Il Fedone: il dialogo platonico della morte come inno alla vita

«Non appena ebbe detto queste parole, trattenendo il respiro, bevve fino all’ultima goccia, senza alcun segno di disgusto e con facilità. E i più di noi che fino a quel momento eravamo stati capaci, sia pure a fatica, di non piangere, come lo vedemmo bere e che aveva ormai bevuto, non ne potemmo più. E anche a me, contro la mia volontà, sgorgarono a fiotti le lacrime, e, nascondendomi il volto, piangevo: piangevo me stesso e non certo lui, piangevo la mia sventura; piangevo di quale uomo come amico sarei rimasto privo».
Platone, Fedone, 2000.

Il Fedone è il dialogo platonico che descrive la morte di Socrate e le ore che la precedono. Egli, che per tutta la vita si è occupato del bene morale e della conoscenza autentica, berrà la cicuta – destinata alle persone nobili – e attenderà con orgoglio l’ora in cui la sua anima potrà librarsi in volo.

Nonostante la velata tristezza che percorre tutta la narrazione, ciò che emerge con forza è il sorprendente significato della morte quale compimento della vita. Fedone ha avuto la fortuna di presenziare alle ultime ore di vita di Socrate, raccogliendone le discussioni, che riferisce a Echecrate. I giorni che precedono la sua morte sono occasione per il Maestro di tirar le somme di una vita di ricerca: solo l’anima purificata dal corpo e dai sensi ingannevoli può ambire alla verità. Ecco allora spiegate la serenità e la gioia con cui Socrate si accinge allo scacco finale. Il vero filosofo non deve rattristarsi di morire, perché sa che l‘uomo è la sua anima e il corpo lo strumento di cui essa si avvale. Per questo la morte non lo colse affatto impreparato.

La prima parte del dialogo, dunque, è incentrata sul viaggio dei viaggi, quello di una vita dedicata alla conoscenza autentica, alla filosofia. I viaggi fisici possono essere degli eventi che scatenano idee o, per meglio dire, delle intuizioni da inseguire. Camminare, procedere nello studio e nell’osservazione, navigare trasportati dal vento della doxa (opinione) non sono però azioni sufficienti; anzi, esse rischiano di allontanarci dalla verità. Occorre una “seconda navigazione”, molto più lenta e faticosa che consiste nel passaggio dall’osservazione naturalistica ad una filosofia puramente razionale, libera da qualsiasi legame terreno. È la combattuta scelta di Odisseo il quale rinuncia alla vita paradisiaca nell’isola di Calipso per tentare l’ardua traversata dell’abisso su una zattera e raggiungere cosi la sua amata Itaca.

«Amici miei – disse – su questo conviene riflettere: se l’anima è immortale, bisogna avere cura di essa, non solo per questo tempo della nostra vita, ma anche per la totalità del tempo, e considerare che il pericolo, ora, sembrerebbe terribile se non si ha cura di essa» (Ivi).

Poi, però, si assiste a un cambio della guardia: il Socrate storicamente esistito – quello che non ha concesso ad alcun artificio letterario di appesantire le sue parole, di ingabbiare il volo dei suoi discorsi – lascerà pian piano il posto al Socrate platonico, impegnato a dimostrare in modo rigoroso e razionale l’immortalità dell’anima e l’esistenza di un mondo ideale dove essa è destinata a tornare. Platone ci descrive il mondo delle idee come se esse fossero l’orizzonte ultimo cui mirare, e al valore etico dell’anima immortale si aggiunge una valenza fortemente ontologica.

Socrate sa, ma incalzato da domande vuole dimostrare razionalmente il perché di tanta sicurezza e lo fa attraverso tre prove dell’immortalità dell’anima: la prova dei contrari – se dalla vita viene la morte, dalla morte deve venire la vita, nel senso che l’anima rivive dopo la morte del corpo –; la prova della reminiscenza – se la conoscenza umana è reminiscenza di verità già conosciute è necessario che l’anima sia stata prima corpo –; infine la prova della partecipazione: l’anima, in quanto soffio vitale, è vita e partecipa dell’idea di vita, pertanto non può accogliere in sé l’idea della morte.

Platone, pur regalandoci forse alcune tra le più belle pagine del suo lascito filosofico proprio nel Fedone, ha dovuto fare una scelta difficilissima, quella di ingabbiare nella scrittura le parole del Maestro, rischiando di ucciderlo a sua volta. Ma che cos’è questa se non la più potente dimostrazione dell’immortalità dell’anima? Socrate, ucciso fisicamente e metaforicamente a più riprese, vive ancora oggi con una forza senza precedenti.

 

Erica Pradal e Simone Bortolini

 

[Photo credit Andras Kovacs via Unsplash]

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Le impronte di Socrate e Gesù sulla strada della conoscenza

Fin dalle sue origini, il cammino dell’uomo è stato segnato dalle impronte di grandi personaggi i quali, procedendo a passo più o meno veloce, hanno contribuito a plasmare la via, talvolta indirizzandone l’andamento, altre rivelando un senso nascosto.

Nel pensiero di alcuni di essi, pur essendo vissuti a distanza di secoli l’uno dall’altro, sono riconoscibili dei tratti universali, dei valori intramontabili dovuti alla capacità che solo i grandi maestri hanno, di essere fuori dal tempo e perciò accomunabili. Sto pensando a figure come Socrate e Gesù, personalità capaci di gettare i semi di un movimento d’uscita, un venir fuori da luoghi fisicamente chiusi, metafora di pensieri e ragionamenti autoreferenziali da abbattere per aprire la via alla conoscenza autentica.
Socrate è uscito dai luoghi accademici, ha fatto della strada lo scenario dei suoi dialoghi (anche il termine dia-logos indica un movimento) e, attraverso il metodo della maieutica, la stessa che la madre levatrice utilizzava con le partorienti, ha aiutato umili persone a partorire grandi ragionamenti.
Gesù è uscito dal tempio. Consapevole che il sabato aveva preso il sopravvento sull’uomo, ha preferito le strade, le piazze, i colli. Lungo la via ha trovato la gente vera; la strada non appartiene al ricco né al fariseo ed è proprio qui che l’uomo può spogliarsi di tutto ciò che lo imprigiona e ritrovare se stesso.

Ecco, ritrovare se stessi. Appare chiara la somiglianza fra il Conosci te stesso di Socrate e l’Ama il prossimo tuo come te stesso di Gesù. L’intento di entrambi è di invitare gli uomini a rivolgere lo sguardo alla propria interiorità, a comprendere che l’apertura verso l’altro e la conoscenza del mondo non possono prescindere dall’amore verso se stessi. Non in senso autocelebrativo, ma come presa di coscienza delle proprie potenzialità e dei propri limiti. Stimarsi significa saper dare il giusto peso – la giusta stima, appunto – al proprio bagaglio interiore. Il Conosci te stesso socratico diventa allora un invito a svuotare la propria anima delle certezze sclerotizzanti, per ritrovare il desiderio della ricerca autentica. Nei dialoghi il saggio non impartisce lezioni, ma cammina fianco a fianco del servo e lo conduce alla conoscenza in modo naturale, direi necessario.

Anche Gesù rinuncia al pulpito e trasmette così un messaggio chiaro: non accumulate nozioni sull’uomo, siate uomini. È proprio trattenendo morbosamente i beni terreni, infatti, siano essi denaro o certezze, che gli uomini si allontanano dalla propria natura, da se stessi. Illudendosi di essere eternamente mortali, essi rinunciano all’autentica immortalità. «Beati i poveri in spirito», dice Gesù e con questa semplicità – perché spesso le cose importanti sono semplici – ci smuove, ci obbliga a spogliarci di tutto ciò che abbiamo costruito attorno a noi appositamente per non riconoscerci. Nudi davanti a noi stessi ci sfida a trovare il coraggio di sostenere lo sguardo e camminare dritti.

Cos’è, questa, se non una tacita presa di posizione? Non è forse un’irrinunciabile scelta di libertà? La stessa libertà che ha portato entrambi a confrontarsi con la morte. Nessun compromesso avrebbe potuto salvarli perché il compromesso era esso stesso morte. Gesù avrebbe dovuto rinnegare se stesso, Socrate la propria integrità morale.

Ho riflettuto spesso sul fatto che nessuno dei due abbia lasciato qualcosa di scritto. In realtà, non esistono neppure certezze definitive sulla loro esistenza storica. Nel suo libro Socrate, Gesù, Buddha Fréderic Lenoir afferma che «in assenza di ritrovamenti archeologici e testimonianze storiche concordi e provenienti da fonti diverse, gli storici non sono in grado di affermare con assoluta certezza l’esistenza di questi tre personaggi. Ciononostante tutti concordano nel ritenere “altamente probabile” che Socrate, Gesù e Buddha siano davvero esistiti, malgrado l’assenza di prove tangibili, come documenti firmati o tracce concrete direttamente trasmesse alla posterità. Per quale motivo?»
La risposta è fin troppo evidente. Se avvertiamo ancora il bisogno di dimostrare l’esistenza terrena di questi grandi maestri, se stiamo ancora rovistando tra le scartoffie alla ricerca di prove tangibili, significa che i rinchiusi siamo noi. Siamo noi incapaci di abbandonare i banchi accademici, di aprire le porte del tempio e uscire sulla strada. È lì che possiamo trovare le loro tracce.

Il pensiero, l’esempio, la forza delle idee, l’amore per la vita in tutte le sue sfaccettature hanno superato il personaggio storico e sono arrivati fino a noi. È questa la loro autentica grandezza.

 

Erica Pradal

 

[Photo credit Pierre Bamin via Unsplash]

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Filosofia e visione del mondo

Riguardo la presunta inutilità della filosofia di risolvere i problemi dell’esistenza umana ormai si è scritto molto, ma vale la pena prima di tutto chiederci come avvenga la nostra conoscenza del mondo esterno.

Avviene senza dubbio attraverso le percezioni, o impressioni: esse sono uno strumento immediato, potente, ipersensibile; solo la loro successiva rielaborazione ne permetterà la trasformazione in idee. Quanto sopra descritto è la forma mentis del movimento empirista inglese che ebbe prima in Locke e poi in Hume, i suoi due più grandi esponenti; quest’ultimo, in particolare, elevò il pensiero empirista a tal punto che, forse senza volerlo, lo completò di un inquietante scetticismo. Per il suo credo filosofico il problema ha origine proprio dalla “catalogazione” delle idee derivanti dalle impressioni percepite con i sensi. La ragione procede all’ordinazione tramite la loro somiglianza, contiguità di tempo e/o spazio od apparente causalità, andando in tal modo a formare le nostre credenze. Lo stesso evento oggettivo è quindi analizzato ed interiorizzato dallo stesso apparato ma di persone diverse, ognuna con categorie proprie e differenti sia per numero e qualità, così da far acquisire al fatto in sé una valenza “finale” soggettiva. La nostra ragione non può fare altro che cercare delle soluzioni solo relativamente all’idea, anzi alla catalogazione che gli abbiamo assegnato, tutta soggettiva, semplificandone certamente l’interpretazione ma non permettendocene una completa visione.

Il paragone, metodo così tanto caro ai filosofi, è quello di dover osservare un oggetto; solo l’unione dell’osservazione a diverse “distanze focali” ci potrà offrire un quadro veritiero della realtà. L’utilizzo sragionato ed estremo dell’apparato visivo diventa quindi uno strumento inefficace. Anche le idee spinte al loro estremo, portano alla loro negazione? Diversi filosofi ne erano convinti ed è pure la mia impressione che ogni sistema, valore, credo e strumento spinto all’estremo porti in sé il seme della propria distruzione. Allo stato dell’arte, ad ogni livello, le spinte risolutive verso i grandi problemi che si presentano sono troppo spesso tanto più potenti, miopi e settoriali quanto più grande e totale sia il contesto da affrontare. Questo aspetto ha anche una valenza psicologica, pare ormai mancare da più parti la presa di coscienza che non tutto è sotto il nostro totale controllo e dominio.

Non ci è più concesso il diritto di non sapere o perlomeno dubitare di qualcosa, come “il tafano” Socrate, all’alba filosofica di questo nostro mondo andava facendo e predicando con saggia umiltà. Sicuramente, sulla base di quanto sopra esposto, sarebbe auspicabile invece tendere ad avere una visione più generale e meno miope, senza per questo sconfinare nella rassegnazione sofista, in una sorta di agnosticismo intellettuale. Nietzsche usò un azzeccatissimo paragone per l’esistenza umana: siamo come un cammello, che dovrà diventare martello, e che infine potrà scegliere come un fanciullo, immagine dell’Übermensch (Oltreuomo, non Superuomo, attenzione). Poco importa se per fare questo non saremo coerenti, cercare variegate soluzioni alle difficoltà dell’esistenza ha instillato il seme della buona incoerenza! Si noti, nulla a che vedere con l’incoerenza opportunista figlia della ricerca del facile consenso del branco e delle circostanze. La cattiva novella è che una destinazione sicura e certa non c’è, la buona novella però sta nel fatto che la rotta c’è e sta nel capire che la realizzazione della teoria di Nietzsche esposta non solo non è totalmente necessaria, ma nemmeno totalmente auspicabile. Quello di cui abbiamo quanto prima bisogno, a mio avviso, è di una coscienza critica e di un sincretismo ideologico volto a superare ogni forma di pensiero che abbia la pretesa di voler essere totale, assoluta e dogmatica, cercando, nella mutevolezza dei fenomeni, l’apparente sua dimostrazione.

Abbiamo osservato tramite semplici ragionamenti quanto mendaci siano le nostre credenze, le nostre idee. Dopo 2500 anni e più di Filosofia dovremmo avere il dovere, di fronte ad un assortimento così vasto di pensieri, di prendere spunto laddove riteniamo opportuno farlo, senza vincoli ideologici, temporali e religiosi: questo sarebbe un estremo atto d’amore alla filosofia, al libero pensiero, al mondo, al tutto. Vivere in un positivo e stimolante dubbio cercando individualmente una risposta che paradossalmente sappiamo essere parziale e non definitiva oppure assopiti e fatalisti, sposati all’altare della ragione con idee che giorno dopo giorno, ad essere sinceri, riconosciamo essere parte del problema, sia quello percepito, fin troppo vicino agli occhi, sia quello ben più grande, al di là del velo di Maya di schopenhaueriana memoria? Rispondendo alla domanda iniziale, quindi, nel caso della prima ipotesi, la risposta è certa: la filosofia non solo è utile, è assolutamente indispensabile!

 

Amos Bonato

Amos Bonato, 41 anni, abita in un paesino ai piedi del Monte Grappa. Di formazione tecnica, é da qualche anno appassionato di filosofia e psicologia.

 

[Photo credit Tobias Bjerknes su unsplash.com]

Su Stoner e Socrate: riflessioni tra vita pubblica e privata

Cosa ti aspettavi?” si chiede Stoner, protagonista dell’omonimo romanzo di John Edward Williams (uscito nel 1965, in Italia edito da Fazi editore), arrivato alla fine della sua vita, allettato, malato, ormai serenamente incosciente. Si aspettava una vita più maestosa? Eppure ha potuto fare ciò che amava: studiare e insegnare. Benché convinto d’esser stato un insegnante mediocre, è stato in realtà molto di più. Prima che la morte arrivi la sua identità gli è chiara: è quello che è, che è sempre stato, un docente a volte intimidito dai suoi studenti e dalla sua stessa passione per la letteratura. Ma, anche, un uomo che ha conosciuto l’amore, seppur brevemente e in età matura, e ha sperimentato frustrazioni e miserie all’interno del suo matrimonio. Un padre che sì, è stato mediocre, pur amando molto sua figlia.

Stoner è un romanzo che fa riflettere fino al parossismo, alle lacrime, alla disperazione più cupa. E commuove: commuove quel libro rosso, ormai spersonalizzato, che al termine del romanzo cade nel silenzio d’una stanza vuota.
È un’opera che porta a riflettere sul biografismo, a chiedersi quanto le vicende private siano importanti, quando parliamo di uomini “grandi”. Ogni docente, come Stoner stesso, sa bene che quello che certi monumentali personaggi hanno fatto in ambito letterario, filosofico, storico o scientifico-matematico, potrebbe non corrispondere alla medesima grandezza su di un piano esistenziale. Le vite di alcuni grandi uomini sono umili, silenti, insignificanti. Come quella di Stoner.

Talvolta invece, come accade per il filosofo per eccellenza, Socrate, la biografia s’abbina alla perfezione alla grandezza “professionale”, in questo caso filosofica. Cittadino, padre, marito e perfino soldato modello, un maestro che non voleva essere tale ma lo era, non fosse per il suo modo di portare alla riflessione e alla criticità parlando e domandando. Anche Socrate era un insegnante perché, come afferma Stoner, diceva quel che sapeva – nel suo caso nulla, conscio di non sapere.

Anche altro li accomuna: non fanno viaggi esplorativi o di piacere, vivono per tutta la vita nella loro città. Sono le loro menti a viaggiare, sulle onde della sapienza, della cultura, della poesia, del pensiero. Entrambi, inoltre, sembrano equilibrati: Socrate grazie alla ragione (intellettualismo etico) e Stoner grazie alla sua routine fatta di università, lezioni, libri, studio.

A Stoner però manca l’onestà intellettuale e il rigore morale intriso di coraggio che troviamo in Socrate. Questo perché in Socrate le idee corrispondono alle azioni: c’era coerenza tra ciò che predicava e ciò che attuava. C’era una corrispondenza tra il suo privato e il suo pubblico, mentre in Stoner pubblico e privato sono separati da una cesura che crea sofferenza, disagio, che causa uno spostamento della percezione, come dimostra l’episodio in cui, una sera d’inverno, l’insegnante si reca nel suo studio all’università. Lo trova surriscaldato, apre la finestra e si siede per godersi il freddo pungente. Pensa di prendere un libro per leggere ma qualcosa lo rapisce: la neve, il suo biancore, quel silenzio spettrale che si porta dietro. A rapirlo potrebbe essere stata la sua identità spezzata, in bilico tra il dignitoso docente e il marito-padre-uomo bistrattato, umiliato, accantonato.

In Stoner c’è pochissimo di socratico, in Socrate mancano timore, timidezza, lucida umiltà che contraddistinguono Stoner. Eppure le due figure s’accostano l’una all’altra portando a porsi domande sulla vita personale e professionale. Su quello che lasciamo in questo mondo. Che sia una famiglia fallita o un libro rosso che ha voluto dire tanto e che verrà dimenticato. Che sia un esempio di coerenza e filosofia, etica e correttezza, coraggio e insegnamento.

«Sentiva che finalmente cominciava a essere un insegnante, ovvero un uomo che semplicemente dice quel che sa, traendo dalla sua professione una dignità che ha poco a che fare con la follia, o la debolezza, o l’inadeguatezza dei suoi comportamenti privati» pensa Stoner a metà della sua vita.
In Stoner biografia ed esistenza universitaria-letteraria sono due metà lontane, incapaci di comunicare. La prima misera, non importante, la seconda pregna di dignità e soddisfazione, tanto che Stoner si spegne quando si profila il suo pensionamento all’orizzonte. Tanto da dire, durante una cena commemorativa: “Se non fossi stato insegnante...”, ma non termina la frase. Ringrazia semplicemente per esserlo stato.
Forse anche Socrate si sarà domandato “Cosa ti aspettavi?” prima di bere la cicuta, consapevole che avrebbe preso congedo da tutto, persino da se stesso.

Molti di noi si chiedono: “Cosa mi aspetto dalla vita?“. Durante l’adolescenza si sogna in grande, si è invincibili, si crede d’avere tutto il tempo per realizzare qualcosa di grande, a livello privato e pubblico, oppure privilegiando uno solo dei due aspetti.
Quando si approda all’età adulta quell’invincibilità viene meno lasciando spazio al realismo. C’è chi, però, continua a sentirsi “grande d’una grandezza latente”, come diceva Italo Svevo, e un po’ si cela dietro a questa scusa, aspettando che qualcosa gli accada. Un po’ come Stoner che è trasportato dagli eventi. C’è poi chi agisce, senza accontentarsi ma sempre scavando e interrogando, come Socrate.
Cosa ci fa sentire più realizzati? Una felicità privata o una pubblica? Se una manca, si va per forza incontro al fallimento?
Come sempre, siamo noi a dover cercare le risposte.

 

Francesca Plesnizer

 

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Una citazione per voi: Socrate e la ricerca di sé

 

• CONOSCI TE STESSO •

 

Conosci te stesso (gnōthi seautón) è una delle espressioni filosofiche più conosciute e diffuse. Sebbene lo si riconduca spesso a Socrate, che incitando a conoscere e seguire il proprio daimon ne fece un vero e proprio stile di vita, il detto risale a ben prima e non se ne conosce la vera origine.

Si dice che conosci te stesso fosse l’iscrizione del Tempio di Delfi in cui chiunque nell’antica Grecia poteva cercare consiglio dall’oracolo sulle azioni migliori da intraprendere. Conosci te stesso è però attribuita anche ad alcuni dei primissimi saggi e filosofi: Talete, Biante, Chilone (che l’avrebbe ricevuta in risposta a una sua domanda proprio dall’oracolo) e altri.

Ciò che resta sicuro di fronte a questi confusi elementi storici è che “conosci te stesso” ha trasceso questo o quel filosofo o e i relativi pensieri. L’espressione non solo si è diffusa nella cultura greca classica ma ne ha plasmato l’identità, permeandone ogni aspetto e mostrandoci ancora oggi quel volto della grecità.

Anche la cultura romana se ne ispirò: nosce te ipsum divenne presto il suggerimento di pensatori e autori per iniziare il percorso verso la verità (pensiamo a quanto ci tramanda sant’Agostino: «è nel profondo dell’uomo che risiede la verità»).

Conoscere se stessi sin dalle origini ha comportato molti altri pensieri ed atteggiamenti ad esso connessi: il vivere secondo misura, la ricerca della realizzazione personale, della connessione con la spiritualità e molto altro. Per questo non mancano nemmeno oggi i riferimenti a questa massima, che continua a ispirare e incoraggiare qualsiasi ricerca verso la verità non solo interiore, ma del mondo stesso.

 

Luca Mauceri

 

[Immagine modificata tratta da Twitter]

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Socrate in Hannah Arendt: perché la politica si è allontanata dalla riflessione filosofica?

Sembra essere quanto mai un problema attuale il progressivo allontanarsi della filosofia dalla politica e dalla vita pratica, assistiamo alla messa in disparte di una riflessione che nasce dal singolo uomo e che mira alla sua emancipazione.
La filosofia occidentale sembra sia pensata come mera speculazione lungi dal poter essere presa in considerazione per un’analisi politica, poiché sembra non possa offrire alla vita pratica soluzioni contingenti.

Nel 1956 ci troviamo solo a pochi anni dalla caduta di un regime che aveva negato ogni tipo di riflessione intellettuale al singolo, se non quella imposta dal regime. È proprio in questo anno che la filosofa Hannah Arendt si immette in un complesso dibattito sul ruolo della filosofia nella pratica della politica e tiene un ciclo di lezioni dedicate alla figura di Socrate. Socrate sosteneva che ogni cittadino ha una sua opinione che è germinale e trova il suo fiorire grazie al confronto con la società che lo circonda. Questa opinione non deve essere oscurata, anzi deve essere guardata da più punti di vista grazie al dialogo con gli altri portando ad avere uno sguardo d’insieme sulle opinioni altrui. Il compito della politica per Socrate è contribuire allo sviluppo dell’opinione del singolo in vista della crescita della società, la politica deve favorire il confronto di idee. L’opinione vera non è unica, normativa e riposta in un singolo individuo, ma ogni opinione è preziosa per la costruzione di una verità collettiva. La condanna di Socrate per la Arendt segna il definitivo distacco dell’ambito politico dalla riflessione filosofica mettendo in luce una falla nel sistema giudiziario che è costituito da opinioni di singoli.

Platone ne L’apologia di Socrate, secondo la Arendt, si ripropone di cambiare rotta rispetto al maestro. Il filosofo non si fida più delle leggi dello Stato, delle opinioni dei singoli che avevano causato l’ingiusta condanna. Dal momento che le opinioni portano ad errori, a queste viene sostituita l’idea che è normativa, unica.
Si assiste così all’omicidio del dialogo.

Una riflessione del genere porta la Arendt a vedere lo stretto collegamento con l’epoca in cui ha vissuto.Il pensiero socratico per un regime totalitario è pericoloso, deve essere osteggiato, perché in tal modo ogni cittadino è consapevole, ha peso all’interno dello Stato. Ogni cittadino è parte della coscienza comune dello Stato per Socrate. Tutto questo non poteva essere funzionale ad un regime che mira alla censura, alla cancellazione di ogni tipo di diversità. La politica del regime totalitario non è più al servizio del singolo, ma è una politica che paralizza, stereotipa il singolo. Il singolo non ha la possibilità di sopraelevarsi attraverso il dialogo, gli viene negata la formazione della sua stessa coscienza. Dal processo ad Eichmann la Arendt aveva potuto appurare che i singoli che facevano parte del regime lavoravano costantemente eseguendo degli ordini, non veniva lasciato loro il tempo di chiedersi cosa effettivamente stessero facendo e soprattutto perché. Ciò è dimostrato emblematicamente dalla risposta di Eichmann alla domanda sul perché si fosse reso parte di un genocidio, la sua risposta fu: “ho eseguito gli ordini”. Il male sembra derivare da una mancata riflessione sul proprio agire e da una mancata formazione di una coscienza personale.

Ancora oggi dinanzi a genocidi recenti come quello dei Curdi si parla di una mancata formazione di coscienza comune. Perché il quadro storico sociale descritto dalla Arendt continua a perpetrarsi nella storia come una sorta di eterno ritorno di eventi? La risposta può essere trovata nel pensiero di Bauman che afferma di trovarsi in un momento in cui «il vecchio muore e il nuovo non può nascere»: cioè un momento storico in cui è impossibile il miglioramento perché sono le istituzioni stesse a negarlo. Ancora una volta i cittadini non riescono a trovare spazio e voce e se la trovano vengono osteggiati. Non ci resta che trovare una soluzione nell’educare i futuri membri della società alla riflessione e alla politica intesa come riflessione stessa sulla vita dell’individuo, educarli al confronto ed al dialogo. La speranza è che i futuri influenzino le istituzioni e le sensibilizzino ad un futuro diverso e ad una creazione di una società più umana.

 

Francesca Peluso

 

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Creta, Dioniso e la nascita della filosofia

Dioniso è una divinità molto complessa, capace di demolire le difese dell’ego e portare alla condivisione universale. In lui si riversa la pulsione animale e l’anelito al divino, il maschile e il femminile, l’eros carnale e l’ascesi, il turbine delle emozioni più ancestrali e la contemplazione dell’estasi, la discesa negli spazi reconditi e scandalosi dell’anima e la liberazione da essi. Dioniso è simboleggiato nel toro, nel serpente, nel capro o nel satiro, altri suoi simboli sono l’edera, la vite (sarà Bacco per i Romani) e altro ancora, insomma, una molteplicità che ci narra della sua impossibilità a giacere nell’univocità.

Oggi manca un riferimento simbolico così potente nel riunire gli opposti e liberare dall’oppressione del quotidiano. Non ci rimane che interrogarci sulla sua provenienza, per comprendere meglio cosa ci manca.

Nel mondo minoico-miceneo di Creta va ricercata l’origine del suo culto, come scrive anche Giorgio Colli1. Questo ci porta a entrare nel mitico labirinto di Minosse, dove incontriamo anche Arianna e il Minotauro. Il mito che qui si offre potrebbe essere il più antico e fondante della cultura greca, mille anni prima del suo apogeo. In questo misterioso cosmo ebbero origine i caratteri fondanti di quella sapienza che darà poi origine alla filosofia. Nietzsche ha avuto il merito di dissotterrare il dionisiaco e scoperchiare la sua sconvolgente potenza.

Il legame di Dioniso con la filosofia si svela attraverso un racconto tra storia e mito.

Il popolo minoico fu così chiamato dal nome del mitico re di Creta, Minosse, che fece costruire il labirinto per imprigionare il Minotauro, una sorta di alter ego dionisiaco, mostro mezzo uomo e mezzo toro, partorito dalla moglie. Questo mito ci arriva così maneggiato dalla cultura greca e per noi la civiltà minoica non ha voce; quasi cancellata da catastrofi naturali, i suoi resti furono assorbiti dagli invasori, i Micenei.

Il labirinto, riconducibile alla struttura intricatissima dei palazzi minoici, è una figura centrale. Esso simboleggia probabilmente la sfida dell’enigma, il percorso tortuoso e sfiancante della conoscenza, la cui insidia è quella di far smarrire o divorare l’essere umano mentre tenta di emanciparsi dalla sua animalità attratto dall’ammaliante possibilità di elevarsi a dio attraverso il possesso della conoscenza. La tensione dialettica tra le polarità apparentemente inconciliabili della bestialità e della tensione al divino, è il filo, dionisiaco, che conduce alla sapienza.

Chi era il sapiente? «Essere sophos significava essere radicato nell’Assoluto, essere attraversato dall’eternità, ed essere-uno… con l’origine di tutte le cose»2, come nel caso di Eraclito, Empedocle o Pitagora, o tutti gli altri che si collocano prima dello spartiacque: Socrate, l’ultimo sapiente prima che l’impresa della conoscenza si depositasse nella scrittura. La scrittura è percepita come un potenziale inganno perché il sapere è materia viva, dinamica e fluida, si presta al lavoro del confronto, si arricchisce nello scambio umano, con il dialogo e la critica. La filosofia nasce invece come forma letteraria fondata sulla logica raziocinante e rifugge dall’oscurità enigmatica dei sapienti.

La nascita della filosofia si congiunge al declino della sapienza perché se la razionalità tende a essere calcolante e produttrice di ordine, si allontana dal lato oscuro della mente umana, spalancato all’abisso del caos, dove gli opposti convivono e lottano tra di loro. Il sapiente sa sfidare questo abisso e uscirne arricchito, ma esiste una possibilità anche per tutti gli altri. Questa è nel dionisiaco che si offre attraverso pratiche collettive di culti e misteri in cui la condivisione tra adepti consente quella fuga dall’individualità funzionale alla visione liberatoria che il sapiente raggiungeva attraverso percorsi conoscitivi diversi.

Dove la collettività sperimenta rituali di condivisione e fuga dal quotidiano, ma anche quando il singolo abbandona la propria configurazione individuale e temporanea per ricongiungersi al tutto, lì appare il dionisiaco. Di tutto ciò non possiamo che constatare un’enorme assenza, visto il nostro esser consegnati alla logica della ragione senza spazi istituzionali, al di fuori della religione, per coltivare la dimensione più intima, ma collettiva, del nostro io. Questa dimensione è talmente sconvolgente che l’io sparisce, perché in fondo al tunnel c’è l’uno, il tutto, la miscela incendiaria degli opposti. Solo nell’esperienza mistica possiamo ritrovare qualcosa di simile oggi, ma lungi dall’essere un’esperienza collettiva, essa perlopiù rimane qualcosa di individuale.

Alla fine, Dioniso è il filo conduttore di una storia lunghissima, albeggia in civiltà remote e si dissolve nel Cristianesimo, tuttavia non è scomparso nelle trame delle religioni orientali. Egli è sempre pronto a svegliarsi grazie al suo potere: quello di legare tutto assieme e offrirci un momento di liberazione attraverso pratiche che attendono solo di essere cercate e che potrebbero forse lenire la diffusa malinconia della nostra società.

Sull’esempio di Alice nel Paese delle Meraviglie, osate passeggiare sul prato dove nasce la filosofia e poi tuffatevi nella prima cavità per un viaggio nel suo sottosuolo!

 

Pamela Boldrin

 

NOTE:
1. G. Colli, La nascita della filosofia, 1975, p. 25.
2. A. Tonelli, Sulle tracce della sapienza. Per una rifondazione etica della contemporaneità, 2009, p. 33.

[Immagine a cura dell’autrice]

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Socrate e la filosofia come esercizio di morte

Che cosa accadrà al momento della nostra morte quando i nostri occhi si chiuderanno per sempre e i nostri polmoni esaleranno l’ultimo respiro? Precipiteremo in un sonno senza sogni oppure ci sarà qualcos’altro ad attenderci magari dopo esserci liberati del nostro corpo?

Queste sono solo alcune delle domande sulle quali sin dall’antichità l’essere umano si interroga. Da allora il mondo è cambiato e benché si siano fatti grandi passi avanti in campi come la medicina, la morte è ancora qualcosa che non ci piace, qualcosa con cui ancora non abbiamo imparato a convivere. Ciò avviene molto probabilmente perché l’essere umano tende per sua intima esigenza a volersi spiegare ogni fenomeno, in quanto la conoscenza produce in lui un forte senso di sicurezza; al contrario, l’ignoranza di fronte alla morte e a quello che ci potrà accadere una volta sopraggiunta, provoca disagio e spaesamento. Questo stato apre il campo alle supposizioni, ai timori che in alcuni casi possono condizionare la nostra vita e quella di chi ci sta intorno.

Per ovviarli, per impedire che essi non ci consentano di vivere appieno, in nostro aiuto ci viene un pensatore vissuto nell’Atene del V secolo a.C: Socrate. All’interno del Fedone, Socrate viene descritto da Platone nei suoi ultimi istanti di vita a dialogare in mezzo ai suoi discepoli. Li conforta, ricordando loro di stare sereni e li esorta a continuare la propria vita nella ricerca filosofica perché solo il vero filosofo è colui che è pronto e disposto a morire in ogni momento: «Tutti coloro che praticano la filosofia in modo retto rischiano che passi inosservato agli altri che la loro autentica occupazione non è altra se non quella di morire e di essere morti. E se questo è vero, sarebbe veramente assurdo per tutta la vita non curarsi d’altro che della morte».

Quello che a Socrate preme far capire, e che risulta ancora oggi per noi una lezione importante, è che la fede e la speranza con cui il filosofo affronta la morte non sono altro che la logica conseguenza e la suprema affermazione dei princìpi in base ai quali egli ha regolato tutta la sua vita. Abbandonare la fede sarebbe contraddire l’intero carattere della vita passata; poiché, anche se il mondo lo ignora, la vita del filosofo è un lungo tirocinio in vista di essa. Solo egli sarà in grado di accettarla in modo sereno senza angosce e rimpianti: «Il mondo magari potrà dire di conoscere assai bene tutto ciò, sa che i filosofi sono creature vive a metà, e che è un modo per favorirli quello di eliminarli tutti. Soltanto su un punto sbaglia: non comprendere il senso in cui il filosofo, usa la parola morte».

Tale pratica filosofica si sviluppò nel contesto della più celebre scuola ateniese, l’Accademia platonica. Essa consisteva nell’usare la riflessione (logos) e le sue procedure, la dialettica, per operare sottilmente nell’individuo il distacco dell’anima dal corpo ancor prima dell’evento-morte. Il filosofo si rende ben presto consapevole che se vorrà intraprendere la vera ricerca della conoscenza dovrà tentare di sfuggire dalla fallibilità dei sensi e cercare di arrivare così a una verità più esatta e sicura.

Finché rimarremo legati al corpo, prosegue Socrate, è possibile avvicinarsi al bene supremo soltanto nella misura in cui l’anima concentrandosi su sé stessa e lasciando da parte ogni attenzione su di esso, aspetti pazientemente il giorno destinato per portare a compimento la liberazione. Quando ciò avverrà, potremo sperare, essendo divenuti intelligenza pura, di apprendere la realtà nella sua sostanza. È per questo che solo il filosofo, potrà considerare la sua vita come un vero e proprio tirocinio in vista di essa.

La concezione che sta alla base del dialogo è che vi è per l’uomo un bene supremo il quale, per sua stessa natura, non può essere ottenuto in questa vita. La migliore è pertanto quella diretta a prepararci alla piena fruizione di questo bene, al di là dei limiti imposti dall’esperienza temporale. Ciò significa che la vita più alta per l’uomo mentre è sulla terra è un vivere-morendo, un processo di liberazione dal vecchio per divenire nuovo. Questo perché il supremo fine del filosofo non è quello di fare cose, ma piuttosto quello di gioire di fronte alla visione di una realtà a cui egli diviene simile man mano che la contempla.

Ciò non ci deve condurre a pensare che Socrate ci stia invitando a una vita di astinenza puramente negativa in attesa che sopraggiunga la morte; lo scopo di queste rinunce è quello di rendere la vita dell’individuo migliore, purificandola da tutto ciò che le potrebbe impedire di raggiungere il suo obiettivo. La vita filosofica dunque non è una vita condotta nell’ozio e nella più tragica indolenza, ma una vera e propria missione alla quale bisogna scegliere di aderire oppure no.

Quindi, ascoltate Socrate, siate filosofi, vivete la vostra vita con coraggio e temperanza, curate la vostra anima e ricercate la saggezza, nella speranza, una volta morti di raggiungere quel bene supremo e conquistare così l’eternità.

 

Edoardo Ciarpaglini

 

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Il mondo sottosopra: i filosofi e gli altri

Un interessante fraintendimento mostra in che mondo viva un filosofo rispetto a un non filosofo.

Mi sono di recente imbattuto in diverse persone per cui, nell’ambito di una discussione, si dice che un tema è stato affrontato a un “livello alto” o che nella discussione si è “rimasti alti”, se chi parla vuole far intendere che il confronto o l’argomento è rimasto generale, astratto, non è sceso nel dettaglio o nella situazione particolare.

Questa espressione sarebbe in effetti coerente con altri modi di dire usati per indicare una situazione che invece si prospetta concreta o realistica: “avere i piedi per terra”, “non volare alto”, “toccare con mano”, ecc. Tutte espressioni che rimandano al toccare e al poggiare, in antitesi a tutto ciò che ricordi, appunto, il livello più alto (la “testa fra le nuvole”, per capirci).

Dopo aver usato a sproposito la frase ed essermi procurato non pochi fraintendimenti – pensando che “rimanere alto” indicasse invece la maggior precisione di qualcosa – ho sentito che ciò che stavo pagando non era un banale errore ma un percorso logico ben preciso seppur di senso opposto, segnato dall’atteggiamento filosofico al mondo. In filosofia, o presso chiunque contempli in genere, lo sguardo rivolto in alto, ai livelli più elevati, eterei, apparentemente astratti, non è sinonimo di generalità e vaghezza, ma al contrario completezza, precisione, padronanza e dunque concretezza e realismo massimi. Affrontare un discorso al livello più alto significa potersi destreggiare nei suoi meandri, nei suoi dettagli, nelle sue sfumature e dunque conoscerlo molto bene, vederlo nella sua totalità, allo stesso modo di chi guardando una città dall’alto sa scorgerne ogni meandro senza perdersi. Solo conoscere qualcosa permette di astrarci sopra. “Volare alto” sarà allora segno che qualcosa è ben conosciuto, in caso contrario staremmo nella sua parte più concreta e visibile. Ulteriormente a mia discolpa, la mia mente azzardava un inconscio parallelismo tra la concretezza del toccar con mano e dell’aver i piedi per terra, con espressioni tipo “essere terra terra”, che vogliono solitamente disprezzare e allontanarsi da un atteggiamento sempliciotto e ottuso. A maggior ragione il “restare alto” rappresentava un traguardo dignitoso ed elevato.

Tutt’oggi resta celebre l’aneddoto dell’ancella che derise Talete per essere inciampato in una pozza d’acqua mentre osservava il cielo. Ancora poco si pensa che tra i due era Talete a conoscere il cielo, a volare alto su di esso, cioè a comprenderlo nella sua essenza. Con lo sguardo rivolto in basso, anziché al livello più alto, avrebbe evitato una presa in giro, ma non avrebbe conosciuto nulla.

Senza sospendere la mente e il pensiero in modo da mescolarli all’aria, che è della stessa leggerezza, non avrei mai potuto fare scoperte esatte sui fenomeni celesti. Se me ne fossi stato a terra a osservare da laggiù le cose di lassù, non ci sarei mai arrivato1.

Questo dice il Socrate ironicamente ritratto da Aristofane, che nonostante la presa in giro, trasmette l’atteggiamento che il pensatore deve per forza assumere per poter raggiungere certe cose. Questo modo di approcciarsi al mondo – identico a quello di Talete e di molti altri ancora – è ciò che segna i filosofi nella loro quotidianità e che, in una sorta di inversione vitale, rende il loro atteggiamento eccentrico e apparentemente sconnesso dagli altri.

Certamente alla fine sono stato io ad aver aggiustato il tiro delle frasi che utilizzo e le ho adeguate per come le usano in quel contesto. Nonostante questo, non posso però che rivendicare i motivi per cui ho potuto usare un’espressione nel suo senso contrario: perché contrario è spesso percepito il mondo di regole che fanno parte del filosofo.

 

Luca Mauceri

 

NOTE:
1. Aristofane, Le nuvole, Rizzoli, 2001, p. 135.

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