Una citazione per voi: Socrate e la conoscenza

 

• SO DI NON SAPERE •

 

Questa frase, attribuita a Socrate (469-399 a.C.), è certamente una delle asserzioni più note, citate e riportate della storia del pensiero occidentale, al punto da essersi ormai inserita da tempo nel linguaggio quotidiano. Filosoficamente è utile comprenderne il senso originario in vista di una maggior consapevolezza teorica e conseguentemente di una maggior puntualità d’utilizzo.

Platone nell’Apologia di Socrate1 – resoconto che è una libera rievocazione del processo del tribunale ateniese al proprio maestro – principia con il responso dell’oracolo di Delfi il quale, dopo essere stato interrogato su chi fosse l’uomo più sapiente del tempo, aveva risposto facendo propriamente il nome di Socrate. Platone racconta che il maestro, non completamente persuaso da tale affermazione, si era recato presso gli uomini che erano ritenuti sapienti, come per esempio politici, poeti, artisti, intrattenendosi con loro in lunghi dialoghi, scoprendo infine che costoro, pur ritenendosi saggi, non lo erano affatto. Riconoscendo che tutti erano meno savi di lui e attirandosi per questo non poche ostilità, Socrate era dovuto convenire con il responso dell’oracolo: proprio lui era l’uomo più saggio.

Ma in che cosa consiste effettivamente la sua sapienza? Quali sono i caratteri di tale saggezza? Socrate sostiene di aver capito di essere il più saggio proprio perché sa di non sapere, riconosce dunque che la fonte della conoscenza risiede unicamente nella divinità. «Unicamente sapiente è il dio»2, si legge nel racconto platonico. Il filosofo ateniese afferma costantemente di non sapere: riconosce che nel mondo circostante non vi è nulla che gli consenta di sapere, proprio perché il sapere nel senso pieno del termine è legato alla conoscenza ferma, incontrovertibile e rimanda dunque alla verità. Leggi, abitudini sociali, credenze, dottrine filosofiche, principi morali, non sono per Socrate occasioni per “sapere”. In merito Emanuele Severino scriveva che: «dichiarare di non sapere significa dunque che nessuna delle convinzioni umane a lui note gli si presenta come verità»3. La novità intellettuale che l’oracolo gli aveva anticipato e che egli stesso riconosce dopo una accurata ricerca e numerosi confronti, consiste nel fatto che mentre i più non sanno di non sapere, lui lo sa, ne è consapevole. I più vivono scambiando per verità contenuti, credenze, idee che non hanno i caratteri propri della verità che i primi pensatori hanno portato alla luce. Pur non sentendosi “arrivato”, Socrate ha ben chiara l’idea forte della verità che si collega con la ricerca interminabile, con la messa in discussione di tutto ciò che si tende a dare per scontato, con l’analisi e la critica della società4 e il «rifiuto di tutto ciò che si va scoprendo privo di verità»5. Quel saper di non sapere, in cui è radicata la sua sapienza, è il motore del dubbio, del domandare, del porre in questione, del problematizzare ciò che viene smerciato come verità a buon mercato.

Quanto la figura di Socrate e il suo insegnamento in questo senso possono comunicare anche all’uomo del tempo presente. L’intramontabile eredità socratica può ancor oggi stimolare un atteggiamento di ricerca interiore, di parola ragionata, analisi critica del proprio tempo al fine di non rimanere ostaggio delle interpretazioni dominanti. Socrate ci invita ad essere persone che all’ideologia dei punti esclamativi, delle vane certezze, delle illusorie verità del mercato e della demagogia politica, preferiscono i punti interrogativi, l’inesauribile domandare che solo può mantenere vigili le coscienze e attive le menti di ciascuno.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1. Cfr., Platone, Apologia di Socrate, tr. it. di M. Valgimigli, Laterza, Roma-Bari, 201818.
2. Ivi, p. 17.
3. E. Severino, La filosofia dai greci al nostro tempo. La filosofia antica e medioevale, Rizzoli, Milano, 201710, p. 109.
4. Scrive Severino: “la critica di Socrate alla società è ancor più radicale di quella dei sofisti; e la condanna di Socrate da parte della società ateniese è la naturale reazione e difesa di una società che si sente minacciata nel modo più pericoloso”, Ivi, p. 110.
5. Ibidem.

[Immagine rielaborata da Google Immagini]

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Onniscienza portatile, istruzioni per l’uso

Hai mai voluto essere Dio?
Onnisciente e ubiquo.
In un mondo in cui siamo tutti umani, a volte anche troppo, la filosofia, la più grande fabbrica di frasi a effetto della storia, suggerisce un’idea di saggezza distante dall’immagine di colui che tutto sa: “so di non sapere” è piuttosto l’ammissione di umiltà che apre la via per la conoscenza.

Ok, Socrate, io so di non sapere, ma Google lo sa. Le risposte che cerco sgorgano dal palmo della mia mano attraverso il mio smartphone, che quando ha la batteria carica ed è ben aggrappato a un segnale Wi-Fi mi offre tutto il sapere condiviso dall’umanità sul web. Posso sapere tutto. Sono connesso con tutti.
Onnisciente e ubiquo.

So che posso sapere.

Gli antichi non si sarebbero sconvolti più di tanto vedendo bruciare la biblioteca di Alessandria, la più grande e ricca dell’epoca ellenistica, se avessero potuto tenere tra le dita uno smartphone. Nelle nostre tasche, di biblioteche di Alessandria ne abbiamo a milioni.

Una vera libidine per il filosofo, che prende il suo titolo in quanto “amante della conoscenza”.
Il filosofo dell’era moderna ha a disposizione un campo senza confini dove ammirare le meraviglie prodotte dallo spirito umano.
E poter imparare di tutto: quali sono le città del pianeta che ospitano più abitantiCome appare il cielo notturno, visto dal polo sud? Quanti elastici ci vogliono per stringere un’anguria fino a spezzarla in due?

Attento, goloso di conoscenza. Davanti a questo buffet sterminato di nuove informazioni, la distanza che separa la ricerca della verità dal cazzeggio asistematico è breve.

Se ti è capito di voler essere Dio, o perlomeno di avere qualcuno dei suoi poteri, probabilmente significa che non lo sei. Che il tuo cervello, come quello dei tuoi simili, è capace di processare in maniera funzionale una quantità limitata di informazioni.

La quantità di conoscenza disponibile in modo tanto rapido e accessibile può essere fruita armoniosamente solo se accompagnata da una consapevolezza qualitativa. Non è superfluo soffermarsi su come organizziamo e gestiamo le informazioni che acquisiamo, non è superfluo cominciare un discorso sul metodo, perlomeno fino a che rimaniamo umani, troppo umani.

So che posso sapere, ma forse so anche di non sapere quello che voglio sapere.

Google sa un mucchio di cose, ma continua a presentarsi come un foglio bianco. Un saggio onnisciente ma muto, pronto a darci tutte le risposte, a patto che siamo noi a fare il primo passo scegliendo una domanda.
L’apertura verso possibilità indefinite può lasciare spiazzati. Basta ricordare quando il professore iniziava l’interrogazione dicendo: “prego, mi parli di un argomento a suo piacimento”. Senza la consapevolezza dei punti di forza e di debolezza, la libertà può risultare fatale.

Tutto il sapere del mondo vale poco, se non si è addestrati a porre delle buone domande. Nell’epoca della connessione, non sono solo i dispositivi elettronici e le strutture informatiche che possono essere collegate in una rete grande come il mondo: anche noi abbiamo la possibilità di connettere la marea di informazioni in cui siamo immersi con le nostre vite, sfruttando le possibilità delle tecnologie digitali per i nostri obiettivi e le nostre motivazioni.

Se potessi entrare oggi nella biblioteca di Alessandria, quale sezione visiteresti per prima? La risposta a questa domanda potrebbe dirti qualcosa di più su come sei.
Ogni giorno, quali sono le cose che chiedi ad internet, che tutto sa? Quale immagine di te riflette?

Quale può essere quindi la domanda degna delle possibilità che abbiamo oggi?

 

Matteo Villa

 

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