La Polonia tenta di cancellare la storia?

«Imporre un bavaglio ai fatti storici è una questione molto seria. Un tentativo di falsificare la verità. Che a mio giudizio implicitamente ammette che parte della popolazione polacca fu complice del processo di eliminazione dei loro compatrioti ebrei durante la seconda guerra mondiale»1. Così si esprime Jan Gross, storico di Varsavia e professore emerito a Princeton, uno dei più importanti studiosi in merito alle complicità polacche nello sterminio degli ebrei. Le sue parole si riferiscono alla nuova legge della Polonia, definitivamente approvata in Senato l’1 febbraio, che proibisce ogni menzione di dirette responsabilità polacche nella Shoah. Chi lo fa, rischia fino a tre anni di carcere. Ora si attende solamente la firma istituzionale di di Andrzej Duda, il capo di Stato.

Ma quali sono i motivi di questa nuova legge?
Il primo, sicuramente, è uno dei discorsi più sentiti dalla popolazione: la questione dei “campi di sterminio polacchi”. «la nuova legge serve contro la menzogna su Auschwitz campo polacco» ha affermato il premier Morawiecki2. Su questo si può concordare. Fu il Reich ad introdurli in territorio polacco dopo averne preso il controllo e − almeno ufficialmente − non ci fu un governo collaborazionista (come ad esempio quello francese).
Ci si potrebbe allora chiedere perché questa legge ha generato indignazione e dure critiche da parte di Europa, Usa e Israele. È la risposta a questa domanda il nodo centrale della questione: il secondo motivo è di cancellare ogni collegamento dei polacchi con l’Olocausto, e quindi anche i casi di collaborazionismo.
In che misura i polacchi contribuirono all’eliminazione degli ebrei?
«Non esiste una risposta univoca. […] tantissimi polacchi (molto più dei collaborazionisti) difesero e vennero uccisi per aver protetto ebrei»3. Il problema è che, comunque, collaborarono «diverse migliaia di cittadini polacchi. Ma anche qui c’è dibattito tra gli storici: quanti lo fecero volontariamente? […] Il più grande eccidio commesso materialmente dai polacchi è il pogrom di Jedwabne: il 10 luglio 1941, quaranta polacchi (scelti dai nazisti) bruciarono vivi 340 ebrei rinchiusi in un pagliaio»4.
Inoltre potremmo indagare i perché più profondi di questa nuova disposizione: il clima politico attuale e ciò che lo ha preceduto. Negli ultimi tempi, la politica di destra al governo «si è fatta forte di uno slogan che è un’ossessione nazionale: “ridare dignità alla Polonia”. Che da una parte prende di mira l’Europa, accusata di limitare la sovranità nazionale all’interno dei confini. Dall’altro attacca gli sforzi per svelare la storia»5 è sempre Gross a parlare, che continua: «una nazione non può crescere e progredire senza fare i conti con il passato»6.
Attualmente Jaroslaw Kaczynski, presidente del Pis (Diritto e Giustizia), controlla il governo ed il Parlamento. L’ideale, sin dall’insediamento, era di promuovere una “politica storica”, quindi esaltando le virtù nazionali ma anche controllando direttamente la narrazione storica.
«Il fatto è che da quando il paese ha conquistato la libertà il principale tema della discussione pubblica sono i crimini perpetrati dai polacchi ai danni degli ebrei sotto l’occupazione tedesca. […] Era ed è una discussione che portava e porta alla messa in questione dell’identità polacca, intesa come appartenenza alla nazione cattolica, etnicamente omogenea, generosa con le minoranze (ebrei) e vittima dei vicini (russi e tedeschi)»7 è Wlodek Goldkorn a parlare, con una riflessione che può indicarci chiaramente come e perché questa legge sia stata promossa.
Infatti negli ultimi tempi il potere polacco sta scatenando una campagna d’odio verso l’Europa, la Germania ed i traditori interni. È proprio attraverso quest’ottica bisogna leggere la nuova disposizione che «per chi conosce le regole (non tanto) segrete della retorica polacca è ovvio che si tratta di un provvedimento in fin dei conti xenofobo e che si richiama all’immaginario antisemita»8 sempre parole di Goldkorn.

La scrittrice Halina Birenbaum − ebrea polacca sopravvissuta all’Olocausto − è rimasta sconcertata: «c’erano polacchi che segnalavano gli ebrei ai nazisti, ora potrebbero arrestarmi per averlo detto, ho un biglietto aereo per Varsavia ma ho paura. […] I tedeschi occupanti non sapevano sempre chi era ebreo, ma i polacchi sì. C’erano vicini coraggiosi che ci nascondevano, ma anche altri che denunciavano. Mi sento malissimo, questa legge ferisce i sopravvissuti e i milioni di cui non rimasero che numeri»9.

Non si può nascondere la storia sotto un tappeto, men che meno se si sta parlando di implicazioni con la tragedia ebraica. È certamente scorretto affidare colpe che non hanno ai polacchi, ma non si può negare che almeno qualcuno abbia favorito, aiutato ed in qualche caso sostenuto il massacro nazista. Il clima antisemita preesisteva già, in Polonia come in molti altri Paesi europei, e fare finta che così non fosse, minacciando con il carcere chi voglia fare ricerca e pubblicare le proprie scoperte in questo ambito è semplicemente controproducente.
Di sicuro le cause che hanno portato all’imposizione nazista in Germania sono sfaccettate, ma altrettanto certo è che due di queste siano state la sottovalutazione di eventi di questo genere e il non voler ammettere che la follia nazista dava voce ad un sentimento, se non condiviso, almeno già in parte esistente.

Pensiamo alla Germania ed al suo enorme sforzo di fare i conti con la propria storia. Il risultato? L’acquisizione dell’accettazione dell’altro. Non a caso quando c’è stato bisogno d’aiuto con la crisi migratoria, le porte tedesche si sono subito aperte.

 

Massimiliano Mattiuzzo

NOTE
1. 2 febbraio 2018, La Repubblica, pag. 3
2. 2 febbraio 2018, La Repubblica, pag. 2
3. Ibidem
4. Ibidem
5. 2 febbraio 2018, La Repubblica, pag. 3
6. Ibidem
7. 2 febbraio 2018, La Repubblica, pag. 28
8. Ibidem
9. 2 febbraio 2018, La Repubblica, pag. 3

[Immagine tratta da Google immagini]

 

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Libano, Wonder Woman censurata: la nuova campagna BDS

L’atteso film in solitaria di Wonder Woman arriva nelle sale cinematografiche, in tutte, ma non in quelle libanesi. A far discutere è la nazionalità israeliana dell’attrice Gal Gadot.

Il Ministro dell’Economia e del Commercio del Libano, Raed Khoury, ritorna alla carica con i suoi tentativi di censurare i film in cui recita l’attrice, questa volta riuscendo a raggiungere il risultato sperato. Dopo un primo rinvio dell’uscita della pellicola, il film è stato ufficialmente censurato.

Non è la prima volta che il Ministro si schiera a favore della battaglia di boicottaggio economico nei confronti dei prodotti isreaeliani. I gruppi che appoggiano la campagna riportano alla luce il passato di Gal Gadot, che la vede indossare un’altra uniforme: quella dell’esercito di Israele. Ma quel che più genera un conflitto morale sono stati gli elogi senza remore all’Isreal Defence Forces e alle sue operazioni contro Hamas e i civili di Gaza nel 2014. Così si torna inevitabilmente a discutere della campagna globale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele.

Ma in che cosa consiste la campagna BDS?

Il movimento BDS nasce nel 2005 da un’iniziativa di una coalizione di gruppi palestinesi. Essi si appellarono «alla gente di coscienza in tutto il mondo per imporre ampi boicottaggi e attuare iniziative di pressioni economiche contro Israele simili a quelle applicate al Sudafrica all’epoca dell’apartheid»1. Il movimento rappresenta una forma di protesta riguardo all’occupazione dei territori confiscati durante la guerra araba-israeliana del 1967.

La situazione israelo-palestinese è decisamente complessa. E inevitabilmente complesso risulta il dibattito sulla questione della politica israeliana, condizionato inoltre da un fattore: la memoria della Shoah. Il nazismo come rappresentazione del male assoluto fa sì che la memoria della Shoah pesi come un macigno sulla nostra coscienza. L’esperienza del trauma viene compresa come un processo sociologico che delinea vittime, responsabilità e conseguenze. Da qui l’identità collettiva viene plasmata in maniera significativa. Questo comporta una presa di posizione critica nei confronti di tutte quelle azioni che si scontrano con il sionismo.

L’Olacausto ha sicuramente insegnato qualcosa. Da allora identifichiamo il male assoluto, come sostiene Jeffrey Alexander nel suo libro Trauma: A social Theory, nelle azioni sistematiche e strutturali di violenza contro i membri di un particolare gruppo.

Quel che sconvolge sono le gravissime violazioni dei diritti umani che Israele compie ogni giorno. Come è possibile che un popolo che ha subito persecuzioni agisca a sua volta nella direzione di un regime di apartheid?

Il parallelismo tra la situazione della Palestina e quella del Sudafrica apre forse un barlume di speranza. Proprio in Sudafrica è stato possibile constatare i benefici del boicottaggio economico. Costituì infatti un fattore decisivo nel passaggio dal regime di apartheid ad una democrazia interetnica.

Sicuramente quella del boicottaggio delle merci è un’iniziativa semplice ed è facilmente comprensibile dall’opinione pubblica. E, in un contesto come quello di Israele, così dipendente dal commercio, potrebbe funzionare.

Probabilmente la campagna per il boicottaggio, essendo identificabile in un movimento di resistenza nonviolenta, si è ispirata a La disobbedienza civile di Henry David Thoreau.

«La realtà è che di disobbedienti civili la società avrà sempre urgente bisogno: in primo perché il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente; e seguendo Hume, per la ragione che la libertà non si perde tutta in una volta, e quel che vale per la libertà vale anche per la dignità e la giustizia. E siccome il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza, uomini pronti a pagare di persona per le denunce dell’immondizia della politica fatta da gente a caccia di prebende e privilegi, rappresentano il sale della terra. E, a differenza degli utopisti, ma anche di tutti quei riformisti che, pensando a tempi migliori, chiudono gli occhi sugli orrori del presente, il disobbediente civile non violento agisce subito, qui e ora», scrive il filosofo Dario Antiseri.

Così il Libano, con la decisione di censurare il film Wonder Woman, ha confermato la sua scelta di sostenere il boicottaggio economico contro Israele. Il Paese ha scelto di dare una risposta immediata, qui ed ora, all’eterno dilemma di cosa fare quando ci si trova, in questo caso letteralmente, fianco a fianco con la sofferenza e l’ingiustizia.

Jessica Genova

NOTE:
1. Tratto da OsservatorioIraq. Medioriente e Nordafrica, articolo.

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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L’eterna contemporaneità di Ulisse

Facendo narrare ad Ulisse l’episodio del folle volo1, Dante costruisce un proprio doppio. Entrambi si dirigono verso il Purgatorio eppure, per molti aspetti, le loro vicende si collocano agli antipodi.

Quella dantesca è una discesa verso il nucleo dell’universo, cui segue una ascetica risalita verso la luce dell’Empireo; al contrario, il viaggio dell’eroe greco si sviluppa sul piano orizzontale delle conquiste geografiche (come quelle europee del ‘500, tanto vaste quanto sanguinarie).

Dante ha una guida in Virgilio, allegoria della ragione: attraverso il loro dialogo e le anime incontrate, egli procede moralmente e si purifica.

Ulisse viaggia in solitaria ed è vinto da un desiderio insaziabile di conoscenza: lui non dialoga, ma tutt’al più persuade con le arti della retorica. Non tende a un progresso etico, ma a un accumulo di esperienze. Il mondo di Ulisse è tutto chiuso nella sfera mondana di cui tenta di infrangere i limiti: ignora che le colonne d’Ercole sono un segno della volontà divina e vede il Purgatorio solo come una montagna bruna, certamente imponente e straordinaria, ma non più che un punto bianco sulla carta geografica.

Il mondo di Dante ha senso solo in prospettiva dell’ultraterreno: capisce l’umano perché fa esperienza del divino.

Ulisse, invece, è condannato dal non aver visto nient’altro che il suolo terrestre, limitando il mondo alla sola sfera dei sensi. Egli, cioè, ignora la sfera del trascendente che sola, per il Cristianesimo, può dare significato all’esistenza. Per l’eroe greco la conoscenza è un valore in sé, è essa stessa virtute.

Per Dante, invece, la conoscenza si acquisisce seguendo un cammino di perfezionamento morale il cui culmine risiede nel riconoscimento dei propri limiti e nella fede in Dio, il quale illumina su verità più alte di quelle raggiungibili con la semplice e sola ragione. Dante rilegge la sorte dell’eroe omerico secondo le categorie proprie della cultura cristiana.

Ulisse appare come un uomo senza Dio (non può neppure nominarlo) e perciò insensibile ai valori morali. La famiglia non lo trattiene né per affetto, né per senso del dovere («né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né ‘ l debito amore / lo qual dovea Penelopé far lieta […]»). L’unico ardore  che conosce è puramente individuale: «divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore», cioè «seguir virtute e canoscenza». Egli si lega ai compagni di viaggio perché condividono il suo progetto (e quindi solo strumentalmente). L’esperïenza che insegue è una conoscenza diretta e sensibile: il viaggio, con il suo senso di avventura e di scoperta personale, ne è l’emblema. Allo stesso modo, la virtute di Ulisse, per grande che sia, non è illuminata da Dio, ma si fonda sulla stessa semenza o natura umana: la conoscenza e l’esperienza, dice Ulisse, sono per noi quasi un istinto.

Nella cultura cristiana medioevale, invece, la conoscenza è sempre mediata da un principio di autorità (la tradizione, la Chiesa) e regolata da principi religiosi invalicabili. I teologi condannano spesso la curiositas come vana: all’uomo non è concesso sapere tutto, e volerlo fare è peccare di superbia. La caduta di Adamo ed Eva derivava da questo, poiché il serpente aveva promesso loro: «[…] Sarete come Dio, conoscerete il bene e il male»2. Odisseo agisce proprio infrangendo questi limiti: uomo del mondo classico, egli ignora le categorie del mondo giudaico-cristiano. La forza della sua ragione, tramite cui persuade i compagni a spingersi in un’impresa tanto rischiosa e a guidarli effettivamente verso il Purgatorio, viene polverizzata dalla potenza “oscura” e muta di Dio. Infrangendo il volere divino (rappresentato dalle colonne d’Ercole) e vinto dalla propria velleità, egli incaglia nella natura stessa delle cose e dell’uomo, che è stato proprio Dio a stabilire. La conoscenza di Ulisse si rivela così ignoranza, e la sua virtù peccato.

Come «archetipo mitico che si sviluppa nella storia e nella letteratura come un constante logos culturale»3,Ulisse attraversa, da Omero in poi, tutta la letteratura europea di ogni tempo testimoniando la straordinaria fortuna di un mito letterario che affonda le proprie radici nell’inquieto dipinto dell’esistenza umana, nella perpetua tensione tra viaggio e ricerca, colorandosi di significati sempre nuovi. Le numerose vite di questo personaggio risalgono a quell’attributo di cui Omero per primo si servì, per definirlo: polytropos (‘dalle molte forme’).

Dall’Iliade in cui è l’eroe astuto, artefice dell’inganno fatale del cavallo di Troia, all’Odissea in cui alla sua methis (‘astuzia’) si sovrappone il tema del suo nostos (‘ritorno’), dalle tragedie di Sofocle ed Euripide, all’ Eneide di Virgilio, alle Metamorfosi di Ovidio. Da A Zacinto di Foscolo, costruita sulla identificazione tra l’eroe greco e il poeta, che si sente esule alla perpetua ricerca di sé, alla figura inquieta dell’uomo moderno nelle poesie Il ritorno e Ultimo viaggio di Giovanni Pascoli, in cui l’uomo dalle molte forme viene ritratto al termine della propria vita, stanco e dubbioso. E ancora, nelle Laudi in cui D’Annunzio lo propone come incarnazione di un moderno superuomo, dotato di doti straordinarie, che si eleva al di sopra della massa e disprezza ogni pericolo; o all’Ulisse, di Umberto Saba, protagonista dell’omonima poesia tratta dalla raccolta Mediterranee (1946), il cui non domato spirito ne fa una proiezione dell’inquietudine del poeta e del suo doloroso amore per la vita. Infine, l’Ulysses di James Joyce, vera epica della modernità che narra in parallelo le giornata di Leopold Bloom e quella di Stephen Dedalus, riedizioni rispettivamente di Ulisse e di Telemaco, che vagano per Dublino nel caos del mondo moderno (fino ad incontrarsi nello spazio/tempo dell’inconscio), giungendo poi all’identificazione nel Primo Levi di Se questo è un uomo (1947). Qui, in particolare, la memoria dei versi danteschi è imprecisa, vessata dal silenzio e dall’oblio, quasi a sentire disperatamente la necessità di aggrapparsi alla poesia e rincorrerne l’eco, come se attraverso il ricordo fosse in grado di mantenere distanti morte e dolore. Il protagonista identifica il proprio tragico destino con quello di Ulisse, sommerso dalle acque e, per un istante, gli balena nella mente l’intuizione tremenda che quel destino sia stato fissato per volere divino: l’altrui piacque dantesco assume un effetto dirompente e tragico, e il viaggio di Ulisse oltre le colonne d’Ercole si trasforma nell’infernale odissea della Shoah4.

Dante e Ulisse sono eroi del viaggio: la meta verso cui impegnano il proprio incedere è la stessa.

La via per giungere alla conoscenza è ben differente. La conoscenza dantesca si sviluppa man mano che cresce il perfezionamento morale di chi aspira a realizzarla: l’elevarsi della propria moralità dà luce all’intelligenza.

Al contrario, l’indomita sete di sapere di Odisseo è collocata sul piano solo empirico.

Dante realizza un pellegrinaggio cosmico, Ulisse un’esplorazione animata da un’intrepida audacia.

Questa immagine attraeva Dante per la sua integrità e la sua forza e lo allontanava per la sua indifferenza morale. Ma osservando quei caratteri di eroico avventuriero, di ricercatore che indaga in tutte le regioni esclusa quella morale, Dante ha visto in lui qualcosa di più generale della psicologia del futuro che si stava avvicinando: ovvero, i tratti propri della coscienza scientifica e più ampiamente culturale del tempo nuovo, la separazione fra la scienza e la morale, fra la scoperta e il suo risultato, fra la scienza e la personalità dello scienziato5.

 

Riccardo Liguori 

NOTE:
1. Il poeta, con quest’espressione, condanna un’intelligenza che si rovescia nel suo contrario nel momento in cui si rifiuta di accettare i limiti che le sono imposti. Siamo nel XXVI canto dell’Inferno, Divina Commedia.
2. Genesi 3,5.
3. Definizione di Piero Boitani.
4. Primo Levi, Se questo è un uomo, in Opere, Einaudi, Torino, 1997, pp. 108-111.
5. J. Lotman, Testo e contesto, Laterza, Bari, 1980, pag. 98.

 

[L’immagine di questo articolo reca l’illustrazione in copertina alla versione dell’Odissea pubblicata da Feltrinelli]

 

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Contro la cementificazione della Memoria

Ogni 27 gennaio ricorre il Giorno della Memoria, una data istituita in Italia per ricordare:

«la Shoah (lo sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».
Legge 211, 20 luglio 2000

Da questo momento, ogni 27 gennaio, le sale cinematografiche proiettano un film sul tema − quest’anno è la volta di Nebbia in agosto di Kai Wessel −, le biblioteche o le istituzioni culturali promuovono conferenze o spettacoli teatrali − solitamente su Hannah Arendt − e le scuole concedono il permesso a fugaci visite ai musei della Memoria, solo per obblighi istituzionali. Ed io, scrivendo un articolo sul giorno della memoria, mi cimento nel ruolo ricoperto da altri milioni di autori, che ogni anno dedicano 800 parole al 27 gennaio.
Tutto ben organizzato per trovare il tempo di ricordare. Alla fine occupa solo un giorno, o al massimo una settimana. Da domani ci si può finalmente sentire meno in colpa perché il nostro dovere di buon cittadino è stato eseguito. Anche da casa con Facebook. Da domani finalmente potremo condividere e postare a piacimento notizie riguardanti le terribili malattie portate dagli immigrati o quelle sui cani bisognosi di cura. I sommersi (nel vero senso della parola) e i salvati dei nostri tempi.

Il Giorno della Memoria è una memoria abitudinaria, ferma e passiva che sbiadisce con il tempo. Per quale motivo, allora, ci si ostina a fissarla − la memoria − in un preciso istante, quando è essa stessa un meccanismo in movimento che conserva e riformula le tracce di ciò che vediamo, sentiamo, guardiamo e tocchiamo?
Perché tendiamo a istituzionalizzarla e a monumentalizzarla in modo tale da isolarla e allontanarla dalle persone, rischiando che quest’ultime nel corso degli anni perdano la sensibilità nei confronti di ciò che è stato? Insomma, perché vogliamo mummificare la memoria delle stragi naziste?

Credo fermamente che occorra pensare a un qualcosa di permanente, al quale si possa aderire volontariamente senza l’incombenza di “dover” ricordare. Serve, dunque, un progetto che si riappropri del tempo e dello spazio, individuale e sociale, in maniera riservata e silenziosa, ma costante.
Un esempio, a mio parere, estremamente positivo è rappresentato dall’iniziativa Pietre d’inciampo1 partita da Colonia, una cittadina tedesca, grazie al genio dell’artista Gunter Demnig. Di cosa si tratta? Di un’idea semplice ed efficace: un sampietrino ricoperto da una piastra di ottone posto davanti alle abitazioni di chi venne deportato nei campi nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Una piccola targa quadrata sopra la quale è riportato il nome della vittima, l’anno di nascita, la data e il luogo di deportazione. Se conosciuta, anche la data di morte.
Ad oggi di questi sampietrini ne son stati depositati circa 60 mila in quasi tutta Europa. Anche a Venezia se ne possono trovare alcuni2. Occorre fare attenzione però, perché le pietre d’inciampo non son semplici targhe dall’importanza irrilevante, bensì vere e proprie tracce in grado di relazionarsi con la quotidianità delle persone. In breve, le pietre d’inciampo sono vulnerabili: è possibile calpestarle inavvertitamente, o magari levarle volontariamente per negare ciò che è stato e ancora sono inermi di fronte alle intemperie e all’inquinamento urbano. Senza alcun tipo di timore reverenziale, come spesso accade davanti ai grandi monumenti ottocenteschi, si avrà qualche incontro con queste presenze permanenti e integrate nella città. Magari casualmente, ma in ogni caso si dovrà fare i conti  con questi quadratini dorati che pazientemente ricorderanno le storie delle “possibilità negate” dal nazismo.
La memoria, d’altronde, non deve essere astratta dalla vita, ma deve avere il coraggio di confrontarsi e scontrarsi con essa per tornare ad essere viva.

Marco Donadon

NOTE:
1. Per approfondire, si veda il sito dell’iniziativa.
2. Qui trovate una mappa aggiornata delle Pietre d’inciampo poste a Venezia.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Giornata della Memoria: per una memoria non fine a se stessa

Se una volta il calendario cartaceo era solito riportare con massima attenzione i nomi dei Santi religiosi e le ricorrenze della cultura popolare, ad oggi il nostro calendario social-mediatico ci informa quotidianamente su tutt’altro genere di notizie. Alcune ricorrenze attirano con forza la nostra attenzione e la nostra sensibilità, altre sembrano invece essere decise a tavolino per fini strettamente pubblicitari e/o commerciali finendo per apparirci come totalmente irrilevanti.

Una delle ricorrenze più importanti, non soltanto dal punto di vista storico, ma anche e soprattutto dal punto di vista civico è la Giornata della Memoria. Ogni anno possiamo assistere a numerose e svariate iniziative ad essa dedicate, in tutti gli ambiti culturali. Essa è stata stabilita al 27 Gennaio, data che nel 1945 ha visto l’apertura dei cancelli di Auschwitz; la sua portata commemorativa però va e deve poter andare ben oltre questa semplice data.

Ciò che deve stimolare in noi la curiosità e la riflessione è l’intitolazione ufficiale della ricorrenza: “Giornata della Memoria“. Qualsiasi tipo di anniversario, per definizione, si propone di ricordarci un particolare avvenimento. La Giornata della Memoria, invece, in quanto tale, sembra volerci ricordare di ricordare. Sembra che essa non voglia semplicemente ricordarci quanto è stato, ma che voglia imporci il ricordo stesso! Da questo punto di vista il 27 Gennaio sarebbe allora la giornata della memoria per antonomasia, la quale da sola si fa carico, e quale altra ricorrenza potrebbe riuscirci meglio, di farci volgere per un attimo lo sguardo verso tutte quelle pagine che la storia vorrebbe strappare dal suo libro infinito.

Da un punto di vista più filosofico, però, l’imposizione del ricordo fa si che l’esercizio della memoria e l’appello ad essa siano un dovere! Si può davvero imporre la memoria? E’ auspicabile che il ricordo assuma la forma di un imperativo?

Per rispondere a queste domande ci viene in aiuto il testo “Se Auschwitz è nulla – Contro il negazionismo”, scritto da Donatella Di Cesare. In queste pagine è affrontata la delicata questione del negazionismo, quel filone di pensiero storicamente revisionista che mira a negare dei particolari avvenimenti storici. Nel caso della Shoah l’atteggiamento negazionista si fa impressionantemente radicale in quanto la negazione di ciò che è stato è funzionale al proseguimento dello sterminio. Per dirla con parole forti, che la stessa autrice non manca di sferrare: gli Ebrei saranno sconfitti definitivamente soltanto se si riuscirà a cancellare dai resoconti storici la stessa attestazione del loro annientamento. Il negare, dunque, per queste organizzazioni, è un atteggiamento intenzionale, volto all’annientamento complessivo dell’intera vicenda che ha coinvolto il popolo ebraico.

Date queste premesse, l’esercizio della memoria e del ricordo dovrebbe allora essere considerato come una sfaccettatura della formazione da incoraggiare e una consuetudine civica da promuovere. Con ciò però si intende un sano dovere della memoria: “sano” poiché è necessario badare bene a non storpiarlo o snaturarlo. In molti, infatti, hanno posto l’attenzione su questo aspetto: il rischio a cui storici e intellettuali si riferiscono si identifica con la conversione della memoria in culto, della commemorazione in celebrazione.

L’esercizio della memoria non può essere fine a se stesso, non deve semplicemente fare luce sul passato per ricordarci di non ripetere gli sbagli di quanti sono vissuti prima di noi. L’eterno ritorno alla Nietzsche è soltanto un’affascinante fantasia, perché il passato, lo sappiamo tutti, non ritorna tale e quale! L’esercizio della memoria, a mio parere, deve essere un terreno fertile sul quale seminare e coltivare sguardi onesti ed accorti, che possano essere in grado di scovare, nelle vicende attuali, non le somiglianze fattuali con quelle del passato, ma piuttosto le loro somiglianze motivazionali, al fine di smascherarne le tendenze corrotte e distorte.

Federica Bonisiol

Il genocidio della memoria

Gennaio è, generalmente, il mese in cui si costruisce l’anno nuovo, si disegnano promesse che forse manterremo a metà, si scrive un copione che verrà disatteso perché ci si lascerà coinvolgere dall’imprevisto affrontando battaglie sconosciute.
Ma Gennaio è anche il mese in cui si celebra la memoria.
Esiste un giorno particolare, il 27, in cui i Paesi Occidentali si uniscono simbolicamente in un raccoglimento che attraversa la Storia e abbatte i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, ascoltando in silenzio le parole degli ultimi sopravvissuti alla Shoah ebraica, perpetrata dalla follia nazista durante la II^ guerra mondiale.

Nelle scuole le tracce dei temi convergono in questa tematica, puntuali giungono le dichiarazioni dei più importanti esponenti politici, l’Organizzazione delle Nazioni Unite si prodiga, nel 2005, con la risoluzione 60/7 proclama il 27 Gennaio: data ufficiale per le commemorazioni, l’Italia la anticipa di cinque anni ( articolo 1 e 2 della legge n°211 del 20 Luglio 2000 ).
Vengono proiettati film, si leggono libri sull’argomento… celebrazioni di rito e poi arriva Febbraio.

Durante i successivi undici mesi, si provvede tranquillamente a demolire lo spirito di concordia che si era venuto a creare con frasi che invocano ad un ritorno dello sterminio, mentre altre lo negano.
In certi casi le stesse persone che lo negano, chiedono allo spirito del suo principale fautore, di tornare per completare l’opera, generando una contraddizione in essere troppo complicata da analizzare.

Tralasciando la mera polemica sul negazionismo, volevo porre l’accento sul significato di questo Giorno della Memoria.
Abbiamo detto che si ricorda il genocidio ebraico, lo si approfondisce, lo si discute… ma quanti genocidi si sono compiuti durante gli ultimi secoli?
Chi li ha compiuti, e perché?

In passato abbiamo posto le basi del nostro europeismo, inteso come cultura occidentale apparentemente elevata, in tre continenti su cinque ( escludendo l’Antartide… non me ne vogliano i pinguini imperatore ).

Nelle Americhe scomparvero circa 100 milioni di individui, sia a causa delle malattie portate dall’uomo bianco, sia dalle sue guerre di conquista e sottomissione.
I campi di concentramento erano le riserve, territori delimitati e sorvegliati dai nuovi padroni, esperti in recinzioni e confini.
In Oceania ( Australia e isole circostanti ) la popolazione nativa crollò del 90%.
In Africa invece contiamo circa 20 milioni di vittime.

Non fraintendetemi, non è mia intenzione screditare la Shoah per porre tutti gli altri genocidi su una scala dell’orrore che ha come unità di misura, l’intensità, l’efferatezza e il numero dei morti.
Il mio obiettivo è – come al solito – quello di far conoscere a chi ne è all’oscuro, avvenimenti che riguardano da vicino anche chi lega ad un solo colore ideologico, determinati atti.

Quelli elencati precedentemente sono tutti genocidi avvenuti in ambito coloniale, ma ce ne sono altri legati alla politica, alle personalità singole ed eccentriche in tutta la loro brutalità.
Tanti stermini condotti tra l’indifferenza di molti.

Genocidio degli Armeni, un milione e mezzo di morti; Genocidio dei contadini ucraini, sette milioni di morti; Genocidio dei Tutsi in Ruanda, un milione di morti; Genocidio degli oppositori politici in Cambogia, Unione Sovietica, Cina, decine di milioni di morti.

Davanti a tutto questo, si può ancora parlare di colori politici? Si può ancora attribuire ad un unico uomo tutti i mali del mondo?
Certo, si può – e si fa continuamente – ma, prendendo coscienza appunto, si può andare oltre le classiche barriere fatte di convinzioni comuni, e ci si può interrogare sulla necessità di ricordare anche le tristi pagine scritte da noi, non solo dagli altri.
E per citare una di queste tristi pagine vi lascio una testimonianza letteraria tratta dal romanzo ‘Cuore di Tenebra’ di Joseph Conrad.

Siamo nel Congo belga di fine ‘800, gli europei hanno investito numerosi fondi nelle imprese della gomma, del legname e dell’avorio.

Marlow, il protagonista della storia, sta navigando il fiume con un battello per raggiungere un emporio commerciale situato nella foresta equatoriale, quando vengono attaccati dai nativi.

“Con una mano cercai a tastoni sopra la testa il cordone della sirena, e lanciai un fischio dopo l’altro, precipitosamente.
Il tumulto di grida rabbiose e bellicose, cessò all’istante; e poi dalle profondità della foresta si levò un lamento tremulo e prolungato di paura lugubre e di disperazione estrema, quale si potrebbe immaginare che seguisse la fuga dell’ultima speranza della terra.”

A voi ogni libera interpretazione.

Non sarà certamente uno sforzo sovrumano tirare le somme del nostro passato, aprire le porte al Gennaio di una nuova consapevolezza sociale e stabilire sani obiettivi futuri.
Ricominciare fa parte della nostra natura, e per farlo occorre sapere cosa siamo stati, in modo da non compiere l’ennesimo genocidio, quello della memoria, che spesso copre con uno strato di indifferenza il lume della ragione.

Buon 2016.

Alessandro Basso

é immagine tratta da Google Immagini]

Papà, che cos’è la Shoah?

“Papà, che cos’è la Shoah?”

Interrompe così Giulia la cena tranquilla con suo padre. Proprio stasera non doveva essere a casa sua moglie? pensa, mentre intanto maledice di aver tenuto la televisione accesa durante la cena. Lo dice sempre Giovanna che bisogna mangiare con la televisione spenta.

“Papàààà, mi hai sentito?”

La voce della bambina lo richiama alla realtà, respira a fondo e inizia a rispondere, prendendola un po’ larga.. perché non ha idea di come spiegare a una bambina di sette anni una delle pagine più buie della nostra storia. E si sente quasi in colpa a dover spalancare gli occhi ancora così innocenti di sua figlia sulla più grande tragedia dei nostri tempi. Una tragedia che ha portato il mondo a dire MAI PIU”. Ma gli tornano in mente le parole di Primo Levi

se comprendere è impossibile, conoscere è necessario perché ciò che è accaduto può ritornare

e capisce quanto sia importante spiegare a sua figlia quel che è successo, anche se terribile, per crearle il ricordo di qualcosa che non le è accaduto. Così, respira a fondo e comincia:

“Beh, Giulia, Shoah intanto è una parola ebraica che vuol dire “catastrofe”. Ed è una parola utilizzata per riferirsi all’Olocausto.”

“Cos’è l’olocausto papà?”

“L’olocausto è una parola utilizzata per descrivere la persecuzione e lo sterminio del popolo ebraico.”

“ E perché il popolo ebraico è stato sterminato?”

“Questa è una bella domanda Giulia.. se la pongono ancora in molti senza riuscire a darsi una vera risposta.. accade che a volte si abbia paura della diversità di un uomo rispetto a te stesso. Accade che a volte l’uomo abbia paura di se stesso e delle sue stesse diversità. E succede che allora inizi una guerra. E in ogni guerra Giulia ci sono sempre uomini contro uomini. E ci sono bambini separati dai loro genitori, uomini e donne che non hanno più forza, hanno solo occhi vuoti, senza vita né espressione, occhi pieni di paura e privi di speranza..”

“Papà basta.. mi viene da piangere.. mi è anche passata la fame.. non voglio più sapere.. e se succede che divento anche io così?”

“No bambina mia.. non diventerai così. Basterà che tu abbia il rispetto per le idee degli altri, anche quando non ti piaceranno. Basterà che non cercherai di cambiarle con la forza. Basterà che tu veda sempre che dietro a quell’idea c’è un altro uomo che è proprio come te. E il fatto che stasera ne parliamo, io e te, è già un passo avanti sai.. è molto importante Giulia la domanda che mi hai fatto, perché, in una civiltà come la nostra che tende a vivere solo l’immediatezza del presente, ricordare serve proprio a evitare che queste mostruosità si possano ripetere. Ricordare vuol dire essere attivi, vuol dire porsi delle domande. Ricordare sollecita il cuore e la mente. Ogni 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria perché si ricordi sempre quello che è successo. Ogni 27 gennaio si ricordano le sofferenze che hanno subito uomini, donne e bambini come noi. E ogni 27 gennaio ci si sentirà sempre un po’ colpevoli, Giulia, per non aver potuto impedire, per aver ignorato, per essere uomini. Ma tutto questo dolore lo dobbiamo proprio ricordare per imparare a scegliere oggi di evitare nuovamente quell’errore in qualsiasi parte del mondo. Ora finisci la cena amore, un primo piccolo passo per oggi l’abbiamo fatto.”

Oggi, 27 gennaio, giorno dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, lo Stato italiano celebra il “Giorno della Memoria“. Si spezza il silenzio che tesse una ragnatela così sottile e insidiosa che rischia di cancellare la memoria dell’orrore. Un silenzio pericoloso che è importante infrangere, anche solo con un pensiero.

Giordana De Anna

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[Immagini tratte da Google Immagini]

La Shoah, Israele e l’ebreo diasporico

Il Novecento è stato per l’ebraismo un secolo da dimenticare. La crisi che ha prodotto nella psicologia ebraica è una ferita che ci porteremo dentro per un tempo inimmaginabile; come se la storia non ci avesse già segnato a sufficienza l’animo e la mente, lasciando nel nostro inconscio collettivo lo sfregio delle sue cicatrici. Il Novecento ha confermato e ha legittimato in noi antichi sentimenti: sospetto, paura, sfiducia, tentazione di fuga, il pensiero a un passaporto sempre valido; e un senso di precarietà che da ansia si è nel tempo trasformato in consuetudine.

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Etica e politica dell’ebraismo italiano

[di Dario Calimani – articolo tratto da ‘Pagine Ebraiche’, Dicembre 2010]

La crisi della cultura e della politica italiane sta forse trascinando con sé anche la cultura e l’etica dell’ebraismo che viviamo?

La domanda viene naturale quando si mediti sul dibattito intermittente in corso con il mondo cattolico, da un lato, e con il mondo politico, dall’altro. Chi, da anni, cerca di tenere vivo il dialogo con il mondo cattolico avrebbe ogni elemento a disposizione per ricredersi sulla sua utilità ogni qualvolta, attraverso le sue molteplici e variegate voci, la Chiesa si esprime nei confronti dell’ebraismo. Con tattica semplice e collaudata, voci sempre diverse si risvegliano per negare la Shoah, per riaffermare il valore della “pro perfidi Judaeis”, per rimproverare chi non riconosce la silenziosa santità di Pio XII, per affermare che il Vaticano ha salvato più ebrei di quanti non ne abbia lasciati morire, per biasimare l’ebreo caparbio che non si converte, per aggredire la cultura (ebraica) del relativismo. Ogni tanto poi il cristianesimo scende in politica, e dal suo piedistallo religioso censura l’ingiustizia di Israele che, contro l’interesse politico dei palestinesi, continua a esistere.

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