Aristotele e l’inconscio

La psicoanalisi ha senso solo considerando l’inconscio strutturato come un linguaggio (Lacan). Con linguaggio, intendiamo: articolazione di elementi discreti, organizzati in un ordine chiuso: una logica. Quali sono, allora, le regole della logica? Risponde Aristotele: quelle grammaticali.

Seconda premessa: la conoscenza deriva dal sillogismo. In esso, due coppie di termini sono unite da un medio comune: se A è in relazione a B, e B è in relazione a C, allora A sarà in relazione a C, in ragione di B.

Immaginiamo di interrogare un bambino a proposito di una sua paura, supposta irragionevole: un mostro. Il bambino ammetterà presto che quel mostro non esiste. Ciononostante, la parola mostro (B) gli serve per indicare qualcosa (A), che non sa definire, e che lo angoscia (C). Mostro, cioè, non va preso nel suo valore semantico, ma in funzione rappresentativa. Questo non vuol dire che sia una parola scelta a caso.

Se la psicoanalisi, a differenza della psicologia, è lo studio di ciò che, innominabile per sé, fa problema a un soggetto dato – o anche, posto un meno davanti alla frase, ma senza mutarne la logica – se la psicoanalisi, a differenza della psicologia, è lo studio di ciò che manca a un soggetto dato e che lo rende, per ciò, desiderante, il sillogismo sarà allora lo strumento per venire a patti con questo oggetto, o con la sua mancanza. In presenza, o in assenza, cioè, esso (A) sarà mediato, al soggetto (C), da alcune rappresentazioni particolari (B). Quali? Quelle che, nella vita quotidiana, non dovrebbero esserci: sogni, lapsus, motti di spirito, atti mancati, sintomi.

Si tratterà di predicati dell’inconscio, e non di errori, nella misura in cui, a differenza di questi, si ripeteranno. Presi come metafore articolate metonimicamente (Lacan), secondo le leggi della condensazione e dello spostamento (Freud), reperibili nei nessi grammaticali (Aristotele), faranno balenare il metodo sotteso a questa follia. È l’ipotesi su cui si regge la pratica psicoanalitica.

Lo psicoanalista è chiamato in causa da un soggetto il cui sillogismo, a un certo punto, gli si è ritorto contro, causandogli una sofferenza insopportabile e inconcepibile. Si tratta di un interrogativo duplice, che non deve per forza partire da entrambi i poli allo stesso momento, ma che articola il versante del senso con quello della sofferenza.

Se l’esercizio del sillogismo prende, con Aristotele, il nome di dialettica, lo psicoanalista dovrà allora essere in grado di sostenere la posizione del dialettico, cioè non aggiungere alcunché alle parole di chi si rivolge a lui, nella convinzione che il risultato sia lo stesso, poiché non lo è.

La dialettica, però, ha un effetto collaterale: causa un’apparenza di sapere. Se è per questo che Socrate interrogava, ma non rispondeva, l’analista, che è tale se è supposto sapere, dal paziente, la causa di ciò che lo tormenta, dovrà attenersi alla medesima regola. Rispondendo, infatti, passerebbe dalla posizione del dialettico a quella del didattico. Medio della psicoanalisi è la dialettica. Didattico, semmai, è l’effetto sul soggetto: un sapere sul proprio desiderio, e un saperci fare.

È in ragione di un puro dialettico, quindi, che il paziente di un’analisi diviene analizzante, cioè passa, dalla condizione di oggetto di una sofferenza, a quella di soggetto al lavoro sul proprio inconscio, diviso com’è fra l’io della volontà cosciente (C) e un desiderio (A) mediato da rappresentazioni (B) che, ricordiamole, esistono per essere equivocate. Quando avviene che una stessa nozione (B) appartenga a due termini (A e C) e che qualcuno ignori uno dei due rapporti di predicazione (A-B o B-C) e sia invece a conoscenza dell’altro (B-C o A-B), infatti, lo stesso rapporto (A-C, tramite B), alla conclusione, sarà conosciuto e ignorato a un tempo. Equivoco, cioè, vorrà dire: non essere convinti di ciò che si conosce (A-C).

In conclusione, perché ci sia psicoanalisi, non basta la regola fondamentale. Dal lato dell’analista, con un agire che sia attivamente passivo, o passivamente attivo, e mai passivamente passivo (che sarebbe inutile, quando non dannoso) o attivamente attivo (che sarebbe didattico, quando non impositivo), bisogna garantire le condizioni affinché la dialettica possa essere esercitata correttamente. Dal lato del soggetto analizzante, perpendicolarmente, si tratta di prendere atto del proprio desiderio e di ciò che lo causa, credere a ciò che si sa, e agire di conseguenza. È il versante etico della psicoanalisi secondo Lacan, quella traduzione del freudiano Wo Es war, soll Ich werden che, senza Aristotele, sarebbe forse esistita, ma non avrebbe potuto essere scritta.

Antonino Zaffiro

Dott. Antonino Zaffiro, Psicologo – Psicoterapeuta a Latina (Albo Prof.le Reg. Lazio, n. 10728), Partecipante alle Attività della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, Membro della Società Filosofica Feronia.
Contatti: antoninozaffiro1977@gmail.com

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Innamorarsi non è ingrandire i propri limiti o i propri confini; è un crollo parziale e temporaneo di questi.

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