Green book e gli idoli del linguaggio

Quest’anno, agli Academy Awards, è stato Green book ad aggiudicarsi l’Oscar come Miglior film. Diretto da Peter Farrelly, il film narra la storia (vera) di un’amicizia nata tra il rozzo italoamericano Tony “Lip” Vallelonga (Viggo Mortensen) e il raffinato musicista afroamericano Don Shirley (Mahershala Ali). Siamo nel 1962, in piena segregazione razziale. Shirley decide coraggiosamente di intraprendere una tourneé nel profondo sud degli Stati Uniti. Parliamo di Louisiana, Alabama, Georgia, stati in cui i neri sono visti come scarafaggi o, nel migliore dei casi, sotto-uomini sporchi e pericolosi. Quel green book, infatti, è una guida turistica per persone di colore: indica dove possono alloggiare e rifocillarsi in giro per l’America senza incorrere in “problemi” con i bianchi.
Shirley ha bisogno di un’autista che sia anche un po’ guardia del corpo, e Tony è perfetto: incline alla violenza e ad attacchi d’ira, sa certamente come difendere e come colpire. Vallelonga ha assoluto bisogno di un impiego (lavora al Copacabana come buttafuori, ma il locale ha chiuso per un po’) e il pianista paga bene.

Inizia così il loro viaggio on the road e la loro non facile conoscenza. I due uomini sono agli antipodi e parlano due lingue differenti. Tony è sboccato, impulsivo, spesso politicamente scorretto, e vive la vita assaporandola senza rimorsi: mangia senza sosta, fuma, beve, non si nega alcun piacere. Shirley è rigido, contenuto, fin troppo attento alle buone maniere ed omosessuale (perciò doppiamente discriminato); non è solo un artista, ma anche un fine intellettuale. È nero, ma della cultura “della sua gente” non sa quasi nulla: ha studiato la musica classica in un conservatorio in Russia e non conosce le tipiche sonorità nere che si suonano nei night clubs. Il modo in cui si veste, parla e si comporta è lontano anni luce dalle consuetudini nere dell’epoca. Emblematica la scena in cui la costosa vettura su cui viaggiano Don e Tony si ferma nel bel mezzo della campagna meridionale statunitense, e un gruppo di afroamericani intenti a lavorare nei campi fissa con sconcerto quest’uomo dalla pelle nera seduto sul sedile posteriore, comodo e al sicuro, mentre un bianco apre il cofano sudando e sbuffando, cercando di capire quale sia il problema.

Nonostante questo, però, per i bianchi Shirley resta un nero qualunque, che non merita di cenare nei loro ristoranti né di usare la loro toilette.

Il cuore di tutto il film è racchiuso in questa battuta di Shirley, che stanco di subire vessazioni, mette da parte la sua buona creanza ed esplode dicendo al suo nuovo amico: «Se non sono abbastanza nero, né abbastanza bianco, né abbastanza uomo, allora che cosa sono?».

È dura essere un outsider. Di certo esserlo ha portato Don a diventare un grande nel suo campo: ha seguito le sue inclinazioni musicali, non la strada fatta di soul, jazz e R&B, che ci si aspettava seguisse in quanto musicista di colore. E questo ha pagato, artisticamente parlando. Da un punto di vista umano, tuttavia, Shirley è solo e non si sente a casa da nessuna parte. Tony ha la sua chiassosa e numerosa famiglia, una moglie innamorata, dei figli, un posto cui fare ritorno. Don ha solo la sua musica, che non lo consola durante le sue tristi notti solitarie – a confortarlo è la bottiglia. Eppure, lentamente, prende forma una inaspettata quanto improbabile amicizia che si rivela provvidenziale.

Sia Don che Tony, in modalità diverse, imparano ad abbattere quelli che il filosofo Francesco Bacone chiamava idòla fori: i pregiudizi della pubblica piazza, derivanti dal linguaggio e da termini che usiamo senza pensarci troppo, ma che in realtà possono rivelarsi designazioni errate, viziate, distruttive. “Negro”, “mangia-spaghetti”, “finocchio”: sono solo parole, ma il foro e il popolo le fanno diventare mondi. Universi totalizzanti e fuorvianti che imprigionano.

Definire Green book un film incentrato solo sul razzismo è alquanto riduttivo e semplicistico.

Per Tony il razzismo è qualcosa di invisibile al quale, prima di conoscere Don, si adattava senza rifletterci. Una questione culturale: i suoi parenti e amici provavano un timore quasi istintivo per i neri e lui si uniformava. Anche Shirley, uomo di cultura dal quale ci si aspetterebbe grande apertura mentale, si lascia inizialmente andare ai pregiudizi: vede Tony come un sempliciotto volgare e ignorante, privo di sensibilità e preda di bassi istinti (istinti che, però, Don fatica a riconoscere in se stesso: vedi il suo alcolismo tenuto nascosto o le sue pulsioni sessuali). Green book è l’incontro/scontro di due mondi e dei rispettivi preconcetti.

Ci vuole sempre del tempo, per abbattere pregiudizi che si sono sedimentati nel nostro modo di parlare, ascoltare e pensare. Tony e Don hanno del tempo a loro disposizione, sono costretti a convivere e cominciano a parlare, discutere, confrontarsi. Aiutarsi.

Guardare questa storia sullo schermo fa venire a galla emozioni universali: il bisogno d’affetto, la necessità di abbattere muri che causano solitudine e segregazione.

Non sempre abbiamo tempo di conoscere il diverso, un diverso che già incaselliamo e inquadriamo col solo atto di chiamarlo così: “diverso”.

Faremmo un gran favore a noi stessi se questo tempo lo trovassimo, se lo spendessimo per buttare giù delle barriere, aprire le orecchie, dare una mano, osservare ribaltando le prospettive.

Potremmo in tal modo distruggere l’opinione della pubblica piazza – che generalizza, ferisce, mistifica.

 

Francesca Plesnizer

 

[immagine tratta da Unsplash]

 

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Immigrazione e disuguaglianze secondo la dialettica servo-padrone

Otto miliardari nel mondo hanno la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone. Il rapporto Oxfam ci informa di una dato impietoso, impossibile da concepire per la portata dello squilibrio. La bilancia pende drasticamente da un lato, riempiendo le tasche di un’esigua minoranza di miliardari della moneta attuale, il potere. Le disuguaglianze sociali sono la naturale conseguenza di tale disparità economica, riconsegnando dunque determinati ruoli sociali alla varie componenti. Solo attraverso ciò si delineano le figure in gioco, si determinano le persone in base al reddito, alla propria posizione da soggettività in mezzo ad altre soggettività  immerse in una logica competitiva.

La corsa al guadagno diventa ragione di vita e ragione dei popoli imponendosi come legge globale, interiorizzando la prospettiva capitalistica nell’ideale umano. L’ideale che diventa ossessione, il guadagno utile e necessario diventa desiderio e bramosia di qualcosa di più, sempre di più, guadagnare per guadagnare. Poste tali dinamiche economiche vanno considerate anche le differenti condizioni socio-culturali nel panorama mondiale. Difatti il capitale si centralizza, si accumula nei grandi centri, risucchiato dalle zone ricche di risorse da derubare e saccheggiare fin dai tempi delle prime colonie. Decentramento e creazione di disparità diventano una realtà sempre più evidente ed è la base della disparità data dalle otto persone in rapporto ai 3,6 miliardi citati ad inizio articolo.

La differenza di condizione sociale stabilisce ruoli, scrive copioni per i vari attori in scena. Servo e Padrone e non sono più delle fantasie letterarie o figure hegeliane de La fenomenologia dello spirito. Difatti la dialettica si instaura effettivamente, la condizione di sfruttamento è da identificarsi con chi è stato derubato, con chi si è ritrovato inferiore economicamente e socialmente a quelle otto persone che detengono il potere, ovvero la componente rappresentata dal Padrone. Le due figure sono assolutamente attuali anche in virtù delle condizioni lavorative che prevedono un lavoratore assoggettato ad un datore di lavoro. Proseguendo per questa linea, infatti, il rapporto dialettico tra le due figure che sono in contatto per uno scambio di servizi e benefici, si evidenzia la dipendenza che emerge da entrambe le fazioni. La dipendenza data da un servo che è pronto a compiere quel determinato lavoro poiché potrebbe trattarsi della sua unica possibilità rimasta. La dipendenza data da un padrone che, magari, non sa svolgere un lavoro e la possibilità economica lo rende assoggettato e sostenuto dal frutto del lavoro del suo sottoposto.

Disperazione e pigrizia agiata si equilibrano, trovano realtà e non solo teoresi nel fenomeno dell’immigrazione e della condizione di disoccupazione che attanaglia i vari paesi europei. La crisi economica, in molti casi, porta ad un abbassamento delle aspettative, ad un’accettazione di condizioni di sfruttamento e di inferiorizzazione e il farsi servo di migranti in fuga da un paese in guerra o privo di condizioni favorevoli e di giovani in seria difficoltà nell’approccio al mondo del lavoro. Dunque un semplice squilibrio dato da un’ambizione umana sempre crescente riesuma personaggi che pensavamo esistessero solo all’interno delle favole e dei racconti capaci di farci volare con la fantasia quali il “buono” ed il “cattivo”.

La verità ultima è che siamo ancora immersi in logiche infantili biunivoche basate sul conflitto tra il bene ed il male e forse è quello che la gente, il popolo brama di più, ne è quasi assuefatto. Il tema dell’immigrazione come tanti altri trattati nei quotidiani e nella vita pubblica e sociale riesce a soddisfare quel bisogno di conflitto che l’uomo infelice, l’uomo insoddisfatto e magari proveniente da un ambiente subculturale richiede per potersi sentire padrone della scena, della discussione e della ormai svalorizzata “cosa pubblica”.

Il capro espiatorio è servito attraverso una comodità di accusa e scelta che si copre gli occhi davanti a discorsi più complicati preferendo la soluzione semplice, la scorciatoia mentale destinata a non risolvere le questioni, bensì accentuarle e incriminarle sempre più per scaricare odio ed insoddisfazione. Tale condizione persevera e viene tutelata dalle molte piccole coscienze che credono di essere in una condizione privilegiata, da tutti quelli che credono di essere i padroni e quindi di dover recitare tale ruolo non curandosi empaticamente della situazione di chi invece risulta essere meno agiato e fortunato, come si suol dire “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Eppure in un panorama del genere chiederei a chi è, o almeno si sente, padrone se egli o ella si senta sicuro/a di quella condizione, se si senta tutelato dal momento che senza un adeguato servo si ritroverebbe incapace di auto-sussistere. Chiederei se il servo rimarrà sempre servo perché, può darsi, che esso possa essere già altro da sé e se ragioniamo nella cara logica biunivoca…

Alvise Gasparini

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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L’arte dell’ascolto. Intervista a Nuria Schönberg Nono

La signora Nuria Schönberg Nono è la figlia di Arnold Schönberg, uno dei più rivoluzionari compositori del secolo scorso, e moglie di Luigi Nono, anch’egli compositore e protagonista di un’intensa stagione culturale veneziana e italiana. Per entrambi, pur in modi diversi, il termine “artista” risulta troppo limitato.

Tuttavia vorrei che il suo biglietto da visita per chi non la conoscesse non fosse costituito dai meri dati anagrafici per quanto eccezionali, ma dalla tenacia con cui si dedica alla direzione del centro Schönberg a Vienna e della fondazione Nono a Venezia, dall’orgoglio con cui conduce le visite, dalla sincerità con cui mi dice prima di iniziare “Se non so cosa rispondere semplicemente ti dico che non so” e dalla passione che la accompagna e la guida.

 

Essendo emigrata negli Stati Uniti a solo un anno, Lei non ha vissuto l’esperienza di spaesamento e perdita della lingua materna raccontata da molti ebrei profughi durante la seconda guerra mondiale, come ad esempio Hannah Arendt. I suoi genitori invece?

Io sono nata a Barcellona, ho trascorso un anno a Berlino, ma presto ci siamo dovuti trasferire a Los Angeles [per la salita la potere del partito nazista, ndr]. I miei genitori non mi hanno raccontato molto, mio padre era un uomo che viveva nel presente ed era sempre proteso verso il futuro, non amava piangersi addosso, in ciò era diverso da tanti altri.

Oltre a ciò si aggiunge la ristrettezza del clima culturale americano di quegli anni, che rapporti c’erano tra suo padre e altri illustri emigrati come ad esempio Adorno e Mann?

Non era una vera e propria comunità: Thomas Mann, Brecht, erano grandi personaggi, ma non ci si incontrava spesso. Quando lo si faceva era principalmente per motivi pratici, come dare una mano ad altri ebrei a fuggire dall’Europa. Non erano amici che si trovavano per cena.
Si parla (a proposito) della Weimar di Los Angeles, ma per lo più la si è romanzata. Non so neanche come fosse Weimar, spesso questi luoghi sono stati mitizzati. Molto amici di famiglia erano invece Alma Mahler e suo marito Franz Werfel.

Nel ‘54 conosce Luigi Nono e inizia la seconda fase della sua vita, come ha detto lei stessa. Una seconda fase segnata da impegno politico e artistico.

Ho conosciuto Luigi ad Amburgo nel 1954, alla prima esecuzione di Mose e Aronne, e l’ho rivisto qualche settimana dopo a Roma al festival di musica contemporanea. I dieci giorni successivi li abbiamo passati assieme: mi ha mostrato la città, i monumenti, i musei.

Un po’ come in Vacanze romane?

Sì, tutto quel primo periodo è stato proprio come un film. Poi sono tornata in America e ci siamo sentiti per un anno. Nel 1955 ci siamo sposati.

A questo punto inizia la fase di impegno politico.

Prima di arrivare in Italia avevo una mentalità tipicamente americana. I miei genitori non avevano un’avversione viscerale verso il comunismo come la maggior parte degli americani. Per farle un esempio mio marito mi scriveva lettere dall’Italia con la penna rossa e alcuni amici americani si scandalizzavano per questa cosa.

Quando ho visto cosa faceva il partito comunista qui in Giudecca ho deciso che volevo unirmi a loro. La Giudecca allora era un’isola di operai, c’erano molte fabbriche. Le strade non erano pavimentate, ogni anno c’erano casi di epatite tra i bambini e le scuole dovevano chiudere, non c’erano farmacie, né asili nido. Abbiamo lottato per avere tutto questo. Inizialmente facevo attività di informazione, come per il referendum sul divorzio, senza essere ancora iscritta al partito. Alcune donne erano contrarie al divorzio perché avevano paura di essere abbandonate dai mariti. Per l’aborto invece erano tutte a favore, perché comunque spesso lo praticavano in condizioni pessime.

Mi iscrissi al partito comunista dopo un soggiorno in America latina. In Perù Gigi venne arrestato, io ero in hotel con le bambine, lo avevano portato via perché aveva parlato male della Guardia Civil. All’epoca ti prendevano, ti portavano in campagna e ti fucilavano. Poi semplicemente dicevano che eri fuggito. Io sono dovuta andare in ambasciata e per fortuna c’era un bravo ambasciatore. Dovevo trovare un aereo di ritorno quanto prima, ma quel giorno sembrava impossibile. Prima Gigi venne trattenuto dalla polizia politica, ma dopo ventiquattrore doveva essere consegnato a Guardia Civil e allora non sarebbe andata molto bene. Era un momento in cui l’intero Sud America era in fermento, erano gli anni dei viaggi in motocicletta di Che Guevara e delle rivoluzioni. La situazione alla fine si è risolta. Gigi di ritorno da quel viaggio mi disse che mi ero dimostrata una vera compagna, così decisi di iscrivermi al partito.

Di Venezia Nietzsche ebbe a dire: «dovessi cercare una parola che sostituisca “musica” potrei pensare soltanto a Venezia». Quale fu il rapporto di suo marito con Venezia, che ruolo gioca nella sua musica?

Venezia ha avuto di certo un ruolo importante nella sua arte. Anche suo nonno era un artista, un pittore. Gigi si interessava di tutto. Era amico di Carlo Scarpa e del figlio Tobia, così come di Emilio Vedova.

In quegli anni Venezia era una città molto artistica, grazie alla Biennale era possibile vedere cosa stava succedendo a livello artistico nel mondo. Da parte di Gigi c’era un sentimento molto forte di appartenenza a Venezia – lo stesso che prova ogni veneziano. Era molto attento ai suoni e i rumori della città, dalle campane alle onde.

Inizialmente ebbe molto successo all’estero e in particolare in Germania, a differenza che in Italia, dove ci mise più tempo ad affermarsi, quindi era spesso là, ma appena poteva amava tornare a Venezia.

Il desiderio forte di un’arte che coinvolgesse le persone senza essere di massa è stato condiviso anche da suo marito. Mentre oggi la scissione arte/intrattenimento si fa sempre più netta. Cosa pensa Lei dello stato delle cose sotto questo riguardo? Cosa ne pensava e cosa ne penserebbe oggi suo marito?

Non è che pensasse di poter cambiare il mondo con la sua musica o che tutti dovessero ascoltarla. Nelle sue composizioni con testo, si parla di problemi sociali e di situazioni difficili nel mondo. Ad esempio nella fabbrica illuminata vengono descritte le condizioni terribili del lavoro che vi avviene all’interno. Lui pensava che il suo pubblico potesse essere anche composto di operai (o di altri) se si impegnavano all’ascolto. Ascoltare è una parola centrale dell’opera di Gigi. Forse è, tra tutte, la parola più importante nella sua vita. Ascolto che è ascolto degli altri quando parlano, così come ascolto di ciò che succede nel mondo, ascolto della musica. Non c’è bisogno di analisi o di conoscenze specifiche: il messaggio della musica può arrivarti a chiunque solo ascoltandola.

Per quanto mi riguarda penso che oggi ci siano segnali che vanno (anche) in direzione di tempi migliori. Vengono studenti di liceo a vedere l’archivio, io cerco di far capire l’entusiasmo e l’emozione che si può trovare in questi lavori, e ciò ha un enorme effetto su questi ragazzi. Inizio sempre così: “i vostri insegnanti vi avranno detto che Nono era impegnato politicamente, ma cosa può significare per voi in un mondo politico fatto da Berlusconi e altri?”. All’epoca la politica era fatta da persone che si potevano rispettare, che erano mosse da ideali e non solo desiderio di potere e di denaro. Gigi voleva mostrare le cose orribili che succedevano nel mondo, voleva che tutti ne fossero consapevoli. Le malattie che potevi prendere in fabbrica o la crudeltà di una dittatura. Però alla fine di ogni composizione c’è una affermazione di speranza. Io lo dicevo ai ragazzi qui in visita. I ragazzi non hanno bisogno di conoscere lo sfondo, la musica è immediata.

Come nasce l’idea della fondazione Nono?

Per dirigere questo progetto avevo esperienza sufficiente maturata a Vienna e ho anche avuto l’aiuto di molti amici musicologi. Il materiale era molto, casa mia era colma di libri; qui conserviamo 13 mila libri, manoscritti e lavori preparatori. Solo per il Prometeo abbiamo 14 scatole di schizzi preparatori. C’era la necessità di trovare un posto adatto per conservare tutto questo.

Non c’è stato molto sostegno da parte delle istituzioni: prima ci aiutava il Comune ma sono già quattro o cinque anni che non lo fa più. Alcuni ministeri ci hanno aiutato così come la Regione, ma negli ultimi tempi i finanziamenti continuano a diminuire. Io e le mie figlie sosteniamo da tempo almeno la metà della spesa per l’archivio e stiamo cercando per questo di organizzare una raccolta di fondi.

Padre, marito e figlia sono tutti artisti affermati: si può dire che sia un’arte silenziosa avere a che fare con tutti questi artisti?

È bellissimo, mi ritengo molto fortunata. Queste persone hanno una sensibilità molto particolare e un’umanità molto forte, il senso dell’umorismo, la creatività. A volte viverci vicino può essere difficile, hanno momenti di raccoglimento in sé stessi. In fin dei conti però mi ritengo molto fortunata.

 

La fondazione Nono si trova in Giudecca, vicino all’imbarcadero di Palanca. Trovate tutte le informazioni utili a questo link. Ringrazio Nuria Schönberg Nono per l’intervista.

Francesco Fanti Rovetta

 

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Le parole di un altro

<p>Le parole di un altro La Chiave di Sophia</p>

Le parole degli altri convogliano a formare il nostro Me; giudizi, pareri che ci riguardano ci formano e ci aiutano a capire chi siamo e cosa trasmettiamo al nostro prossimo: che si sommano alle iperboli dell’Io. Ognuno di noi non è il solo prodotto dei propri pensieri, del proprio agire sociale bensì per buona parte siamo formati da tutto ciò che proviene dall’esterno: dalla famiglia, dagli amici, dalle nostre avventure, dalla società. Vi siete mai chiesti come mai quando ci troviamo in gruppo – e di gruppo in gruppo, cambiamo ripetutamente modus di espressione – pensiamo, parliamo, agiamo in modo differente rispetto a quando siamo soli e/o in una stretta e fidata compagnia?

Le parole di un altro

Le mie parole sono sempre quelle di un altro,
sono tutte quelle che stanno sull’uscio,
in attesa di entrare.

Disegnano l’orlo del mio Io
e lo spacco che da in profondità.

Note stonate sul pentagramma
concertate nel modo giusto.

Le parole di un altro sono timide,
sussurrate di nascosto dalla mente.

Le parole di un altro
sono quelle che non calzano perfettamente:
di larga manica e strette alla vita.
Sono risposte mai date,
speranze e sentimenti di nuovi cantautori.
Sono da prendere così
da rubare per l’autunno,
da amare e da bere in compagnia.

Parole dadà, parole in toto.

Parole su parole che non sono sempre e solo parole,
ma son le stesse anche dall’altra parte del mondo.

Le parole di un altro sono rapine e furti di luce
ed anche tu che nascondi l’anima, ami prendere dal sole.

Le parole di un altro sono anche amore.

Tutte le parole senza voce,
solo quelle,
diventano amore dentro ogni sguardo.
Ma te voli via e già la sorte segue la tua scia.

Salvatore Musumarra

Il silenzio della Comunicazione

<p>Denuncia surreale, quasi dada, contro il falso ideale della comunicazione</p>

S’eternano le mie ore silenziose che si dispiegano nel presente come fogli di un buon libro.

Ecco la storia, che dopo un lungo viaggio, rivuole indietro tutto ciò che visse e trascorse lungo la linea del Tempo umano. Vuole il suo ritorno; vuole vita, passione ed ogni suo vecchio ideale.

La storia confuta questo presente e più la riporto a mente più si dispiega e diviene, paradossalmente, in tutto ciò che non le appartiene. Ogni mio No si rivolta ed all’unisono, sotto un simbolo ed un manifesto – un’opera, un’avventura o un romanzo – assaltano e incendiano quanto la storia insegna, riscrive e decostruisce. Ogni cosa negata al Caso ed al divenire della vita sui generis ritorna forte e potente Si: come un contraccolpo.

Divenire ed Essere: tra caso e causa

La società, la religione, la scienza, la morale: tutte queste dolci e belledonne della vita umana! Ognuna influenza l’altra ed insieme muovono la vita dell’uomo in divenire, seppure questa si percepisce meglio nell’Essere. Per quanto se ne possa dire in merito ed in discredito, società, religione, scienza e morale, insieme, convogliano nel mettere in piedi un tipo ideale di umano: tutte, apparentemente per diverse vie, convogliano in un ideale, del quale non si potrà mai raschiare il fondo ne lambirne il cielo.

La casualità della vita – e solo successivamente la causalità! – trova terreno fertile in questo gran numero di potenti iperboli seppure si nasconde dietro queste macchinose parole e dietro la Storia dell’umanità. Il Caso diventa Causa e in questa mia contemporaneità intrisa di tecnica e di duro calcolo, ogni Causa sembra divenire Caso!

La vittoria di Cartesio

La vittoria di Cartesio è totale! Scindendo l’intelletto dalla corporeità e rendendo cosciente tutto ciò che è – apparentemente – mentale, diede il primo indizio per capire che ogni fare nasce da un atto, un abitudine o da una reazione ai sintomi e agli allarmi, in primis, del corpo nel mondo et in secundis dalla fisiologia di questo mondo sul corpo, su se stesso e sulla società umana – di corpi.

Vogliamo rendere utile Cartesio? Capovolgiamo il suo intento! La vittoria di Cartesio è totale nel momento in cui si ammette che l’intelletto è inscindibile – e tutto ciò che è mentale cosciente e mentale non cosciente – dal corpo: ogni lacrima versata per l’umanità, per una tragedia che non graffia in prima istanza il corpo del soggetto in osservazione, connota il valore della profonda rete intellettuale che ogni uomo, in bene o in male, ha contribuito e contribuisce, con o senza intenzionalità, a tessere sulle parole Storia e Passato e quindi su Scienza, Religione, Morale. Sentirsi in pena per un uomo lontano e che non si conosce, è umanità; godere della sua pena e della sua povertà: anch’essa è umanità!

Il problema della comunicazione

La vita intellettuale di ogni uomo, attraverso le reti sociali, sommandosi a quello dei suoi simili, tesse l’ideale sociale, religioso, scientifico e morale influendo così sulla realtà dei singoli. Quindi con Cartesio han vinto tutti i bravi comunicatori: basti che il soggetto abbia ottime argomentazioni sulle quali far partecipare gli altri – anche in forma blanda e povera – ed è così possibile dar la forma d’ideale ad ogni scemenza! Del resto se si desidera comunicare ad un vasto pubblico un concetto profondo, bisogna prima snaturalizzarlo, renderlo blando, povero quindi fruibile!

Seppure si rinnovano, anche gli ideali degenerano e muoiono; nella vita tragica si smuovono uomini come se si arasse la terra prima della semina: potremmo smuovere il mondo come se fossimo un terremoto. Il segreto sta nel comunicare loro il meglio e al meglio: di ogni Caso farne una Causa e di ogni Causa antagonista farne un semplice Caso.

Eterno ritorno

Ah gli uomini! Questi esseri che si interrogano l’un l’altro su quanto fu, è e sarà di essi, della terra dove poggiano i piedi e del cielo in cui il loro intelletto ed il loro corpo s’inventa e s’ingegna. Un po’ tutti noi, ognuno a suo modo, affermiamo di subire gli influssi della società, della religione, della scienza e della morale: malediciamo ognuna di queste, ma in realtà ne siamo semplicemente invaghiti.

Come tutti gli amori non corrisposti vengono via via esorcizzati o come la volpe che disprezzo l’uva perché non riuscì ad ottenerla; parimenti come dei bimbi con un gelato tra le mani, siamo affascinati dai nostri mezzi e dai nostri affari purché questi non stramazzino a terra o non passino di mano. Di ogni uomo, della forza e della potenza dobbiamo farne un simpatico punto della situazione: ognuno di questi, che siano uomini, ideali, etc., si rinnoveranno seppure li percepiamo fissi ed immutabili. Durante il processo evolutivo descritto, intellettualmente, viviamo il divenire di una forma ideale come un “Essere”. Che sia l’Eterno Ritorno di nietzschiana memoria?

Beati gli uomini che vivono tutto ciò come un gioco o un avventura: questi vivono esclusivamente della e per la loro vita e ne fanno qualcosa a sé; come qualcosa scollegata dalla Terra, dall’Universo e dall’Umanità. Questi uomini saranno eternamente beati ma all’occorrenza degli eccellenti imbecilli: ma l’imbecillità è malvagia? Non credo, forse ingenua.

Se dovessimo percorrere questo surreale ragionamento dalla parte opposta al percorso fin qui dispiegato, direi che tutti gli uomini della conoscenza soffrono per ogni scelta e durante tutto il tragitto. Ogni Sapere umano riga il viso e rende pesante ogni piccola gioia: si problematizza l’ovvio e si cerca sempre una scappatoia da ciò che è consolidato ed apparentemente accertato! Ah se ci fosse un canale di comunicazione tra le virtù della povera gente e quelle dei ricchi di spirito, chissà a quanti paradossi e contraddizioni avremmo così dato il beneficio d’eclissarsi nella Storia.

Invece eccoli che ritornano: ognuno di loro, dentro la loro etichetta, imbellettati ed in bella mostra, usano mezzi e coordinate reali e virtuali che li connotano e li distinguono, come individui, l’un dall’altro e, come etichetta, divisi e distanziati da stretti abissi, usano la tecnologia ed ogni altro mezzo umano per ripresentarsi e reinterpretarsi; non si fanno scrupoli nel distinguersi fino a quando non si presenti loro un grande ideale, massificante – benigno o maligno che sia.

Il contraccolpo

La Storia gioca a favore del presente perché sa bene che ogni caratteristica di quest’ultimo è legata sentimentalmente ad ogni azione compiuta in passato e seppure, in questa contemporaneità, gli ideali son presenti, vivi e percepibili, ogni divisione si approfondisce e contemporaneamente diminuiscono le distanze, producendo sensi di vuoti e complessi d’inferiorità che inevitabilmente portano all’annichilimento del periodo e del contesto storico. Ricchi e poveri di spirito si percepiscono eguali e si avviliscono l’un l’altro.

Ah quanto è bello scrivere senza un vero senso e senza un chiaro scopo! Questo è il miglior tempo per far alchimia dell’uomo e di ogni suo prodotto intellettuale; questo è il tempo giusto per far esperimento di ogni iperbole umana e di ogni imbellettamento ideale. Questo è il tempo della Comunicazione e per quanto noi tutti ci impegniamo a chiarire ogni nostro concetto, non ci verrà dato altro tempo oltre questo, che casualmente, abbiamo di buon grado accettato. Accettandolo ne diamo un senso ed una causa mentre negandolo diamo la possibilità agli uomini postumi e a quelli futuri di trovare basi e tesi per nuovi concetti.

Questo scritto non ha nessun valore se non quello di gettar discredito sul mondo della comunicazione: è uno scritto indubbiamente surreale, forse dada. Uno scritto che usa i mezzi di comunicazione (sintassi, semiotica, lingua, mezzi tecnologici, etc.) per sovvertire il valore della stessa comunicazione.

Questo scritto non ha un senso seppure ne abbia una dolce parvenza.

Salvatore Musumarra

[Immagine tratta dal quadro di Salvatore Musumarra, “Crisiradori dada”, 2015, tecnica mista e collage]

Pensiero di Marx, mai così attuale

Nel momento storico che stiamo vivendo avvertiamo che si può riconoscere la forza del pensiero di Marx ed il suo essere profondamente attuale. Nella crisi globale che ha devastato tanto la politica mondiale l’economia Marx ci fornisce a tutt’oggi degli strumenti per non disperderci, per comprendere quanto ci sta succedendo, per analizzarlo. Si può condividerne o meno le teorie e le analisi, così come le soluzioni proposte, ma quel che è certo è che, da grande studioso del sociale e da grande economista quale era, ci insegna ancora oggi, e chissà ancora per quanto tempo, che va data centralità alla tematica del lavoro, così come non è possibile prescindere dal processo di valorizzazione capitalistico; basilare, inoltre, risulta tuttora essere la teoria del valore, teoria che è alla base del suo pensiero economico, teoria del valore che da sempre  si è dimostrata essere l’elemento più dibattuto e origine di discussione del pensiero marxiano. Riavvicinarci in questo momento di crisi a Marx ci aiuta quindi a vedere la crisi stessa con un’ottica diversa, a non esserne sopraffatti, andando al di là della contingenza pressante nella quale viviamo per enucleare la radice autentica del problema contemporaneo.

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