V per vampiro o V per virtuale?

Nella figura “classica” del vampiro, come è stata adattata da Bram Stoker per il suo Dracula dal folklore est-europeo, uno degli elementi che risulta più curioso è indubbiamente la “regola” secondo cui il non-morto può entrare in una casa solo dopo esservi stato invitato.
La metafora morale sul male, che mette radici solo quando gli si è volontariamente aperto le porte di mente e anima, è chiara, ma a un lettore smaliziato del ventunesimo secolo la cosa potrebbe comunque fare sorridere: perché dovremmo consapevolmente invitare in casa qualcuno col cipiglio diabolico di un Bela Lugosi o l’aria minacciosa di un Christopher Lee, o tantopiù un bambino cadaverico e svolazzante come quelli de Le notti di Salem di Stephen King, che pure recuperava gli elementi più classici del mito del vampiro?

Che si possa ritenere poco credibile una clausola di questo tipo, però, è quantomeno ironico, specie nell’era digitale e del virtuale. Un vampiro di oggi, con ogni probabilità, non busserebbe più a porte o finestre nel cuore della notte, ma si limiterebbe a lasciare sul monitor lunghissimi messaggi di informativa sulla privacy, che l’ignara (?) vittima farebbe scorrere fino all’ultima riga senza leggere una singola parola, solo per cliccare su “Accetta tutto” e proseguire in santa pace con la propria navigazione virtuale.

A ben pensarci, questo è esattamente quello che succede, quotidianamente, a ogni accesso su un sito internet, a ogni ricerca su Google, a ogni registrazione su un social network. Il vampiro, oggi, non si è estinto, ma darwinianamente si è adattato ai tempi, e invece di sangue umano ha cominciato a nutrirsi di qualcosa di apparentemente più astratto ma altrettanto vitale: di informazioni, i famosi “dati” che tutti vogliono proteggere ma nessuno sa bene cosa siano. Come ai vecchi tempi, però, il vampiro chiede il consenso della propria vittima, non “morde” nessuno senza che gli sia stato dato volontariamente – per quanto superficialmente – accesso a tutte le informazioni di cui ha bisogno per prosperare: chi siamo, quanti anni abbiamo, dove viviamo, cosa mangiamo, di che medicine facciamo uso, in quale palestra andiamo, se frequentiamo cinema, teatri, musei o stadi, chi frequentiamo, cosa leggiamo, quali film o serie guardiamo, come passiamo il nostro tempo libero.

Solo apparentemente queste informazioni sono senza valore: si tratta in realtà di vera e propria moneta di scambio, dati ottenuti gratuitamente e rivenduti a peso d’oro a chi ha modo di monetizzarli; quante volte parliamo con amici o parenti di quanto vorremmo cambiare il vecchio divano in salotto, solo per essere sommersi di pubblicità di mobilifici a ogni nuovo banner che si apre? Di postare sui social una foto del nostro gatto e scoprire infinite nuove marche di croccantini? O di ricevere email da agenzie di viaggi o siti di prenotazione alberghi proprio mentre si stava pensando di organizzare un’uscita di un fine settimana per festeggiare un anniversario o semplicemente per staccare un po’ dal lavoro?

Pezzo dopo pezzo, informazione dopo informazione, la nostra vita viene assorbita da un sistema capillare di osservazione virtuale, raccolta dati e rivendita degli stessi, trasformandoci non in famelici mostri succhiasangue, ma in curiosi ibridi che sono produttori di contenuti e prodotti essi stessi, ingranaggi nella macchina del capitalismo digitale, ormai indissolubilmente legato al capitalismo della sorveglianza, a malapena consapevoli dell’enorme potere che abbiamo dato ad aziende invisibili (e non solo) nel determinare le nostre abitudini e il nostro stile di vita.

Possiamo deridere quanto vogliamo i vari Renfield, Lucy, Mina, ma in fondo non siamo troppo diversi, anzi: loro almeno, al contrario di noi, sapevano chi avevano davanti e chi stavano invitando a entrare. Come se non bastasse, poi, il vampiro stavolta non se ne andrà spontaneamente alle prime luci dell’alba, e non ci sono agli o crocifissi che tengano per tenerlo lontano.

 

Giacomo Mininni

 

[Immagine di copertina proveniente dall’archivio dell’autore]

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Parole, parole, parole soltanto parole? Intervista a Vera Gheno

La giornata internazionale contro la violenza sulle donne è il 25 novembre ma dovremmo portarne un pezzetto anche nella nostra quotidianità, quegli altri 365 o 364 giorni dell’anno. Purtroppo non si ricorda mai troppo spesso che la violenza di genere passa anche per le parole, che sono in grado di ferire, sminuire, annientare. E così abbiamo chiesto a una esperta di parole, la sociolinguista Vera Gheno, qualche delucidazione al riguardo e soprattutto qualche risposta alle domande linguistiche più mainstream. Poi come spesso succede siamo finite anche un po’ a divagare…
Buona lettura!

 

Giorgia Favero – Per iniziare vorrei farti tanti complimenti per il tuo libro “Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole” (Effequ 2019, nuova edizione 2021): è chiaro, piacevole, scorrevole, convincente. Ma come spiegare alle donne che non l’hanno letto che le professioni al femminile sono un riconoscimento della loro esistenza? Perché ci sono donne (pensiamo al caso sanremese di Beatrice Venezi, orgoglioso direttore d’orchestra) che pensano di potersi dare più valore e serietà facendosi chiamare come gli uomini?

Vera Gheno – Non so; c’è sempre bisogno di spiegare alle altre donne come dovrebbero comportarsi? Io penso che questo sia uno di quei casi in cui conviene prima di tutto lavorare sulle proprie abitudini linguistiche, dando il buon esempio. Certo, si possono citare studi, libri, statistiche eccetera, ma alla fine fa molto di più l’esempio che non il resto. Per quanto riguarda Beatrice Venezi, come ebbi da commentare all’epoca, trovo che sia libera di chiamarsi come desidera. Solo, non dovrebbe giustificare la propria scelta dicendo “il nome della mia professione è direttore d’orchestra, quindi io mi definisco direttore d’orchestra, perché il fatto di usare il maschile in maniera sovraestesa in assenza di neutro non implica che poi una persona, a seconda del suo genere, non la si possa appellare in maniera diversa dal maschile. Se poi molte donne sentono il femminile della loro professione come degradante, meno onorifico del maschile, il problema non è linguistico, ma di (auto)percezione di cosa sia il femminile. 

 

GF – Professioni al femminile, uso dello schwa (nel tuo libro è presente e vorrei sottolineare per gli scettici che non disturba affatto), toponimi dedicati alle donne e così via. C’è chi dice che “ci sono cose più importanti” per cui affannarsi nella lunga strada verso la parità dei diritti. Come potremmo rispondere a questa osservazione?

VG – Che occuparsi di un’istanza non vuol dire non occuparsi delle altre. Scherzosamente, dico sempre che noi esseri umani, per fortuna, non siamo degli iPad di prima generazione e possiamo permetterci il lusso di essere multitasking. Poi, ogni persona può contribuire al dibattito secondo le sue possibilità. Io sono una sociolinguista, il mio focus è sulla lingua, ma questo non mi impedisce di vedere tutti gli altri problemi. Di solito, chi invoca il benaltrismo alla fine non fa assolutamente nulla su nessun fronte, si tratta piuttosto di una sorta di reazione istintiva e di fastidio davanti a un’istanza che in alcuni casi, magari, non si condivide, ma che più spesso non si conosce proprio.

 

GF – Sempre in “Femminili singolari” racconti come la tua posizione sulla questione del femminismo nel linguaggio sia cambiata nel corso degli anni. Oltre a dare uno spiraglio di fiducia a quanti/e si trovano accerchiati/e da sordi/e – e non solo in merito alle questioni di genere – dimostrando la pericolosità dell’arroccarsi in una posizione e buttare via la chiave, è interessante sottolineare la sua presa di coscienza sulla “necessità del femminismo”. Cosa ti ha convinta del fatto che anche la lingua può contribuire al riconoscimento delle donne?

VG – Il fatto di subire il patriarcato nella mia vita di tutti i giorni. L’aver notato che a certe persone dà fastidio la parola stessa, perché sottintende una presenza femminile che prima non c’era. Per me, usare i femminili prima di tutto per riferirmi a me stessa è un modo per mettere il dito nell’occhio di chi non solo non vuole usare i femminili, ma avrebbe pure piacere non vedere proprio le femmine. Quindi sì, la mia scelta è politica e ci sono arrivata schifata dal maschilismo insito nel mio quotidiano.

 

GF – Piccola parentesi: lo sapevi che se cerchi il tuo nome su Google, la prima ricerca correlata proposta è “Vera Gheno marito”?

VG – AHAHAHA che curiosità morbosetta! Chissà se lo fanno più per capire se sono libera o per ricostruire il mio albero genealogico!

 

Giorgia Favero – In più occasioni e in diverse pubblicazioni ha sottolineato l’importanza del dibattito in rete, anche quando lo sconforto nel notare aggressività, sordità e frustrazione si fa più difficile da sopportare. Quali consigli ti sentiresti di dare a chi fa uso dei social network per partecipare al dibattito con fiducia e in maniera costruttiva? 

Vera Gheno – Ultimamente anche io perdo più spesso di prima la pazienza. All’aumentare del mio piccolo pubblico, infatti, è anche aumentato il numero dei messaggi di odio che mi arrivano, ed effettivamente è un po’ fastidioso. Diciamo che a parte i casi in cui perdo la pazienza, preferisco cercare di spiegare, a beneficio delle persone che attorno stanno assistendo allo scambio; e poi, ricorro al metodo DRS, dubbio-riflessione-silenzio: mi accerto di aver capito bene quello di cui si parla, mi chiedo se riesco a reggere le conseguenze di ciò che sto per scrivere o dire, rimango in silenzio quando non sono competente o non ho nulla di rilevante da dire.

 

GF – Come il termine “sociolinguistica” suggerisce, la lingua, le parole e il loro uso possono offrirci molti elementi di riflessione sulla società in cui viviamo e che siamo. Un tema recentemente chiacchierato è quello della cosiddetta “cancel culture”, che va a braccetto con il politicamente corretto e con la libertà d’espressione, quest’ultima baluardo – ironicamente – di molti odiatori (soprattutto delle minoranza). Puoi aiutarci a fare un po’ d’ordine tra questi concetti?

VG – Penso che la verità, come quasi sempre, stia nel mezzo. Esiste il rischio di una cultura della cancellazione? Indubbiamente, se non si studia a sufficienza, perché si rischia di diventare fanatici, e questo è un male quale che sia l’idea propugnata. Detto questo, noto anche come chi si lamenta di non poter dire più nulla lo fa da programmi radio e tv e tramite paginate di giornale. Qualquadra non cosa, come diceva il tale. Si può dire tutto, mi sa, ma più di una volta le parole generano conseguenze. Il pubblico, nel nuovo sistema mediale, non è silente, ma risponde, protesta, fa notare le incongruenze. Questo dovrebbe essere un invito a parlare meglio, non a non parlare. Comunque, per me la prova del fuoco è chiedere a una persona che dice “Basta con questo politicamente corretto!”: “Scusa, mi spieghi cosa intendi per politicamente corretto?”. Sovente, le persone non mi sanno rispondere.

 

GF – Oltre a scendere nell’arena del dibattito pubblico contro i “difensori dell’italiano” a oltranza sei traduttrice dall’italiano all’ungherese, merito di un bilinguismo che ha a che fare con il tuo DNA visto che sei per metà italiana e metà ungherese. Pensi che si abbia una marcia in più a osservare una lingua utilizzando uno sguardo (anche solo al 50%) esterno? In altre parole, è utile fare uno sforzo di osservazione dall’alto anche della propria lingua? E come potremmo farlo se non siamo bilingui?

VG – Una marcia in più non credo. Credo che sia una marcia diversa, rispetto a chi ha accesso al patrimonio di un solo idioma. Però consoliamoci: in Italia, considerato che quasi la totalità della popolazione ha un background dialettale (o di lingua areale), siamo di fatto già bilingui. Quindi, potremmo diventare trilingui con l’inglese o con altre lingue straniere, magari coltivando e preservando quel bilinguismo che già possediamo, spesso senza accorgercene.

 

Giorgia Favero – Ogni lingua ha le sue caratteristiche distintive, il suo retaggio culturale, le sue “storie” del passato che portiamo inconsapevolmente nel presente. Proviamo a metterci per un attimo nei panni dei difensori dell’italiano, della “lingua pura”, e facciamo finta di essere totalmente incapaci di accettare il fatto che la lingua cambia continuamente e che tra l’altro è anche questo che la rende interessante e vitale. C’è qualche parola, espressione, costruzione e così via che ti dispiacerebbe veder scomparire dall’uso comune nei prossimi dieci, venti o trent’anni?

Vera Gheno – Poiché penso che la lingua sia sempre espressione dei “mondi” di chi la parla e la scrive, la “agisce”, no, non ci sono parole particolari di cui piangerei la scomparsa. Semplicemente, vorrebbe dire che la comunità dei parlanti non le ritiene più utili, e a questo parametro è difficile opporre resistenza con la malinconia o con il buonsenso. Parole escono dall’uso, altre entrano nell’uso… l’importante sarebbe ricordarci sempre di quanto sia prezioso il raffinatissimo strumento di comunicazione che abbiamo a disposizione in quanto esseri umani.

 

GF – Nel salutarti e ringraziarti per questa bella chiacchierata, non posso resistere dal chiederti: ho passato il test di italiano?

VG – Ma che domande, io mica sono grammarnazi! 😀

 

Grazie dottoressa Gheno, continua così!

 

Giorgia Favero

 

[Immagine tratta da Facebook.com]

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Un’America mai così divisa e divisiva: tre riflessioni sulla democrazia

«Insurrection in Washington following Trump encouragement»: questo uno dei titoli che scorre sul canale della CNN nella notte italiana. All’interno di Capitol Hill1, il Congresso si riuniva in sessione plenaria per confermare l’elezione del presidente eletto Joe Biden; all’esterno, migliaia di manifestanti pro Trump si erano radunati per contestare questo passaggio costituzionale formale. Vistosi “tradito” nelle sue richieste di capovolgere il risultato elettorale al Congresso sia dal leader dei repubblicani in Senato Mitch McConnel, sia dal suo vice presidente Mike Pence, Trump ha infiammato i manifestanti confermando la sua narrazione di elezioni truccate, affermando che «Non ammetteremo mai la sconfitta» e che «È la fine del partito repubblicano, non la nostra». Poco dopo, quegli stessi manifestanti hanno sfondato i cordoni della polizia e preso d’assedio il palazzo, riuscendo a entrare e ad arrivare praticamente indisturbati all’interno delle aule parlamentari e dei rappresentanti.

Migliaia di persone si erano riunite – con il benvenuto dello stesso Trump – per quella che si pensava fosse la sua passerella d’uscita, e che si è invece trasformata nella macchia più imbarazzante al processo elettivo democratico americano. Era addirittura dal 1814 che il parlamento americano non veniva violato, a quell’epoca dagli inglesi. I manifestanti, divenuti rivoltosi, si sono scagliati anche contro i giornalisti. Se, da un lato, si sono viste scene tragicomiche con persone travestite da vichinghi, a petto nudo o vestiti di sole bandiere (per non parlare di un Batman ripreso tra il fumo dei fumogeni che Nolan ha probabilmente applaudito dalla sua poltrona); dall’altro si è assistito alla presenza di vari gruppi di estrema destra – ognuno con i suoi simboli e i suoi rituali – che hanno risposto in forze alla chiamata di Trump con propositi molto più violenti. Vesti da guerriglia urbana, dotati di armi da fuoco, maschere antigas e – confermato dalle forze dell’ordine – pipe bomb2. Questo mostra un’organizzazione che va ben oltre il semplice e sacrosanto diritto a manifestare sancito dal primo emendamento ma piuttosto una predisposizione allo scontro e alla resistenza. Si sono riconosciuti, tra gli altri, il gruppo Qanon (l’uomo vestito da vichingo la cui foto ha fatto il giro del mondo è uno “sciamano” di questo gruppo) e quello dei Proud Boys: gli “hooligans trumpisti” il cui leader è stato da poco arrestato mentre bruciava una bandiera dei BLM e dai quali Trump ha impiegato molto tempo per prendere ufficialmente (?) le distanze.

Rimane tuttora da chiarire come sia possibile che i rivoltosi siano riusciti ad entrare con così tanta facilità a Capitol, che dovrebbe essere uno tra gli edifici più inaccessibili al mondo. Molte immagini hanno mostrato una resistenza leggera da parte delle forze dell’ordine, mentre in qualche caso isolato è stata invece molto dura: una donna ha perso la vita per un colpo d’arma da fuoco in dinamiche ancora da chiarire. Successivamente il conto delle vittime sembra essere salito a quattro, oltre a decine di poliziotti e manifestanti feriti e decine di arresti.

Durante l’attacco, Biden ha chiesto pubblicamente a Trump di esortare le persone a desistere, ma i tweet a cui poi il tycoon ha affidato le sue parole hanno lasciato la maggior parte degli osservatori esterrefatti. Per prima cosa Trump ha registrato un video in cui ripeteva di comprendere il nervosismo e il furore dei suoi sostenitori per le elezioni frodate, invitandoli a tornare in pace a casa ma affermando di amarli (per ciò che stavano facendo?) e descrivendole come persone speciali. Poi ha scritto in un secondo tweet: «These are the things and events that happen when a sacred landslide election victory is so unceremoniously & viciously stripped away from great patriots who have been badly & unfairly treated for so long. Go home with love & in peace. Remember this day forever!»3.

Quindi se, da un lato, praticamente tutti i leader americani e internazionali, i reporter, i conduttori televisivi chiedevano a Trump di normalizzare la situazione e, per lo meno, di farsi carico delle conseguenze delle sue parole (nello studio della CNN si è addirittura arrivato a parlare di «domestic terrorism by Trump supporters»); dall’altro, lui non accennava minimamente a prendere le distanze da quanto stava accadendo e, anzi, continuava a infiammare con le sue parole i rivoltosi. Ma Trump ci ha abituato a comportamenti del genere: basti pensare a quando aveva detto che lui potrebbe sparare a qualcuno in mezzo a Fifth Avenue e comunque non perdere voti4.

Ciò che è accaduto nel pomeriggio americano fa molto riflettere, in particolare per la tenuta del sistema democratico occidentale, che si mostra ogni giorno più traballante. Soprattutto,  sono tre i punti che vorrei brevemente affrontare.
Innanzitutto, abbiamo avuto la prova di come sia diventato imperativo smettere di sottovalutare fake news e gruppi estremisti. I rivoltosi di Capitol sono veramente convinti che Biden abbia rubato e frodato le elezioni (nonostante gli oltre cinquanta ricorsi persi da Trump, anche davanti alla Corte Suprema con sei seggi su nove repubblicani, tre dei quali nominati dallo stesso Trump). Gli appartenenti a Qanon sono veramente convinti, tra le altre cose, che Hilary Clinton, Biden, Obama, Beyoncé e Madonna comandino il mondo, rapiscano bambini e ne bevano il sangue per rimanere giovani. Gli appartenenti ai Proud Boys sono veramente disposti alla guerriglia urbana per impedire a Biden di “rubare la poltrona” a Trump. E queste convinzioni non sono solo colpa di Trump ma anche dell’intero sistema mediato occidentale che per anni ha permesso a qualsiasi politico di qualsiasi Paese di spararla ogni giorno più grossa senza conseguenze, di diffondere impunemente fake news senza essere inchiodato di fronte ai fatti, di de-responsabilizzare la comunicazione. Quest’ultima azione, in particolare, è sotto gli occhi di tutti, ogni giorno: la comunicazione si è trasformata in narrazione. Il populismo e il sovranismo si mantengono in forze grazie ad una narrazione che non ha più nell’informazione il proprio bilanciere, il proprio mediatore, il proprio contraltare. Questo è una comunicazione senza contraddittorio: semplice narrazione, ed è ciò che avviene anche nei nostri salotti televisivi italiani ogni pomeriggio ed ogni sera.

Secondo, dobbiamo porci una domanda seria, che riguarda la totalità del mondo e il futuro di tutti: il capitalismo mondiale ha ancora bisogno della democrazia? A ben guardare, l’ultimo decennio (per lo meno) sta mostrando di no. Al capitalismo imperante (e per certi versi imperialista) sono molto più congeniali gli abiti delle “democrature” che vediamo in Cina, Russia, Turchia, Egitto (ma anche Ungheria, per restare in seno all’Europa). La democrazia, se vuole sopravvivere, necessita di nuovi anticorpi per malattie che sono, appunto, nuove e non possono essere affrontate con mezzi e categorie appartenenti ormai al passato. Lo scontro frontale con i colossi aziendali internazionali, con quelli del web e con quelli della finanza sta sancendo definitivamente la morte dell’apparato democratico come siamo abituati a intenderlo. Al capitalismo del nostro secolo è molto più congeniale un Trump che non crede al riscaldamento globale, che mette in secondo piano i diritti e che cerca di rincorrere solamente lo sviluppo tecnologico ed economico. Forse è arrivato il momento di chiedersi cosa intendiamo con “sviluppo” e a riconoscere che la democrazia, per essere salvata, necessita dell’aiuto di tutti noi, ogni giorno.

Terzo, risulta necessario riconoscere che la grande spaccatura tra mondo virtuale e realtà può avere conseguenze, anche molto pesanti, per tutti. I rivoltosi di Capitol (come tutti i negazionisti, sovranisti e populisti di tutto il mondo) sono rimasti intrappolati e imbottigliati dagli algoritmi dei social network in bolle virtuali che sono sempre più distaccate dalla realtà. Queste si nutrono di teorie del complotto che a prima vista possono anche apparire innocue (il NWO, la terra piatta ecc.) ma che invece alimentano bias cognitivi e sentieri di ragionamento che poi vengono nel tempo reiterati automaticamente e portano alla totale perdita di giudizio e pensiero critico. Questo poi ha inevitabilmente ricadute sulla realtà – che non rispetta quanto essi hanno edificato all’interno delle loro bolle – e anche per questo lo scontro con il reale diventa poi violento e imprevisto, come abbiamo assistito questa notte.

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

NOTE:
1. La sede del governo degli USA che comprende Campidoglio, Senato, Camera e Corte Suprema.

2. Bombe artigianali, formate da un cilindro riempito di esplosivo e, solitamente, frammenti taglienti.
3. Letteralmente «Questo è ciò che succede quando una sacra vittoria schiacciante è strappata in modo brutale dalle mani di grandi patrioti che per troppo tempo sono stati trattati ingiustamente e malamente. Tornate a casa con amore e in pace. Ricordiamoci di questo giorno per sempre!» (trad. mia).
4. https://www.ilpost.it/2016/01/25/trump-non-puo-perdere-voti/

[Photo credit  via Unsplash]

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L’opinione pubblica oggi: una riflessione

Due dibattiti piuttosto recenti mi hanno portato a riflettere su questo argomento: quello che si è creato al ritorno di Silvia Romano e quello sulla persona di Indro Montanelli a seguito dell’imbrattamento della sua statua a Milano. Non affronterò le questioni entrando nello specifico delle polemiche; questa riflessione ha a che fare con una dimensione più profonda del fenomeno, che contiene quelle fattispecie: l’opinione pubblica.

Vorrei partire da una domanda: cosa pensiamo, al di là di ogni ironia, dei nostri tempi? Personalmente, mi colpisce in modo particolare il fatto che ogni evento venga enfatizzato oltre ogni limite, che venga esaltato e sollevato a Unica Questione del momento. Salvo esaurirne la potenza nell’arco di qualche giorno e passare al fatto successivo dimenticandosi di ciò che prima era l’Unicità di dibattito. Questo processo è esponenziale, sia verso il fatto determinato sia per il processo in sé, e si auto-alimenta in una curva sempre più ripida.

Un primo tentativo di “limare” questa questione potrebbe essere quello di sollevare il nostro sguardo dall’interno del sistema all’esterno, provando a leggerla attraverso il filtro del tempo storico. La digitalizzazione e, conseguentemente, il dilagare dei social network sono processi relativamente recenti; potremmo, allora, ritenere che questa esponenzialità derivi dal loro carattere di novità e tentare di prevederne una normalizzazione di qui a un futuro determinato, appunto confinandola nel suo tempo storico.

In realtà, questa possibilità potrebbe essere annullata dallo stesso processo di esponenzialità: la società contemporanea, infatti, è sempre più votata alla “velocità”. Una conseguenza è che i tempi storici si stanno sempre più riducendo e questo radicalizza il problema: da un lato, si impedisce la riflessione sui mezzi nei quali si verifica il processo; dall’altro, la normatività non riesce a trovare categorie adeguate a contenere il processo stesso. La combinazione dei due potrebbe portare a inficiare la normalizzazione prima evocata e ne abbiamo una prova attraverso ciò a cui stiamo assistendo negli ultimi anni: uno scontro frontale tra i colossi dei social network e le realtà statali – scontro che avviene su tutti i fronti: da quello finanziario (lo scontro sulle imposte) a quello legale (lo scontro sulle sedi) passando per quello etico (fake news, cyberbullismo, suprematismo ecc.).

Come agisce tutto questo sulle opinioni degli individui? Questo è il punto nevralgico della questione: come si dovrebbe costituire un’opinione pubblica che sia realmente tale? Un buon punto per affrontare il dilemma può essere quello di considerare il termine opinione pubblica a partire dal fatto che essa non sia altro che un nome collettivo e, in quanto tale, deve contenere e non annullare o incanalare in percorsi precostituiti le singole opinioni che la costituiscono. La mia paura è che il processo di esponenzialità che prima ho tentato di descrivere stia impedendo radicalmente questo fenomeno. E lo fa in maniera subdola, ovvero mascherando la realtà e facendo sembrare che la sana dialettica che dovrebbe contraddistinguere l’opinione pubblica non sia scalfita. Se osserviamo il dibattito, infatti, esso appare assolutamente, per lo meno, polarizzato. Recuperando i fatti di apertura di questo articolo (e semplificando): pro e contro la persona di Montanelli; pro e contro il comportamento di Silvia Romano. Ma questa polarizzazione su quale terreno si costituisce? È questo ciò che intendevo inizialmente affermando di non interessarmi delle prese di posizione in sé ma di una dimensione più profonda. Perché l’opinione pubblica sia se stessa, le opinioni private che andranno a formare quella pubblica dovrebbero essersi già costruite (o almeno determinate) prima di entrare nella dialettica. E questo avviene se esiste un terreno pubblico su cui si innesti poi l’opinione pubblica. Ciò significa che, prima che una dialettica di opinioni, dovrebbe esistere una dialettica di sistemi, di categorie, di valori che costituiscono il terreno su cui radicheranno le opinioni private che poi, di nuovo dialetticamente, formeranno l’opinione pubblica. Ciò a cui assistiamo, invece, è una desertificazione di questo sostrato vitale che porta, di conseguenza, a un indirizzamento delle opinioni. Cioè: non opinioni private adeguatamente costruite ma preferenze a poli già preventivamente delimitati, che a quel punto non faranno altro che accogliere necessariamente le une o le altre.

Non si tratta, quindi, di evocare una sorta di “età dell’oro” in cui quanto descritto non si verificasse ma di riflettere adeguatamente sulla nostra realtà partendo dal chiederci: cosa pensiamo dei nostri tempi?

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

[Photo credit roya ann miller via Unsplash]

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Imprigionati in un like alla ricerca di riconoscimento

Il tempo ipermoderno è connotato dalla presenza e dall’utilizzo massificato dei social network che, per molti abitatori di quest’epoca, si configurano come una sorta di palcoscenico nel quale esporsi, postare contenuti e immagini, che spesso testimoniano il desiderio di mostrare che si esiste e che non si è da meno di quanto gli altri esibiscono e condividono. La cifra inconscia e pertanto inconsapevole di questi gesti quotidiani è il bisogno, precipuamente umano, di essere riconosciuti.

Il bisogno di riconoscimento – come sostengono gli studiosi di psicologia dello sviluppo – è una necessità per la formazione integrata ed equilibrata della propria identità e conseguentemente della propria personalità. Laddove questo bisogno primario, fortemente presente sin dalla nascita, non venga soddisfatto, la vita si ammala, prendendo deviazioni disfunzionali che ostacolano l’espressione della propria autenticità, spontaneità e intimità, fino a minare l’autorealizzazione del singolo.

Il bisogno di riconoscimento è fondamentale per l’uomo e si declina secondo sfumature di rara profondità. Lungi dall’essere collegato solamente con la soddisfazione delle esigenze primarie (alimentazione, pulizia, accudimento), esso si configura per l’uomo come una necessità psicologica ed esistenziale, altrettanto determinante rispetto alle soddisfazioni primarie. È questa la fame di stimoli, così come l’aveva definita lo psichiatra canadese Eric Berne1, che rinvia al desiderio profondamente umano di essere riconosciuti come viventi degni d’amore, di rispetto, per ciò che si è, per come si è, ontologicamente dotati di valore incondizionato come esseri umani.

In questo senso è possibile comprendere i risultati degli studi condotti, alla metà del secolo scorso, dallo psicoanalista austriaco Rene Spitz2 sui bambini di alcuni brefotrofi che, ricevendo solamente cure materiali sviluppavano svariati problemi fisici e psicologici, che li conducevano a un marasma psicotico e persino alla morte. La conclusione di Spitz fu che, a questi bambini, mancava proprio di essere soddisfatti nel bisogno più profondo del loro essere: il bisogno esistenziale di essere riconosciuti. Comprendendo così che la loro vita non era legata solamente a un tubo digerente ma era degna di cura, d’amore, di valore e che pertanto meritava di essere riconosciuta nella sua singolarità, unicità e irripetibilità. Ecco che la “fame” di riconoscimento, lungi dall’essere solamente una fame di cibo, si configura piuttosto come una fame di stimoli esistenziali. Per un neonato, questi stimoli sono la presenza affettiva della madre e i riconoscimenti, non solamente materiali ma soprattutto psicologici, forniti dai diversi care givers. Riconoscimenti dall’alto valore simbolico che comunicano implicitamente il valore intrinseco della vita di quel singolo, di quel nome proprio, che sentendosi amato si sente riconosciuto il permesso d’esistere, crescere e realizzarsi. Questi stimoli esistenziali occupano una quota centrale in tutto l’arco della vita e senza di essi la vita, ogni vita, appassisce.

Anche nella vita adulta questo tipo di soddisfazione è fondamentale, proprio perché connaturato alla nostra essenza. In questa direzione, la quotidiana azione di interfacciarsi con altri utenti3 è per molti frequentatori della rete, ricerca di riconoscimento esistenziale e apprezzamento. Il tentativo, per lo più inconscio, è quello di colmare vuoti di riconoscimento che hanno origini antiche e rimandano a bisogni non soddisfatti nella propria infanzia. I social network s’inseriscono nel solco di questa carenza esistenziale. Ne sono testimonianza la condivisione di stati emotivi, fotografie che ritraggono la propria immagine o momenti salienti della propria quotidianità e talvolta persino della propria intimità. Ecco dunque che molti utenti vanno alla ricerca di riconoscimenti esistenziali presso altri utenti. Ma si può parlare di riconoscimento solamente se vi è reciprocità. In proposito lo psicoterapeuta Alessi scrive: «sin dall’infanzia, l’essere umano afferra il significato di sé solo con l’implicarsi affettivamente con l’altro»4. Dunque, per essere riconosciuti dobbiamo a nostra volta riconoscere. Diversamente, i social network possono offrire tutt’al più un effimero “apprezzamento” non appartenente al reale, unica dimensione nella quale può realizzarsi il vero riconoscimento umano. Inoltre, se il bisogno reale è quello di riconoscimento esistenziale, esso rimanda a una profonda insoddisfazione affettiva e relazionale, che non può certo essere placata da un like o da un cuoricino che, oltre ad essere costruiti secondo una logica binaria, hanno una struttura autoreferenziale e monodirezionale, per definizione contraddittoria rispetto alla reciprocità che connota il riconoscimento intersoggettivo.

Per questo l’“approvazione” virtuale è destinata allo scacco, poiché la sua natura non è sostanziale e non vi è reciprocità. Diversamente, il riconoscimento reale è fatto di incontro autentico fra esseri umani e questa dialettica, fragile ma fondamentale, di riconoscere ed essere riconosciuti, ha un valore maggiore proprio in quanto incarnata. Di fatto, il riconoscimento intersoggettivo, si deposita e si sedimenta nella nostra memoria psicologica e spirituale: sorgente reale e non virtuale, concreta e non transitoria, alla quale sempre possiamo e potremo attingere per la percezione veritiera di noi stessi e dell’altro. E dopo aver preso consapevolezza della fame di riconoscimento che in origine non ha ricevuto soddisfazione, è alla relazione reale che dobbiamo fare ritorno, nel qui e ora dell’età adulta, per soddisfare e placare la sete di “carezze” esistenziali. Invero, non sarà certamente l’illusione virtuale e quantitativa fornita da un pollice verso o da un cuoricino, destinati a dissolversi entro il vortice travolgente ed effimero dei social network, a compensare il profondo bisogno qualitativo di riconoscimento che necessita di soggettività umane, di anime incarnate e non di una manciata di like fornita da utenti virtuali.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE
1. Cfr. I. Stewart e V. Joines,
L’analisi transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani, tr. it. di S. Maddaloni,  Garzanti, Milano, 2014, pp. 101-118.

2. Cfr. R. Spitz, Hospitalism: genesis of psychiatric conditions in early childhood, in Psychoanalitic studies of the child 1, 1945, pp. 53-74.
3. Mi si perdoni, ma mi riesce difficile chiamarli amici o seguaci, termini dal significato storico e culturale molto più nobile e complesso di quello che intendono veicolare i social network.
4. A. Alessi, Noi due. Istruzioni per una sana vita di coppia, Roma, Città Nuova, 2018, p. 5

[Photo credits Prateek Katyal su unsplash.com]

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L’ignoranza è forza: da George Orwell al nostro presente

Di questi tempi citare George Orwell può essere pericoloso, si rischia di passare per seguaci di una moda letteraria improvvisata tendente al radical e di replicare con triste ironia le frasi dello scrittore britannico per sottolineare la propria presunta superiorità morale e intellettuale, in contrasto ad una massa di creduloni in costante crescita.
La sola colpa imputabile a Orwell è di aver pubblicato settant’anni fa 1984, un libro che non conosce crisi nonostante l’angosciante grigiore che impregna ogni pagina e che, una volta concluso, fa venir voglia di auto esiliarsi in un monastero tibetano fino alla fine dei tempi; la colpa più grossa tuttavia appartiene a noi, intesi come genere umano, perché siamo stati capaci di realizzare alcuni dei cupi scenari distopici del romanzo e di promuoverli sia nell’intenzionale esaltazione dell’ignoranza, sia nell’inconsapevole immobilismo di chi la vorrebbe combattere.

L’ignoranza è forza è il terzo slogan del Socing – l’ideologia dominante nel mondo immaginato da Orwell – scritto a caratteri cubitali sulla facciata del Ministero della Verità, ma perché ci è così vicino? Perché è così attuale?
Basta semplicemente affacciarsi nel mondo social per rendersi conto di quanto la vera moda non sia tanto citare Orwell ma deridere chi apre un libro, chi si informa prima di esprimere un’opinione, chi sceglie di studiare, chi ha dedicato la propria vita alla ricerca.
Il termine “Professorone” attribuito in senso dispregiativo a chi è costretto a dimostrare che il fuoco scotta e che l’acqua è bagnata, è onnipresente, ed è indice di una sempre più bassa qualità dei dibattiti sociali, portati avanti – ironia della sorte – proprio nella piattaforma interattiva che ha richiesto lo sforzo e lo studio di un numero consistente di tecnici specializzati: il web.

I luoghi comuni secondo i quali “lavora solo chi utilizza la forza fisica” e “possiede esperienza solo chi ha la terza media perché a 14 anni era già nel mondo del lavoro e ha valore solo il sapere derivante direttamente dai nostri avi” formano il pilastro dell’ignoranza più osannata e incoraggiata.
Forse è una sorta di rivalsa non tanto di chi non ha potuto, come ad esempio i nostri nonni che nel periodo bellico e post-bellico non hanno avuto alternativa, ma di chi non ha voluto studiare, per noia o per interessi legittimamente diversi, fatto sta che l’avversione nei confronti di chi invece conosce un determinato argomento è palpabile e spesso violenta.

Perché l’ ignoranza è quindi più forte? Perché il gruppo che ne abbraccia i fondamenti è ben nutrito ma le risorse di cui dispone non le trova solo tra i suoi affiliati, esiste infatti un problema di ghettizzazione intellettuale.
Se dovessimo superficialmente suddividere gli internauti tra colti e analfabeti scorgeremmo tra loro un muro invisibile fatto di prese di posizione, sfottò e nulla più. Gli analfabeti rivendicano la loro natura e deridono i colti, i quali a loro volta deridono gli analfabeti e li classificano come casi irrecuperabili, senza speranza, di conseguenza questi ultimi restano ben saldi al loro mondo e di cambiare abitudini non ci pensano proprio.
Un cane che si morde la coda è una metafora che ben rappresenta la situazione.

L’immobilismo sembra non voler vedere né vincitori né vinti, ma probabilmente non si tratta di far vincere qualcuno, quanto piuttosto di cercare una terza via che conduce ad una sorta di compromesso.
Certo non è sostenibile mettere costantemente in dubbio ogni scoperta scientifica o quanto è già ampiamente conosciuto e dimostrato: la forma della Terra, l’efficacia dei vaccini, certi avvenimenti storici, la bontà dell’istruzione e di chi nell’istruzione ci lavora…
Ultimamente il dubbio è spesso utilizzato per esprimere con forza una negazione ma nella strada del compromesso potrebbe ritrovare la sua propensione alla curiosità, la quale a sua volta è portatrice di ricerca e conoscenza di quesiti ancora inesplorati oppure migliorabili.

Dall’altra parte proprio perché nessuno nasce imparato bisognerebbe puntare all’inclusione, alla divulgazione e alla condivisione delle conoscenze in proprio possesso, per avvicinare quanta più gente possibile ad un qualcosa che alla fine appartiene a tutti.

 

Alessandro Basso

 

Immagine di copertina: Planetoide tetraedrico, Maurits Escher, 1954

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L’informazione ai tempi dei social e Google: guerra tra vecchi e nuovi idoli

«Non perdi mai di vista il tuo cellulare. La tua tuta da jogging è dotata di una tasca speciale per il cellulare, e non lasceresti mai quella tasca vuota così come non andresti mai a correre senza le tue scarpette. Di fatto, senza cellulare non andresti da nessuna parte» 1.
C’è un sapore amaro, anche se quanto mai veritiero, nelle parole che Zygmut Bauman scrive in Amore liquido, dove, tra i temi trattati, c’è anche un’ampia riflessione sui nostri “nuovi idoli”: internet, social e cellulari.
Divinità che hanno portato nelle nostre vite la prossimità virtuale, universalmente e permanentemente disponibile grazie alla rete elettronica2 e connessioni umane al contempo più frequenti e più superficiali, più intense e più brevi per potersi condensare in legami3.

Non solo, internet e social network hanno determinato un taglio netto con il nostro tradizionale modo di informarsi e sapere che cosa accade nel mondo: chi di noi legge ancora i giornali? O magari anche più di un giornale, per cercare di avere punti di vista diversi della stessa notizia, in modo da maturare un’opinione personale su quanto letto?
È sempre più raro che qualcuno legga dalla prima all’ultima pagina un giornale: la mattina, appena ci svegliamo, la prima cosa che cerchiamo è il cellulare, che non perdiamo mai d’occhio (come dice Bauman) e che è la nostra prima fonte di informazione. Quindi cominciamo a scorrere Facebook, poi andiamo su Google, poi sui quotidiani online, con il risultato di avere un’informazione sempre più frammentata, incompleta e direi anche filtrata sulla base di ciò che ci piace o non ci piace.

Sì perché il famoso algoritmo di Facebook funziona proprio così: ci mostra i contenuti che ci piacciono e ci interessano. Come fa a sapere quali sono? Semplice: a cosa servono secondo voi like, faccine e cuoricini?
Ma questa è davvero informazione? E soprattutto è informazione democratica?
Di recente è stato proprio un giornalista, Nicola Zamperini, a trattare questo argomento in un recente articolo dal titolo Pubblicità online e la fine della preghiera dell’uomo moderno.
Nel suo pezzo, Zamperini pone l’accento sul fatto che Facebook e Google rappresentano di fatto, oggi, la concorrenza alla stampa.
Ma con una differenza di fondo: a Google e Facebook non interessa la notizia, il giornalismo e meno che mai i giornalisti. Importa solo il contenuto. E il contenuto può essere una notizia, un video, una foto, una storia, una bufala, una leggenda.

«Accendiamo il talismano -smartphone per rivolgere la nostra preghiera quotidiana agli oracoli tecnologici: interroghiamo il motore di ricerca e ci rivolgiamo ai social network. E a nulla vale dire che lì dentro abitano anche le notizie. Sono notizie affogate, annaspano senza ossigeno, mescolate a molto altro»4.

E non è solo il valore della notizia a decadere, ma anche tutto il contesto in cui la carta stampata, la radio o la tv inseriscono una notizia.
Un contesto dove, come scrive Zamperini, vive uno sguardo su un paese e sul mondo e il lettore trova notizie e articoli spalleggiati da altri contenuti che ampliano l’opinione di un fatto, permettono di approfondire e rifllettere.

«Le notizie, nel social network e in qualunque aggregatore, si riducono a testi senza alcun legame con il contesto, con la sostanza delle cose, senza alcuna connessione con altro che non sia un articolo correlato pubblicitario»5.

Il contenuto dei social network non è una notizia: il contenuto informa come può informare una particella elementare che vagola in attesa di un’attenzione libera da altre costrizioni, e dunque vagola in attesa di un essere umano che, tra un gattino e un imprecazione contro i migranti, vi dedichi il tempo minimo e indispensabile a coglierne il significato base.6

Non molte settimane fa infine, Zuckerberg ha dichiarato in un post di voler approntare grossi cambiamenti al social network su cui ormai sono iscritti oltre 2 miliardi di persone.
In particolare sei sono i pilastri di cui il CEO ha parlato per la suona nuova “visione”: le interazioni private, il criptaggio, la riduzione dei tempi di permanenza dei contenuti, la sicurezza, l’interoperabilità, l’archivio sicuro dei dati.
Per dirla in parole povere sembra si stia andando nella direzione in cui Facebook, da un social network dove la gente può inviare informazioni a un ampio gruppo di persone, diventerà uno spazio dove comunicare con gruppi più ristretti e vedere il proprio contenuto sparire dopo un breve periodo di tempo.
Fantastico, no? Più privacy, più sicurezza, potremo pensare… Sicuramente, ma anche meno democrazia e senso critico mi viene da dire!
Perché se è vero che il social network sta diventando ormai il nostro unico parametro di verità, e il futuro che ci attende non va nell’ottica di una pluralità, ma in quella di gruppi ristretti, allora come potremo davvero sapere se le informazioni che leggiamo sono vere e autentiche?

Siamo entrati in guerra: una guerra tra vecchi e nuovi dei, un po’ come in American Gods, la serie tv dove le antiche dività guidate da Odino si scontrano con le nuove: una di queste è proprio il Ragazzo Tecnologico.
Non è necessario, a mio parere, che vinca una parte e muoia l’altra. Le due potrebbero convivere: perché abbiamo sempre una sorta di ansia di cancellare quanto del passato è stato cosa buona e giusta?
Cerchiamo invece di diventare semplicemente più consapevoli che esistono entrambe le vie: il giornalismo e le notizie, i contenuti e la rete.
L’industria culturale nel suo complesso e i giornali stessi combattano e dedichino tempo per la loro sopravvivenza: noi, dal canto nostro, dedichiamo tempo alla comprensione di quanto leggiamo in rete, cercando di sfogliare il giornale ogni tanto, magari confrontandolo con quanto letto sul web e traendo le nostre conclusioni.

 

Martina Notari

 

NOTE:
1. Z. Bauman, Amore liquido, edizione Laterza 2019, p.82
2. Ivi, p.85
3. Ivi, p.87
4. A questo link potete leggere l’articolo di Nicola Zamperini.
5. Ibidem
6. Ibidem

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L’eterno ritorno dell’immortalità digitale

«Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudine e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!»1, scriveva Nietzsche ne “La gaia scienza”. Il filosofo dell’eterno ritorno ci costringeva a riflettere sulla nostra intera vita e a cedere a una disperazione esistenziale qualora il demone, portatore del suddetto suggello, si fosse realmente palesato.

Se il demone nietzschiano si presentasse oggi, nel nostro mondo contaminato inevitabilmente dalla singolarità tecnologica del digitale, il suo pensiero si intreccerebbe probabilmente con il linguaggio dei social network e il risultato sarebbe più o meno questo: “A cosa penseresti per l’eternità”?
Cadremmo di nuovo nello sconforto a causa del nostro essere-temporale, e non essere-del-momento, oppure supereremmo a pieni voti il test esistenziale del demone 3.0?

Questa è la domanda che ci viene posta da Eter9, una sorta di Facebook che anziché chiederci “A cosa stai pensando?” domanda “A cosa penseresti per l’eternità?”. Il sito è un progetto creato dal programmatore portoghese Henrique Jorge.
Eter9 presenta una bacheca in cui vengono visualizzati i post degli utenti, proprio come in Facebook, ma differisce dal primo, in quanto utilizza le risorse del data mining per l’elaborazione dei contenuti condivisi al proprio interno2. Questo sistema porta alla creazione di un automatismo in grado di pubblicare post anche quando gli utenti risultano offline. La finalità ultima è quella di sviluppare un alter ego virtuale che possa comunicare con il resto del mondo, digitale e non, anche quando saremo passati a miglior vita.

Eter9 non è altro che una delle numerose invenzioni tecnologiche che cercano di concretizzare l’immortalità digitale. La loro finalità è far sopravvivere la propria identità alla morte oggettiva della nostra vita offline. Eppure è opportuno chiedersi se esista ancora una netta divisione tra offline e online. Seguendo il pensiero di Luciano Floridi si dovrebbe oggigiorno parlare di «esperienza onlife»; il confine tra le due abitazioni – offline e online – è infatti sempre più labile3.
Le due realtà si mescolano reciprocamente a tal punto da non distinguersi più l’una dall’altra, ed inevitabilmente siamo costretti a ripensare totalmente anche l’idea di morte e al suo legame con il pubblico e il privato. Si giunge, pertanto, a quello statuto paradossale del morto, ove la dialettica tra presenza e assenza, se tecnologicamente rimaneggiata, può costituire il punto di partenza per ricomporlo attivamente al di fuori di una mera fotografia, inficiando la vita umana in modo irreversibile.
Probabilmente è proprio questo il motivo dell’urgenza tecnologica, colmare o lenire il dolore e la sofferenza causata dalla perdita di chi si ama. Quindi, non tanto l’immortalità di se stessi, ma la vita eterna delle persone amate. Jacques Deridda descrisse l’esperienza del lutto come «la fine del mondo nella sua totalità, e ogni volta come la fine del mondo come totalità unica e quindi insostituibile e quindi infinita»4.
Ma un alter ego virtuale può davvero essere utile all’elaborazione del lutto emotivo?
La tecnologia inoltre non considera la variabile del cambiamento, dell’evoluzione dell’essere. L’avatar in formato digitale non sarà altro che l’eterna presentazione di ciò che siamo stati o meglio di ciò che vorremmo essere stati – se consideriamo il gioco dell’apparenza sui Social Network.

Nell’immortalità digitale, il nostro essere non potrà proseguire, evolversi, cambiare, ma rimarrà intrappolato nei pensieri che sono stati, nei luoghi in cui abbiamo vissuto, nelle azioni che abbiamo intrapreso. Il tempo della nostra immortalità digitale sarà intrappolato in quel cerchio senza evoluzione, ritornando eternamente, come nella descrizione del demone di Nietzsche.
Dunque, caro lettore, “A cosa penseresti per l’eternità?

 

Jessica Genova

 

NOTE
1. F. Nietzsche, La gaia scienza, Libro IV, n.341.
2. Tratto da D. Sisto, La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale, Bollati Boringhieri, Torino 2018.
3. L. Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Cortina, Milano 2017
4. J. Deridda, Ogni volta unica, la fine del mondo, Milano.

La virtù dimenticata: elogio della vergogna

La vergogna non gode buona fama nella cultura occidentale, specie dopo che l’illuminismo francese la relegò ad essere un triste strascico della tradizione oscurantista cristiana, strettamente legata al senso di colpa e al monopolio etico della Chiesa, e fortunatamente in estinzione. Nonostante le previsioni di Voltaire e compagni, però, la vergogna è rimasta una scomoda compagna anche dell’uomo laicizzato e illuminato, tanto che la filosofa ungherese Ágnes Heller, nel suo Il potere della vergogna del 1983, ne fa vero e proprio mal du siècle, una sorta di patologia morale amplificata dalla società di massa. Costantemente controllato dall’occhio vigile dell’opinione pubblica, l’individuo, specie se donna, si troverebbe in uno stato di vergogna costante, sempre mettendo in questione ogni scelta personale, dal capo d’abbigliamento indossato alle scelte di vita relazionale.

Seguendo il ragionamento di Heller, si potrebbe dedurre che trent’anni dopo, nell’epoca dei social network in cui tutti sono (più o meno volontariamente) sotto gli occhi di tutti, la vergogna sia diventata una vera e propria epidemia. L’individuo contemporaneo, però, non ha apparentemente perso il proprio istinto di sopravvivenza né la propria capacità di adattarsi, e ha trovato la soluzione perfetta all’insorgere di un mondo in cui la privacy non è che una nota a margine nei contratti di telefonia: ha realizzato il sogno illuminista eliminando del tutto la vergogna.

Se da un lato la generazione social si è effettivamente tradotta in persone insicure, che tendono a confrontare se stesse e la propria vita con quella apparentemente perfetta dei profili degli amici ed a trovare per comparazione in sé migliaia di difetti, dall’altro un numero sempre crescente di utenti ha semplicemente scelto di bypassare qualsiasi possibile imbarazzo, rivendicando il curioso diritto di poter dire e scrivere qualsiasi cosa, rivendicando il tutto come inviolabile diritto di espressione. Questo, purtroppo, più che a un’epoca illuminata e libera, ha dato la luce ad un ambiente tossico in cui chiunque non ha remore a condividere col mondo volgarità e atrocità prima relegate alle confidenze di pochi intimi o perfino a personalissime imprecazioni. Se prima era il gruppetto di amici al bar a fare cassa di risonanza a discorsi razzisti, misogini e caratterizzati da una discreta violenza, adesso è tutto il mondo (quello virtuale, almeno) a diventare spettatore di maledizioni, rivendicazioni e deliri.

Quello che potrebbe essere solo un bizzarro fenomeno di costume cela in sé un notevole rischio, che va ben oltre la mostra di nefandezze cui ci stiamo via via abituando, e risiede proprio in questa abitudine. L’essere continuamente esposti a messaggi violenti e aggressivi, ed ancor più il condividerli e idearli senza subire per questo alcun tipo di reprimenda, de-sensibilizza, crea una normalizzazione artificiale dei toni che investe presto anche i contenuti di tali messaggi. Invocare a gran voce la gambizzazione o la morte di determinati individui o gruppi di persone scandalizza la prima volta, irrita la seconda, suscita a malapena uno sguardo torvo la terza, e così via fino alla totale accettazione di un nuovo modo di parlare ed esprimersi, così come dei messaggi veicolati. La mancanza di vergogna nell’esprimere un determinato pensiero, anche aberrante e atroce, sottende una riscrizione del paradigma etico che depenalizza più o meno consciamente determinate posizioni, fantasie e perfino volontà di azione, ripetendo un abominio morale fino a farlo diventare la nuova normalità.

Nel suo Il vangelo secondo Gesù Cristo, il portoghese Josè Saramago riflette, parlando di uno dei personaggi principali del libro: «Giuseppe non provò neppure un po’ di vergogna, quel sentimento che tante volte, ma mai abbastanza, è il nostro più efficace angelo custode». Per scomoda che sia, per quanto possa essere illegittimamente usata come arma, la vergogna è e rimane un ottimo indicatore etico di una società, un segnale da non sottovalutare quando collettivamente si passa una certa soglia. Chi non prova la minima vergogna a dire o scrivere il male, non ha il minimo motivo per vergognarsi a farlo.

 

Giacomo Mininni

 

[Photo credit unsplash.com]

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I sofisti e i social network

Circa 2500 anni fa, in quel lembo di terra bagnato dal mediterraneo famoso per aver dato alla luce i padri della filosofia occidentale, si aggirava una particolare risma di intellettuali. Da molti riconosciuti come sapienti, eppure non da tutti stimati, per via delle idee che professavano e del loro rapporto tutto particolare con la ricerca e con la condivisione della conoscenza.

Erano chiamati sofisti.

Si proponevano come maestri a pagamento, e insegnavano l’arte di ragionare.
“Sofista” era un termine che stava spesso contrapposto a quello di “filosofo”: quest’ultimo infatti praticava il suo amore del sapere attraverso la ricerca della verità. Questa ricerca per i sofisti era del tutto vana. Vana dato che, a detta loro, non c’è nessuna verità da scoprire. Nessuna conoscenza certa, solo prospettive soggettive, ad ognuno la sua. Il mio parere, il tuo, il suo. Nessuno più vero degli altri. Tante verità quante sono le opinioni.

La parola, ritenuta dai filosofi il veicolo supremo del Logos, non era più riconosciuta come portatrice di un sapere affidabile e univoco. Ma non per era questo ritenuta meno potente. Anzi, al contrario: senza una verità esteriore a fare da garante alle affermazioni, l’argomentazione più forte, più convincente, era quella presentata nella maniera più persuasiva. Nelle dispute di ragionamento avrebbe avuto la meglio il discorso più seducente e ammaliante, capace di irretire la mente e il cuore degli ascoltatori.
La retorica, l’arte della parola utile alla persuasione, era quindi al centro dei loro insegnamenti. E i sofisti si proponevano come maestri insuperabili. A dispetto della logica, e con buona pace del principio di non contraddizione, affermavano che avrebbero potuto convincere una persona di una tesi, come pure del suo contrario.

Proprio nell’antica Grecia in cui il Logos aveva potuto ergersi alto e indicare la via per la storia del pensiero, dalla proiezione della sua ombra altrettanto lunga è fiorita l’anti-logica dei sofisti.

2500 anni dopo, oggi, si parla di era dell’informazione. L’informazione non è cosa nuova. Ciò che è del tutto contemporaneo e originale è la maniera travolgente e capillare con cui essa si può diffondere. E parallelamente, dare un’occasione potentissima al dilagare della dis-informazione.
Scorrendo le bacheche di Facebook, attraversando i titoli dei risultati di una ricerca fatta su Google, parrebbe che l’eredità dei sofisti sia stata raccolta, e sviluppata in nuove forme, in armonia con i tempi che corrono.
Fake news, bufale. Senza cura per logica e coerenza.
Ai tempi dei sofisti era la parola lo strumento attraverso cui esercitare il potere del convincimento, il mezzo che agiva sulle menti e di conseguenza sulle azioni, inesorabile come un veleno debilitante o come un farmaco ristoratore.
Le elaborate argomentazioni appaiono superate se si pensa alla nostra quotidianità. Più che dimostrare, basta mostrare: qualche immagine, un titolo che grida, un’etichetta risoluta. E poi è sufficiente condividere, passare ad altri l’informazione senza controllare, e sarà la diffusione di un messaggio a corroborare l’illusione della sua realtà.

“Menare per il naso come una bufala” è l’espressione che secondo la Crusca darebbe l’origine al termine “Bufala”, vale a dire farsi seguire da qualcuno trascinandolo per l’anello attaccato al naso, proprio come accade per i bovini. Cascare nell’inganno senza darsene conto.
Per quanto i sofisti rinunciassero ad una verità assoluta, conservavano ciò nonostante un’altra consapevolezza, che si può riassumere nell’espressione: “l’uomo è misura di tutte le cose”.  È uno dei loro slogan più famosi: significa che “là fuori” non c’è nessun riferimento che ci dà la garanzia e la certezza per le nostre credenze. Quello che affermiamo, dipende da noi.
Calato nella nostra quotidianità, è un po’ come dire che ognuno può essere responsabile di ciò a cui crede, e di ciò che racconta agli altri.

Prendendo ispirazione da questo aforisma, possiamo fare un passo in più: nell’assenza di una verità evidente e immediata, possiamo scegliere. Subire passivamente l’informazione che ci capita, o diventare attivi protagonisti del nostro sapere, radicandolo il più possibile in quelle fonti che perlomeno hanno l’intenzione di evitare la superficialità o l’inganno.

La formazione scolastica ci allena ad assorbire il sapere che ci viene trasmesso. A dire di “sì” ed accogliere quello che ci raccontano i libri e i professori. È faticoso a volte, ma necessario per allargare i nostri orizzonti e dare una realtà più ampia al mondo in cui viviamo.
Ma questa capacità di abbracciare positivamente nuova conoscenza non basta più. È sempre più urgente sviluppare un’altra abitudine: quella di dire “no”. E anche: “Aspetta un attimo”. Per darsi il tempo per esercitare un sano senso del dubbio, e dare sfogo al nostro spirito critico.

Come i sofisti, essere consapevoli di quanto può essere ingannevole la trasmissione del sapere. Come i filosofi, amarlo tanto da avere la pazienza di approfondire prima di diffonderlo.

Matteo Villa

P.S.: Ci vuole gusto per smascherare un inganno, come pure per crearne uno irresistibile.
Ecco un raggiro degno di un sofista 2.0: link.

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