Come trovare la totale libertà nella più assoluta solitudine

«Ci troviamo così bene nella libera natura perché essa non ha alcuna opinione su di noi»1 scriveva Friedrich Nietzsche, riferendosi a quel tipo di bene che l’uomo prova nel momento in cui riesce ad allontanarsi dagli altri, cioè coloro che ci giudicano e ci guardano, poiché, nel momento in cui veniamo guardati, noi non riusciamo più a essere noi stessi ma riusciamo a vederci solo attraverso le lenti, la prospettiva e le considerazioni altrui.

Quando gli altri ci guardano, non possiamo sottrarci, ma dobbiamo sottostare e ci sentiamo feriti nel nostro essere. Nel sentirsi oggetto dello sguardo altrui l’uomo prova vergogna, si sente vulnerabile, in quanto l’altro scopre la nudità del nostro essere. La vergogna, il pudore e la timidezza sono i mezzi con i quali gli altri ci danno forma, i mezzi con cui noi riusciamo a uniformarci alla comunità, sacrificando di fatto il nostro vero io e i nostri veri desideri. Bisogna ammettere che nel momento in cui gli altri decidessero di ignorarci noi non esisteremmo più come membri della società, dunque bisogna riuscire ad ottenere una posizione di non vergogna dallo sguardo altrui, comprendendo che il pregiudizio, purtroppo, sarà sempre nell’altro. L’unica via per sfuggire da esso sarebbe cercare rimedio nella solitudine, ma noi sappiamo che non potremmo sopravvivere nel momento in cui sfuggiamo dall’altro: la nostra ricerca allora sarà giungere all’equilibrio tra la socialità e la solitudine.

Comprendendo quanto sia deleterio il sentirsi osservati, giudicati, in modo negativo, possiamo comprendere appieno il significato di quell’inferno di cui parla Sartre, alla fine di Huis clos, in italiano A porte chiuse (1944). La sua frase, significativa, «L’inferno sono gli altri2» non mira a negare il carattere sociale dell’uomo, anzi, secondo Sartre l’uomo può conoscere se stesso solo mediante gli altri, perché essi hanno una specifica rappresentazione di noi. Solo che non potremmo mai sentirci veramente bene con il nostro essere in società, perché, appunto, siamo giudicati: noi dunque desideriamo, ricerchiamo la solitudine in un mondo in cui è necessaria, invece, la collettività. Si desidera la solitudine perché solo quando si è soli si può manifestare davvero il proprio essere.

Potremmo giungere a una differenza sostanziale tra Sartre e Kant. Secondo il sistema kantiano la comunità rappresenta un luogo sereno, dove l’individuo può pienamente realizzarsi. Ma davvero l’individuo può realmente realizzarsi se deve uniformarsi alla collettività? Forse l’uomo non sarà completamente libero assieme all’altro uomo, ma escludendo dalla sua vita l’uomo in sé, l’altro che cosa sarebbe? Il nulla. L’equilibrio risulta fondamentale per abitare assieme all’altro, ma non solo, anche per comprendere il motivo per cui ci troviamo all’interno di una comunità, giungendo a cogliere il giudizio dell’altro, valutandolo e ripudiandolo in caso non si mostrasse veritiero.

L’uomo dunque è condannato, secondo Sartre, alla libertà. La totale libertà disorienta l’individuo, poiché esso è fragile a causa dell’accadere del mondo; per sfuggire al senso di panico, all’angoscia, comincia a costruire credenze: possiamo spiegare da qui la nascita delle religioni o dei sistemi deterministici. L’uomo, in sostanza, è alla ricerca di un punto di riferimento in un universo scarno: proprio questo intende dire Sartre quando afferma che l’uomo si affida volontariamente a certi concetti che mirano a dare un ordine a tale esistenza caotica, che non prevede nulla di ordinario.

A questo punto si potrebbe pensare che per sfuggire all’incertezza del vivere la soluzione sia il suicidio fisico. Ma non è forse l’opzione più semplice? Sartre non la considera nemmeno una opzione concepibile, in quanto il suicidarsi significa perdere la propria libertà, cioè negare la propria esistenza divenendo mera cosa. Morire non ha senso alcuno, perché scomparsi noi, scomparsa la nostra coscienza, scompare il mondo intero: «la morte non è mai quello che dà il suo senso alla vita; è invece ciò che le toglie ogni significato3».

 

Marco Catania

Marco Catania, classe 2000. Studia attualmente storia e filosofia presso l’università di Palermo, impegnandosi nel mentre a scrivere su temi filosofici riguardanti l’esistenza, l’etica e la religione.
Interessato soprattutto ad autori francesi come Sartre e Camus, ma anche a tanti autori fondamentali della storia della filosofia, quali Spinoza, Nietzsche e Kant.
Amante del pensiero critico, del dialogo costruttivo e della chiarezza ritiene indispensabile un corretto uso della facoltà di giudizio per potere vivere al meglio all’interno della realtà sociale.

 

NOTE:
1. Cfr. F. Nietzsche, Umano troppo umano, 1878
2. Cfr. J-P. Sartre, A porte chiuse, 1944
3. Cfr. J-P. Sartre, L’essere e il nulla, 1943

[Photo credit Elton Yung su unsplash.com]

La notte eterna di Noa: per una società della cura e del non abbandono

Noa aveva solo diciassette anni quando prese la decisione definitiva di morire, come aveva riportato nel suo ultimo post del suo profilo Instagram.

Per Noa quell’esistenza non rappresentava nemmeno più una mera sopravvivenza. La vita le era diventata tanto pesante da non poter più trovare la forza, da sola, di sostenere quel macigno che, anno dopo anno, la stava schiacciando. “Ho deciso di lasciarmi andare perché la mia sofferenza è insopportabile. Respiro, ma non vivo più”. Queste le parole che quasi tutti i quotidiani hanno riportato e che si fanno portavoce della lacerazione interiore, della profonda sofferenza che Noa si portava dentro e con cui non riusciva più a vivere.

“Respiro ma non vivo”. Un respiro dopo l’altro, nel suo processo naturale di inspirazione e espirazione. Solo ossigeno che riempie i polmoni. Un’esistenza delimitata dal suo mero decorso biologistico. Un decorso che è proseguito fino al momento in cui Noa annunciò la decisione definitiva di lasciarsi morire, rinunciando a nutrirsi ed idratarsi. Per porre fine a quell’atto respiratorio che costituiva ormai l’unico elemento che la teneva in vita. 

Aggredita a soli undici anni e successivamente violentata a quattordici, non riusciva a sopportare tutto quel dolore che, ancora bambina, aveva travolto il suo corpo e la sua identità all’improvviso. “Mi sento ancora sporca”, diceva. Impossibile mettere un punto e ricominciare da capo. Prima la depressione. Poi l’anoressia, quel mostro che l’aveva costretta a vivere con un sondino nasogastrico durante ogni singolo giorno del suo ultimo anno di vita. Continue ricadute. Un tentativo di suicidio. Così come continui i tentativi di rivolgersi a delle strutture in grado di seguirla e di aiutarla a convivere con quell’incubo che da anni ormai non le permetteva di vivere un’adolescenza normale, fatta della spensieratezza dei ragazzi della sua età.

Molteplici le richieste di aiuto, sia da parte di Noa che da parte dei genitori. Troppe poche, forse, le risposte da parte di un entourage capace di convincerla che la vita poteva prendere una direzione diversa, che non sarebbe mai stata abbandonata, che ci sarebbe sempre stato qualcuno lì ad accarezzarla, a farle capire che era una ragazza unica, insostituibile, che la sua vita aveva una valore. Che dietro a quei respiri c’era un senso profondo. 

Da sola Noa non sarebbe mai potuta uscire da quella notte senza fine che è la vita quando viene attraversata da un dolore che frantuma in mille pezzi. Non è possibile vedere il bello in completa autonomia quando il cielo si tinge prima di grigio perla, poi fumo, tortora, ardesia, antracite; e, in fondo, quando lo sguardo si copre di grigio antracite non ha già perso quella capacità di distinguere e di discernere un punto di luce dal resto? Quando il cielo diventa come il cemento, non ha già perso tutte le sfumature del grigio? Il cielo non è forse nero?
Nessun orizzonte di luce. Nessuna sfumatura. Solo nero intenso. 

Dall’oscurità più profonda non ci si può salvare da soli, certo. Per questo abbiamo bisogno dell’altro per sopravvivere, l’altro lì a ricordarci che il nero può sbiadire, sfumare, tornare ad essere grigio, e poi bianco, e celeste. Il cielo di Noa era immerso nell’oscurità e in quello stesso cielo nero l’hanno lasciata addormentarsi.  

Dopo la morte di Noa, i giornali italiani hanno inveito contro eutanasia e suicidio assistito, focalizzando l’attenzione su una questione che con Noa c’entrava ben poco. Non solo la richiesta della ragazza di far ricorso all’eutanasia era stata rifiutata dalla clinica cui lei e i suoi genitori si erano rivolti qualche anno fa; ma un tale dibattito decentrerebbe lo sguardo pubblico dall’unica cosa che Noa voleva urlare al mondo: l’inspiegabile vuoto di senso della propria vita, l’abbandono che provava e la sostanziale incapacità – sociale e sanitaria- di aiutarla efficacemente in percorso di cura continuativo ed adeguato. Non un percorso di “guarigione”, dunque; la depressione non è come un’influenza, non c’è niente da guarire, nessuna funzione da “ripristinare”. Una ferita come quella di Noa aveva però bisogno della presenza di una cura. Un “io ci sono, tu sei qui con me?”. 

Non è forse questa la più intensa e bella pratica di cura? Una presenza insostituibile, una stretta di mano che trasmette coraggio, una spinta a  cogliere la bellezza della vita, malgrado le difficoltà, le crisi, le insicurezze; il coraggio di intravedere l’azzurro del cielo attraverso le molteplici sfumature del grigio. 

La madre della ragazza comunicò inoltre la complessità di entrare in cliniche psichiatriche specializzate, le liste d’attesa infinite, l’assenza di strutture per i disturbi alimentari. La figlia passava costantemente da un ospedale all’altro, più volte indotta al coma al fine di poterla nutrire artificialmente con una sonda. 

Noa si è spenta piano piano. Forse, attraversata da un profondo senso di abbandono. 

L’hanno “lasciata andare”, senza prendersi cura di lei. Una resa sociale, confermata dalla resa personale di chi non ce la fa più e, nella disperazione, non vede altra soluzione proprio perché nessun altro riesce a farle scorgere alternative possibili, colori diversi dal nero. 

Quando in realtà, anche se talvolta è difficile ammetterlo, è solo chi resta a poter dare un senso all’esistenza di chi, quella vita, la vuole lasciare. 

 

Sara Roggi

 

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Il bisogno umano di silenzio

«Viviamo nel tempo del rumore. Il silenzio è sotto attacco»1, così scrive Erling Kagge, esploratore e scrittore norvegese nel suo ultimo lavoro intitolato Il silenzio. Uno spazio dell’anima (Einaudi, 2017). Ed è proprio questa una descrizione che tristemente si addice al tempo presente. Cifra fondamentale del nostro tempo è infatti il rumore assordante che circonda la nostra frenetica quotidianità. Un frastuono che sia fa via via insostenibile per la mente e il cuore di ciascuno. Persino quei pochi attimi di silenzio e introspezione personale che sino a qualche tempo fa erano possibili nell’arco di una giornata, negli ultimi anni vengono occupati da quei prolungamenti bionici dei nostri arti che prendono il nome di tablet e smartphone e che non abbandoniamo nemmeno ai sevizi igienici o mentre “dormiamo”. Una vera e propria dipendenza tecnologica dettata dalla paura incontrollata di rimanere sconnessi (nomofobia).

Il mito tecnologico e performativo impera sulle esistenze degli abitatori di quest’epoca ipermoderna costringendoli a ritmi serrati, frequentazioni sempre più disturbanti e scelte di massa contraddistinte da voci, parole, chiacchiere, musica rintronante, in una bulimia di rumore che spesso ha l’inconsapevole obiettivo di mettere a tacere il vuoto interiore e di aggirare il timore di accedere alla propria interiorità più intima e vulnerabile. Ecco perché l’uomo contemporaneo, occidentale in particolare, oppresso dal rumore, pur sentendolo come insostenibile continua a preferirlo al silenzio.

Nondimeno, il silenzio è un bisogno precipuamente umano che necessita di essere soddisfatto ma che per realizzarsi richiede impegno, costanza e il coraggio di scendere in se stessi, prendendo contatto con la propria interiorità, i propri pensieri, le proprie emozioni. Diversamente dalla società del consumo, dell’illusoria allegrezza, della vita ipermondana, l’uomo ha bisogno di chiudere il rumore fuori di sé, di riscoprire dunque la possibilità di fare silenzio e incontrare se stesso, nient’altro che se stesso.

I luoghi dove è possibile sperimentare il silenzio sono molteplici, montagna incontaminata, mare lontano dalle stagioni della confusione balneare, eremi, monasteri ed ora persino luoghi creati appositamente secondo i principi fisici dell’insonorizzazione. Tuttavia, il silenzio è possibile ritrovarlo in ogni momento, proprio lì dove siamo, dove ci troviamo, dentro di noi. Questo richiede la volontà di assentarsi temporaneamente, di concedersi la possibilità di una pausa dal frastuono quotidiano, immergendosi in se stessi. Fare silenzio è dunque un esercizio di ascolto interiore, dal quale possono emergere più nitidamente i contorni della nostra anima. Ecco dunque che dal silenzio può affiorare lo stupore, origine di ogni filosofare, di ogni slancio creativo e di ogni vetta dello spirito. Una volta immersi nel silenzio, che ci confronta con noi stessi, è possibile ritornare rinnovati a dialogare con l’esterno, con la natura con la quale è possibile riassaporare un’originaria comunione, simbolo di una fratellanza generatrice di inesauribile ricchezza simbolica e interiore. In questo senso l’esperienza del silenzio è del tutto personale e in quanto tale non può essere che intima e profonda. Pertanto, una volta riscoperto, il silenzio diventa una forza, un’opportunità inalienabile di rientrare in se stessi come in una fortezza inespugnabile.

Condizione essenziale per il silenzio è la solitudine. Da non confondersi con l’isolamento che chiude la soggettività in un deserto emozionale e intellettuale, la solitudine è la necessaria capacità per poter trovare il silenzio e farne esperienza. Purtroppo, la capacità di stare soli è da sempre un problema per gli esseri umani, come aveva ben intuito Blaise Pascal in uno dei suoi celebri pensieri: «ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini proviene da una sola cosa: dal non saper restare tranquilli in una camera»2. La solitudine, specialmente oggigiorno, appare come un disagio da evitare e non come l’opportunità per ritrovare se stessi nel silenzio, nella benefica assenza di rumori e parole inflazionate. È proprio nella solitudine e nel silenzio che sono custoditi i più preziosi valori umani, la propria essenza di esseri finiti, perennemente attratti dall’infinito e dalla sete di senso.

Il silenzio, che emerge nella solitudine creatrice, si stacca nettamente dalla mentalità dominante, dallo status quo della superficialità poiché richiama la nostra attenzione a quanto stiamo facendo. Il silenzio ci aiuta a riportare concentrazione ad ogni piccolo gesto, ad ogni singola azione che compiamo, anche nelle più consuete e apparentemente banali pratiche quotidiane. Il silenzio ci invita ad entrarci dentro alle cose, a farne esperienza consapevole: richiama l’attenzione all’attimo, al presente, al qui e ora, libero dal rimorso del passato e dall’angoscia del futuro. Il silenzio svela in questo senso tutto il suo potenziale educativo e terapeutico, poiché per fare silenzio è necessario disinserire il pilota automatico che guida le nostre giornate scandite dal tempo finito dell’orologio (chrònos) che divora le esistenze, per prendere contatto con il tempo, eterno, dell’istante, dell’interiorità.

Il silenzio è un esercizio difficile, insidiato dal rumore che infrange le nostre esistenze facendole piombare nel conformismo consumistico dove esse stesse diventano vittime di modalità annichilenti. Altresì è l’antidoto più efficace per “chiudere momentaneamente fuori il mondo”, così da poterlo osservare e capire con maggior lucidità, consapevolezza e spirito critico. Se dunque il rumore riduce significativamente la qualità della nostra vita, il silenzio è una possibilità di recuperare il rispetto per se stessi e la cura di una vita autentica.

Al silenzio bisogna anche educarsi, in particolare nelle relazioni intersoggettive. La comunicazione satura di parole, non necessariamente risulta efficace, spesso è un ostacolo al raggiungimento dell’intimità dell’incontro. Ecco perché le pause e i silenzi che connotano la comunicazione empatica fra esseri umani, sono ricchi di significati esistenziali che possiamo cogliere solo se siamo educati e abituati a far spazio al silenzio, in noi e nell’altro. Per questo, spesso il silenzio avvicina molto di più due persone che non fiumi di parole. Queste ultime possono distruggere l’incanto dell’incontro, poiché insufficienti per esprimere l’enigmatica profondità della nostra e dell’altrui interiorità.

Le parole devono dunque arrestarsi di fronte alla presenza del mistero inesprimibile dell’esistenza, al suo senso e a quello del mondo. In questa direzione, come non ricordare le parole arcane e al contempo sfavillanti che ha scritto il filosofo Ludwig Wittgenstein, nella prefazione al proprio Tractatus logico-philosophicus: «tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere»3. Il linguaggio infatti configura «come il mondo è» ma non «che esso è»4. Il che significa che il linguaggio rappresenta la totalità di ciò che accade, dei fatti del mondo, costituisce l’immagine della realtà, ma non può configurare il senso (inesprimibile) del mondo. Invero, il senso del mondo e della vita non si possono raffigurare come fatti, non sono enunciabili con il linguaggio. In quanto realtà trascendenti il linguaggio stesso, costituiscono l’ineffabile, il mistico (dal greco myein, “esser muto”). A questo s’addice il silenzio: condizione unica per pensare, sentire e sperimentare intensamente, attraverso scintillanti risonanze interiori, ciò che non si può dire, ma solamente mostrare («esso mostra sé, è il Mistico»5), ciò su cui si deve tacere: il regno dell’indicibile.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1. E. Kagge, Il silenzio. Uno spazio dell’anima, Einaudi, Torino 2017, p. 27.
2. B. Pascal, Pensieri e altri scritti, Edizioni San Paolo, Milano, 198712, p. 167.
3. L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, a cura di A. G. Conte, Einaudi, Torino 2009, p. 23.
4 Ivi, p.108.
5. Ivi, p. 109.
[Photo credits Patrick Schneider su unsplash.com]

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Rousseau come simbiosi di realtà e immaginazione: essere eguali perché non si è più soli

Con Rousseau tutto si complica.
Non si era mai accontentato del solo percorso razionale. Ha sempre desiderato le iperboli e di andare oltre il muro dell’uomo, per vederne gli orizzonti sconosciuti.
Criticava, odiava – avendo tra l’altro un pessimo carattere –, fu capace di osservare la società come nessuno prima d’allora in campo filosofico era riuscito a fare e, soprattutto, contemplava il singolo individuo come unicità del creato.

A lui possiamo attribuire la prima autobiografia della storia, un misto di passione e ragione tra esperienze e fondamenti culturali. Questo forse è il simbolo che può meglio di altri rappresentare la sua tensione morbosa fra realismo e immaginazione.
Ma cos’è l’uomo per il pensatore ginevrino? È essenzialmente solo, e pure felice, nello stato di natura dove non esiste socialità, dolore o ineguaglianza. Mentre ora è in catene. Ha fatto, potremmo dire, il passo più lungo della gamba. Si è creduto più forte insieme ad altri e si è ritrovato svantaggiato nei confronti della società.
Come egli stesso scrive nel Discorso sull’ineguaglianza:

«Apro i libri di diritto e di morale, ascolto filosofi e giureconsulti è tutto pieno dei loro insinuanti discorsi, deploro le miserie della natura, ammiro la pace e la giustizia prodotte dallo stato civile, benedico la saggezza delle istituzioni repubblicane e, vedendomi cittadino, mi consolo di essere uomo. Bene istruito sui miei doveri e sulla mia felicità, chiudo il libro, esco di scuola e mi guardo intorno: vedo popoli disgraziati che gemono sotto un giuoco di ferro, il genere umano schiacciato da un pugno di oppressori, una folla affamata […] di cui il ricco beve in pace il sangue e le lacrime»1.

Il passaggio da uno stato di piena libertà ad un altro pieno di sofferenze è il punto di indagine di Rousseau, dove l’immaginazione passa il testimone alla realtà. Da questo momento non può che indagare l’uomo così com’è e le leggi come possono essere.
Prima dunque abbiamo un individuo solo come solitaria dovrebbe essere l’educazione. Successivamente un uomo che nell’incontro con l’altro e proiettandosi al di fuori di sé, si perde, sprofondando nei desideri di dominio e assoggettamento. L’antitesi della visione della coscienza che ne farà Hegel nell’Ottocento.

Il problema ora è come risolvere il gap. L’antidoto può essere uno solo: l’eguaglianza. È come “rattoppare” una falla del sistema mondo, e pure con strumenti non del tutto idonei.
Infatti, per Rousseau non importa, rispetto ai suoi precursori, indagare il passaggio dallo stato di natura a quello civile concretizzandolo ma imprecare perché si è realizzato. Un punto di non ritorno per l’essere umano.
La causa fu non solo la socialità ma la nascita della proprietà privata e l’avanzamento della tecnica. Il progresso non solo è inutile in questo caso, ma è la falce che fece dell’essere umano una bestia.
Come lo stesso filosofo scrive:

«Il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare, questo è mio, e trovò persone abbastanza ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quante uccisioni, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i paletti o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: guardatevi dall’ascoltare questo impostore. Se dimenticate che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, voi siete perduti»2.

Il risultato è la formulazione di un patto iniquo, nel quale i ricchi approfittandosi dell’ingenuità dei più deboli, stipulano un accordo che porterà solo sofferenze, creando una società ingiusta ed egoista.

È necessario dunque un secondo contratto, capace di fare di tutti un corpo collettivo dove nessuno possa perdere la propria libertà individuale e in più ottenere la sicurezza fra i molti. Un compito morale, politico e giudico per nulla facile.
Rousseau lo chiamerà il contratto sociale. Nell’opera così intitolata infatti scrive:

«ciascuno di noi mette in comune la sua persona e tutto il suo potere sotta la direzione della volontà generale; e noi come corpo riceviamo ciascun membro come parte indivisibile del tutto»3.

Rinunciando infatti al diritto di autogovernarsi da sé, l’individuo accetta che gli altri abbiano un diritto su di lui, ma al tempo stesso acquisisce un diritto sugli altri e dunque non perde nulla della sua libertà.
Si deve creare reciprocità tramite l’eguaglianza così da salvaguardare la libertà originaria, iniziando un nuovo percorso e creando una società come protezione dei singoli in quanto parte del tutto e il tutto nella garanzia del singolo.

Ancora una volta la spinta immaginativa prende il sopravvento, per non parlare inoltre del Legislatore, descritto come una entità divina, simbiosi di politica e credenza; della volontà generale come forza presente ed eterna tra gli uomini o della religione civile.
Sembra quasi che ogni popolo, in ogni tempo e per sempre, una volta compreso il compito e la direzione di sé, sia destinato alla felicità eterna. Ma non è così.
Il realismo torna ancora una volta: i dettami sopracitati non hanno forza universale seppur ne abbiano essenza, in quanto ogni popolo ha il suo grado di sviluppo e di crescita. Rousseau apprese molto da Machiavelli e da Montesquieu nella riflessione politica ed è come se ci dicesse: esiste una verità pura, ovvero che l’uomo è destinato ordinariamente all’isolamento; per cause esterne e fortuite e che dunque potevano anche non accadere – ma sono successe – si trova in una società iniqua, nel quale deve porre rimedio tramite dettami universali, senza dimenticare il relativismo intrinseco nell’uomo – in questo caso nel popolo, che inizialmente era unico e irripetibile.

Molti intellettuali dinnanzi alla teoria rousseauiana videro contraddizioni insormontabili, intrecciate nella tensione fra immaginazione e realismo; taluni pura genialità, altri ancora solo un mostro che abbandonava i propri figli.
È come se non si fosse spiegato a sufficienza, come se si fosse risparmiato con le parole, pensando che i posteri potessero leggere nelle sue tesi i concetti fra le righe. Infatti, sognava di poter rielaborare il tutto con più coerenza tramite una predisposizione sistematica del sapere, ma non ne ebbe il tempo. E forse per questo abbiamo ancora molto da imparare da lui.

 

Simone Pederzolli

 

NOTE
1. J-J. Rousseau, Discorso sull’ineguaglianza, a cura di M. Garin, Roma-Bari, Laterza, 2009, p. 44.

2. Ivi, p. 173.
3. J-J.  Rousseau, Il Contratto sociale, a cura di M. Garin, Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 67.

[Photo credit Rob Curran]

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Di pensier in pensier, di monte in monte

Ho avuto occasione, durante i primi del giorno del nuovo anno, di parlare con alcuni conoscenti che hanno passato il loro Natale “in montagna”.

Mi sono sempre chiesto: «Come mai sono il mare e la montagna, le maggiori mete di turismo?».

Una risposta mi è venuta dalle Ville Palladiane, costruite per i nobili veneziani che, nel periodo autunnale, si trasferivano dalla Laguna all’entroterra – esattamente il contrario di quanto, per la maggior parte, avviene oggi. Studiandolo, ho compreso che il turismo era ed è, come ogni mercato di beni o servizi, influenzato dalla platea di chi lo pratica.

Quindi, come ai tempi del Palladio il turista era il nobile lagunare che, quando poteva, cercava di allontanarsi da un paesaggio a lui familiare, così oggi, essendo riferibile alla borghesia e la middle class urbana, è ovvio che chi può permettersi di fare una vacanza, sceglierà di andare lontano dall’ambiente cittadino, eleggendo luoghi diversi.

E tuttavia, il mare mi pare, a livello sociologico, una meta più recente rispetto a quella, per esempio, della collina (tipologia di turismo praticata dalle classi abbienti dal Medioevo in qua – si veda dov’era ubicata la villa dei giovani del Decameron): daterei questo interesse per il mare al XVIII secolo, con i Grand Tours diretti in Italia.

Ma più antico di tutti, è il viaggio in direzione della montagna. E badare che ho detto “viaggio”, non “turismo”. Ma è una sottigliezza di cui non ci occuperemo qui.

La montagna è il più antico luogo di ritiro personale dalle pesantezze della vita quotidiana, e per ragioni non meramente ambientali, ma sinanche filosofiche, antropologiche e spirituali.

In molte delle civiltà che si sono susseguite durante l’atipico scorrere del tempo detto storia, il monte è stato considerato uno spazio privilegiato per l’autorivelazione del proprio Io, e per il rapporto diretto con la Divinità: pensiamo, per esempio, al folklore greco antico.

Qualora, poi, volessimo avvicinarci alla cultura che più permea la nostra, cioè quella giudaico-cristiana, noteremo che, anche in essa, il monte sembra rivestire il ruolo di medium tra Sacro e mondano. La Bibbia è ricca di riferimenti ad alture, montagne e rilievi: sono, queste, le località che Iddio predilige per dare manifestazione di Sé.

Ognuna delle varie epifanie bibliche deve essere, naturalmente, letta alla luce del provvidenziale disegno della Rivelazione; compiendo una riflessione di carattere teologico, si può ricordare che la Salvezza dell’uomo, e la sua Alleanza con il Signore, procede attraverso tre passaggi fondamentali: la fase della legge (Mosé), quella della profezia (che potremmo riassumere con Elia) e quella, finale, dell’amore (Cristo). Ebbene, non si sbaglierà nell’asserire che ciascuno di questi tre momenti della Redenzione hanno simbolico culmine in luoghi elevati. La vicenda di Mosè, per esempio, è tutta racchiusa nel contatto con Dio su due montagne, la vocazione sull’Oreb1. e la consegna del Decalogo sul Sinai2; e ancora Elia, principale tra i profeti, ha un’esperienza teofanica sul Carmelo3; Gesù Cristo, a sua volta, inizia la predicazione con il “discorso della montagna”4, si manifesta, trasfigurato, come unione di legge e profezia su un’alta montagna5, muore sul Gòlgota6, ascende da un monte7.

Data questa evidente preferenza teofanica per monti e alture, non stupisce che, nel corso della storia della spiritualità cristiana, le zone alte siano state il punto di ritrovo di coloro che, tra tutti i credenti, più hanno cercato di inverare il messaggio cristiano: i monaci.

L’isolamento dalle vicende mondane, la prossimità altimetrica alla Divinità, il tutto accompagnato da una solida tradizione biblica: sono queste le caratteristiche fondamentali che fanno dei monti non solo un mero rilievo morfologico, ma un vero e proprio luogo dell’anima.

Ma questa passione per le montagne non è solo occidentale. Anzi, laddove era più forte il senso del Sacro, più netto e centrale sarà il ruolo che i simboli assumono nella definizione progressiva della mentalità singola, della costituzione dell’ordine sociale e, eventualmente, dell’ordinamento statale.

Non può stupire, dunque, che il mondo bizantino abbondasse di Sante Montagne, la più importante delle quali è il Monte Athos, in Calcidica, centro monastico “ultimo erede dell’Impero” ancor oggi attivo; d’altronde, se l’Impero Bizantino era, tra tutte, la Nazione eletta a glorificare Iddio per mezzo del suo Vangelo, come possono, in tale provvidenziale entità, mancare luoghi simbolicamente adatti a rapportarsi quanto più strettamente possibile al Signore? A Bisanzio, in un certo senso, dovevano esserci Sante Montagne.

E non citerò la Spiritualità Tibetana o le tradizioni sherpa, che vedono nelle montagne di Himalaya e Karakorum dei veri e propri tabernacoli.

In conclusione, non intendiamo qui affermare che ogni viaggio o vacanza in montagna dovrebbe essere considerata (non siamo Thomas Mann!) un’occasione di autoanalisi, né tantomeno d’una ierofania. E tuttavia, questo sì lo diciamo, il monte, di per sua essenza, invita alla riflessione più di quanto non facciano luoghi più “bassi”: forse perché la montagna è più solitaria, forse perché la pervade un silenzio maggiore, e il silenzio obbliga a pensare, forse perché s’è più vicini a Dio.

Insomma, la montagna è più filosofica del mare, e ti obbliga a filosofare di più.

Ed è forse per questo (perché la filosofia non è mai, come tutte le necessità, piacevole o rilassante) che la maggior parte delle persone preferisce il mare.

Forse per questo io preferisco le terme.

 

David Casagrande

 

NOTE:
1. Esodo 3, 1-6.
2. Esodo 19, 2-3.
3. Primo libro dei re 19, 8-13.
4. Matteo 5.
5. Marco 9, 2-8.
6. Marco 15, 22.
7. Matteo 28, 16.

Elogio della (vera) solitudine

«Forse sarei più sola/senza la mia solitudine»1 recita una poesia di Emily Dickinson. I versi di questo splendido componimento, ci immergono prontamente nei fondamenti esistenziali della solitudine. La condizione ipermondana e iperteconologica dell’uomo del tempo presente, lungi dall’aver aumentato la solitudine nei singoli, ne ha aumentato l’isolamento e l’atomizzazione. L’isolamento, cifra caratteristica soprattutto delle giovani generazioni, è l’espressione di un disagio culturale, sociale, psicologico e relazionale che conduce al deserto emozionale, alla totale chiusura di se stessi, fino al disinteresse per il mondo vitale dell’altro-da-sé e, nei casi più estremi e faticosi, alla totale noncuranza di se stessi e della propria esistenza.

Diversamente dall’isolamento, la solitudine è costitutiva dell’essere umano, è una sua peculiarità positiva. Solo l’uomo infatti può, attraverso la solitudine interiore, penetrare in se stesso, conoscersi e crescere psicologicamente, intellettualmente e spiritualmente. La solitudine è la possibilità, in un mondo saturo di informazione e parole vuote, di ritrovare il silenzio dentro la propria anima. Ed è in questo silenzio che è verosimile scorgere più chiaramente la nostra condizione esistenziale che oscilla fra la finitudine e l’infinito desiderio d’infinito. Solamente nel raccoglimento e nella contemplazione possiamo cogliere che la nostra intima precarietà, è la via che apre alla conoscenza del visibile e dell’invisibile, immergendoci in una tensione dialettica, senza il cui nutrimento cadremo in un nichilismo senza possibilità e speranza. La vera solitudine ci apre al mistero indecifrabile della vita, alla possibilità di commuoverci dinanzi alla nostra essenza, di comprendere più a fondo noi stessi e l’altro-da-noi. In questo senso la contemplazione interiore, non ci chiude al mondo e agli altri, ma ci aiuta a tornare, con corpo e spirito rinnovati, verso l’esterno.

A delineare la fondamentale esperienza della solitudine per ogni esistenza che voglia definirsi creativa e generativa di profondi significati umani e spirituali, è stato Rainer Maria Rilke. Scrivendo ad un giovane poeta in merito alla solitudine egli si esprimeva così: «Perciò, caro signore, amate la vostra solitudine e sopportate il dolore che essa vi procaccia con lamento armonioso […] la vostra solitudine vi sarà sostegno e patria anche in mezzo a circostanze molto estranee, e dal suo seno troverete voi tutti i vostri cammini»2. Il poeta di origine boema sottolinea l’importanza della solitudine come approdo per l’esistenza, come possibilità sempre presente per ritrovare il contatto con se stessi, con la propria anima. Non dobbiamo lasciarci impaurire dalla solitudine crescente, essa è la preparazione del terreno dell’anima per una nuova fioritura. Sono ancora le parole di Rilke a testimoniarlo con indicibile lucidità: «Ma sono forse quelle ore in cui la solitudine cresce; che la sua crescita è dolorosa come la crescita dei fanciulli e triste come l’inizio delle primavere. Ma questo non vi deve sviare. Questo solo è che abbisogna: solitudine, grande intima solitudine»3.

La solitudine è un’opportunità dell’anima dell’uomo, ma non tutti la conoscono o la vogliono conoscere. Essa è la vera alternativa all’isolamento, a cui molte persone ormeggiano in reazione al delirio mondano delle nostre città, all’iperconnessione celata dietro il falso mito delle ipocrite relazioni virtuali. Differentemente dall’isolamento, la solitudine è nello spettro della consapevolezza, della scelta autonoma del singolo che decide di intraprendere un viaggio silenzioso dentro se stesso, riflettendo sulla propria esistenza, ricercando incessantemente la verità e contemplando con occhi sempre nuovi il vivente.

Mentre l’isolamento arresta come una diga il corso dell’esistenza, ne ostruisce le sorgenti, la solitudine è la via verso la sorgente interiore alla quale sempre si può attingere. Essa è generatrice di significati profondi e di bellezza. Pensiamo alla solitudine interiore di Leopardi e del citato Rilke, fucina di versi di inenarrabile profondità e bellezza. Ricordiamo il necessario raccoglimento interiore di molti artisti, prima d’iniziare le loro entusiasmanti creazioni. Rievochiamo la solitudine che alimenta come fuoco vivo le incandescenti e luminose esperienze interiori di Etty Hillesum, che all’interno del campo di concentramento di Westerbork, in attesa di essere inviata alla morte certa di Auschwitz, riconosce la solitudine come riparo e speranza, contro ogni speranza, di poter continuare il dialogo con se stessa e con Dio, in una relazione che non è di isolamento, ma nuovamente di apertura dialettica con l’altro-da-sé. Da questa consapevolezza sono sgorgate parole che destano ammirazione e possono restituire speranza anche alle esistenze più lacerate dalle notti del corpo e dell’anima. Scrive la giovane ebrea olandese: «Le minacce e il terrore crescono di giorno in giorno. M’innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offra riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco più ‘raccolta’, concentrata e forte»4. La cella della solitudine offre confini e protezione nell’inferno dell’esistenza, in un dialogo inesauribile e nutriente con se stessi e l’invisibile.

L’elogio della vera solitudine è dunque l’espressione della possibilità di camminare per i meandri inesplorati della propria anima. Quest’ultima intesa come luogo privilegiato nel quale sempre potersi ritirare, rinnovare e dal quale poter ripartire fortificati verso gli altri e il mondo. La solitudine, che si nutre di silenzio, raccoglimento e contemplazione è dunque il respiro dell’uomo che cammina autenticamente, libero dai soffocamenti che la società contemporanea impone, per le alte vette della propria interiorità. In questo senso, come non concludere con le parole intense, indelebili e significative, che il teologo e pedagogista Rubem Alves ha scritto:

«Nella solitudine si contempla la nascita di nuovi mondi. Le montagne, le foreste, i mari: scenari dell’anima. C’è in essi una grande solitudine. E la solitudine è dolorosa. Ma c’è anche una grande bellezza, perché è solo nella solitudine che esiste la possibilità di comunione. Così non avere paura: ‘fuggi dentro la tua solitudine. Sii come un albero che ama con i suoi lunghi rami: silenziosamente ascoltando; essa rimane appesa sopra il mare’»5.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE
1. E. Dickinson, Tutte le poesie, a cura di M. Bulgheroni, Mondadori, Milano 2013, p. 443.
2. R. M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, tr. it. di L. Traverso, Adelphi, Milano, 201321, pp. 34-35.
3. Ivi, p. 41.
4. E. Hillesum, Diario 1941-1943, tr. it. di C. Passanti, Adelphi, Milano, 201217, p. 111.
5. R. Alves, La bellezza del crepuscolo, tr. it di M. Dal Corso, Edizioni Qiqajon, Magnano, 2018, p. 54.

[Photo credits: Benjamin Davies via Unsplash]

 

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Film selezionati per voi: giugno 2018!

L’estate è la stagione ideale per le passeggiate serali all’aria aperta e per le uscite in famiglia o con gli amici. Effettivamente, le proposte ricreative e culturali che danno vita ai centri storici delle nostre città in questo periodo si fanno davvero numerose. Se la vostra agenda per il mese di giugno ha qualche serata libera da impegni mondani, aperitivi in compagnia, pizze cene gelati e quant’altro, noi vi consigliamo di segnarvi i seguenti titoli selezionati apposta per voi dai nostri esperti cinematografici.

Non si può mai rimandare un appuntamento con un buon film!

 

FILM IN USCITA

chiave-di-sophia-2001-odissea-nello-spazio2001: Odissea nello spazio – Stanley Kubrick

50 anni dopo un capolavoro assoluto della storia del cinema, un’articolata riflessione sul destino dell’umanità e sulla dialettica civiltà/tecnologia. Protagonista del celebre 2001: Odissea nello spazio, basato sull’omonimo romanzo di Arthur Clarke, il computer della nuova generazione, HAL 9000, posto a bordo dell’astronave Discovery indirizzata verso Giove alla scoperta del mistero di un monolito. Lo scopo della missione non va rivelato e HAL, basato su un sistema binario Sì-No viene stravolto dalla presenza di un segreto da conservare e va in crisi drammaticamente, non resistendo all’intrusione dell’umana doppiezza nei suoi delicati apparti. Un film che ha fatto epoca anche per la colonna sonora: indimenticabili le note del Danubio blu che, composte in un periodo storico convinto della bontà della Scienza e fiducioso nelle magnifiche sorti progressive dell’umanità, commentano le immagini di un futuro ipertecnologico. USCITA PREVISTA: 4 giugno 2018

 

chiave-di-sophia-aquietpassion-poster-ws_A quiet passion – Terence Davis

Un aggraziato biopic sulla poetessa di Amherst, Emily Dickinson: questa la sfida dell’ultimo film di Terence Davies. Quella della Dickinson è stata una vita da autoreclusa della quale quindi può sembrare non si sappia abbastanza per trarne una narrazione, invece Davies, grazie anche alla maestria di Cynthia Nixon, riesce a consegnare una lettera al mondo come quella che Emily avrebbe voluto lasciare con i suoi scritti. Un film su una giovane donna che si apre all’arte e al contempo si chiude alla vita nella borghese e puritana casa paterna esplorata dalla macchina da presa di Davies in una pellicola “in costume” che offre occasioni di riflessione e di sorriso. USCITA PREVISTA: 14 giugno 2018

 

chiave-di-sophia-il-sacrificio-del-cervoIl sacrificio del cervo sacro – Yorgos Lanthimos

Anche The Killing of a Sacred Deer – come l’originario 2001: Odissea nello spazio – si apre con un minuto di buio e, sulle note dello Stabat Mater di Schubert, veniamo poi calati in una tragica vicenda di espiazione e vendetta in modo brusco e disturbante attraverso l’inquadratura senza veli di un intervento a cuore aperto. Già il titolo, riferimento alla crudele tragedia euripidea Ifigenia in Aulide, allude a uno spietato dramma di sangue e di violenza. Steven è un cardiologo dalla perfetta vita borghese con una bella moglie e due figli, ma a loro insaputa si incontra con un ragazzo, Martin, fino a quando uno dei due figli, Bob, inizia a manifestare strani sintomi psicosomatici: la verità sulla loro relazione inizia così a venire a galla. USCITA PREVISTA: 28 giugno 2018

 

UN DOCUMENTARIO

diva la chiave di sophiaDiva! – Francesco Patierno

Tratto dal libro autobiografico di Valentina Cortese, “Quanti sono i domani passati“, il nuovo documentario diretto dal regista Francesco Patierno racconta la vita straordinaria di un’autentica istituzione del teatro italiano. In “Diva!” la storia di Valentina Cortese viene riletta attraverso otto attrici chiamate a dar voce alle sue parole. Un ritratto originale e insolito per approfondire non solo un grande personaggio della cultura nostrana, ma anche una donna che ha saputo precorrere in maniera unica il fenomeno del divismo italiano. USCITA PREVISTA: 7 GIUGNO

 

UN CLASSICO

kikujiro la chiave di sophiaL’estate di Kikujiro – Takeshi Kitano
Con il ritorno della bella stagione è d’obbligo (ri)scoprire uno dei film più noti del regista nipponico Takeshi Kitano. “L’estate di Kikujiro“, realizzato nel 1999, racconta la storia di un bambino abbandonato dalla madre e del suo incontro con un mafioso giapponese dal cuore d’oro. Un film sul significato intrinseco della maternità e della paternità, sul rapporto tra la chiusura della solitudine e l’apertura della relazione con l’altro, sul senso del comico, del riso, del gioco. La storia è una rielaborazione del classico canovaccio basato sull’incontro tra un bambino e un adulto e, pur non raccontando una vicenda particolarmente originale, colpisce nel segno per il suo incredibile senso di umanità, tipico della cultura orientale. Forse non la miglior opera di Kitano, ma senza dubbio uno dei grandi classici orientali da guardare almeno una volta nella vita.

 

UN FESTIVAL CINEMATOGRAFICO

asolo-film-festival la chiave di sophiaAsolo Art Film Festival
L’estate è, per eccellenza, la stagione in cui si concentra il maggior numero di festival cinematografici in giro per l’Italia. Tra questi va senz’altro annoverato l’Asolo Art Film Festival, giunto alla sua trentaseiesima edizione. Dal 6 al 10 giugno la città dai cento orizzonti ospiterà celebrità e volti noti del cinema e dell’arte internazionale. Tra i nomi di spicco di quest’anno ci sono l’attrice Piera degli Esposti, il direttore della fotografia Luciano Tovoli e il direttore della Mostra del cinema di Venezia, Alberto Barbera. Oltre sessanta i film in concorso, accompagnati da proiezioni speciali dedicate a grandi personalità come Caravaggio, Helmut Newton e James Brown. Un programma ricco di sorprese per un evento che punta ad accrescere il suo status di festival più antico in Italia per quanto riguarda il connubio tra arte e cinema. Da non perdere.

 

Rossella Farnese, Alvise Wollner

 

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Hikikomori: l’universo in una stanza

Un ritiro dalla vita sociale e da tutto ciò che la caratterizza. Ogni forma di comunicazione con l’esterno viene interrotta, la stessa identità inizia a vacillare sotto il peso del silenzio che l’isolamento porta con sé. Questi sembrano essere i denominatori comuni dell’hikikomori, fenomeno dilagante in Giappone che sembra stia assumendo i contorni di una vera e propria “piaga sociale” e le cui vittime sono soprattutto i giovani.

Hikikomori, espressione formata dalle parole hiku (tirare) e komoru (ritirarsi), fu coniato dallo psichiatra Saito Tamaki per definire l’autoisolamento tipico di un giovane che sceglie un luogo sicuro come la stanza della propria abitazione per fuggire dalla società e da tutto ciò che essa rappresenta, ma che con il passare del tempo diventa una vera e propria prigione di solitudine. Un esilio volontario che può durare mesi o in alcuni casi anche molti anni, un allontanamento da tutto ciò che costituisce e scandisce la nostra quotidianità: la scuola, il lavoro e le interazioni con gli altri e che spesso comprende anche la totale mancanza di comunicazione e relazione con gli stessi membri del nucleo familiare. Un allontanamento che rappresenta e la paura del confronto con tutto ciò che costituisce l’altro da sé, che si ritiene in quel preciso momento pericoloso per la propria psiche e che dà vita a una forma di fobia sociale. È possibile rintracciare i fattori determinanti che spingono un giovane nel pieno della sua forza fisica e psicologica a isolarsi tra le mura di casa, riducendo al minimo lo scambio con il mondo esterno? Un fenomeno come quello dell’hikikomori non può essere semplicemente associato a una comune forma depressiva, dal momento che ha delle specificità che lo rendono un fenomeno complesso dal punto di vista clinico e sociale.

L’aspetto sociale, sottolineato da molti sociologi e antropologi, riveste un’ importanza fondamentale e può essere delineato nelle sue forme generali. La cultura tradizionale nipponica è costituita al suo interno da gerarchie, ruoli sociali e familiari molto ben delineati che impediscono una mobilità sociale libera da vincoli. Il conformismo e l’omologazione sembrano i caratteri dominanti, dal momento che nella società giapponese l’individualità assume valore solo in rapporto alla collettività e al gruppo di appartenenza. Da questo punto di vista l’identità del singolo dipende ed è vincolata per tutto il corso dell’esistenza all’identità sociale e al riconoscimento all’interno della scala sociale. Il confucianesimo, dove il modello di società è rappresentato dalla famiglia, fa sentire senza dubbio la sua influenza. In tal senso, lo stato si configura come una grande famiglia, dove i singoli devono adempiere ai loro compiti solo rispetto al grande meccanismo sociale.

Il ruolo che riveste la famiglia è un altro tassello importante da considerare se si vuole indagare il fenomeno dell’hikikomori. Le famiglie di origine, infatti, soprattutto nei confronti dei giovani di sesso maschile, riversano grandi aspettative in termini di progettualità futura e realizzazione professionale: lo studio e il lavoro sono aspetti determinanti nella vita di un giapponese di classe sociale medio-alta. È proprio per cercare di sfuggire alle pressioni sociali che l’hikikomori cerca di preservare la propria integrità psicologica scegliendo l’isolamento. La perdita del proprio ruolo all’interno della società e della famiglia sgretola l’identità generando ansia, stress e senso di colpa. Proprio per questo la famiglia e le mura domestiche vengono viste dall’hikikomori come un vero e proprio rifugio. Sono le stesse famiglie che spesso, a causa della vergogna generata dal bisogno di salvare a tutti i costi le apparenze e dalla paura del giudizio altrui, non chiedono aiuto, minimizzando e nascondendosi dietro a una passiva indifferenza: «Il ragazzo in hikikomori rimane in famiglia, sta uchi (dentro), dove non è mai rifiutato, dove può provare vergogna senza essere biasimato, dove la sua rabbia è consentita e persino la violenza è accettata»1.

Solo costruendosi una realtà alternativa, il giovane che ha fatto della solitudine e del silenzio la sua scelta esistenziale riesce a sfuggire allo sguardo dell’altro e alla perdita totale della propria identità che quello sguardo rappresenta. Ecco allora che l’ “altro”, da occasione di dialogo, confronto e ricchezza per lo sviluppo della personalità, diventa una minaccia da cui fuggire.

Il fenomeno dell’hikikomori getta luce sui limiti di una società che ha fatto dell’economia e del prestigio sociale fattori determinanti per lo sviluppo del singolo, in cui, tuttavia, le attitudini e i desideri dell’individuo sfumano, schiacciate da un senso di appartenenza invalidante e dal peso dell’omologazione.

Greta Esposito

NOTE:
1. C. Ricci, Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione, p. 41-42

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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I sentieri del corpo: storie oltre il sintomo

#15marzo2017 #fiocchettolilla
Oggi, 15 marzo 2017, è la giornata nazionale contro i disturbi alimentari. Simbolo nazionale di una lotta che molti di noi vivono tutti i giorni, il 15 marzo non vuole unicamente dare voce alla battaglia contro un sintomo. Il fiocchettolilla, infatti, è espressione di una sofferenza abbandonata nel silenzio, un dolore che si manifesta attraverso l’uso del nostro corpo.
Ho voluto ricordarlo attraverso un racconto poiché credo che la penna sia un mezzo efficace per sentirci accanto al nostro prossimo. Per accarezzare quelle solitudini che non trovano le parole per dare voce al loro malessere. Ma, soprattutto, per accarezzare quella solitudine che vive dentro di noi. Perché, in fondo, è solo cominciando da noi stessi che possiamo raggiungere l’altro.

“Niente torna. Quando inizio a scrivere, perdo il filo. Il pensiero si disfa e si sbriciola. E insieme al pensiero, anche quella parola cercata e che avrei voluto proferire. Rimango con la bocca asciutta, come se stessi rincorrendo qualcosa contro vento.
Forse qualcuno.
Lo sai, vero, che ti rincorrerò per sempre? Lo sai che ti cerco?

Non so esattamente come sia successo. Eri sempre con me, al mio fianco. Non ci siamo mai lasciate. Quando gli altri voltavano lo sguardo altrove, tu eri lì. E mi stringevi la mano.
E allora, cos’è accaduto? Perché ti ho perso? Perché te ne sei andata via?

Era una mattina grigia. Un foglio di nebbia copriva ogni cosa.
Nuotavo, una bracciata dopo l’altra. Tu dov’eri? Perché sei sparita? Mi avevi promesso che saresti rimasta lì, per sempre.
Eppure, mentre tutto si dissolveva, è iniziato il tuo silenzio. E quando piangevo, non c’era più nessuno dentro di me che mi sussurrava di essere forte.
Da quando te ne sei andata, io mi sento sola. Triste. Alcuni dicono che sono una ragazza depressa. Ma perché per gli altri è tutto così facile? Che gusto ci provano ad appiccicarti addosso delle etichette?
Depressa. Rimango in silenzio. Mentre sento quella parola rimbombare nella mia mente. Respingendo il mondo che sta fuori.
Dove sei finita piccolina? Dove ti posso ritrovare?
Ho iniziato a fare degli incubi. Spesso, ci sei tu. Accarezzi la mia guancia pallida. Baci la mia fronte gelida. Mentre mi lasci andare, distesa sul letto di una palude. Un po’ come Ophelia. Te la ricordi Ophelia, vero? E quel quadro di Millais che ti piaceva tanto? Te lo ricordi, vero?
Non mi hai mai spiegato perché lo adorassi..
Ma io, io perché non mi risveglio da questo incubo? Sono anch’io Ophelia?
Lei è così bella… io, invece, ho solo tanto freddo.

La sai una cosa? Attraversare quest’incubo mi ha permesso di ritrovarti.
Se ti scrivo è perché ho imparato ad ascoltarti. A fermarmi quando non riesco più a nuotare perché sono esausta. A scrivere seguendo la voce del desiderio e non quella del dovere. A mangiare, quando sento i crampi allo stomaco e una mela non è più sufficiente. Ad amare. Sì, lo so, è incredibile. Sto imparando ad amare senza l’angoscia di perderlo ogni giorno e senza la paura di non poter sopravvivere senza di lui.

Lo ricordo bene quell’inverno gelido. Un inverno freddo come tanti altri, dopotutto.
Io, però, sentivo quel clima rigido con più intensità.
Sentivo il gelo dentro.

A volte, lo percepisco di nuovo. Insieme ai ricordi e alla paura di precipitare nel vuoto.
Non è tutto finito. Anzi. Ho capito che l’unica cosa che posso fare è conviverci.
Una convivenza difficile. Spesso ancora conflittuale.
Oggi, però, ci sono delle pause di pace. Questo, grazie alla persona che mi ha aperto il cuore.
Un cuore che allora credevo fosse di ghiaccio.

Non sentivo più nulla. Solo la voce di un controllo che mi rassicurava e che mi sussurrava di dover resistere. Da sola. In completa autonomia. Senza di te.
Per questo te ne sei andata, non è vero?
L’altro era diventato il pericolo. Ci apriva davanti la paura dell’imprevedibile. Il disordine. L’incontrollabile. Preferivamo non sentire, non mangiare, non baciare. Non amare.

**********

Ci sono giorni in cui, malgrado l’amore che ho vicino, l’imprevedibile bussa alla porta e sento di nuovo la paura. E allora vado a scuola, poi a nuoto, un’ora di scrittura, incontri di lavoro. Ma ce la faccio a finire tutto in tempo, vero? Ritorno a scuola, tengo una lezione a casa, ricomincio a scrivere, invio un paio di mail, rispondo a quelle ricevute. Apro le lettere dalla Francia. Vivo in sospeso tra i due mondi per un attimo. Mi rimetto a scrivere. Ma perdo il filo. Il pensiero si è inceppato.
A differenza di un “prima”, però, in cui tutto mi sembrava possibile, il mio “ora” è tracciato dai confini del limite. Cercando di accettarmi e di rispettarmi anche quando le cose non vanno bene. Quando sbaglio. Oppure quando fallisco.
Anche se, quando fallisco, l’incubo ritorna…
Perché lo stai rifacendo? Perché ti senti così vuota? È così bello vederti sorridere…
Ora sono io che ti parlo. Ero sparita, ma sei riuscita a riacciuffarmi. Non mi perderai di nuovo, te lo prometto. Abbiamo lavorato così tanto insieme. Non sprechiamo tutta questa fatica!
Sento che hai paura. E la sai una cosa? Anche io ne ho. Tanta. Ogni giorno. Ma questa volta, sarà diverso. Se cadi tu, ti rialzo io.
Ci devi credere però. La primavera arriva. Arriva da dentro. La potrai respirare e assaporare. Il suo arrivo sarà imprevedibile.
Percepirai un cambiamento dal cuore.

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]