“Stiamo cambiando pelle”. Intervista a Remo Bodei

Abbiamo incontrato il Professore Remo Bodei in occasione del Festival Filosofia, le cui attività si articolano entro lo spazio delle tre città di Modena, Carpi e Sassuolo.

Il professore è stato per molto tempo docente di Storia della filosofia ed Estetica alla Scuola Normale Superiore di Pisa, è stato visiting professor in molti atenei internazionali ed attualmente insegna filosofia allo UCLA di Los Angeles. Ha inoltre pubblicato numerosi libri e saggi dei quali gli ultimi due nel 2016. I suoi studi si sono concentrati sull’idealismo tedesco, per poi ampliare gli orizzonti alla filosofia della storia e alla cultura filosofico-letteraria romantica, dalla quale emerge in particolare il binomio antitetico ragione-passioni, tema che ha spesso coinvolto il pensiero filosofico.

Nel corso dell’intervista che segue, abbiamo cercato di approfondire alcuni dei preziosi spunti contenuti nella lectio magistralis che ha tenuto nell’ultima edizione del Festival.

 

Professore Bodei, vorremmo iniziare da una suggestione che arriva dal suo ultimo libro Limite (Mulino, Bologna 2016), in cui riferisce che la filosofia moderna, da Locke fino a Kant, si interroga incessantemente sui limiti dell’intelletto umano, cercando di stabilire quali siano i limiti tra il conoscibile e l’inconoscibile. Secondo lei la filosofia contemporanea attorno a quali limiti si interroga?

I limiti variano col tempo: da Locke a Kant erano quelli dell’intelletto umano, si ricercava fin dove l’uomo potesse conoscere, avendo come base l’esperienza e la scienza. Fin dove la metafisica o la fede potessero estendersi. Oggi i problemi sono diversi e sono costituiti dall’incontro tra le varie culture e civiltà del mondo, in quanto si è rinunciato ad un’idea che valga per tutti, che poteva essere rappresentata dalla stessa forma di conoscenza. Un altro limite è segnato dalle biotecnologie: com’è che l’uomo si trasforma? Come si possono scoprire degli aspetti della natura umana che prima non c’erano? È la questione dell’artificialità e del post-umano. Un altro limite è segnato dalla comunicazione e dalle tecnlogie dell’informazione e di come queste possano trasformare persone e culture. Per certi aspetti si cerca il superamento dei limiti, per altri si cerca invece di stabilire dei confini che sono stati incautamente violati e che bisogna ricostruire: non siamo sicuri di avere una morale saldamente condivisa e per questo si cerca, ad esempio, di evitare che tutto sia permesso: da attraverso la spesso fraintesa espressione della morte di Dio, Nietzsche s’è accorto che non possono più sussistere regole insindacabili perché espresse da Dio: sono gli uomini che devono darsi regole credibili e solide, e di questo – Nietzsche lo capiva – non siamo stati capaci. Viviamo in una morale provvisoria permanente, che non è di per sé un male ma ci pone in una situazione difficile.

Un’altra posizione indubbiamente difficile e complessa è quella da lei evocata durante la sua lectio magistralis di Modena: la lotta contro se stessi pare essere un confronto drammatico per ritagliarsi un proprio spazio nel mondo. Secondo lei tra le sfide che l’uomo contemporaneo deve affrontare c’è anche quella che lo vede in cerca del suo posto nel mondo? Se sì, a che prezzo?

Trovare il proprio posto nel mondo è sempre stata un’impresa che ha riguardato gli uomini sin dall’età della preistoria: semplicemente cambiano questioni e limiti. Orientarsi oggi in un mondo così complesso e cangiante rispetto a quello della tradizione è più difficile o – per meglio dire – diversamente difficile: bisogna muoversi su d’un piano globale interconnesso e, d’altro canto, in un mondo che cambia continuamente e pone un problema di adattamento.

A proposito della complessità del nostro mondo: uno dei suoi tratti generalmente più riconosciuti è la liquidità, la quale – più di ogni altro – sembra dare un’illusione di libertà. In che modo la fluidità delle relazioni sociali e personali può aver compromesso la stabilità del tessuto sociale contemporaneo?

Questa caratteristica di liquidità egregiamente messa in luce da Bauman, per cui dall’inizio degli anni ’80 ad oggi sembra che non vi sia nulla di solido è una proposizione enunciata da Marx e Engels nel Manifesto del Partito Comunista: tutto ciò che è solido si squaglia. In questa situazione, con le difficoltà del terrorismo e della crisi finanziaria, stiamo scoprendo che il mondo è molto più duro e molto meno liquido di quanto pensavamo. Anzitutto abbiamo la necessità di trovare i limiti, di riconoscerli e comprendere come far fronte alla nuova rigidità della nostra esistenza.

In questo contesto sociale e politico così complesso, che ruolo crede abbiano le passioni umane, calate in un’epoca dominata da una tecnica che, sempre più a fondo, modifica i contesti e i soggetti che vi abitano?

Le passioni hanno sempre costituito un valore per il vivere comune: bisogna tuttavia distinguere tra le varie forme di passione. Noi viviamo in un’epoca in cui le passioni sono state sostituite dai desideri: questi non sono altro che passioni declinate al futuro, quindi passioni che non sono legate a qualcosa che, tradizionalmente, ha dei limiti. Abbiamo delle passioni che, in quanto proiettate verso il futuro, sono elastiche e procedono avanti. C’è poi una dimensione legata alle passioni private come l’amore (messe in risalto dalla modernità e dal Romanticismo) a cui fa da contraltare un declino della dimensione pubblica: in parte ci si richiude in se stessi davanti alla durezza dell’esistenza, in parte c’è una crisi delle passioni democratiche legate agli ideali di uguaglianza tra gli individui.

Secondo lei l’assenza di una bussola per l’agire comune piò dipendere dalla perdita di senso della nozione di bene comune? Se sì, crede che sia oggi possibile ricostruire tale nozione?

La nozione di bene comune è sempre stata da un lato un’aspirazione ideale e dall’altro una sorta di ingannevole prospettiva con cui si sono mascherate tutte le forme di soppressione: i totalitarismi del ‘900 hanno predicato un bene comune che, in realtà, si è rivelato un bene per certi tipi di classi, di individui. L’esistenza di un orizzonte che superi l’individuo segna il problema di trovare la strada per cui esso diventi effettivo e non diventi una maschera che serve a legittimare dei comportamenti che perseguono beni non comuni ma parziali.

Questo è un problema che sembra ripercuotersi anche nella dimensione individuale; nel suo libro Immaginare altre vite: realtà, progetti, desideri (Feltrinelli, Milano 2013) ricostruisce il ruolo fondamentale che ideali e modelli hanno giocato nelle dinamiche di costruzione di sé. Secondo lei a quali ideali, modelli si può ricorrere? Ve ne sono?

In generale questi modelli sono cambiati abbastanza recentemente perché in precedenza il nostro mondo (limitato, occidentale, europeo) questi ideali erano legati alla realizzazione di se stessi, alla possibilità di avere una soddisfazione in un mondo che, per certi versi, ha rinunciato all’al di là e richiede dunque che si possa trovare godimento nell’arco dell’esistenza fisica degli individui. Dopo il fallimento di certi regimi completamente laici, i quali ritenevano che l’uomo potesse, nell’arco dell’esistenza storica, trovare il proprio compimento, questi modelli si sono indeboliti ed è tronato il bisogno di trascendente e anche delle religioni: talvolta è tornato in forme piuttosto violente, come nel caso degli islamisti. Stiamo cambiando pelle: c’è un tentativo di ritrovare una soddisfazione che non è solo di questo mondo, non solo secondo una matrice religiosa ma anche estetica, secondo la maniera di Foucault per cui si fa di se stessi un’opera d’arte e si ha un’estetica dell’etica, si diventa come statue, si cerca di far vivere la bellezza nell’etica.

Lei da anni conduce parallelamente un’opera di ricerca filosofica e un’azione di divulgazione molto importante. Crede che il rinnovato e generalizzato interesse per le questioni della filosofia sia connesso con i bisogni del senso comune a cui si riferiva prima?

Penso che nell’esistenza delle persone, da quando ciascuno di noi è un bambino, ci si pone delle domande sul perché si esiste. Sono domande alle quali, a un certo punto, ci si rifiuta di rispondere: talvolta le domande diventano tarli fastidiosi. In forza di ciò ci si costruisce una visione del mondo fatta in casa, non suffragata da riflessioni profonde e perciò in genere non viene poi sviluppata dalla scuola, dalgi studi che guardano ad un sapere tecnico-professionale. Il bisogno di filosifa è una fame di senso che procura una sorta di esame di riparazione in età adulta di messa a fuoco di cose che non si sono osservate lungo la propria esistenza.

Quanto ha appena detto si sposa con la missione ideale de La Chiave di Sophia, che si propone di stimolare la comprensione di quanto la filosofia sia presente nella vita dell’umano, nella sua quotidianità, contrariamente a chi ritiene che essa sia – e, in certa misura, – debba rimanere una disciplina di nicchia, ristretta quanto a temi e pubblico cui si rivolge.

Fare filosofia significa cercare di capire il tessuto connettivo e orizzonte di senso entro cui noi ci situiamo, che non è appunto qualcosa di specifico. Rispetto alla frantumazione dei saperi e delle pratiche la filosofia è un tentativo continuamente rinnovato di trovare un orizzonte entro cui muoverci e situarci, perché essa non è un sapere specialistico. Si potrebbe dire che la filosofia è uno specialismo dell’universale: la filosofia ci riguarda tutti ma è molto difficile orientarsi filosoficamente perché si rischia di creare delle generalizzazioni astratte. Per questo si innesta in un sapere che riguarda un’acquisizione: per esempio, 2500 anni in cui nel nostro occidente si è pensato. Noi siamo debitori nei confronti di queste forme di ricerca che rappresentano una sorta di palestra mentale. Essa serve a tutti: senza di essa saremmo come automi. Essa è una forma di vivere in maniera consapevole. Se facessimo un esperimento mentale in cui la filosofia non avesse fecondato la nostra cultura, noi ci ritroveremmo certamente più creduloni, più stupidi e manipolabili e quindi meno liberi. È un valore per la democrazia, in quanto ci permette di vivere più consapevolmente e in maniera meno dogmatica.

 

Emanuele Lepore

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Sebastiano Zanolli e Giacomo Dall’Ava: alla ricerca delle doti per ottenere risultati

Il festival filosofico della città di Treviso prosegue.
Pensare il presente: già dal titolo si sente il bisogno di qualcosa di tremendamente attuale, vivo nei nostri giorni e insidiato nelle dinamiche che affrontiamo.
Sebastiano Zanolli e Giacomo Dall’Ava danno uno schiaffo crudo e secco ai nostri pensieri, ancora annidati sulle riflessioni di Latouche e Galimberti.
L’incontro Intenzionalità e mercato è stato diverso, è stato volutamente più pratico e diretto, colloquiale. I due relatori hanno portato in scena una riflessione diversa. Al di là di quello che è teoricamente perfetto ed eticamente condivisibile, cosa serve per fare la differenza nella nostra società? Come possiamo ottenere dei risultati solidi, immersi e sommersi nella società liquida?

Sono partiti dalla piazza del mercato di Marrakech, Jamaa el-Fna, un coacervo di venditori che riescono a farti finire con le braccia piene di borse e di acquisti. Ancora una volta siamo stati vittime di un sistema e non abbiamo esercitato la nostra intenzionalità. Non ci siamo imposti, non siamo riusciti a far emergere quello che davvero volevamo, la nostra intenzione.
Ma in fondo cos’è tutto questo parlare sull’intenzionalità?
A partire dalla fenomenologia (poggiando in punta di piedi su Brentano e Husserl), l’intenzionalità è l’attitudine del pensiero ad avere sempre un contenuto, a essere essenzialmente rivolto ad un oggetto, senza il quale il pensiero stesso non sussisterebbe. Allora eravamo intenzionalmente attivi anche quando eravamo pungolati e accerchiati da venditori che ci facevano comprare ogni cosa che ci mettevano in mano. L’intenzionalità è quella proprietà della mente che ci fa tendere verso un oggetto, che esista materialmente o no, poco conta, basta essere lì concentrati a pensarci.
Sono stati interpellati poi due filosofi contemporanei, Searle e Bratman, che garantiscono che per fare intenzionalmente un’azione, basta fare qualcosa per cercare di raggiungere l’esito di quell’azione. Allora filosoficamente il risultato non conta, l’importante è partecipare ed essere intenzionalmente coinvolti nel cercare di raggiungere uno scopo.

Il mercato è molto più severo, è l’unico giudice che ci guarda dall’alto e ci smista a destra e a sinistra: da una parte il risultato e il successo e dall’altra il fallimento.
Lì le intenzioni non contano, conta il risultato. Nel mercato non basta mettere in atto dei tentativi, perché verremo valutati soltanto per l’esito che riusciremo a raggiungere.
L’intenzione però può essere la miccia che ci mette in moto, che ci innesca e che ci fa partire nel tentativo di migliorare e cavarsela egregiamente.

Dovremmo però seguire alcuni punti costanti che Zanolli ha raccolto nel corso della sua vasta esperienza. Ha portato al pubblico l’essenza dei comportamenti che negli anni ha visto essere efficaci, utili, concreti e diretti al risultato.
Entrambi i relatori si allontanano dal tracciare cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, ma cercano di mostrare come funzionano attualmente le cose. 
Per cercare di uscire dal marasma del mercato in cui siamo troppo spesso attori passivi, Zanolli e Dall’Ava propongono cinque doti per fare la differenza:

  • Chiarezza degli obiettivi: per partire con un progetto di qualunque tipo occorre strutturare al meglio l’obiettivo a cui vogliamo arrivare. Avremo modo di cambiarlo, ma anche questo fa parte del processo di struttura del proprio obiettivo.
  • Flessibilità: e contaminazione. Cercare il filo rosso che unisca in maniera nuova e inedita le idee che ci vengono in mente, le soluzioni che sicuramente qualcuno avrà già trovato: ma noi possiamo trovare una maniera diversa e creativa di metterle assieme.
  • Cambiamento: apertura alla diversità, da costruire su nuove conoscenze, competenze, abitudini e attitudini. Tutto è sottoposto al cambiamento e possiamo direzionarlo verso il nostro obiettivo.
  • Personal branding: un modo unico di presentare se stessi, di vendersi agli altri e di trasmettere la nostra immagine. Se riusciamo a venire in mente alle persone nel momento in cui hanno bisogno di noi, non c’è campagna di marketing che tenga.
  • Networking: le relazioni. Si finisce sempre lì, nella rete di relazioni che riusciamo a costruire e nel modo in cui riusciamo a diventare animali sociali perfettamente aristotelici, in collegamento con i nostri simili e con persone che abbiano bisogno delle nostre soluzioni.

Alla fine dell’incontro siamo ancora immersi nel dubbio se l’intenzionalità influisca sulle nostre azioni o se ne sia influenzata, ma filosoficamente non abbiamo ancora trovato risposta al dubbio “è nato prima l’uovo o la gallina?”.
Le risposte filosofiche sono state lasciate ad altri, durante questo dialogo aperto e dinamico abbiamo trovato soluzioni e riflessioni pratiche, veloci, immediate, da applicare domani, macché, oggi, per la nostra stessa vita e per ottenere risultati migliori.

La Redazione

Articolo scritto in occasione dell’incontro Intenzionalità e mercato svoltosi sabato 11 marzo ed organizzato dal festival di filosofia Pensare il presente, a Treviso dal 7 al 30 marzo 2017.

Se la primavera non tornasse… Intervista a Luigi Emmolo

L’acqua alta non è più solo un problema di Venezia, né di tutti i pendolari che la frequentano con gli stivali sempre a portata di mano. L’innalzamento del livello dell’acqua sta diventando una realtà che riguarda il mondo intero, o, se non vi piace osservare ciò che succede a troppi chilometri di distanza, riguarderà quasi tutta la pianura padana. Probabilmente tutti abbiamo sentito parlare della situazione problematica del clima, dello scioglimento dei ghiacciai, ma nessuno di noi ha mai sentito come personale questo problema, né l’ha mai tastato con mano.

Per capire qual è la situazione in cui si trova effettivamente il nostro territorio, abbiamo parlato con Luigi Emmolo, professore di Biologia e Chimica e autore del romanzo “Se la primavera non tornasse…”.

  • Luigi, parlaci in breve del tuo racconto, di cosa tratta?

Si tratta di un libro di sensibilizzazione sulle problematiche ambientali e sociali che caratterizzano i nostri tempi. Racconta la storia d’amore e d’avventura di un’ape e una farfalla che nascono nella Foresta Amazonica e che, scoperta una triste verità, decidono di affrontare l’oceano per raggiungere la Terra degli umani e parlare all’uomo per cercare di convincerlo a cambiare il suo stile di vita così impattante sull’ambiente e sulla sua stessa salute. È il racconto di un viaggio, di un sogno, di una commovente e indimenticabile storia d’amore che ha per protagonisti Noan e Flò, un’ape e una farfalla che decidono di affrontare l’oceano con l’intento di parlare agli umani, informarli delle conseguenze che potrebbero derivare dagli abusi nei confronti della Natura.

  • Come è nata la tua opera? Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

Ho scritto questo libro per lo stesso motivo per cui ho deciso di fare l’insegnante, rinunciando tra l’altro alla possibilità di realizzare un sogno che coltivo sin da ragazzino: il sogno di diventare ricercatore. Il motivo è questo bisogno, questa necessità che sento di parlare a chiunque della natura, delle sue bellezze e dei rischi che essa corre a causa dei nostri comportamenti incuranti che sempre più stiamo portando avanti in un’ottica inconsapevolmente autodistruttiva. Notava Nicolas Georgescu-Rogen, padre fondatore della bioeconomia: “Mai, in tutta la sua storia, l’umanità si è trovata in una situazione più difficile. Parliamo di questa o quella specie in pericolo, ma evidentemente non ci si rende conto che forse quella in maggior pericolo è proprio la razza umana.”  Ecco, questo pensiero riassume perfettamente la motivazione che mi ha spinto a scrivere questo racconto: svegliare le coscienze umane, rendere la gente consapevole dei rischi che corriamo e del ruolo che ognuno di noi gioca, nel bene e nel male, rispetto a quanto sta accadendo a livello sociale e ambientale.

  • In che modo cerchi di svegliare le coscienze umane?

Mi dedico attivamente a campagne di sensibilizzazione rivolte soprattutto ai giovani, al fine di educare le persone a un corretto stile di vita e al rispetto dell’ambiente: punti di partenza per condurre una vita sana e felice. Con questo racconto, per quanto triste e realistico sia, cerco soprattutto di dare un segnale di speranza. Vorrei, infatti, che il mio messaggio arrivasse il più lontano possibile, che cambiasse il cuore della gente, per generare consapevolezze e cambiamenti capaci di migliorare il mondo.

  • “Se la primavera non tornasse…” è una favola che racchiude in ogni sua parte un livello simbolico-metaforico, raccontacene qualcuno!

51Fmxz2wxCL._SX355_BO1,204,203,200_Flò, la farfalla, simboleggia la “Natura”; bella, elegante nelle sue forme e colori, ma anche e soprattutto fragile, proprio come i delicati equilibri che tengono in vita il Pianeta.

Noan, l’ape, è invece il simbolo della “Speranza”; le api ricoprono infatti un ruolo importantissimo nella biosfera: esse impollinano i fiori consentendone la riproduzione e la diffusione sulla terraferma, garantendo così, a tutti gli animali del Pianeta, il cibo e l’ossigeno di cui hanno bisogno per vivere. Anche i luoghi descritti sono densi di significato: la Foresta Amazzonica simboleggia infatti il mondo puro e incontaminato, incantevole, com’era una volta.

  • La situazione del nostro pianeta è così grave?

Ci rimane meno del 20% delle Foreste, l’80% delle riserve ittiche viene oggi sfruttato al limite o oltre la massima capacità di rigenerazione, entro il 2025 il 50% della popolazione mondiale potrebbe sperimentare delle gravi carenze idriche, e infatti è già stato lanciato l’allarme per una migrazione planetaria che potrebbe interessare dai 250 milioni a 1 miliardo di individui, produciamo più di 4 miliardi di tonnellate di rifiuti all’anno, la temperatura del Pianeta è in aumento e potrebbe salire di 4-5 gradi nei prossimi decenni, la produttività dei terreni sta diminuendo per tutta una serie di concause e la barriera corallina sta scomparendo ad una velocità spaventosa.

  • Nel libro affronti tantissimi problemi ambientali e sociali, però ce n’è uno che riguarda ancor più da vicino le zone della provincia di Treviso, ricche di vigneti e di coltivazioni

Sì, è il delicato ed attualissimo problema dei pesticidi: sostanze utilizzate in agricoltura per combattere i parassiti delle piante ma che hanno degli effetti gravissimi anche sull’uomo. È stato infatti dimostrato essere sostanze cancerogene, mutagene, teratogene, reprotossiche e neurotossiche. Dobbiamo quindi cercare di ridurre l’esposizione a queste sostanze, tutelando soprattutto le persone più vulnerabili, quali sono ad esempio le donne in gravidanza, in allattamento e i bambini.

  • Possiamo definire questo racconto una sorta di attacco al sistema capitalistico-consumistico; un sistema che ha portato alla distruzione degli equilibri naturali ma anche di quei valori che danno un senso all’esistenza: il valore della famiglia, dell’amicizia, dell’alterità, della libertà, della sana alimentazione e quindi della salute. Dico bene?

Sì. È un attacco a un sistema che è riuscito a trasformare la società in una mega-macchina il cui unico fine è quello di produrre. In un sistema del genere l’uomo è quindi visto come un semplice ingranaggio al servizio di chi, dotato di capitale da investire, può accrescere il proprio profitto a scapito della salute e della felicità della gente comune. Un sistema del genere deve essere quindi abbandonato al più presto, anche perché non può che portare alla distruzione del Pianeta. Non è possibili infatti accrescere i consumi all’infinito in un sistema dalle dimensioni finite qual è la Terra!

  • La filosofia può aiutare le persone a contrastare il sistema capitalistico, i cui effetti stanno rovinando il pianeta?

Sicuramente, perché può indurre ogni singola persona alla riflessione sulla vita. Risalendo alle cause degli eventi che ci circondano, possiamo comprendere da dove sia partita la deriva ambientale che stiamo vivendo. Con il mio libro infatti vorrei stimolare ogni persona a capire che la concatenazione degli episodi dannosi del pianeta include anche una responsabilità personale. Sensibilizzando ragazzi e bambini si può costruire una base per una società che viva in simbiosi con il proprio territorio, rispettandolo e capendo di cosa ha bisogno.

  • Ma esiste secondo te un’alternativa a questo sistema, alla società della crescita?

Certo! È il suo esatto opposto: un sistema che insegue l’ideologia della decrescita. Una società in grado di vivere all’insegna della frugalità, in cui ognuno si autoproduce quante più cose possibile, una società basata sul dono, sullo scambio di beni, che consuma soprattutto prodotti locali, che mette al primo posto la sana alimentazione, l’istruzione, la salute, l’amore e la libertà.

  • Il tuo libro è uscito da poco ma sta avendo grande risonanza: molte scuole lo stanno utilizzando per la realizzazione di progetti di sensibilizzazione, ha ricevuto importanti sponsorizzazioni e si è classificato al primo posto nella fase web del prestigioso Concorso Nazionale “Casa Sanremo writers 2016”. Qual è, secondo te, il motivo di tale successo?

Credo siano due i punti di forza di questo libro. Il primo è rappresentato dal tema affrontato. Un tema delicatissimo, attuale e che spinge ogni giorno milioni di cittadini, consapevoli dei gravissimi rischi che stiamo correndo, a cambiare il proprio stile di vita per renderlo più ecosostenibile. Per queste persone che credono e sperano in un mondo più salubre e giusto, il mio libro rappresenta un ottimo strumento per veicolare ad amici e parenti i valori in cui tanto credono, per questo lo stanno comprando e ne stanno favorendo la diffusione.

L’altro punto di forza è rappresentato dallo stile narrativo adottato, il quale mi ha permesso di affrontare questi temi così importanti senza però stancare il lettore, anzi, emozionandolo attraverso la dolcezza degli scenari descritti, dei personaggi, e le storie d’amore e d’amicizia che avrà la possibilità di vivere attraverso la lettura.

  • Ultima domanda, dedicata ai nostri lettori: cosa pensi della filosofia?

La filosofia è una disciplina completa, che si può occupare di aspetti molto diversi tra loro, tutti affrontati con un metodo rigoroso di riflessione, argomentazione, ragionamento. Se potesse diventare un campo di indagine fruibile a tutti, non rimanendo isolata a una materia di studio, potremmo avere risultati stravolgenti nella vita di tutti i giorni, nella quotidianità di ognuno di noi. Riflettendo sul senso delle cose, sulla loro naturalità, staremmo sicuramente più attenti a preservare il pianeta in cui viviamo, l’ambiente che ci dà il necessario per vivere e che ha bisogno del nostro aiuto.

Giacomo Dall’Ava

[immagini concesse da Luigi Emmolo]

Lavoro e società liquida

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Queste sono le parole che l’art.4 della nostra Costituzione pronuncia in materia di lavoro e che hanno rappresentato il punto di partenza della mia riflessione.

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