sua. Forse nel suo destino risuona un’eco di predestinazione di matrice luterana per cui nessuna opera può graziare chi Dio ha deciso di non salvare.
Oppure sì, la colpa è sempre stata sua, perché Merry andava aiutata in modo diverso. Bisognava redarguirla, recuperarla, richiamarla a se stessa, cose che lo Svedese non ha mai saputo fare proprio per paura di sbagliare.
Roth ci fa compiere un esercizio di scomodità e ci fa comprendere che l’uomo resta un interrogativo aperto, un dubbio che si mangia iperbolicamente tutto, mentre viene sospinto (o si spinge) da un evento all’altro.

 

Francesca Plesnizer

 

[Photo credit unsplash.com]

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“Black Mirror”: la rivoluzione di “Bandersnatch”

Alla fine dell’anno scorso è cominciata una piccola rivoluzione nel mondo della cultura e dell’intrattenimento. Perché “piccola”? Perché ognuno di noi è talmente subissato di contenuti – dai post nei social media alle serie tivù nelle piattaforme di streaming -, che facciamo perfino fatica ad accorgerci di prodotti che cambiano il mondo.

Questa rivoluzione si chiama Bandersnatch e, a proposito di serialità, è il film di Black Mirror, serie che parla degli effetti distopici della tecnologia. Il protagonista è Stefan Butler, un giovane programmatore che vuole creare un videogioco il cui svolgimento dipenda dalle scelte fatte dal giocatore. Quest’ultimo, però, non è l’unico che deve scegliere, poiché allo spettatore di Bandersnatch è chiesto di decidere quali azioni debba compiere Stefan: cereali Sugar Puffs o Frosties? Assumere gli psicofarmaci o buttarli via?

Al lettore che non ha visto il film, il consiglio è di interrompere la lettura, guardarlo, infine tornare a questo articolo, così da confrontare il suo punto di vista con le prossime righe.

L’effetto matrioska non è l’aspetto più dirompente di Bandersnatch. Il film, infatti, è rivoluzionario innanzitutto come prodotto culturale perché estremizza le dinamiche su cui si basa l’ambito cinematografico, cioè l’immedesimarsi del pubblico con il lungometraggio. Il neuroscienziato Vittorio Gallese e il docente Michele Guerra definiscono queste dinamiche simulazione incarnata1 e dimostrano che quando guardiamo un film non ci lasciamo catturare solo in modo astratto, ma riproduciamo le scene all’interno del nostro corpo, come se fossimo coinvolti immediatamente, ossia senza il filtro del medium, dello schermo.

Sarebbe interessante estendere le ricerche di Gallese e Guerra a Bandersnatch e a prodotti culturali simili, che molto probabilmente saranno distribuiti nei prossimi anni e concretizzeranno sempre di più la partecipazione dello spettatore al film.

Nell’attesa che ciò avvenga possiamo affermare che il film di Black Mirror non sarebbe così rivoluzionario se non avesse solide fondamenta filosofiche. Tornando brevemente alla simulazione incarnata, la filosofia di Bandersnatch può essere definita “esperienziale”, poiché non viene dissertata da un filosofo ma vissuta direttamente dal pubblico, strizzando l’occhio al Friedrich Nietzsche di Ecce Homo, che invita a «non prestar fede a nessun pensiero […] nel quale anche i muscoli non abbiano la loro festa».

Al di là della modalità con cui il messaggio filosofico viene comunicato, la tesi del film può essere sintetizzata in un’affermazione di Colin Ritman, idolo di Stefan Butler e programmatore di famosi videogame: «La fine di un percorso è irrilevante. Quel che conta è come le nostre decisioni su quel percorso influenzano il tutto». La frase di Ritman porta in secondo piano la dicotomia riguardante l’importanza del viaggio o della meta, così da dare centralità al momento determinante della scelta. Ascoltare i Thompson Twins o i Now 2? Lanciarsi dal balcone o far lanciare Colin? In Bandersnatch sottrarsi a queste decisioni significa lasciare che il film scelga per lo spettatore secondo meccanismi casuali, ma la stessa dinamica si verifica nella nostra esistenza, come ci ricorda Søren Kierkegaard nell’opera Aut-Aut«Quando la scelta si rimanda, la personalità sceglie incoscientemente, e decidono in essa le oscure potenze».

La medesima considerazione può essere fatta per la portata rivoluzionaria di Bandersnatch: possiamo scegliere di non tenerne conto e convincerci che questo film sia un banale esperimento, oppure possiamo constatare che la sua distribuzione sta già cambiando profondamente il mondo della cultura e dell’intrattenimento. A noi la scelta.

 

Stefano Cazzaro

 

NOTE
1. V. Gallese, M. Guerra, Lo schermo empatico. Cinema e neuroscienze, Cortina Raffaello, 2015

[Photo Credits 4usky.com]

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“La Ripetizione” di Kierkegaard: un esperimento psicologico

Le sabbie mobili del tempo, come un vortice perenne che costringe il presente a rivolgersi al passato, continuano a divorare se stesse, nel ricordo. Questa è la dimensione di quest’ultimo: è sempre la stessa proiezione in cui l’adesso, l’ora, viene incatenato a ciò che è stato, al prima. Il rimpianto che ci lega al ricordo (luminoso o oscuro che sia) è per lui imprescindibile: è la sua anima gemella, perché entrambi vivono in questo sistema, un circolo vizioso che si nutre di passività.

C’è però un movimento, apparentemente identico, che invece può offrirci qualcosa di ben diverso: Kierkegaard l’ha chiamato Gjentagelsen, ovvero ripetizione.

«Ripetizione e ricordo sono lo stesso movimento, tranne che in senso opposto: l’oggetto del ricordo, infatti, viene ripetuto all’indietro, laddove la ripetizione propriamente detta ricorda il suo oggetto in avanti. Per questo la ripetizione, qualora sia possibile, rende felici, mentre il ricordo rende infelici»1.

Gjentagelsen è quel costante rinnovamento della vita: il suo momento più peculiare ha luogo quando il vecchio si rivela nel nuovo, quando il movimento stesso si rivela in avanti, e non permane confinato al passato.

È proprio attraverso la ripresa che la libertà dell’individuo spinge se stessa dal piano del non essere (ovvero da ciò che non c’è più) a quello dell’essere, dalla non verità alla verità: di accedere cioè alla dimensione della trascendenza, che per Kierkegaard avviene attraverso la sfera religiosa. Solo quest’ultima rende possibile la rinascita dell’uomo, giunto a confrontarsi con l’impossibilità di realizzare la ripresa sul piano del finito.

Ma andiamo con ordine: siamo nel 1843 e Kierkegaard, con lo pseudonimo di Costantin Costantius (maschera che il filosofo indosserà molte altre volte, devoto com’era alla pseudonimia) pubblica l’opera La ripetizione. Lui vuole sottolineare che se il ricordo comporta un sentimento votato irrimediabilmente al rimpianto, vivendo nella sola dimensione del passato, la ripetizione, invece, vive il presente in vista del futuro, come un’onda che riversandosi nel bacino d’acqua da cui ha ricavato forza e vita, cavalca se stessa in vista dell’orizzonte.

«Il ricordo è un vestito smesso che, per quanto bello, però non va perché non entra più. La ripetizione è un vestito indistruttibile che calza giusto e dolcemente, senza stringere né ballare addosso. […]. Il vecchio non annoia mai, e la presenza sua rende felici, e felice davvero sarà soltanto chi non inganna se stesso fantasticando che la ripetizione debba essere una novità, perché allora verrebbe a noia. C’è bisogno di giovinezza per sperare, di giovinezza per ricordare, ma c’è bisogno di coraggio per volere la ripetizione»2.

Se il ricordo ripete il suo movimento all’indietro, la ripetizione ricorda il suo oggetto in avanti. Nella ripetizione c’è l’irrompere di un nuovo che spezza il piano immanente del ricordo, per aprire al passato una dimensione altra che si traduce nella continuità della vita. Nel ricordo, il passato è privo di consistenza in quanto risulta slegato dal flusso vibrante dell’esistenza che è, invece, fulcro e seme di coraggio, scelta e dunque scommessa: a tal «riguardo l’indagine greca sul concetto di κινεσις [kinesis], il quale corrisponde alla categoria moderna di ‘passaggio’, e da tenere in gran conto»3, ricorda Kierkegaard.

Quando si dice che la vita è una Gjentagelsen si intende affermare che l’esistenza, così com’è esistita, viene a esistere ora, dà sfoggio di tutta la sua pienezza adesso.

«La dialettica della ripetizione è semplice: ciò che infatti è ripetuto è stato, altrimenti non potrebbe venire ripetuto; ma proprio il fatto che ciò è stato determina la novità della ripetizione. […] Dicendo che la vita è una ripetizione, si dice: “L’esistenza passata viene a esistere ora”. Senza la categoria di reminescenza o di ripetizione, la vita intera svanisce in un rumore vuoto e inconsistente. Reminescenza è la visione pagana della vita, ripetizione la moderna […]»4.

Molto probabilmente, non a caso, la regia di Kierkegaard ha stabilito che il co-protagonista, insieme a Costantius, de La ripetizione, sia un giovane innamorato. Colto dal desiderio d’amore verso una giovane ragazza, egli è condannato a soffrire nel vivere la morte del suo amore prima ancora di averlo vissuto. Il sentimento infelice che lo lega all’amata non ha alcuna aderenza alla realtà perché, di fatto, la fanciulla non era la sua amata, (ma) […] «l’occasione che risvegliava il suo fondo poetico e faceva di lui un poeta. […] Era penetrata in tutto il suo essere, avrebbe vissuto in eterno nella sua memoria»5. Questo giovane frusta se stesso per un difetto d’astrazione, una continua idealizzazione. Lui persevera a poetare il reale che, anziché essere vissuto, precipita nell’abisso dell’inconsistenza perché il poeta incaglia nel ricordo, dal momento che l’errore, l’equivoco di fondo proprio del poeta risiede nel porsi alla fine del proprio “salto” (tra passato e presente), nonostante lui non l’abbia ancora compiuto, intrappolato com’è nel ricordare ciò che non è più.

La prima parte dell’opera, redatta da Kierkegaard a Berlino, presenta come filo conduttore della narrazione l’intimo legame filantropico che viene ad instaurarsi tra Constantius, autore del testo, e questo giovane ragazzo.

La fanciulla apparentemente desiderata, di cui il giovane era innamorato, rappresentava semplicemente l’occasione che risvegliava la sua ars poetica, rendendolo così compositore. Il suo amarla, il suo poterla amare, risiedeva nel solo desiderio di doverla rimpiangere. Nel giovane prende piede, però, un senso di colpa, in quanto percepisce chiaramente che più il tempo scorrerà inesorabile e più la renderà infelice. Tuttavia non vede, in sé, alcun torto. Constantin lo esorta “ad osare l’estremo”, ad ingannare la ragazza con delicatezza. Il giovane dovrà, cioè, lasciare gradualmente scemare l’interesse nei suoi confronti, palesando anzi un certo fastidio per i suoi riguardi. Constantin intanto provvederà a far girare la voce che attribuirà al ragazzo la fama di fedifrago. Tuttavia, c’è un problema sul quale, a detta di Constantin, il giovane si è bloccato quasi a un passo dal risolverlo, o quanto meno dal tentativo di sperimentarlo:

«[…] Il problema su cui si e bloccato è, né più né meno, la ripetizione. Non cerca lumi nella filosofia greca, né tampoco nella moderna, e giustamente […]. Per fortuna non cerca spiegazioni da me, che io ho mollato la mia teoria, e vado alla deriva. La ripetizione è troppo trascendente anche per me»6.

Quello del giovane appare sempre più come un tentativo orientato al fallimento e dunque ad un lacerante dolersi. Il ragazzo così, deciderà di troncare il rapporto epistolare con Constantius. Quest’ultimo analizza con toni perentori l’evoluzione nel comportamento del giovane innamorato:

«Già da una prima scorsa alla lettera mi risultò chiaro che la sua storia d’amore aveva lasciato un’impronta assai più profonda di quanto avessi ipotizzato […] Era un giovane straordinariamente spirituale, ricco soprattutto di fantasia […]. Dall’altro lato il giovane era di natura assai malinconica […]. A catturarlo non è affatto il fascino della ragazza, bensì il rimorso d’averle fatto torto scompaginandole la vita»7.

Riguardo la lettera ultima che il giovane scrive a Costantius, il principio non lascia dubbio alcuno: “si è sposata”, facendo presagire la più cupa delle disperazioni. Egli informa il confidente di aver lasciato cadere il giornale da cui ha letto l’annuncio del fidanzamento, fulminato dalla notizia. Eppure, proprio questo dolore, alla fine di questa storia, diede vita al dispiegarsi di una Gjentagelsen realizzata compiutamente: “sono di nuovo me stesso”, scrive il giovane poeta. Perché? Perché questo essere ritornato a sé, e dunque in sé, costituisce per il giovane, ricostruendo e attualizzando il suo dolore, la sua Gjentagelsen.

 

Riccardo Liguori

 

NOTE

1. S. Kierkegaard, La ripetizione. Un esperimento psicologico, BUR, Milano 1996, pp. 11-12, tit. or. Gjentagelsen. Et Forsog i den experimenterende Psychologi, Copenaghen 1843.
2. Ivi, pp. 12-13.
3. Ivi, p. 35.
4. Ibidem.
5. Ivi, pp. 20-21.
6. Ivi, pp. 83-84.
7. Ivi, pp. 79- 81.

 

[Photo credit Daryan Shamkhali via Unsplash.com]

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Lettera alla sig.na Regine Olsen: anche i filosofi hanno un’anima

[Poche volte, nella vita, capitano fortune come questa. Questa lettera, da me trovata (chiusa in un cassetto di uno scrittoio, comprato per puro diletto in Nørregade, in quel di København) e tradotta dall’originale danese, è la minuta della famosa, e tragica, “Lettera del 1849” a Regine, da Kierkegaard spedita, ma alla quale non ricevette mai risposta.]

Allo stimatissimo signor X:
la lettera acclusa è mia per la Vs. compagna di vita.
Decidete Voi se consegnargliela o meno.
Io non cerco, in modo alcuno, di potarVela via: intendo solo narrarle ciò che fummo, perché lei si senta libera di ricordare il bene, e il male, di quello che fu la nostra storia.
Ho l’onore di professarmi Vostro devotissimo
S.A.K.

 
Mia Regine,

il cuore, è come una casa subacquea ove vi sono molte stanze: giù nel fondo, poi, vi sono camere piccole, ma accoglienti, dove si può stare tranquillamente seduti, mentre fuori il mare tempestoso; in alcune di esse possiamo udire in lontananza il rumore del mondo (non angosciosamente assordante, ma sempre più fievole e quieto… sai perché? Perché gli abitanti di queste stanze sono coloro che s’amano).
Ma da lungo tempo oramai, cara amica, non abiti più queste segrete magioni: io e te siamo separati, lontani nello spazio infinito del tempo, nella piccola circoscrizione dello spazio: non è poi così immensa Copenaghen!

Ti scrivo ora, perché finalmente voglio che ti sia chiaro perché la nostra storia è finita.
Da quando ti conobbi, ho sempre cercato di vivere artisticamente: volli farmi simile a te, cercando di ritrovare una sensibilità prontissima a cogliere ogni cosa fosse interessante nella tua vita: avevi il dono, cara amica, di saper presentare come arte (non la chiamerò poesia, perché tu con le parole non eri brava come con i suoni e con le immagini: eri erotica in ogni tuo gesto, come solo una ragazza della tua età può essere) qualsiasi cosa tu vivessi: era questo che mi aveva fatto innamorare di te, era questo che mi allontanava terribilmente da te.
La tua arte, amica mia era il ‘di più’ che solo tu potevi donarmi, perché tutta la tua esistenza (bisogna dirlo!) era impostata sul godimento artistico: e un po’ di quel piacere eri riuscita a passarlo a me… il punto è che io non potevo vivere così in eterno, perché io non sono così, e pur di piacere a te, violentavo me stesso. Dolce tortura, ma pur sempre tortura!
Da quando ti ho conosciuta, ho cercato per settimane, ovunque, la tua figura: sapevo che, attorno a te, girava un uomo di grande valore, e io di lui avevo paura perché egli ti era vicino, come uno spettro in una città morta: cosa avesse lui più di me, l’arguzia, l’aspetto… io non l’ho mai capito. Eppure, piccola Regine, ho avuto la fortuna di conquistarti, perché l’amore che io potevo offrirti (e lo sai) era perfetto e totale; il suo, era solo desiderio (anche tu lo desideravi? Immagino di sì, perché è difficile convivere col desiderio!) mentre la mia, era devozione.

Forse tu non eri pronta a cotanto sentimento? La storia parlerà per noi.

Regine… non ti chiamo ‘mia’ perché non lo sei mai stata (e io ho pagato duramente la felicità che l’idea di possederti mi dava un tempo)… e tuttavia, come posso non dire ‘mia’, dato che tu fosti per me ‘mia’ seduttrice, ‘mia’ assassina, origine della ‘mia’ sventura, ‘mia’ tomba… già. Ti chiamo ‘mia’, e parlando di me, mi chiamo ‘tuo’; tuo tormento vorrei essere, ricordarti con la mia oscura presenza, quello che fummo assieme come in un eterno incubo di morte… ma perché perseguitarti, quando – se mai in vita fui felice, fu quando tu m’ingannavi?
Ma davvero poi il tuo corpo poteva così manifestamente mentire? E la tua mente, il luccichio dei tuoi occhi, erano davvero falsi come io ora credo?

Regine mia, non c’è proprio nessuna speranza, davvero nessuna? Il tuo amore non si ridesterà mai più? Io lo so che, nonostante tutto e tutti, tu mi hai amato, benché non sappia dire donde mi venga questa certezza.
Sono pronto ad aspettare a lungo; aspetterò, aspetterò fino a che non sarai sazia degli altri uomini, e quando il tuo amore per me risorgerà dalla tomba: allora, e solo allora, riuscirò ad amarti come sempre, e ti renderò grazie come un tempo, Regine, quando, poggiato al tuo seno, ascoltavo il dolce e regolare moto del tuo respiro, e ti ringraziavo per esser con me.
Non potrai essere così crudele e spietata verso di me in eterno, mia Regine: giungerà il giorno del tuo perdono o del tuo ravvedimento… non ricordo neppure chi dei due distrusse la nostra storia.
No Regine, chi abbia lasciato chi ora non conta.

Sei stata crudele con me, al pari di come io lo fu con te, è vero.
In realtà, tu non lo sai, io ho taciuto il mio dolore e le poche cattiverie dette su di te non hanno che la consistenza dell’aria: solo Dio sa cosa ho sofferto (e voglia il Signore che nemmeno ora io te le racconti)! Mia Regine io ti devo molto… e ora che non sei più mia, ti offro una seconda volta ciò che posso e oso e conviene che ti offra: me stesso.
Sì, ti dono questo cuore che già in passato fu tuo, e lo faccio per iscritto, per non stupirti e non sconvolgerti. Forse la mia personalità ha fatto su di te un’impressione troppo forte, in passato: ciò non deve accadere una seconda volta, e se tu dovessi accettare la mia mano tesa, dovrebbe essere per vero amore, non per impressione.
Mia Regine, prima di dirmi di no!, ti prego, rifletti seriamente (per amore di Dio nei cieli) se puoi, o meno, parlarne con me con serenità, e in tal caso se preferisci farlo per lettera o direttamente a voce. Se invece tu, dopo accurata riflessione, decidessi comunque di non darmi più alcuna risposta, se la tua risposta al mio amore fosse ‘no’, ricorda almeno – per amor del cielo – che per te, e solo per te, ho fatto, e rifarei mill’altre volte, questo passo.

In ogni caso resto,
quale sono stato dall’inizio fino a questo momento,
sinceramente il tuo devotissimo
S.A.K.

David Casagrande

[Immagine tratta da Google Immagini]

Il Kierkegaardianesimo (In?)volontario di Francesca Michielin

Pur non avendo io alcuna capacità musicale (la qual cosa non desta in me né orgoglio, né fastidio), ho sempre amato l’eufonia misteriosa ed esotica delle parole e dei testi delle canzoni.

I ricordi, e le connessioni emozionali, che i sintagmi sanno rievocare negli animi sensibili, quasi uscendo dal fluire delle note (le quali, in una buona canzone, non devono essere nulla più che un palcoscenico ben costruito per le parole) superano e fortificano, con la loro caratteristica spiritualità, l’immediatezza erotica dell’atto musicale.

In quest’ottica di compenetrazione tra spirito e immediatezza, Francesca Michielin rappresenta una bella sorpresa nel panorama musicale italiano; confesso che coloro che “escono dai talent”, sono persone che hanno sempre suscitato in me un po’ di sospetto, ma non c’è vergogna nell’ammettere un errore: la Michielin merita tutto il successo avuto.

Invito tutti i lettori, non solo ad ascoltare di20, l’ultima fatica di Francesca, ma anche a meditare i suoi testi. Io, da quando l’ho fatto, ho più dubbi: Michielin conosce Kierkegaard molto più di me, che mi accosto ai suoi scritti ogni giorno, da quasi due anni.

Vorrei farvi solo alcuni esempi a dimostrazione di questa sensazione.

In L’amore esiste ascoltiamo: “L’amore non ha un senso/l’amore non ha nome/l’amore non ha torto/l’amore non ha ragione”; negli Atti dell’Amore di Kierkegaard leggiamo: “L’amore si conosce dai frutti […] esso non fiorisce né passa, ma esiste, perché non ha senso se non nel nascondimento” … notato somiglianze?

In Lontano la cantante dice: “Io amo/ mi perdo/viaggiando su un percorso a un senso/connessa ma dispersa nel mondo”, un grido di dolore per un sentimento che, a tratti, può essere irreale; sembra essere il verso successivo questa frase: “Mi viene in mente la mia giovinezza e il mio primo amore: la giovinezza era il sogno, l’amore il suo contenuto” che invece viene dai Diapsalmata.

Infine, ascoltiamo Io e te: “Fino a quando tu ci sei/il mio respiro segue il tuo/e intorno a noi si apre il cielo e porta via le paure”. Kierkegaard scrisse parole simili a proposito di Regine, annotando nel Diario: “Quando il suo sguardo, riboccante di vita e di gioia s’incontrò col mio … io me ne andai, piangendo di amarezza”, e aggiungendo: “Se avessi avuto la Fede, sarei rimasto con lei”, a dimostrazione di come, quando il cielo, e la sua bellezza, non si aprono a cancellare i timori, tutto perde senso, anche l’amore. E questo, Michielin l’ha capito prima di Kierkegaard: chapeau.

Né vi parlerò, per non apparire banale, dell’invito di Francesca ad “amare l’amore, non amare me” (Battito di Ciglia), che è praticamente la stessa verità a cui perviene Søren (Kjerlighedens Gjerniger).

L’album di20 di Francesca (mi permetto di chiamarti così: frequentiamo la stessa università e potrei essere tuo fratello maggiore … mi perdonerai) è un soave, a tratti trascinante, spaccato esistenziale sull’amore – periferico, ma non secondario – della gioventù e getta sul tema una luce sfaccettata e caleidoscopica, ma chiara.

Come Kierkegaard, anche Francesca ci racconta la spiritualità dell’attaccamento all’altro come “la vede lei” certo: ma con lei, a guardare l’esistenzialità delle cose, ci siamo anche noi, e i suoi occhi (dell’anima) sono i nostri, le passioni che racconta appaiono vere: se lei soffre siamo lì a soffrire con lei; se è felice, lo siamo anche noi.

Come Søren, anche Francesca, quando dice: “L’amore mio sei tu” non lo dice parlando di sé, ma si fa prestavoce di chiunque l’ascolti, perché tutti – in un momento o l’altro della vita – sentiamo l’irresistibile bisogno di sussurrare all’orecchio di qualcuno: “L’amore mio sei tu”. Per sommo paradosso, capiamo che Francesca e Søren ci insegnano a pronunciare al meglio questa dichiarazione di vita: la prima con le canzoni, il secondo con la filosofia.

Grazie Francesca, per prestare la tua voce al mondo. Spero che quanto stai dando ti venga in abbondanza restituito.

David Casagrande

[foto di Francesca Michielin presa da Google immagini e modificata]