Essere in buona salute e sentirsi bene nell’epoca delle biotecnologie

Un tempo la salute del paziente e i successi in ambito medico erano riscontrabili in termini quantitativi, ovvero l’oggettività scientifica costituiva il parametro attraverso il quale si riscontrava se la terapia messa in atto aveva ristabilito o meno lo stato di salute fisica del paziente.

Nel secondo dopoguerra, la medicina ha avviato una prima rivoluzione terapeutica debellando molte malattie infettive gravemente invalidanti o mortali; inoltre, l’applicazione del metodo sperimentale ha permesso l’allungamento della vita media. Negli anni, una seconda rivoluzione, quella biologica, ha consentito di iniziare a intervenire nell’ambito della nuova genetica.

Tali successi e innovazioni medico-scientifiche hanno reso dunque necessario un ripensamento dei contenuti del termine salute.

Nel 1948, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) diede una svolta al concetto di salute fino ad allora caratterizzato da un approccio paternalistico. La salute venne definita come uno «stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia».

Questa definizione annunciò il superamento del riduzionismo organicista e la valorizzazione della dimensione soggettiva. Quindi, la salute viene intesa anche come l’auto-percezione del singolo soggetto nei vari momenti della sua vita.

Ciò avrebbe quindi permesso di affiancare allo stato di salute oggettivamente rilevabile in termini clinici, il concetto di qualità di vita, frutto della percezione stessa del paziente, delle sue preferenze e valori. Il progresso scientifico-tecnologico in medicina avrebbe così favorito l’affermazione di tale parametro, da affiancare e valutare congiuntamente alla qualità delle terapie.

Ad oggi, non è possibile definire uno stato di salute tralasciando la percezione della persona stessa di trovarsi in uno stato di buona salute, oppure non prendendo in considerazione i fattori psicologici e morali relativi alla percezione di sé e del proprio benessere.

Sebbene focalizzarsi sulla persona, sulla valutazione integrale e multidisciplinare dei bisogni al fine di promuoverne dignità e qualità di vita, sia il punto di svolta della definizione dell’OMS, il raggiungimento di uno stato di completo e concomitante benessere fisico, psichico e sociale risulta oggettivamente utopistico.

Sposando tale definizione, pertanto, nessun essere umano potrebbe essere definito completamente “sano”. Inoltre, associare il benessere alla salute significa inevitabilmente legare il malessere all’assenza di salute; è tuttavia evidente che le cose non stanno così: il benessere e il malessere sono stati non stimabili effettivamente.

Di qui, la concreta difficoltà nel determinare all’unanimità la validità dei parametri oggettivi e dei fattori soggettivi che convergono nella valutazione della qualità di vita; ne deriva quindi la difficoltà di sapere a chi spetta stabilire i termini che la definiscono e la rilevanza da assegnare a ciascuno di essi nell’elaborazione delle scale di stima della qualità di vita.

Tale prospettiva può avere conseguenze rilevanti soprattutto per quanto riguarda la valutazione delle nuove biotecnologie e il loro impatto sulle nostre vite; la presenza di parametri soggettivi nella definizione dello stato di salute è indicativo non solo della rilevanza delle prospettive emancipatorie che caratterizzano le “nuove tecnologie della libertà” (libertà dalla malattia, libertà dal dolore, libertà da un determinato destino biologico, ecc…), ma anche delle sfide che il loro uso o abuso può comportare.

Infatti, gli ambiti specialistici maggiormente interessati da un’attenta valutazione della qualità di vita sono quelli in cui la conoscenza biologica, che si ottiene nei laboratori, è stata tradotta in tecnologia, ovvero in metodi, procedure e strumenti che possono modificare le nostre vite con lo scopo di migliorarne la forma o il funzionamento oltre quanto necessario per il recupero di uno stato di salute quantitativamente rilevabile.

Il passaggio da una concezione della salute intesa in senso puramente quantitativo, ad un’idea di salute intesa come benessere e ben vivere, avente al suo centro la capacità dell’individuo di prendersi cura di sé, comporta un rischio ben definito: un impiego ideologico del criterio di qualità di vita.

Il problema risulta essere quello di porre il principio di qualità di vita a fondamento della norma etica, permettendo ad ogni soggettività la gestione indiscriminata del proprio corpo e della propria vita, in conformità ad una visione del bene e della qualità di vita totalmente personali, dimenticando però che le conoscenze di cui oggi disponiamo richiedono una riflessione a tutto campo, universalmente condivisa.

Se da un lato non si può concepire una medicina priva del coinvolgimento dei desideri del paziente nel ripristino della sua salute, dall’altro è altrettanto necessario che i bisogni del paziente siano orientati da valori etici coincidenti con il rispetto della vita fisica, delle persone, dell’ “ecosistema” in cui viviamo. La ricerca scientifica e l’attività medica devono avere una finalità orientativa ben precisa perché senza un’etica della vita non può esserci una qualità di vita.

Ritengo dunque che la definizione epistemologica dello stato di salute dovrebbe essere accostata ad una condizione di equilibrio dinamico da creare tra il soggetto e l’ambiente umano, biologico e sociale che lo circonda, in maniera tale da poter affrontare, attraverso lo sviluppo di risorse interne, le condizioni di malattia.

 

Silvia Pennisi

 

[Photo credits Emma Simpson su Unsplash.com]

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L’arte è morta, viva l’arte! La nuova Biennale di Christine Macel

La Biennale d’arte di Venezia giunge quest’anno alla sua 57° edizione, proponendosi da più di un secolo come piattaforma – più o meno riuscita – di riflessione e di indagine, lasciando spazio all’arte di farsi linguaggio di ricerca e critica costruttiva del reale. Chiarisco subito che questo articolo non è una recensione alla Mostra, dato che non ho ancora avuto l’occasione di visitarla, ma vuole offrire una chiave di lettura e spunto di pensiero per chi poi deciderà di recarsi alla Biennale e farsi un’opinione propria.

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La mia riflessione ha inizio dalle parole di Christine Macel (a partire dall’interessante intervista su Artribune), che ha curato la Mostra Internazionale di quest’anno con il titolo Viva Arte Viva. All’esposizione internazionale si accompagnano poi le 68 partecipazioni nazionali, ognuna con la propria curatela indipendente.

Christine Macel ha voluto in primo luogo centrare l’attenzione sull’atto creativo dell’artista, un po’ demiurgo, un po’ alchimista della materia. Isolando l’arte da una finalità sociale e politica, l’accento è stato posto sul suo valore assoluto. Insomma, un ritorno all’arte per l’arte, per una Biennale quest’anno meno sperimentale o politica, e più filosofica.

Può essere difficile comprendere il valore d’indagine di un progetto estetico se questo appare nell’immediato come autoreferenziale: l’artista che parla di se stesso, la forma come linguaggio puro, la materia come soglia di analisi del sensibile.

Eppure è proprio nella quotidianità e nei valori collettivi che la dimensione d’indagine portata avanti da Christine Macel cerca il suo spazio, rivalutando il ruolo del pensiero e della progettazione, ma anche dell’istinto, come parti di un sistema di lettura del contingente. L’arte assume così il ruolo fondamentale di strumento d’immaginazione, perché, citando la curatrice, «per costruire il domani esso deve essere innanzitutto immaginato».

La Mostra si sviluppa dunque intorno ad una visione umanistica, intendendo con questo termine la capacità di riconciliare le diverse dimensioni dell’uomo e riconoscendo alle emozioni un ruolo fondamentale. Così la ragione è il processo mentale che deve seguire all’esperienza fisica ed emotiva.

Per Christine Macel l’arte è lo strumento più indicato per vivere la realtà in modo globale, secondo un’estetica idealista vicina al pensiero di Schelling, per cui l’esperienza artistica avvicina l’uomo all’assoluto. Dove il sentimento insieme all’immaginazione offrono un’alternativa al quotidiano e segnano la direzione per reinventare le nostre vite. L’arte diventa così «atto di resistenza, di liberazione e di generosità».

Riprendendo le parole della curatrice:

«L’arte di oggi, di fronte ai conflitti e ai sussulti del mondo, testimonia la parte più preziosa dell’umanità, in un momento in cui l’umanesimo è messo in pericolo […] È l’ultimo baluardo, un giardino da coltivare al di là delle mode e degli interessi specifici e rappresenta anche un’alternativa all’individualismo e all’indifferenza».

L’emozione va svelata e lasciata libera di esprimersi, diventando così un modo di conoscere alternativo alla mimesi. Si tratta di un ritorno all’istinto, perché nel mondo attuale, a quanto pare, l’atteggiamento puramente razionale non è più in grado di trovare le risposte e di proporre soluzioni. L’artista deve invece essere capace di reinventare la vita tutti i giorni.

Questa posizione tende però spesso a dimenticare un livello molto importante del fare artistico, ovvero quello di lettura. Nel processo creativo centrato sul soggettivismo, il più delle volte si offre al pubblico un messaggio criptico e di difficile comprensione. È pur vero che secondo un’estetica dell’idealismo la comunicazione è subordinata all’energia creativa, e l’opera d’arte assume valore per la sua stessa essenza, mentre la riflessione è solo una conseguenza accidentale. Bisogna poi vedere se un discorso di questo tipo funziona in relazione ad un evento come quello della Biennale, ricordiamo che la Macel per formazione professionale è infatti legata allo spazio museale (come prima curatrice del Centre Pompidou di Parigi).

Si può spostare l’analisi sul piano prettamente formale, per cui i diversi linguaggi artistici vengono indagati nella loro evoluzione storica, tra potenzialità e limiti. Un livello di lettura senz’altro interessante, che soddisferebbe soprattutto chi dell’arte ne ha fatto un mestiere, ma anche gli appassionati più attenti. Nel caso di questa Biennale tale direzione forse non è stata approfondita abbastanza, mancando, per esempio, una riflessione sul ritorno di questi tempi al pittorico e alla figurazione.

Christine Macel ha invece preferito un approccio più didattico creando un percorso narrativo attraverso i nove trans-padiglioni (e qui forse emerge un’eccessiva intenzione didascalica), che guidano il visitatore in un vero e proprio viaggio nel fare artistico. Ma la curatrice ha reso ben evidente la sua volontà di instaurare un dialogo costruttivo tra artisti e pubblico, attraverso due progetti del tutto innovativi in Biennale: il primo, Tavola aperta, prevede due volte a settimana la possibilità per il pubblico di partecipare ad un pranzo con un artista ospite (il tutto trasmesso in streaming sul sito della Biennale); il secondo, Pratiche d’artista, raccoglie una serie di brevi video realizzati dagli artisti per scoprire al pubblico la loro poetica e metodologia di lavoro.

Una scelta che trovo molto interessante e che rappresenta un passo avanti verso un’estetica dell’emozione – se così si può dire – più concreta e attiva, aperta alla partecipazione.

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Forse oggi mancano le avanguardie, i movimenti più politici e concettuali, che sebbene non siano stati in grado di cambiare il mondo, avevano comunque qualcosa da dire. E si assiste invece ad uno stato di apatia e dormiveglia nel mondo dell’arte. Ma l’arte non è morta, è solo giunto il momento per lei di riflettere su se stessa e capire come instaurare una maggior complicità con il pubblico. E forse è proprio quest’ultimo attore il potenziale fautore del cambiamento, in grado con la sua partecipazione di dare nuova vita all’arte, di stimolarla alla creazione e all’immaginazione di nuovi mondi, in una funzione più sociale e innovativa. Questo credo sia il punto centrale della riflessione della Macel, che propone una Mostra più laboratoriale. Insomma, nello stato caotico dell’arte contemporanea, credo debba essere comunque premiata la coerenza programmatica e di pensiero.

Poi, se l’arte è ancora in grado di dirci – e darci – qualcosa, resta certamente una domanda aperta, anche in questa Biennale. A ognuno la libertà di cercare le sue risposte.

Claudia Carbonari

[Immagini Courtesy of La Biennale]

 

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La tenacia tra Kierkegaard ed Hesse. Un ricordo per Giulio Regeni

«Sii te stesso è la legge ideale, per un giovane almeno; non c’e altra via che conduca alla verità e allo sviluppo. Che questo cammino sia reso impervio da innumerevoli ostacoli morali e altri impedimenti, che il mondo preferisca vederci rassegnati e deboli anziché tenaci: da qui nasce la lotta per la vita per chiunque abbia una spiccata individualità. Perciò ciascuno deve decidere per sé solo, secondo le proprie forze e le proprie esigenze, fino a che punto sottomettersi alle convinzioni, o piuttosto sfidarle»1.

A Copenaghen, poco meno di due secoli fa, il filosofo da molti considerato padre dell’esistenzialismo, Søren Aabye Kierkegaard, si rivelava al mondo letterario come fiero patriarca della categoria della soggettività nella sua costante e forte opposizione ad ogni forma di massificazione, al placido e sotterraneo schiacciamento della personalità.

Egli rendeva, tramite i suoi scritti, l’uomo del tempo (passato e presente) consapevole della luce che le gemme della volontà, del salto paradossale e del consapevole ribellarsi alla morale corrotta sprigionano all’interno dell’oscura e umida grotta dell’omertà, presso cui le anime più meste e timorose trovano temporaneo rifugio.

Oggi rileggendo tra le migliaia di pagine scritte di suo pugno si può scorgere in lui la volontà di elevare a nota più alta e fondativa, nel confuso spartito della vita, il suono roboante e spiazzante di quella tenacia che vede in Hermann Hesse, nel  Novecento, il suo più fertile rappresentante.

Si tratta di una tenacia tramite cui abbattere i muri del qualunquismo e della debole volontà di giustificare anche le più profonde e consapevoli nefandezze umane, relegandole a una volontà altra, in una sorta di inconsistente necessità predestinante nella quale ognuno dei cinque sensi viene, inspiegabilmente, a ricevere l’estrema unzione.

Hesse, ‘poeta dell’anima’ (come lui stesso era solito definirsi), si accosta, idealmente, al pensiero del filosofo danese, maieuta dell’esistenza consapevole e matura, in quella ricerca del sé che nel vortice, macchiato di tinte forti, del divenire umano si sviluppa nella metamorfosi o, meglio, in quel moto rivoluzionario che la crisalide compie da quel gelido e congestionato stato embrionale allo svelamento delle sue ali da farfalla, allegoria della libertà. Così la muta larvale dell’individuo esplode nello sbocciare della personalità.

Lo scrittore tedesco sostiene a gran voce l’importanza, nell’esistenza, della personalità autonoma, responsabile di sé, consapevole del proprio tribunale interiore.
E, proprio qui, questa riscontra la propria ricercata, naturale, ambita e fertile catarsi che solo una profonda coscienza di sé riesce a concedere.

Ricordando persone che, nel loro ambito (filosofico e letterario, in questo caso) hanno segnato un punto nella storia, hanno lasciato una traccia, un campo ricco di semi di cui prendersi cura, la mia mente si àncora ad un fatto di cronaca lacerante, e senza pace, vettore di grande (in)sofferenza, assai recente.

Penso agli ultimi mesi e ultimi momenti di vita di Giulio Regeni, alla sua intraprendenza, alla sua ricerca di una verità importante, non solo una ricerca accademica, ma una ricerca di un senso, nella vita.

Una ricerca che, se pur fenomenica, non va − come spesso accade − in direzione di sé, favorendoti un certo status sociale, i plausi delle persone o qualche altra debole e temporanea forma di tributo. No, questa storia, di cui si può sapere sempre più, spendendo anche solo qualche minuto al giorno sui vari motori di ricerca (in cui siamo sempre più impegnati), mostra al mondo l’importanza di scontrarsi con un quesito, un macigno pesantissimo, che nemmeno Atlante avrebbe potuto tollerare.

È una domanda che conduce al perché la ricerca della verità possa essere a tal punto ostacolata da macchiarsi di ore interminabili di tortura, di umiliazioni, di ignorante e malefico predominio; al perché la verità e la tutela di realtà che spesso vengono taciute possano aprire un varco in quel circolo infernale che si nutre di quel male che la stessa mamma di Giulio ha tristemente dovuto riscontrare sul volto del figlio, devastato da ogni forma di violenza.

La forza del ricordo è forse l’unico strumento che, portando in alto, dipanando sempre più la forza della voce delle persone a lui più care, che invocano giustizia e, soprattutto, verità (per sé, per noi, e soprattutto per lui), possiamo e dobbiamo utilizzare, diffondere e seminare ciascuno in sé e all’altro, non solo per impedirne la dimenticanza ma per vedere fiorire proprio ciò che forse Giulio andava cercando: la forza della verità, nella tenacia della sua ricerca.

«Per la terra vanno tante strade e vie, ma tutte hanno la stessa meta. Puoi cavalcare o camminare in due o in tre… L’ultimo passo devi compierlo da solo. Perciò, non c’e sapere o facoltà che valga come fare quanto e arduo da soli»2.

 

Riccardo Liguori

 

NOTE:
1. H. Hesse, Il coraggio di ogni giorno, Oscar Mondadori, Milano, 2011, pag. 3.
2. Ivi, pag. 45.

[Immagine tratta da Google immagini]

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Essere e Nulla

<p>Disegno Musumarra Prattismo La Chiave di Sophia</p>

Ciò che in prima istanza si pone davanti agli occhi è l’essere? Ciò che si fa percepire al nostro tatto, al nostro gusto e olfatto è l’essere? Cos’è quello che propriamente, a volte segretamente, cerchiamo se non l’essere del nostro interlocutore? Ma l’essere è o non è ciò che appare? Ne è una parte ben definita, intera, oppure è in una misura pari ad una numerazione periodica o semplicemente frazionata, qua e là, tra le mille cose che la nostra specie ha portato a compimento?

L’apparenza è già essere? Se sì, perché certe volte non basta? E se l’essere fosse un Nulla? Se non esistesse nessun essere e l’inconscia consapevolezza dell’uomo sull’inconsistenza, l’incoerenza, il mistero di questo ente-fantasma, fosse essa stessa la scintilla del Deus che imperiosamente personifica tutte le idee e le ipotesi immagazzinate, ponendosi come Spirito, Musa o Ispirazione nell’essere umano? Cos’è la spiritualità umana? Se questa nostra idea dell’Essere, se ogni suo particolare e genesi e struttura e corporeità fosse totalmente dispiegata nel nostro subconscio e che, psicologicamente, si manifestasse come desiderio, come pulsione, come momento organicamente propizio, e successivamente come pratica nel nostro Agire/Pratica nel/del reale? Proprio perché è un apparente Nulla incoscientemente svelato – ma non raggiungibile -, noi lo desideriamo, lo cerchiamo, lo vogliamo: si fa oggetto di desiderio perché apparentemente si cela, non è corporeo; questo sorta di cosa non la possiamo indicare ivi giudicare secondo gusto: è Essere, un imperioso e condizionante Sono fatto così. Allora questo è un Essere che è già svelato, seppure nel nostro puro apparire e fa gioco-forza sul Nulla sul quale poggia. Ma questo nulla è già Nulla, e l’essere che ne viene è Microcosmo, palliativo, dell’Universo che ci circonda; che poggia, sicuro, nel suo nulla come Socrate nel non sapere. Un Nulla che sostiene e protegge ciò che appare da tutto ciò che l’individuo dispiega come vero e dimostrabile e ancora come verità intelligibile e come chiave e ponte per l’al di là della personale apparenza: perché egli è nulla e chi vuole conoscerlo deve farsi esso stesso volontà del suo stesso Nulla; per conoscere l’Altro bisogna annullarsi e farsi Essere del nostro interlocutore, coglierne l’essenza e le variegate contraddizioni che si levano dal suo centro, dal suo Ego.

Ma cosa si eleva nello specifico? Tanti Oggetti, che, come cani feroci, aggrediscono le apparenze della nostra soggettività, sciogliendole dal velo della contraddizione, del dubbio e dell’ignoranza ricacciando le risposte alle nostre domande verso l’essere, verso un più saldo è così e così che, sebbene potenzialmente falso o temporaneo o celato o costruito, è certamente più stabile e plasmabile di un magnifico e cosciente, aperto, nulla: un essere che attraverso gli ideali e le dottrine e le scienze si pone una spanna al di là della sua apparenza, della sua soggettività ivi in piena contraddizione. Quest’ultima non può sciogliersi semplicemente in ciò che appare ma va cercata più in profondità; l’apparenza, e tutte le sue contraddizioni, è inaccettabile quindi si cerca l’essere tra le pieghe dell’apparenza, sostanzialmente perché la semplice equazione essere-apparire non basta; perché troppo semplice, troppo facile, troppo immediata. Morale, scienza, religione, società, giustizia, legge, libertà, amore, questi rinforzano la base, il nulla, dell’essere e mordono tutti i particolari che scintillano sulla nostra pelle, limano ogni nostro comportamento, e vogliosi, appaiono e si danno ai sensi del nostro interlocutore.

Tutto ciò che abbiamo oggettivizzato dà una via di fuga dall’apparenza, da ciò che è evidente ai sensi e al nostro corpo – da ciò che è evidente persino a noi stessi che ci scrutiamo e ci specchiamo negli occhi del nostro interlocutore o tra le mura della nostra intimità -; sono rifiuti eleganti e colti all’apparenza che viene fuori dalla corporeità, dalla soggettività, ed al contempo i distintivi delle nostre capacità comunicative e del nostro ruolo all’interno della società. Ma il nostro apparire non viene spazzato via in toto; la nostra soggettività non viene demolita, ma limata, oggettivizzata. Le apparenze si rafforzano di Oggetti, cacciando le contraddizioni della soggettività – ivi anche l’unicità della nostra sintesi io-altro-mondo – verso il nulla e profondo Essere: qui, in gabbia, la nostra soggettività, trema e scuote i nostri archetipi; la società non vuole soggetti, ma oggetti e in quanto tale non rimane altro che gettarsi fuori nelle arti, nella musica, in amore, in guerra o nell’idealismo e nella trascendenza. Ma l’essere quindi che fa? Protegge e dà all’apparenza una via di fuga, un nuovo inizio, un nuovo via? Magari oggettivizzandola, rendendola più Sociale? Di certo protegge le nostre performance sociali qualora queste vengano smascherate: l’essere è una superficie che fornisce archetipi e stereotipi sempre nuovi ma che trovano fondamento su tutto ciò che il reale ha fornito e fornisce ogni giorno. L’essere così è un retroscena di ciò che appare, è una finzione, un nulla di comodo dentro il quale rifugiarsi quando tutto ciò che trasuda dalla nostra superficie entra in contraddizione con sé stessa ed in tensione con l’atmosfera circostante. L’essere ciò che si è è ciò che pretendiamo quando siamo innamorati; un Nulla in pieno svolgimento.

Salvatore Musumarra

[Immagine tratta da Google Immagini]

Dagli incisi non si scappa, parola del pigro

Avete ragione, devo ammetterlo, le migrazioni che coinvolsero i nostri antenati conterranei non hanno niente a che vedere con questa massa zingara – anche gli zingari adesso?! – e indisciplinata che oggi si accinge a bussare – magari bussare!! –  la porta del nostro giardino; un’oasi così ordinata e pacifica che rischia in un prossimo futuro di essere calpestata e di vedersi assediata da quei fastidiosi bivacchi nauseabondi – non è proprio da cristiani starsene così come pezzenti, questi svergognati che chiedono l’elemosina con un mano e con l’altra tengono uno smartphone – che infestano con il loro miasma contagioso la nostra aria. In attesa che l’ultimo sistema matematico e scientificamente ineccepibile, gli hotspot, sia applicato in modo tale da poter “esternalizzare”, un termine utilizzato dal giornalista squinternato Luca Rastello nel suo pseudo libro d’inchiesta La frontiera addosso, questa mandria di barbari pronta a rubarci il lavoro, gli uomini – le donne dell’est mietono innumerevoli vittime dicono – ed a stuprarci le donne – quello dello stupro ce l’hanno proprio di razza –; occorre trovare un metodo per fermare un’altra tipologia di flusso migratorio – un altro, ma basta!!! 30 euro al giorno anche per questi? -, ben più sordida e vigliacca: la migrazione delle parole scritte!

Pare che queste siano difficili da scovare perché non si possono intercettare in quanto non seguono la consueta linea telefonica. Sono a tutti gli effetti dei soggetti invisibili, clandestini – soggetti?! Le parole!? Anche loro clandestine? – da individuare. Come fare vi chiederete, voi che state negli incisi – si, si proprio noi –; beh un antecedente storico ci sarebbe. Nella prima metà del secolo scorso frasi estrapolate da missive come Dimmi mamma! che vita è la mia?? Il destino mi ha separato da tutti i miei cari, tengo per unico amico la solitudine, e con essa tanti giorni tristi”, scritte di proprio pugno dai molti nostri connazionali emigrati – eh si, eravamo sempre povere vittime dei soprusi altrui –, rappresentavano un vero e proprio pericolo – no, aspetta, gli emigrati italiani un pericolo? Ti ripeto che, nonostante il nostro virtuosismo, ci lasciavano morire di fame – per la società perché svelavano una certa soggettività, abbastanza radicata devo ammettere, capace di sconfessare quello che ogni giorno i giornali scrivevano sul loro conto, appunto sui migranti – ma avrà avuto le proprie ragioni, l’italiano intendo, a lamentarsi, non credi? –.  Alcune cose,  per questo motivo, è meglio che non fuoriescano poiché delegittimerebbero alcune strategie volte ad esautorarli della propria identità – non bisogna occultare la verità, riconsegniamo l’onore che gli spetta -.

Ad esempio, solitamente gli immigrati che ci vendono quelle fastidiose cianfrusaglie ai lati della strada li consideriamo stupidi, per il lavoro che fanno, o ignoranti, per quell’accento stonato e infantile che imprimono alla nostra lingua, o ancora pericolosi, per le malattie che ci portano e per le cinture piene di bombe che indossano – eh infatti, chi ci dice che non si intrufolino anche i terroristi nei barconi?-. Ci siamo mai posti il problema che le nostre considerazioni possano essere errate? Abbiamo mai avuto un dubbio che le loro differenze non siano di natura oppositiva rispetto al nostro stile di vita ? Beh, un tentennamento, una tentazione in questo senso l’ho provata proprio davanti a queste parole –  perché? di chi sono? Un altro nostro emigrato? – : “Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca del tuo amore che o riuscirò in fine ad amarti o morirò annegato. Giardiniere, apri la porta del giardino; io non sono un ladro di fiori, io stesso mi son fatto rosa, non vado in cerca di un fiore qualsiasi”.

Sono versi di un giovane afgano che potrebbero evidenziare una qualche forma di sensibilità e raccontare di una situazione disperata –  bah, ma quale disperazione! Molti di loro sono anche migranti economici, lo dicono gli esperti – dove la vita e la morte sono separate da una porta. Ecco, se queste parole, come le tante testimonianze naufragate nel mediterraneo, venissero a galla, forse il barbuto musulmano col turbante al lato della strada assumerebbe un’altra dimensione, più completa. Forse –  Non credo proprio, è palese che siano degli incivili. Lo confermano anche le nostre nonne e i nostri amici che questi occupano i marciapiedi, puzzano e nel caso avessero una casa, questa subito la lascerebbero marcire con i loro riti medievali. Sono animali! –. In ogni caso, teniamole nascoste e blocchiamole alla frontiera queste parole, anche se le vostre risposte, voi signori degli incisi, mi fanno capire che tenete già idee chiare, salde e giuste. Non cambiatele. Rilassatevi. Tanto come dite voi, carissimi abitanti degli incisi, sono animali, punto e basta.

 

Non c’è verso insomma, con la pigrizia bisogna sempre farci i conti sul terreno dell’informazione. Buona dormita a tutti.

Ringrazio Giovanni Stella, un emigrato schedato originario di Treviso giunto in Argentina nel 1926, e Zaher Rezai, un tredicenne afgano che nel 2008 morì sotto le ruote di un camion nei pressi di Mestre, per le loro parole senza documento.

Fonti:

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario politico centrale, b. 4950, fasc. Giovanni Stella.
  • Per quanto riguarda Zaher Rezai, vari articoli consultabili on-line.
Marco Donadon
[Immagine tratta da google immagini]

 

La coscienza cosciente

 

La coscienza desta, la vita desta, è un vivere andando incontro, un vivere che dall'”ora”, va incontro al nuovo “ora” […]. Il tempo è la forma ineliminabile delle realtà individuali. Husserl

Il tempo è per noi, è per il mondo o il tempo è per se stesso?

Husserl è il filosofo che maggiormente si avvicina alla concezione temporale che sto piano piano cercando di formulare nella mia testa dai tempi dell’Università.

Egli compie un’analisi fenomenologica del tempo. Egli intende andare oltre il tempo matematico della fisica newtoniana, cercando le risposte all’interno della coscienza umana. Infatti, per Husserl, occorre che anche la psicologia, per studiare l’uomo nella sua totalità, si allontani dall’oggettività della natura e consideri l’uomo come io-nel-mondo, attraverso l’analisi della coscienza umana, la cui vera essenza viene a coincidere con l’atto del trascendere (1).

Husserl chiama ‘il più difficile di tutti i problemi fenomenologici, il problema dell’analisi del tempo (2)’ .
Il punto di partenza di Husserl è l’allontanarsi dal tempo obiettivo, sia fisico che psicologico, perché la fenomenologia non si occupa del tempo reale. Non bisogna, però, confondere il tempo interiore della coscienza, o tempo fenomenologico, con il tempo psicologico; quest’ultimo è un concetto oggettivo appartenente alla psicologia, scienza empirica, il primo è il tempo vissuto, ovvero visto dalla soggettività come un ‘farsi’.

Il tempo e lo spazio, così come vengono intesi dalla psicologia, infatti, per Husserl non sono in grado di spiegare l’intenzionalità della coscienza, condizione di ogni soggettività umana.
Il tempo soggettivo privato, di contro a quello della fisica, non possiede alcun carattere di fondamento: solo una durata intrinsecamente reale può costituire il concreto fondamento immanente della nozione di tempo e di divenire (3).

Ma ciò che accogliamo… è il tempo che appare, la durata che appare in quanto tale. Queste però sono datità assolute, di cui sarebbe insensato dubitare. In effetti, finiamo anche con l’assumere un tempo che è, ma questo non è il tempo del mondo dell’esperienza, bensì il tempo immanente del flusso di coscienza (4).

La struttura del vissuto temporale presentata da Husserl è, dunque, composta dai momenti intenzionali del farsi del tempo vissuto che non corrispondono al presente-passato-futuro, ma al praesentatio, retentio, protentio attraverso cui l’uomo può darsi passato-presente-futuro; la praesentatio − essere ora, limite che congiunge ritensioni e protensioni − racchiude in sé l’essere da un passato e l’essere verso un avvenire, che non sono altro che le ritensioni e protensioni (5).

Queste tre dimensioni intenzionali non esprimono, quindi, il tempo reale ma quello vissuto, attraverso cui l’uomo può esprimere le proprie esperienze. Ogni dimensione non è uno stato temporale ma un continuo ‘fuori di sé’ (6).
Secondo Husserl, per definire l’unità di un accadimento vissuto, interviene, dunque, sempre l’intenzionalità, poiché è il significato complessivo della percezione temporale che definisce il senso di un accadimento presente che è sempre analizzabile attraverso il presente-presente (l’impressione), l’appena-passato (la ritensione), e ciò che-sta-per-accadere (la protensione). Infatti, ritensione e protensione vivono grazie all’impressione poiché essa è l’unica in grado di far essere ciò che non-è-più e ciò che non-è-ancora. Nel presente si formano nuove protensioni, che si conservano poi nelle ritensioni per poi perdersi nel passato. Husserl evidenzia anche la differenza tra ritensione e rimemorazione (7): nella seconda avviene una ri- produzione dell’esperienza passata, dunque è una ri-presentazione dell’intero vissuto; la ritensione è l’andare nell’‘appena passato’ della prima impressione ed appartiene alla praesentatio, grazie alla quale ha modo di esistere.

La relazione tra presente, rimemorazioni e aspettazioni è, dunque, la seguente: i contenuti del presente dischiudono quelli delle ritensioni e delle protensioni, perché la praesentatio esprime un passato che trattiene − ritensione − ed un avvenire che proietta − protensione − (8).
Dunque, si può osservare che le caratteristiche del tempo, secondo Husserl, sono l’unicità, la continuità, la linearità, l’irreversibilità e l’infinità.

Con questa concezione del tempo si rende evidente il fatto che si ha una successione infinita di campi temporali, verso il passato o verso il futuro in quanto il flusso della coscienza è visto da Husserl come un continuum. Da qui ne consegue che il flusso della coscienza del tempo è un vero e proprio cambiamento continuo.

Con Husserl si ha, così, una concezione propriamente fenomenologica del tempo derivante dalla concezione di intenzionalità della coscienza; un pensiero che si scontra con la psicologia del tempo che non guarda l’uomo nella sua dimensione trascendentale ma solo in quella oggettiva della natura.

Ho scelto Husserl come modello di riferimento per la concezione del tempo, perché riconosce l’esistenza della soggettività di contro all’oggettività rigida della scienza…è come riconoscere l’Uomo prima del tempo.

1/5/6/8 U. Galimberti, Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli, Milano, 2006, pp. 193-194 2/4 E. Husserl, Vorlesungen zur Phänomenologie des inneren Zeitbewusstseins (1897-1917), Husserliana (Hua), Bd. X, Haag, Martinus Nijhoff, 1966 p. 276; trad. it. Alfredo Marini, Per la fenomenologia della coscienza interna del tempo, Franco Angeli, Milano, 1981, p. 280

3/7 G. Ustori, Considerazioni fenomenologie sul tempo: Husserl ed oltre, pubblicazione Internet sul sito www.hieros.it/ustori.htm, p. 3
Valeria Genova
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