Come si pubblicizzano i farmaci? Marisa Marrafino, Avv. e docente dell’Univ. Cattolica di Milano ci riviela le diverse dinamiche

Nello scorso articolo abbiamo visto come sia molto importante cogliere quando le azioni di divulgazione della salute sono generate per il bene della collettività e quando, invece, esse sono finalizzate alla realizzazione di profitto di chi detiene i brevetti di un particolare farmaco o di una particolare istituzione sanitaria. Una delle questioni fondamentali è, dunque, capire in che modo sia possibile fare pubblicità ai farmaci e se esista una procedura o un’autorità aventi lo scopo di verificare e vigilare su questo tipo di comunicazione. Per aiutarci a chiarire tale quesito abbiamo avuto l’immenso piacere di porgere alcune domande all’Avv. Marisa Marraffino la quale, oltre a dirigere il proprio studio legale a Milano, è docente presso l’Università Cattolica, collabora con il Sole 24ore ed è autrice di numerose pubblicazioni a carattere giuridico e non solo. In particolare, Marraffino è una delle massime esperte delle implicazioni giuridiche relative al mondo dei social network, tanto che è stata una dei primi professionisti in Italia ad occuparsi e a sviluppare queste tematiche, dando il via all’applicazione del diritto anche nel campo dei social.

Avv. Marraffino In Italia è possibile fare pubblicità a tutti i tipi di medicinali?

In Italia è possibile fare pubblicità al pubblico soltanto per i farmaci da banco.

Ogni pubblicità deve però essere preventivamente autorizzata dal Ministero della Salute, ad eccezione delle inserzioni sulla stampa o periodica che si limitano a pubblicare la fotografia dell’imballaggio con il riassunto delle indicazioni del foglietto illustrativo. Se il mezzo di diffusione cambia, occorrerà una nuova autorizzazione ministeriale. I banners o frames a comparsa, ad esempio, sono considerati dei mezzi di diffusione a sé. La pubblicità dovrà quindi ottenere una specifica autorizzazione, perché si dovrà valutare il tipo di pagina nella quale si intende inserire il banner in relazione al possibile contenuto nonché all’associazione che si viene a creare tra la pubblicità e il testo on line al quale viene associato.

La promozione dei cosiddetti farmaci etici invece è consentita soltanto attraverso gli informatori scientifici, i quali possono anche consegnare materiale divulgativo, che però dovrà sempre essere approvato dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco).

In generale, ci sono molte limitazioni alle pubblicità dei farmaci, questo per tutelare i consumatori contro gli abusi dei prodotti. Ad esempio è vietato, anche per i farmaci da banco, il cosiddetto product placement, oppure inserire elementi che inducano a sottovalutare i rischi connessi all’uso del farmaco, che non sono mai del tutto inesistenti.

In generale le pubblicità dei farmaci non devono creare bisogni indotti o indurre a  ritenere che il mancato uso del farmaco  possa avere effetti pregiudizievoli su un soggetto che goda di buona salute. L’abuso dei farmaci, soprattutto in Italia, è un problema molto grave.

Esiste un organismo che controlla i messaggi pubblicitari?  

I cittadini e le imprese possono segnalare le pubblicità ingannevoli o comparative che ritengano illecite all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust), che può irrogare sanzioni che fanno fino a 5 milioni di euro. I cittadini possono inoltre segnalare qualsiasi pubblicità che ritengano offensiva, falsa, violenta o volgare  allo IAP (Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria) che ha il potere di fare cessare una campagna che sia in contrasto col codice di autodisciplina. Entrambe le segnalazioni possono avvenire on line e sono gratuite. Inoltre, lo Iap mette a disposizione delle aziende anche uno strumento di tutela volto alla prevenzione. Infatti può essere chiesto un parere preventivo sulla pubblicità non ancora diffusa per verificare l’esistenza di eventuali profili di criticità ed evitare contestazioni future. Oppure le aziende possono presentare direttamente un’istanza al Giurì contro le pubblicità che ritengano lesive dei propri diritti.

Chiunque può inviare delle segnalazioni allo Iap?

Sì, le segnalazioni possono essere inviate dai cittadini on line attraverso l’apposito modulo e sono gratuite. Ricevuta la segnalazione, il Comitato di Controllo può adottare diversi provvedimenti. Può chiedere all’inserzionista ulteriori informazioni tecniche, chiedere una modifica del messaggio o bloccarne la diffusione. Nei casi in cui la pubblicità rispetti il codice viene invece chiesta l’archiviazione, nei casi più complessi il Comitato può inviare un’istanza al Giurì in modo che sia quest’ultimo a decidere.

Esistono delle norme per la pubblicizzazione degli integratori alimentari?

Sì, secondo il Regolamento CE 1924/2006 sui cosiddetti claims salutistici, le pubblicità degli integratori possono promuovere soltanto il mantenimento di uno stato di “normalità fisiologica” o al più una “riduzione del rischio di malattia”, ma non effetti diretti sulle malattie, come l’infarto o l’ictus. L’EFSA, l’Agenzia Europea che valuta questo tipo di pubblicità, considera essenziale che  chi promuove claims salutistici di alimenti e integratori sia in grado di provare con ricerche scientifiche l’attendibilità dei risultati vantati.

Ringraziandola per la cortesia delle sue risposte, vorremmo concludere l’intervista chiedendole se è possibile attuare qualche forma di pubblicità farmaceutica nell’ambito dei social network.

Ad oggi il Ministero della Salute non autorizza le pubblicità dei farmaci (anche da banco) a mezzo social network. La motivazione è da ricercarsi nel fatto che le pagine sono dinamiche e non è possibile controllare preventivamente i commenti o le risposte degli inserzionisti sull’efficacia dei farmaci. Non è escluso che in futuro le cose cambino, essendo il settore della pubblicità dei farmaci in forte espansione e i rischi legati alla cattiva informazione in rete sempre in aumento. Sia le App per smartphone che le pagine social potrebbero, entro certi limiti, entrare a far parte dei mezzi utilizzati dalle case farmaceutiche per orientare i consumatori a un uso consapevole dei farmaci. Fondamentale sarà il rispetto delle norme attualmente esistenti, volte a proteggere il consumatore da una informazione scorretta che, in questo settore, potrebbe essere davvero molto pericolosa.

Francesco Codato

Il ‘Mi piace’ come nuova valuta

Qualche giorno fa mi trovavo a lezione di storia della filosofia, in aula Padoan a San Sebastiano, a Venezia. L’aula ha una capienza di circa ottanta persone e per tale corso sopraccitato il risultato è sempre un tutto esaurito. Proprio in mezzo a tutte quelle persone, in gran parte sconosciute, mi sono domandato con che criterio sviluppiamo dei giudizi nei confronti di ciò che circonda, oggetti e soggetti che siano. Non fraintendetemi, il motivo di tale domanda non trova ragione nella lezione incentrata su Kant a cui stavo assistendo, anche se egli di giudizi ne aveva formulati giusto un paio, se non un’intera opera. Questo spontaneo pensiero è nato in me dopo aver osservato un po’ di quei volti che mi accerchiavano, che mi osservavano a loro volta. Quando guardi una persona e il suo sguardo incontra il tuo si stabilisce un contatto, un dialogo muto e privo del linguaggio tradizionale a cui siamo abituati. In quel determinato istante si parla simultaneamente, si formulano dei pensieri relativi alla propria visione, arrivando a formulare un resoconto di questo nostro vedere. Dettagli e azioni spesso ci attirano, catturano la nostra attenzione e di conseguenza non riusciamo a guardare all’intero ma solo al particolare.

Ecco se pensiamo a questo breve lasso di tempo che coinvolge uno scambio di sguardi è innegabile che un’idea, un giudizio appunto sia nato, sia in uno che nell’altro individuo. Tale giudizio, come conclusione della nostra osservazione, non potrà che essere a priori come direbbe Kant, ossia un giudizio che precede la nostra esperienza. In quest’ambito lo ritengo assolutamente incompleto, se non di natura fuorviante, tanto da farci presupporre ciò che dovremmo e potremmo solo ipotizzare. Il problema, appunto, risiede proprio in questa nostra posizione, ossia l’assunzione di questa nostra opinione come verità. Dopo questo processo pensiamo di aver già conosciuto il conoscibile di un determinato soggetto o oggetto, escludendo altre caratteristiche possibili, escludendo ogni altra possibilità d’essere. L’apparenza dunque in questi semplici scambi quotidiani fa da sovrana e pare essere la struttura su cui costruire al meglio noi stessi. “L’abito non fa il monaco” si continua a predicare, eppure la mentalità che sta prevalendo oggigiorno è un apparire, vestito di ogni possibile qualità positiva quanto desiderabile, adornato di lustrini e paillettes che ne distorcono la vera forma. È un travestimento, una maschera che ci alletta e che vorremmo tanto indossare per essere, magari anche solo per un attimo, ciò che vorremmo essere. Nessuno è contento, tutti vogliono essere qualcos’altro, stravolgere se stessi per assomigliare a quelli che dal nostro punto di vista sono modelli di vita. Sono solo parole e discorsi fatti e rifatti, ne sono consapevole, ma ora più che mai siamo inconsciamente immersi in tale sistema, sistema che rinneghiamo ma dal quale non riusciamo effettivamente ad uscire. Ne sparliamo, lo accusiamo ma poi ci accovacciamo in esso quasi come segno di sottomissione, rimasti assuefatti dalla (non) realtà che esso può fornirci, dove tutti sono ciò che vogliono e lo decidono forti di un’apparente libertà.

Può sembrarvi la classica descrizione dei social network e di internet che ormai hanno preso il sopravvento sulla nostra volontà. Ebbene lo è, ma solo in parte, poiché il mio appello, la mia voce anch’essa interna a questo sistema dev’essere una testimonianza, poche semplici parole che convincano di come sia tutto corrotto ma allo stesso tempo celato e proposto in modo innocuo, quasi come una mano invisibile che ci manipola. È forse un agente esterno che opera sul mondo e su di noi? Siamo forse vittima di qualcuno al di sopra delle nostre persone? Di qualcuno siamo vittima, ma quel qualcuno siamo noi stessi, ci siamo schiavizzati da soli, creando qualcosa di immensamente grande che non riusciamo quasi a controllare. Volevamo fare la più grande scoperta della storia e ci siamo riusciti, creando un mondo alternativo, un mondo virtuale da poter elevare a realtà, sottomettendo quella che dovrebbe essere l’unica e vera realtà, quella che viviamo tutti i giorni. Non possono essercene due e, per quanto possiamo essere insoddisfatti e delusi da quel che ci è stato offerto, non lo possiamo negare e distruggere, non possiamo ripartire da zero in altro loco dimenticando da dove veniamo e dove noi realmente sussistiamo. L’altro mondo da noi creato, quel mondo virtuale apparentemente perfetto e abitabile in modo lieto da ognuno di noi, da ogni singolo essere umano esistente non può reggere il confronto per quanto sia efficace dal punto di vista dell’imitazione. È un buon mimo, che sa ripetere ogni mossa, come la nostra controparte allo specchio, ci fa credere che può darci tutte le cose di cui abbiamo (forse) bisogno. Ha i suoi metodi di valorizzazione, ha i suoi strumenti, addirittura la sua valuta per giudicare ciò che sta al suo interno e far vivere le persone di quella moneta, farle vivere PER quella moneta.

Il mio è un discorso molto astratto, parole che si sprecano nell’inconsistenza del virtuale, pertanto vorrei farvi pensare a quale può essere la strumento di questo mondo astratto, ciò che riesce ad assuefarci ad esso. Sarà sicuramente anch’esso immateriale, una moneta non sostanziale ma puramente inafferrabile. Pensateci. Ormai la usate ogni giorno, inconsciamente, non sapendo quanto valore ha ormai nel mondo che ci siamo creati, lo vedete come un semplice gesto, un dire qualcosa, un vostro esprimervi che non è poi così significativo. Si tratta di quel “mi piace” che ogni giorno ci dona importanza o la dona a qualcun altro, elevandolo a qualcosa, facendolo sembrare importante, dandogli forza.

È importante purtroppo, è importante perché noi gli abbiamo dato importanza e in poco tempo è diventato il nostro metro di misura, la nostra moneta, il valore delle cose e addirittura delle persone che ci circondano. Un valore numerico che ha superato l’impatto che ha avuto il valore numerico precedente dato dai soldi cartacei e dalla monete concrete, poiché è ahimè molto più semplice, molto più facile da utilizzare e alla portata di tutti, intellettuali e stolti che siano. Ma non date ascolto a me. Io di media ho solo 10 mi piace.

Alvise Gasparini

Il pop è morto, viva il pop!

“Sarà una sorta di X Factor delle idee”. Così un politico (in questo momento non importa chi, dato che il fenomeno che vorrei ora descrivere è generalizzato e trasversale, essendo un fenomeno storico-sociale, ovvero di civilizzazione) ha di recente definito un evento pubblico che riguardava il suo partito.
Non che sia vietato fare battute per creare un clima leggero e conviviale. Ma il problema è che c’è battuta e battuta, e che i riferimenti a fenomeni della cultura di massa, oggi più che scherzi sono gli unici riferimenti di cui gran parte della popolazione dispone – politici inclusi ovviamente, che più cercano popolarità e più diventano popolari, in tutti i sensi della parola. Infatti, basta provare a chiedere a qualcuno di rendere lo stesso concetto con un riferimento che non sia tratto dalla cultura di massa e il più delle volte questo qualcuno rimarrà senza parole.

Ora, a scanso di equivoci ripeto che non c’è nulla di male nel riferirsi anche a ciò che è pop, ma, appunto, anche, non solo. E aggiungo inoltre che il riferimento al pop non solo non è demoniaco di per sé, ma è anche doveroso per comprendere appieno il tempo in cui ci è dato vivere. Per stare davvero nel mondo, con tutte le sue bellezze e bruttezze. Come disse una volta l’allenatore José Mourinho “chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio”, e il filosofo Elio Matassi con una indovinata sostituzione di termini cambiò la frase in “chi sa solo di filosofia, non sa nulla di filosofia”. Ed ecco un riuscito esempio di come cultura “bassa” e cultura “alta” possano felicemente incrociarsi – d’altra parte esse hanno molto in comune, è tutto quello che c’è nel mezzo che è medio, nel senso di mediocre.
Tuttavia il problema oggi è che, in primo luogo, avere a che fare con il pop non significa avere a che fare con una cultura bassa in quanto priva di riferimenti forbiti ma ricca di saggezza di vita, bensì con quella medietà (Heidegger) di cui sopra, e in secondo luogo, che la relazione che viene istituita con quella medietà pop non è un’analisi critica della stessa, bensì un lasciarsene travolgere, divenendone collusi (tanto più, quanto più si è inconsapevoli di ciò o si ritiene di essere esenti da una simile problematica) e contribuendo così al suo ulteriore dilagare.

Tornando all’inizio, il fenomeno di quella che propongo allora di definire pop-politica, è quindi dovuto al fatto che viviamo nell’epoca della pop-cultura.
A proposito di quest’ultima, la pop-cultura, oggi si sente dire spesso che portare almeno una briciola di alta cultura in un contesto pop (ad esempio un reality show o un social network) è un primo passo per migliorare quel contesto e così tutti quelli che vi entrano in contatto. Ma è veramente così semplice e lineare la cosa?

McLuhan ha sostenuto che “il medium è il messaggio”, volendo intendere che il significato di un qualcosa non è nella qualità di ciò che viene detto ma nelle circostanze in cui viene detto. Le circostanze, cioè, determinano il significato. Similmente a quanto, per altre vie, riscontravano Camus e Pasolini a proposito dell’influenza delle circostanze ambientali sulla vita (in primis, la natura, per il francese, e una certa urbanizzazione, quella borghese, per l’italiano). In altre parole, il significato non è nel detto ma, al contrario, nel non detto, ovvero nelle condizioni che permettono e supportano il dire, senza a loro volta essere dette, bensì percepite. Si può quindi affermare che il significato non si manifesta dicendolo, cosa impossibile, ma percependolo.
Bene, se questo è vero, allora possiamo introdurre in un contesto pop anche Platone in persona, ma quello che ne risulterà non sarà un’elevazione di quel contesto ma, esattamente al contrario, l’assorbimento di un qualcosa di valore all’interno del reame dell’insignificanza, o meglio, della banalità, della mediocrità, della medietà.

Ecco perché non si può fare cultura sempre e ovunque. Ecco perché per dedicarsi alla cultura servono tempi, luoghi, circostanze adatte. Ecco perché, di riflesso, esistono circostanze che non sono semplicemente non-culturali, ma assolutamente anti-culturali.
Ma attenzione alle generalizzazioni. Questo non significa che allora sia sempre da evitare lo stare in un contesto pop (anche il sottoscritto usa, almeno al momento, i social). Ma bisogna starci cum grano salis. Ovvero, dismettendo l’autoinganno a proposito del fatto che sia possibile portare e fare cultura in un contesto anti-culturale – prospettiva, per altro, autoritaria (pastorale nel senso foucaultiano), di chi ritiene di portare un valore al quale il prossimo dovrebbe conformarsi e ringraziare per il lume portatogli –, accettando il dazio di esserne assorbiti per cercare di comprenderlo e, se si è fortunati, trovare dei compagni di sventura. Ovviamente, il tutto fino al limite che la nostra sensibilità personale sopporta (che ultimamente mi sembra si stia adeguando a tutto), quel limite che ci fa dire: oltre quella soglia, no.

Federico Sollazzo

[Immagine: Google Immagini]

L’etica delle notizie nell’era Social Network

Il 13 Novembre scorso durante gli attentati di Parigi e nei giorni immediatamente successivi abbiamo avuto un assaggio di ciò che è e sarà l’informazione dell’era digitale, soprattutto quando si trova a dover raccontare eventi così fuori dall’ordinario e di grande impatto mediatico. È stato l’11 Settembre dell’Europa hanno detto alcuni, sicuramente il primo 11 Settembre dell’era social.
Ecco che le breaking news sui fatti del Venerdì nero della Francia sono rimbalzate subito sui social network, Twitter e Facebook in primis, ma pure Snapchat e Instagram hanno fatto la loro parte, dando vita a un flusso, o meglio vari flussi, di notizie sempre in evoluzione che hanno contribuito a raccontare in diretta ciò che stava accadendo. Le notizie ovviamente concitate, confuse e cariche di tensione di quella notte hanno però prodotto anche inesattezze e varie bufale, alcune delle quali sono state condivise non poco in rete e sono comparse sui giornali prima che si facesse ordine e se ne svelasse l’infondatezza. Le sei più importanti:

1) La Torre Eiffel spenta per lutto dopo gli attentati (quando viene spenta ogni note all’una).

2) La foto di uno dei kamikaze in bagno. Risultata un fotomontaggio.

3) L’addetto alla sicurezza musulmano che ha impedito a uno degli attentatori di entrare allo stadio.

4) I terroristi comunicano tra loro con la Playstation  (notizia non vera ripetuta più volte da giornali e politici. E questo nonostante le stesse indagini abbiano rivelato che le comunicazioni sono avvenute in chiaro via sms e su Facebook).

5) Una Seat nera, guidata da uno dei terroristi, ricercata in Italia.

6) «Tutte le persone uccise devono essere vendicate». La frase che Hollande non ha mai detto.

Ne sono circolate molte altre, la maggior parte delle quali in forma di foto, e chi vuole ne trova alcune qui spiegate bene.
Inoltre se usate Facebook o comunque qualche social network, nei giorni vi sarà forse capitato di vedere in bacheca un post con annessa una foto particolarmente sanguinolenta che raffigurava una strage in una scuola del Kenya e che invitava a ricordare anche questo massacro di stampo terroristico. La notizia era sì vera, peccato risalisse ad Aprile. Questa particolare bufala-non-bufala (in senso stretto) è un esempio particolare di ciò che è stato chiamato e si può chiamare, in modo ufficioso, cronobufala. Basta quindi un click per riportare, in mala fede o no, alla luce una notizia postdatandola per influenzare coscienze? Un altro bel (e nuovo) problema.

A margine, ma non troppo, di questa breve carrellata un’altra bufala di questi giorni: quella tutta italiana del Natale cancellato nella scuola di Rozzano. Notizia riportata male da qualche quotidiano locale, poi ripresa senza verificare da quelli nazionali e quindi diventata un caso sul web e di cui si è interessata anche la politica. In realtà, si scoprirà poi, la notizia non era vera in visto che nessuna festa è stata vietata o cancellata, ma il preside ha solo respinto (legittimamente) la richiesta di due madri di insegnare canti natalizi nelle ore di scuola.

Ordunque ci si chiede quale sia il problema, i giornalisti che non verificano, gli utenti stessi che condividono di tutto senza cognizione di causa o i social tout court, fucine di notizie incontrollabili? Forse tutto questo insieme e le soluzioni per un’informazione migliore non sono semplici ma, con il contributo di tutte le parti in causa, ci sono.

Partendo dai giornalisti, il loro ruolo è imprescindibile, benché mutato con l’avvento dei nuovi social media, e alla loro figura si chiede tanto di correggere e smentire notizie false quanto di diffondere notizie vere. Inoltre da eventi come quelli di Parigi si evince l’importanza della verifica immediata e nel caso, della smentita ancor più tempestiva. Tutto ciò va sotto il nome di debunking (letteralmente rettifica o sgonfiamento), ovvero le pratiche per cui si deve verificare una data notizia e, nel caso la si trovasse falsa, bollarla come tale e derubricarla, facendolo esplicitamente presente ai lettori o agli utenti, con debiti articoli o post di debunking. Questo è stato fatto con grande chiarezza da molti giornali, soprattutto online, francesi, ma non altrettanto da quelli italiani, che nei casi migliori si sono limitati a cancellare le notizie fasulle, senza troppe rettifiche, nel caso degli attentati di Parigi come in quello del Natale negato; due casi, come già detto, diversi, ma che rappresentano la stessa immagine dell’informazione nostrana, non sempre limpida.

Evidenziato cosa dovrebbero fare le grandi testate giornalistiche o comunque i siti d’informazione, il problema è più complicate per i social. Non bastano le rettifiche del giorno dopo, se va bene. È infatti sulle bacheche di Facebook e nella timeline di Twitter che montano ed evolvono sempre con più frequenza le breaking news di grandi eventi, e di conseguenza anche le grandi bufale.

Si deve quindi pretendere anche da social come Twitter, Facebook e Snapchat, che hanno da poco inaugurato vere e proprie funzioni dedicate alle news, un meccanismo di verifica e debunking in tempo reale? C’è chi afferma  di sì e che sia giusto e doveroso applicare questo tipo di politica, e chi invece sostiene che un social come Twitter sia una sorta di forno autopulente, che cioè reagisca da solo o quasi alla creazione e alla circolazione di bufale. L’esperienza del 13 Novembre ha mostrato come quest’ultima ipotesi sia un po’ troppo ottimisitica, non foss’altro perché ci si è messo più tempo del dovuto a correggere le notizie e soprattutto a fare arrivare la correzione al grande pubblico. In ogni caso che anche gli utenti debbano avere un ruolo attivo e consapevole è palese e auspicabile. Retwittare e condividere notizie non sicure o false aumenta soltanto la confusione.

Finendo con delle proposte pratiche la giornalista Claire Wardle chiedendosi come fare per arrivare a una politica di debunking immediato ipotizza un’icona o un design condiviso che metta in guardia subito dalle notizie fasulle: “Abbiamo bisogno di sviluppare un modo per mettere a punto un semplice linguaggio visuale per il debunking di informazioni false (…) Che sia un’emoji concordata per ‘debunked’, un layer in stile Snapchat o uno sticker, che siano iniziative portate avanti dagli stessi social network, ci deve essere un’icona universale. I network condividono il marchio blu di account verificato e gli hashtag. Abbiamo bisogno di una nuova icona condivisa.” (Fonte: http://www.valigiablu.it/parigi-debunking/)

Qualcuno che ci ha provato c’è, come ad esempio il giornalista francese di BuzzFeed Adrien Sénécat che nel suo lavoro di debunking su Parigi ha bollato varie foto fasulle con la scritta in rosso FAUX.
La Chiave di Sophia_l'etica della notizie
(Foto presa da twitter).

In conclusione ecco un piccolo e pratico vademecum di sopravvivenza alle breaking news, creato dal sito Valigia Blu, per un etica delle notizie partecipata e condivisa anche da parte dei più diretti interessati, i lettori.

l'etica della notizie

Tommaso Meo

Da lupi a virus, genesi del parassitismo nelle relazioni sociali

L’espressione latina homo homini lupus, proverbio pessimistico, derivato dall’Asinaria di Plauto, e assunto dal filosofo T. Hobbes, nella sua opera “De cive”, per designare lo stato di natura in cui gli uomini, soggiogati dall’egoismo, si combattono l’un l’altro (Treccani), è oggi a mio avviso sostituibile con il motto Homo homini virus (titolo del mio secondo romanzo, in cui affronto il tema degli abusi di potere nell’epoca presente).

La filosofia hobbesiana, strumentalmente politica e asservita a un’idea assolutistica di potere, era innanzitutto possibile se la si considera inserita in un’epoca a cavallo tra due rivoluzioni ma soprattutto un’epoca in cui erano ancora pienamente in vigore nel bene e nel male quei valori forti, da cui conseguivano i doveri forti, che hanno poi caratterizzato la modernità e nella fattispecie l’ascesa dell’individuo, della sovranità nazionale degli Stati e del modello di contrapposizione natura/cultura, con conseguente appropriazione della natura.

Di fronte a valori e doveri che pongono l’uomo al centro dell’universo, possiamo incontrare due fondamentali concezioni dell’essere umano: quella di natura pessimistica, che vede nell’egoismo e nella guerra di tutti contro tutti l’essenza ultima dell’umano, seguita poi anche da Schopenhauer. E quella di natura ottimistica, base invece del pensiero anarchico, con le parole di Errico Malatesta:

“L’Anarchia, al pari del socialismo, ha per base, per punto di partenza, per ambiente necessario, l’eguaglianza di condizioni; ha per faro la solidarietà; e per metodo la libertà.”

Ora cosa accade? Entrambe queste visioni del mondo, che costituivano una contrapposizione di tipo polare, vengono a vanificarsi con il crollo del sistema di valori forti, e di conseguenza doveri forti, caratteristici dell’epoca moderna, simultaneamente crolla il concetto di centralità dell’uomo nell’universo e nella natura, possibilità dell’individuo, dello Stato e della coscienza, di essere realmente indipendenti dall’ambiente circostante.

Non si potrà qui considerare, per ragioni di spazio, in termini ontologici, tutto il processo di decentralizzazione dell’individuo ma, in particolare verrà affrontato il tema dell’implosione dei valori e della difficoltà di trovare un pensiero realmente antagonista (come fu nell’Ottoento il pensiero anarchico).

Per capire come gli esseri umani si siano trasformati da lupi in virus occorre considerare tre fondamentali fattori: l’economico, il sociale e lo psichico.

Dal punto di vista economico abitiamo chiaramente un’epoca che ha sostituito il modello economico al politico e dunque vive questo squilibrio tra le forze economiche in gioco e i meccanismi politici ad esse subordinati (si pensi al recentissimo fallimento del tentativo di Tsipras di ridare sovranità al popolo greco). Lo strapotere delle banche determina forme politiche asservite alla logica di un capitale sempre più volatile e sempre meno legato alle reali esigenze delle persone e, sul piano politico, istituzioni, partiti e Stati altro non sono che gli emissari di questa egemonia ultracapitalistica. Ciò determina situazioni più o meno torbide di precariato in cui a farne le spese sono per lo più i giovani e in particolare la classe media che, come aveva previsto Marx ormai due secoli fa, va via via proletarizzandosi, fino alla totale estinzione come entità.

Il precariato a sua volta determina inequivocabilmente una competizione sfrenata per potersi garantire un posto di lavoro a tempo e sottopagato, dunque sfruttamento e guerra, dove il più povero viene additato come capro espiatorio (si pensi alle recenti dispute infinite e spesso in malafede sul ruolo dei migranti) e viene demolita qualunque forma di sostegno per chi è considerato scarto.

È precisamente questo il punto da cui partire per considerare il mutamento antropologico dell’uomo da lupo a virus. Il lupo è l’individuo forte che può duellare con il proprio simile attraverso una chiara definizione dei ruoli e delle forze in gioco. Il virus non può duellare alla luce del sole poiché abita negli anfratti, è indovato e si confonde con gli acidi nucleici della cellula ospite, promuovendo, con la sua attività, la distruzione non solo dell’ospite ma, ovviamente, come conseguenza, anche di sé.

Dal punto di vista sociale assistiamo dunque alla tendenza verso l’ascesa assoluta del valore fasullo, poiché artificioso e innaturale, della reputazione, non direttamente confrontabile con le reali qualità personali, ma legata al simulacro sociale delle stesse. Operando dunque un ribaltamento dell’ordine semantico del lemma, come spesso accade (anche nel caso del termine virale), il lessico postmoderno agisce in modo mistificatorio e strumentale sull’ordine linguistico.

Reputazione da social network in particolare, si pensi a quante volte avvenga che per decidere di offrire o meno un impiego, non parliamo di lavoro equamente retribuito: ormai una lontana chimera del secolo scorso, ma semplicemente un impiego a qualche d’uno si vada a googlare il suo nome o direttamente a navigare sulla sua pagina Twitter o Facebook per accertarsi di quanti mipiace abbia, quanti seguaci, di quale tipo, cosa dicano di lui, e ci si fa così un’idea del livello di reputazione del suddetto individuo.

Ciò crea automaticamente scarti e livelli d’appartenenza sociale, non più definibili in quanto classi, e per ciò stesso capaci di coscienza di classe e dunque di lottare per la propria emancipazione, ma definibili in base alle proprie abilità comunicative, alle proprie abilità manipolatorie e alle proprie abilità associative. Scarti, per esempio, sarebbero grandi artisti e filosofi con carenze nella sfera socio-affettiva come, per citarne solo alcuni: Arthur Schopenhauer, Vincent Van Gogh, Emily Dikinson. Mi si potrebbe obiettare che costoro fossero considerati outsider anche nei secoli in cui hanno vissuto, ma esisteva ancora, nel corso del Novecento, la possibilità di rivalutare e rielaborare il passato secondo una logica non strettamente economica, una logica imperniata su valori umanistici e universali, che ponevano l’insegnamento e dunque la trasmissione di un messaggio, al centro della ricerca.

Veniamo ora alla questione della salute mentale. In un’epoca dove tutto è improntato sui numeri, sulla valenza economica degli individui e delle tribù, viene a saltare qualunque conquista basagliana. È paradossale come la follia divenga il centro focale del discorso: si chiede agli individui di essere estremi, di sperimentarsi fino a smembrarsi, di perdere l’identità, di conformarsi alla volatilità dell’epoca presente, dunque di impazzire, e contemporaneamente si etichettano come malati mentali tutti colori i quali eccedano dalla logica binaria delle appartenenze. Si creano nomi ad ok per vendere farmaci ad hoc. E qui i virus danzano, completamente liberati da qualunque forma di compassione. I virus si nutrono principalmente di fragilità umana, diversità, incapacità relazionale. I virus banchettano sulle ceneri degli adolescenti morti per abuso di sostanze, sui pazienti psichiatrici uccisi dai TSO, sulla dicitura “disfunzionale”.

Ora, è necessaria e urgente per contrapporsi alla logica binaria funzionale/disfunzionale, mipiace/nonmipiace, in/out, una riappropriazione del concetto hegeliano di riconoscimento, del concetto schopenahueriano di compassione, del concetto maffesoliniano di ecosofia.

Dunque re-imparare a riconoscere l’altro come sé, partendo dalla massima schopenhaueriana: “Rinascerai un giorno nelle vesti di colui che ora offendi e subirai la stessa offesa.” E per far questo, con i valori e i cardini mutati nel tempo presente, è necessario decentrarsi (de-egogizzarsi), riscoprire la prospettiva ecosofica di essere parte di un tutto vastissimo e immenso, noi, come l’altro, senza nessun gradino, senza nessuna scala sociale.

Ilaria Palomba

 

Biografia

Ilaria Palomba è una scrittrice italianma.
Ha pubblicato il romanzo “Fatti male” (Gaffi), tradotto in Germania per la Aufbau-Verlag nella collana Blumenbar, con titolo “Tu dir weh”; la raccolta poetica “I buchi neri divorano le stelle” (Arduino Sacco); la raccolta di racconti “Violentati” (ErosCultura), di cui un racconto pubblicato negli Stati Uniti per il Mammoth Book, l’antologia di racconti curata da Maxim Jakubowski. Grazie a una Borsa di Studio Internazionale, ha elaborato il saggio “Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art” (Dal Sud), durante un anno di studi al CeaQ, diretto dal Prof. Maffesoli; il romanzo “Homo homini virus” (Meridiano Zero), d’ispirazione per molte performance teatrali e di body-art; il racconto “Il potere della negazione”, tradotto in francese e pubblicato in duplice lingua nel numero “le BAROQUE” (2015) della rivista internazionale “Les Cahiers européens de l’imaginaire”, fondata da Michel Maffesoli e Gilbert Durand.

Ha esperito sul proprio corpo, non solo come ricercatrice, l’ebrezza della performance art, grazie al workshop “Chi sei tu” con Franko B e al workshop di Performazione con Antonio Bilo Canella e Hossein Taheri.
Scrive per le riviste “Succedeoggi”, “Mag O” il magazine di Omero, “Night Italia”, “Pastiche”, “Nova”, “Flussi Potenziali”. Alcuni suoi scritti sono entrati a far parte di antologie letterarie.
http://www.ilariapalomba.it/

https://ilariapalomba.wordpress.com/

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Tra identità virtuale e digitale: un soggetto fluido

Nell’era della grande rivoluzione digitale e della pervasività delle diverse tecnologia, l’uomo ha modificato non solo la percezione della realtà in cui vive ma anche l’essenza stessa di ciò che lo caratterizza: la proprio identità. Identità che viene riscritta davanti ad uno schermo di un computer, riposizionata nella fitta rete di relazioni virtuali e soggetta costantemente al grande divenire delle dinamiche del web.
Internet è diventato il luogo per eccellenza della nostra immaginazione, luogo in cui molteplici realtà parallele si intrecciano e dove la nostra identità perde la proprio fisicità per acquistare fluidità.
Se per Charles Taylor, filosofo canadese il cui pensiero si è concentrato in particolare sulla genealogia del ‘sé moderno’, l’identità dovrebbe indicare “la visione che una persona ha di quello che è, delle proprie caratteristiche fondamentali, che la definiscono come essere umano” e soprattutto denoterebbe “un’esperienza individuale che non può mai essere completamente scissa da quella sociale”, dobbiamo ammettere una nuova forma di socialità: quella digitale.
Parlare di identità digitale e identità virtuale sono due cose completamente diverse e molto spesso si usa l’una per indicare l’altra; possiamo intende l’identità virtuale come quell’identità potenziale, possibile e immaginaria che però non ha manifestazione concreta, mentre l’identità digitale è il risultato delle informazioni e risorse concesse da un sistema informativo, in poche parole è l’identità che un utente delle rete determina utilizzando siti internet e social network.
Chiaramente con il diffondersi dei social network è avvenuta una vera e propria rivoluzione dell’identità online, rendendo predominante quella digitale su quella virtuale.
Un’identità che ora può essere confermata o smentita da un vasto pubblico, con un semplice like o con un commento; un’identità che risulta allo stesso tempo pubblica e privata, esposta e nascosta insieme, reale ma anche finta, dove i soggetti possono scegliere diversi modi con i quali esprimersi e interagire con altri soggetti.

Se accettiamo l’idea che l’identità non sia qualcosa di dato per sempre ma un processo, ecco che le nuove configurazioni sociali ci spingono a dover definire con nuovi strumenti e nuove visioni quel che noi siamo e sentiamo di essere1 .

Queste identità, nate dall’interazione uomo-macchina danno vita ad un nuovo soggetto la cui essenza ora si manifesta frammentata e molto più complessa. Questo ‘soggetto virtuale’ appare disseminato nella rete, capace anche di non distinguere più la realtà dalla virtualità, mosso dal forte desiderio di poter diventar altro da Sé.
Questo diventare qualcos’altro diventa possibile proprio nelle fitta rete del Web: il soggetto ha la possibilità di poter sperimentare un se stesso diverso, di poter relazionarsi in modo diverso e quindi allontanarsi più che mai dalla realtà alla quale è legato.
È veramente possibile abbandonare il nostro legame con la realtà? O nonostante questa gratificazione nel diventar altro rimaniamo comunque legati all’identità reale di partenza?
Una cosa è chiara: i computer e il web consentono una libertà smisurata, con le loro infinite possibilità di mutamento, manipolazione, ricomposizione e adattamento; consentono all’utente di essere allo stesso tempo unico ma anche molteplice. Ciò che è importante è l’esser consapevoli dell’utilizzo che facciamo della rete e dei social network, saper trovare la giusta misura tra il digitale e la realtà.

Viviamo nei cervelli l’uno dell’altro, come voci, immagini, parole sullo schermo. (…) Siamo personalità multiple e ci comprendiamo a vicenda2.

Elena Casagrande
NOTE:
1 cit. E. Petrassi, Bentrovati. Nel cyberspazio!.
2 Cit. da S. Turkle, La vita sullo schermo. Nuove identità e relazioni sociali
nell’epoca di Internet
.

ITALIA; 69-80

I numeri 69-80 indicano capitolo e versetto di una parabola contenuta in quel vangelo di piombo custodito nei turbolenti anfratti della nostra italianità.

E’ un vangelo laico scritto da mani profane, racconta di persone mute con occhi che hanno visto troppo, orecchie che hanno udito troppo poco… e la parabola racconta di un treno che giunge nei posti più impensabili: parte da Piazza Fontana a Milano e arriva puntuale a Bologna.

Non ha capolinea, non torna mai indietro.
Attraversa la Storia in date precise e cadenzate.

Nel nostro Paese i treni hanno un nome, il treno di questa parabola si chiama Italicus e ferma a Brescia, ferma a Gioia Tauro, alla Questura di Milano, il campo base è a San Benedetto Val di Sambro.

Ai lati della strada ferrata vi sono eversioni armate, rosse e nere, c’è lo stragismo, si sussurrano complotti segreti e deviati, compaiono eminenze grigie negli affari di Stato.

Poi c’è la massa, c’è sempre la massa nelle parabole e questa è nazional-popolare, con le sue tensioni sociali e intestine che gridano frantumando il silenzio sovrano.

Gridano di dolore a Piazza della Loggia così come a Bologna, gridano di rabbia contro la polizia, contro i tanti Luigi Calabresi nei processi irregolari presieduti da giudici senza toga.

Vi sono anche grida di protesta contro l’ingombrante Vietnam e il fresco ricordo di una Primavera a Praga.

La massa si spacca quasi a metà, si alzano barricate, si occupano atenei.
Strade come trincee e tanti manganelli.

In trentacinque anni sono sicuramente cambiate molte cose, ma mi domando quale insegnamento abbia portato quella violenza che muoveva i fili di ideologie ponderatamente spicce ritagliate in slogan, in P38, vestite di eskimo o in giacche di pelle nera.

Occhiali scuri, visi sempre più pallidi e concentrati attorno alla Renault 4 rossa di via Caetani.

C’è Giuseppe Memeo con il suo passamontagna, chino e con le braccia protese in avanti e prende la mira, è la foto che racchiude dieci anni d’Italia.

Sono gli anni delle bombe figlie di guerre mai dichiarate.

E si combatteva anche con i libri, con i fantasmi del passato, si giocava con la strategia della tensione, un risiko dal sapore fin troppo reale dei due blocchi mondiali.

La nostra generazione vive diversamente, imbottigliata nei social network; per gridare dimentica il “caps lock” inserito, e come ideologia non porta nulla di concreto se non ripetizioni di concetti triti e ritriti minacciando tritolo oppure atti di eroismo degne delle migliori chiacchierate da bar.

Fortunatamente non affiorano più, nelle strade, nelle piazze e negli incubi, gli ordigni creati dall’occhialuto uomo sveviano, ma sono spariti i libri, le riunioni, i confronti, è sparito il sale dell’educazione.

Sparisce quella briciola di buono che la parabola ha insegnato a chi è stato capace di coglierla.
Pace ai morti, pietà per i vivi.

Cadono le ideologie della nostra società e ci si arrocca nell’immobilismo cocciuto che non vuol sentir ragione perché ne vuole avere troppa.

Si professa l’anticambiamento, si teme di un domani anche troppo tumultuoso.

Ci si lega sempre più al singolo uomo, al leader di turno, paralizzando quel pensiero che dovrebbe camminare sulle gambe di altri uomini.
Si raccolgono le misere disinformazioni e ci si lascia cullare dalla più completa ignoranza ingiustificabile del XXI secolo.

Tanti pulpiti e tanti profeti di un pubblico annoiato che si guarda allo specchio.

Fanno le prove misurando i decibel di voce.

Vincerà chi spara più in alto il proprio balenante turpiloquio, meglio se dietro lo schermo o dietro alla tastiera.

Vige la regola del sentito dire, e i pochi pensieri indipendenti se ne vanno errando lungo lo Stivale domandandosi se l’errore è stato dare ascolto al piombo, oppure al nulla degli odierni.

L’eterno dilemma dell’unità di misura basata sul meno peggio.

Il 2 Agosto scorso era il giorno dei ricordi.

Era l’anniversario di troppe cose lasciate senza un nome.

Ore 10 e 25.

Nel mare di persone rimane solo un silenzio in cui non grida più nessuno.

Alessandro Basso

[Immagine tratta da “Linkiesta.it”]

La nostra vita ridotta a codice html

siamo solo noi
che non abbiamo più niente da dire
dobbiamo solo vomitare
siamo solo noi
che non vi stiamo neanche più ad ascoltare

Erano gli anni ’80 quando Vasco Rossi cantava questa canzone, inno di una generazione di ‘sconvolti’, di giovani che vivevano la vita appieno, anche esagerando, però sempre da protagonisti delle loro storie, sempre in prima linea nei loro rapporti e sempre reali.

All’epoca non esistevano i Social Network. I famigerati Social Network.

A quei tempi il non avere più niente da dire o il non avere più voglia di ascoltare erano da imputare ad un senso di ribellione nei confronti della società che scaturiva dalla necessità di essere liberi ed emancipati .

Oggi sono dovuti alla perdita inesorabile di relazione tra le persone.

Cosa vuol dire relazione?

Da sempre concetto problematico in Filosofia, essa può intendersi, semplicisticamente e in riferimento a due persone, come una particolare disposizione nei confronti di qualcuno che fa interagire due pensieri tra loro.

Così intesa la relazione è un rapporto di scambio tra due individui che decidono di condividere qualcosa.

Oggi questo tipo di concezione è  assolutamente messa in crisi dalla presenza sempre più massiccia di Internet e, soprattutto, dei Social Network; attraverso questi nuovi potenti mezzi di comunicazione le relazioni si fanno sempre più deboli, diventando virtuali.

La virtualità è ciò che contraddistingue la  vita dei giovani d’oggi: non più piazze, giardinetti, concerti, manifestazioni, ma una stanza e un monitor. Non più sensazioni tattili, visive, olfattive ed uditive ma solo contatti freddi fatti di immagini (ritoccate possibilmente) e di parole studiate, ragionate, dunque poco spontanee.

Dove sono finiti il coraggio di affrontarsi di persona, di litigare vis à vis e l’emozione di un ‘Ti amo’ sussurrato, di un abbraccio sincero? Possibile che tutto questo possa davvero essere sostituito da un semplice dispositivo tecnologico?

Chi sono loro? Chi sono i giovani di oggi e perché non lo sappiamo?

Semplice: loro si raccontano eccome, ma solo attraverso Facebook, Twitter e simili. Loro ci parlano per mezzo di Like, Tweet, Followers perché si sentono veri in un mondo fasullo.

La vita è virtuale e la relazione tradizionale fatta da “Ciao! Che bello vederti!’ diventa solo “Ciao! Ho visto su Facebook che ti sei sposato!’. Le loro informazioni girano nel web, quindi non hanno bisogno di andare a dire ‘a voce’ quello che sono o quello che fanno.

Una domanda, però, sorge spontanea…loro sono davvero quello che vediamo virtualmente?

Non parlo solo di foto o nomi che spesso sono fasulli (ma perché?), intendo capire se quello che i giovani scrivono sia davvero ciò che pensano, sentono, sognano o se sia solo ciò che serve loro per costruirsi un’immagine perfetta agli occhi degli altri.

Difficile dirlo e scoprirlo. Se lo chiedessimo a loro risponderebbero che il tutto corrisponde a realtà. Ma loro sanno cos’è la vera realtà? Veramente farebbero e/o direbbero tutto quello che scrivono? Io non ci credo, perché Internet è un fantastico modo per nascondersi, per celare la propria personalità fragile o violenta, emotiva o arrogante. È una vetrina dove ognuno espone la propria merce al meglio, chi per farsi accettare, chi per scatenare l’invidia altrui, chi per timidezza.

La realtà, oggi, è stata completamente assorbita dal virtuale.

[…]con il virtuale non ci si confronta. Nel virtuale ci si immerge, ci si tuffa dentro lo schermo. Lo schermo è un luogo di immersione, ed ovviamente di interattività, poiché al suo interno si può fare quel che si vuole; ma in esso ci si immerge, non si ha più la distanza dello sguardo, della contraddizione che è propria della realtà. […]Nella realtà virtuale tutto è effettivamente possibile, ma la posizione del soggetto è pericolosamente minacciata, se non eliminata.¹

Nel mondo virtuale i rapporti soggetto-oggetto e soggetto-soggetto non esistono più, tutto viene posto sullo stesso piano, senza alcuna differenza tra vero, falso, reale, immaginario e così via.

Il conflitto tra reale e virtuale è stato ben rappresentato da Jean Baudrillard in un’intervista² del 1999 in cui lo rivede in chiave platonica attraverso il mito della caverna:

L’immagine di Platone è diversa in quanto si riferisce alla figura di una nascita, di qualcosa di irreale in quanto ombra di qualcosa, ma tuttavia il mito parla comunque dell’essere. Ci sono ombre che si muovono in circolo e noi non siamo che il riflesso di un’altra sorgente, che esiste altrove, una fonte luminosa dinanzi alla quale però si interpone un corpo, e le ombre sfilano. Nel mondo virtuale, invece, direi che non ci sono né apparenze né essere, non esistono ombre giacché l’essere è trasparente, in un certo senso questo è il dominio della trasparenza totale. Noi siamo perciò come attraversati in qualche modo dai messaggi, dall’informazione, dai megahertz o che so io, da tutto quel che si vuole, poiché noi stessi siamo trasparenti all’interno della realtà virtuale, non abbiamo più un ombra. La nostra, se si vuole, è tipicamente l’epoca dell’uomo che ha perduto l’ombra. La famosa frase, “egli ha smarrito la sua ombra”, è una metafora che sta a indicare che abbiamo perso l’opacità, e in fondo l’essere stesso, lo spessore dell’essere, la sua profondità. Al contempo si è perduto anche il significato che l’ombra aveva un tempo, vale a dire la negatività, la morte. Del resto è vero che di fatto ci troviamo dentro a un sistema che si prefigge di eliminare la morte, nel quale non ci dovrà più essere nulla di negativo, come la fine dell’esistenza e l’ombra. Un sistema totalmente operativo e positivo al cui interno noi saremo tutti trasparenti, comunicativi, interattivi. In questo ambito, perciò, non credo ci sia una scena in cui compaiono queste ombre platoniche.

Forse il problema di oggi diffuso tra i giovani è cosa sia davvero la realtà, se esista una realtà o se non sia realtà proprio la loro, semplicemente rivista perché segue il mondo che diviene.

Tutto è, come vedete, compromesso. Non riusciamo più a credere a nulla e pretendiamo lo facciano i giovani che sono nati durante la globalizzazione e l’accelerazione dello sviluppo tecnologico.

Eppure, in tutto questo caos, una cosa è sicura: la relazione, quale rapporto occhi contro occhi, pelle sopra pelle, fatto di voce, di sguardi, di guance rosse, mani che asciugano lacrime, gambe che si intrecciano e capelli che si muovono al vento si è smarrita nel labirinto di codici html.

Note:

¹-  Intervista a Jean Baudrillard, Il virtuale ha assorbito il reale, Parigi, 1999

²- Ibidem

Valeria Genova

[Immagine tratta da Google Immagini]

Siate più Smart siate più schiavi

In treno un tale di una certa età chiede a un’altra persona più giovane nascosta dietro un computer “Mi scusi posso farle una domanda? Qual è l’ultimo libro che ha letto?”, l’interlocutore imbarazzato risponde un titolo che non ho capito e specifica che si tratta di un libro sulla cultura indiana. Il tale che ha fatto la domanda risponde sul pezzo e cerca di intavolare una conversazione, ma l’altro lo interrompe bruscamente dicendo con tono secco “Mi scusi devo lavorare!” e torna a nascondersi dietro al monitor del computer dove io che lo vedo so che sta facendo di tutto meno che lavorare tra Facebook e simili. Il tale delle domande si ricompone in silenzio e questa volta volge lo sguardo verso di me che intanto me ne sto qui a scrivere questo stato, fingendomi indaffarato col tablet. mentre intanto ogni tanto alzo lo sguardo e lo ritrovo lì con sguardo interrogativo e io sono sempre più in imbarazzo cercando di schivare la domanda. Perché nell’era in cui siamo tutti connessi abbiamo così paura di parlare con uno sconosciuto? I nostri dispositivi tecnologici ci hanno promesso “amici” come se piovessero dall’alto, ma ci hanno forse resi deficienti quando si tratta di parlare semplicemente con il prossimo? Una cosa è certa: sia io che il mio vicino forse ci stiamo perdendo una grande occasione di uscire arricchiti da una conversazione che non abbiamo il coraggio di sostenere, e di sicuro i nostri nonni non avrebbero invece perso l’occasione di far due parole con questo curioso signore che in fondo vuole solo parlare di qualche buona lettura…

In “Il Capitale” Marx ci parla di due fenomeni che possono tornarci utili per analizzare la situazione perché risulta evidente come abbiamo accolto nella nostra vita le nuove tecnologie in modo del tutto acritico e perseguendo un’idea diffusa nell’ascesa industriale di radice ottocentesca secondo cui progresso, etimologicamente pro gradius, abbia sempre e solo una accezione positiva.

I bisogni indotti: Marx descrive il fenomeno secondo cui vi sarebbero insiti nella natura umana due tendenze composte dai bisogni naturali che apparterrebbero alla sfera strutturale degli individui e i bisogni indotti che apparterrebbero agli aspetti sovrastrutturali. Per semplificare potremmo definire le due categorie come la distinzione sussitente tra Natura e Cultura, questa seconda categoria concepita all’interno del sistema capitalistico ridurrebbe l’individuo a consumatore in cui instillare bisogni eteronomi rispetto alla sua stessa natura. Se osserviamo la penetrazione delle nuove tecnologie nella nostra vita quotidiana non possiamo che notare questa tendenza, le nuove tecnologie si sono fatte strada negli ambienti di lavoro, nelle nostre case e nelle nostre tasche, all’interno della retorica delle cose “smart” e di quanto esse sarebbero straordinariamente fighe, ci hanno promesso di risparmiare tempo, che tutto sarebbe stato migliore e più fast, ma dietro a queste promesse non è forse vero che i ritmi di lavoro sono in realtà aumentati e che ci siamo esposti a un bombardamento cognitivo a discapito della nostra serenità e pagando un caro prezzo in termini di carico di stress? Pensate all’effetto della reperibilità permanente, siamo sempre raggiungibili, una connettività permanente che diventa simile a una droga quando si manifesta nella dimensione della dipendenza e dell’ansia quando vediamo le tacchette della nostra batteria scendere inesorabilmente verso lo 0% sugli schermi dei nostri dispositivi.

L’alienazione: in “ Il Capitale” di Marx vi è un capitolo emblematico: Le macchine. Un capitolo la cui profeticità risulta sconvolgente se pensiamo che esso è legato alla macchinazione industriale dell’Ottocento la cui pervasività nella vita era legata alla prossimità della macchina nelle fabbriche. Eppure già qualcosa allora nelle viscere degli uomini si muoveva, forse memori del racconto del Golem della cultura ebraica, una creatura generata da conoscenze esoteriche derivanti dalla Cabala all’interno della cultura ebraica, una creatura naturalmente portata a essere al servizio dell’uomo, ma destinata alla fine a ribellarsi a quest’ultimo cagionando vicende nefaste. Non a caso negli anni dell’industrializzazione si fece strada il Luddismo, un movimento di protesta operaia che si rifaceva a un mitologico operaio Ned Ludd il quale avrebbe distrutto un telaio meccanico in segno di protesta finalizzato alla riaffermazione della dignità dei lavoratori salariati rispetto all’introduzione di nuove macchine. L’alienazione è quel fenomeno che sorge nell’interazione delle macchine e dove la dimensione umana diventa funzionale alla macchina e non viceversa, dove gli uomini sono soggiogati dalle macchine e in funzione di esse. Scrive Marx a riguardo:

“Con la messa in valore del mondo delle cose cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini. Il lavoro non produce soltanto merci; esso produce se stesso e il lavoratore come una merce, precisamente nella proporzione in cui esso produce merci in genere. Questo fatto non esprime nient’altro che questo: che l’oggetto, prodotto dal lavoro, prodotto suo, sorge di fronte al lavoro come un ente estraneo, come una potenza indipendente dal producente”.

Ho visto persone più attente a prendersi cura del proprio Smart Phone, con le sue app, i suoi aggiornamenti e i suoi ultimi giochi che assomigliano più a delle catene di Sant’Antonio che a una esperienza ludica, che pronte a prendersi cura di un essere vivente, di un cane, di un gatto e perfino dei propri simili.

Ci sono famiglie che si ritrovano a cena intorno allo stesso tavolo dove l’unico suono che si ode è il ticchettio delle dita sui monitor di cellulari e tablet, e quante volte ci ritroviamo a stare insieme fisicamente senza esserlo davvero? Nell’epoca in cui tutti siamo più connessi nei nostri iperurani digitali siamo tutti più disconnessi dalla nostra prossimità tanto che diventa sensato chiedersi se non siano più reali i nostri avatar digitali, le nostre vite digitali di quanto non lo sia la realtà stessa che stiamo vivendo.

Fotografiamo quello che abbiamo nel piatto, fotografiamo i nostri figli, fotografiamo i nostri luoghi, fotografiamo e postiamo, come se le cose che mangiamo, le esperienze che facciamo non fossero sufficientemente reali così come sono, come se il loro statuto ontologico fosse deficitario al punto da necessitare un rafforzamento all’interno della condivisione. Le cose esistono solo se le vedono in tanti e così facendo perdiamo il qui e ora, la realtà di quelle esperienze che nessun dispositivo potrà mai campionare così come sono, demandando tutto a un mondo di illusorio dove “bisogna esserci” perché è solo nella rete, nella socializzazione esasperata che le cose si affermano.

Siamo tutti connessi e tutti infinitamente più soli, più insicuri, più fragili. In molti casi lo sappiamo, sappiamo che forse dovremmo avere più coraggio di vivere il presente al posto di affidarci a un limbo fatto a suon di chat, condivisioni e tweet eppure continuiamo a ingannarci scientemente perché questa è la legge del tutti e nessuno, della dimensione collettiva che è diventata prima di tutto la prigione della nostra stessa esistenza.

La tecnologia e i suoi araldi ci hanno promesso benessere e libertà, noi ci siamo caduti in pieno. E a questo punto bisognerebbe chiedersi se non siano le macchine i veri soggetti e se non siano esse a usare in qualche misura noi. E’ questa la dittatura delle cose.

Scrive Calvino in “Le Città Invisibili”:

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Cosa dite cari lettori? Sì, in effetti anche io che vi sto scrivendo in fondo mentre vi scrivo sono soggetto alla stessa contraddizione di chi assomiglia a un cartello stradale che in effetti non va nella direzione che indica o forse, nel nostro caso, va perfino nella direzione opposta. Perché in effetti vi sto scrivendo attraverso un tablet, mi state leggendo su una piattaforma online chiamata La Chiave di Sophia che nasce proprio come uno strumento online che comunica tanto con Facebook quanto con Twitter.

Vi risponderò ironicamente che in realtà è tutta una strategia, non è forse Hegel che conia la definizione di “Critica immanente” e forse il nostro riscatto e la nostra liberazione non può che passare proprio attraverso gli stessi strumenti che ci hanno messi in catene…per quanto immateriali e digitali…pur sempre catene…

Matteo Montagner

[immagini tratte da Google Immagini]

Il successo di far “succedere”: intervista a Oscar di Montigny

Spesso quando si pensa alla parola Banca, vengono in mente concetti per lo più aridi, fatti di numeri, concretezza e soldi.

E le persone che vi lavorano? Come le vediamo? Come le percepiamo?

Questa intervista realizzata al Direttore Marketing Comunicazione e Innovazione di Mediolanum, Oscar di Montigny, fa luce sull’aspetto persona, dimostrando quanto il pensiero conti nella vita privata dell’uomo e lo aiuti ad affrontare anche gli ambienti più ‘aridi’ con la passione del cuore.

– Se non conoscessimo il suo cognome, dunque il suo lavoro e la sua vita, come definirebbe l’ “anonimo” Oscar?

Un viandante.

– Cosa avrebbe fatto l’ “anonimo” Oscar se non fosse diventato Direttore Marketing di un colosso bancario?

Probabilmente sarei stato un attore di teatro e un viaggiatore con zaino e sacco a pelo.

– La chiave di Sophia ha lo scopo di dimostrare quanto la filosofia sia presente nella nostra quotidianità e, leggendo il suo blog omonimo oscardimontigny.it, mi viene da pensare che nella sua vita ma anche nel suo lavoro la Filosofia la faccia da padrona. Conviene con me?

La filosofia è molto importante nella mia vita, insieme ad arte, scienza ed economia. Intendo la filosofia soprattutto come disciplina che si occupa del “bene”, l’arte quella che si occupa del “bello”, la scienza del “vero” e l’economia quella che si occupa del “giusto”.

– Che significato può avere per un uomo che lavora in un mondo fortemente concreto, fatto di numeri, di bilanci, di guadagno, la Filosofia? Può questa essere considerata ancora una materia importante nella nostra società?

Sì, la filosofia è la prima disciplina con cui noi esseri umani ci misuriamo. È lo strumento di cui ci siamo dotati per indagare il concetto di “bene”, per poter osservare e interpretare noi stessi e quello che ci accade intorno. E quindi ha un ruolo centrale nella vita di ognuno di noi. In realtà la filosofia, in quanto “amore per la sapienza” è alla base di ogni altra disciplina e ci rivela al contempo il nesso tra l’amore e ogni forma di conoscenza.

– Nel suo blog pone una domanda: Stiamo vivendo un’epoca di cambiamenti o un vero e proprio cambiamento d’epoca? Lei è riuscito a rispondere?

Dopo tante epoche di cambiamenti, abbiamo la fortuna di vivere un vero e proprio cambiamento d’epoca. Si tratta di una grande fortuna perché credo sia un momento bellissimo e interessantissimo per essere vivi. Tuttavia, al tempo stesso è un passaggio caratterizzato da una grande pressione psicologica, per cui la filosofia ci può essere di grande aiuto.

– In Italia la cultura è allo sbando, pochi vogliono investire su di essa, eppure lei afferma che la sfida delle aziende è soprattutto culturale: cosa intende? Lo crede davvero possibile?

Credo sia un cambiamento possibile, anche se non facile. È una sfida culturale perché il cambiamento richiesto deve accadere, più che nelle aziende, nella coscienza delle persone, che nelle aziende lavorano ogni giorno. È necessario cambiare prospettiva in una fase storica in cui stanno cambiando i paradigmi della nostra società. È in corso d’opera un’evoluzione dei meccanismi che finora hanno regolamentato il tessuto sociale ed economico. Per questo ognuno di noi deve capire se vuole essere protagonista attivo di questo cambiamento oppure subirlo passivamente. Le aziende sono grandi agglomerati di persone e non hanno la pesantezza degli apparati statali – che si traduce in lentezza dei processi e incapacità di prendere decisioni. Di contro, non hanno la reattività della società civile, che tuttavia sconta la sua frammentarietà e mancanza di identità unitaria. Per questo trovo che le aziende siano un’eccellente mediazione tra la società civile e l’apparato statale, un soggetto cruciale per far accadere le cose e guidare questo cambiamento. Per far sì che sia un’evoluzione positiva le aziende devono iniziare ad occuparsi non solo del proprio vantaggio, ma anche del vantaggio della comunità a cui fanno riferimento. Il futuro è di quelle aziende che riusciranno a prendersi cura di se stesse, dei propri clienti e al contempo anche della collettività.

– L’uomo, quindi il pensiero come arte di profonda riflessione, oserei dire, deve essere posto al centro. Quali sono, a suo avviso, le potenzialità dell’uomo, oggi, soggiogato dalla tecnologia e accecato dall’ambizione?

L’uomo oggi può andare a una velocità impensabile fino a poco tempo fa. È stato capace di inventare tecnologie in grado di consentire in breve tempo la soluzione di problemi prima considerati insormontabili e che al contempo possono produrre enormi vantaggi personali. Oggi il tema centrale non è più quindi quello dell’accelerazione, ma la necessità di dare il giusto orientamento a questa straordinaria velocità. Per questo, oggi più che mai, l’uomo e il suo pensiero devono stare al centro, in cabina di comando: ci sono grandi opportunità ma anche il rischio concreto di uno schianto, se si continua a procedere nella direzione opposta al bene comune.

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– Lei ha avuto la fortuna e soprattutto l’onore di incontrare molte personalità, alcune delle quali, credo, assolutamente in grado di trasmettere una visione di essere umano autentico, capace di forza, entusiasmo e coraggio puri. Quale l’ha commosso di più, quale le ha dato un motivo in più per combattere nella vita di tutti i giorni e quale le ha fatto pensare “quanto sono fortunato”?

Ognuno di loro mi ha fatto pensare a quanto fossi fortunato. Innanzitutto perché avevo la possibilità di poterle incontrare di persona e non limitarmi a dover leggere storie, libri e autobiografie, o sentire racconti. La premessa importante è che ho voluto fortemente incontrare ciascuno di essi, non è semplicemente successo: questo perché credo che ciascuno di noi secondo la propria possibilità – e in questo sono più fortunato di altri – deve cercarsi dei modelli. E, se possibile, conoscerli. Tutti questi individui straordinari esprimono – nella loro carne e nelle proprie azioni quotidiane – i valori che raccontano. Penso a Patch Adams per l’amore, Yoani Sanchez e Lech Walesa per la libertà, Tara Gandhi per la pace, Simona Atzori per il superamento del limite, Miloud Oukili per il donarsi agli altri, Jetsun Pema – sorella del Dalai Lama – per la compassione, i tanti atleti olimpici che ho incontrato per l’impegno. Tutti mi hanno insegnato tanto e mi hanno reso migliore.

– Che significato hanno per lei, nel 2015, le parola “economia” e “potere”?

Della parola “economia” ho riscoperto il valore del significato originario, che possiamo trovare su ogni dizionario: “arte di reggere e amministrare bene le cose della famiglia e dello stato”. Per me l’economia è proprio questo: un “arte” che sono felice e orgoglioso di praticare, laddove la parola chiave è “bene”. Infatti tutto ciò che è antieconomico, che non produce un risultato positivo è tale perché non sta funzionando bene. Oggi il capitalismo è fortemente e giustamente sotto attacco perché ha perseguito scopi sbagliati nella maniera sbagliata. Non è il capitalismo ad essere sbagliato di per sé, ma sono errate le modalità utilizzate per raggiungerne gli scopi. Anche riguardo al “potere” è utile una riflessione sul significato originario della parola, ovvero la capacità di far accadere delle cose. Credo che ogni uomo occupi un proprio luogo di potere, in ragione della propria sfera di influenza: un genitore ha un potere sui figli, un insegnante sugli allievi, un manager sui collaboratori. Per me il potere è l’espressione di un orientamento, che tutti gli uomini possono esprimere all’interno di un gruppo e che può contribuire a far sì che qualcosa accada.

– Il successo ha cambiato l’ “anonimo” Oscar? Se sì, in che modo? 

Non so cosa si intenda per “successo”: ormai se ne sarà accorta, ma a me piace insistere sul significato delle parole. “Succedere” significa far accadere le cose, quindi un uomo di successo è qualcuno che fa accadere qualcosa, consapevolmente. Negli ultimi anni mi sono effettivamente impegnato molto per far accadere diverse cose: la differenza sta non tanto nel “successo” ma proprio nella consapevolezza di poter far accadere qualcosa a vantaggio mio, dell’azienda, dei clienti, della collettività. Quando ci sono riuscito, mi sono sentito una persona di successo.

– Da utilizzatore di Social Network, per lei, come possono interagire, se possono farlo, le “relazioni umane” e le “visualizzazioni di profilo”?

Il mondo digitale non è virtuale. Spesso si confonde la digitalizzazione con la virtualità. Io credo che il mondo digitale sia un nuovo ambiente in cui accadono le stesse cose che si verificano dalla notte dei tempi: la gente cerca relazioni di diverso tipo: sentimentali, commerciali, “sociali” in genere. Sono solo cambiati gli strumenti e i linguaggi: oggi in tutto ciò che è digitale – come i profili nei social network – vedo semplicemente un nuovo linguaggio, certamente con le proprie regole, che sono pronto ad accogliere e a utilizzare per comunicare con gli altri.

– Ad un giovane che vorrebbe diventare Manager, cosa direbbe? A quali compromessi dovrebbe scendere per realizzare questo sogno?

Nessun compromesso. Piuttosto, la capacità di trovare una consonanza tra le proprie aspirazioni e le proprie capacità, l’umiltà come abilità di sapersi posizionare in ragione di ciò che si è. A un giovane direi: “Se sai fare tanto, datti subito grandi obiettivi. Se sai fare poco dati degli obiettivi alla tua portata e al tempo stesso impegnati per poter fare di più.” Fare il manager significa gestire persone e progetti, per cui credo che il requisito fondamentale sia quello di essere sufficientemente responsabili per sé e per gli altri. Bisogna lavorare sul senso di responsabilità, ovvero sull’abilità di dare le risposte. Tutti noi ogni giorno dobbiamo rispondere a delle domande: il bravo manager è colui che sa dare le risposte giuste.

– ​Non le ho chiesto nulla del suo lavoro perché sono convinta che la maggior parte del suo lavoro stia nella sua estrema capacità di riflessione e di analisi della vita e, credo, sia proprio questo il segreto del suo successo. Mi vuole smentire?

Qui torniamo al significato di “successo”. Quello che posso dire è che sono certamente una persona riflessiva, molto di più di quanto sicuramente sarei stato se non mi fossi educato ad esserlo, ma al contempo molto meno di quanto aspiro ad essere. Se questa mediazione produce dei buoni risultati ne sono felice, ma è molto meno di quanto vorrei.

 

Far accadere le cose non è mai semplice e spesso l’uomo vive inseguendo questo obiettivo senza mai centrarlo veramente.

Il “far succedere” significa non sottomettersi al destino, ad un’impostazione deterministica della realtà; trova il suo senso nella libertà di esprimersi andando alla ricerca di ciò che può migliorarci.

Ricadere nell’indeterminismo non vuol dire rifiutare un disegno prestabilito o, peggio ancora ricadere nel caos, ma significa lottare con i propri mezzi affinché quel destino che ci spetta possa essere plasmato dalle nostre azioni, dalle nostre scelte che non sono infinite ma che ci lasciano intravedere uno spiraglio di libertà.

Oscar di Montigny, in questa intervista, ha dimostrato la capacità dell’ “uomo semplice ma non banale”, cioè di ricerca personale del giusto, del vero, del bello per potersi spogliare delle etichette che il lavoro impone e per questo sentirsi libero di essere persona in mezzo a persone, Soggetto di fronte all’Altro.

Grazie ad Oscar di Montigny per questa sua testimonianza.

Valeria Genova

[Immagini di proprietà di Oscar di Montigny]