Verso un nuovo sincretismo religioso

Il sincretismo religioso e filosofico viene di solito guardato con molto sospetto da parte degli studiosi o degli esponenti di religioni che pretendono di avere validità universale, poiché, dicono, non è rispettoso della tradizione filosofica o religiosa di riferimento. È il classico problema che si pone nella distinzione tra filosofia e storia della filosofia, in cui gli storici accusano i teoretici di prendere elementi concettuali appartenenti a tradizioni e autori diversi e di fare “di tutta l’erba un fascio”, rischiando così di snaturare e non comprendere il pensiero dei filosofi considerati.

Ora, tutto ciò ha indubbiamente una sua verità, ma perché non mostrare, invece, come sia arrivato il momento di prendere ciò che c’è di buono in ogni religione e filosofia in nome di un umanesimo integrale, laddove ciò che conta non sono le premesse storiche e metafisiche, bensì l’aspetto etico, ovvero quello legato alla prassi? In altre parole, se questo approccio sincretistico può portare a sviluppare sentimenti di amore, comprensione reciproca, compassione ed empatia, non vedo perché sia così strettamente necessario aderire ad una determinata religione o filosofia, che rischiano di diventare ideologie, escludendo tutte le altre. Non dimentichiamo, infatti, che cercare l’unità nella molteplicità, ovvero, fuor di metafora, il nucleo originario e profondo di ogni religione e filosofia, sembra possa avere che effetti benefici anche in termini di ecumenismo e dialogo tra fedi diverse, così importanti in questo periodo storico.

Proverò dunque a fornire un esempio di sincretismo religioso e filosofico a partire dalla religione in cui sono stato educato, ovvero quella cristiana cattolica.
Nel Vangelo di Giovanni ad un certo punto si legge di un dialogo notturno avvenuto tra Gesù e Nicodemo, capo dei farisei. In risposta all’affermazione di Nicodemo che fa intendere che il Figlio di Dio si riconosce dalle opere che compie, ovvero dai miracoli, Gesù afferma che per vedere Dio è necessario rinascere dall’alto, cioè da acqua e Spirito. In sostanza ciò fa riferimento al fatto che la divinità non è riconducibile a categorie logiche e razionali prestabilite e che non agisce in maniera retributiva ma si muove in un ambito assolutamente libero, nuovo, creativo e dinamico.

Ora, cosa può mai significare questa enigmatica espressione di Gesù, cioè il “rinascere dall’alto”? Qui inizia il percorso sincretistico.
Innanzitutto non si può far a meno di notare la somiglianza tra questa rinascita spirituale e l’intuizione dell’idea del Bene proposta da Platone. Intuire l’idea del Bene è estremamente difficile e, per Platone, richiede un lungo percorso di studio e ricerca filosofica. Anche rinascere da Dio è difficoltoso, ma – se Dio è il principio, e dunque è uno e buono – questa rigenerazione porterà ad effetti etici simili a quelli proposti da Platone, ovvero contemplazione, conoscenza, serenità, bontà d’animo, ma anche impegno politico e sociale per migliorare le condizioni di vita degli esseri umani.
Lo stesso principio vale per la religione buddista e la filosofia di Schopenhauer. Infatti, la soppressione del desiderio e la negazione della Volontà altro non sono che una ribellione a questo “sistema mondo”, con le sue proprie logiche di ricerca del piacere e del successo a spese degli altri. Ma il cristianesimo di Gesù e quello delle origini propongono lo stesso atteggiamento distaccato dalle realtà mondane e rivolto al misticismo e alla contemplazione, per cui non sembra azzardato affermare che l’illuminazione buddista e il processo che porta ad essa siano piuttosto simili alla “rinascita dall’alto” predicata da Gesù, eliminato ovviamente il discorso della reincarnazione.

Si potrebbero fare altri esempi di sincretismo, ma ciò che importante ancora sottolineare è che, se i risultati di un approccio sincretistico (preso naturalmente cum grano salis) sono l’apertura all’altro e al diverso, e l’inclusione simpatetica, esso non può che portare beneficio al genere umano.
Inoltre, la prospettiva di aderire integralmente ad una data religione può facilmente portare a conflitti di valore, ovvero a chiedersi, ad esempio: “Qual è la religione migliore?”, “Se non aderisco al cristianesimo, significa che non sarò salvato?”, “Posso apprezzare il buddismo anche se non condivido la prospettiva della reincarnazione?”. Ovviamente tutte queste domande sono causa solo di turbamenti spirituali e rischiano di portare ad ostilità e sospetto tra religioni diverse. Per questo motivo credo una ragionata prospettiva sincretistica potrebbe indurre serenità e nobiltà d’animo, laddove si riconosca che ogni religione, se non si cade nel fanatismo, ha di mira esclusivamente il bene e la felicità dell’uomo.

 

Francesco Breda

 

[Photo credit Jean-Baptiste D. via Unsplash]

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