Il “Trattato del ribelle” e il senso di Jünger per la rivoluzione

Nonostante lo avrebbe potuto dire qualsiasi uomo di qualsiasi epoca, quelli che viviamo non sono tempi semplici. Confermiamo quindi a tutti gli uomini del passato che a livello di malessere o disordine percepito il mondo non è cambiato troppo, pur non volendo essere sfascisti e pessimisti.

I tempi attuali vedono le parti del mondo cercare di unirsi, capirsi, connettersi in tentativi goffi e guadagnando terreno solo se da un lato lo si è perso. Per questo abbiamo sia la sensazione che il livello di benessere attuale non sia mai stato raggiunto, sia che essendo aumentato per certi aspetti, molti altri minacciano la nostra quiete quotidiana. Senza contare che uscendo dai parametri occidentali, la situazione di benessere cala enormemente.

È indubbio dunque che a più livelli si respiri una certa voglia di ribellione, di sfogo, di sistemazione di qualcosa che si percepisce come rotto o sbagliato.

Assistiamo allora alla riscoperta di pensieri, atteggiamenti e azioni che vogliono sovvertire ciò che non va o che è visto come nemico. Allo stesso tempo però ci sembra che l’unico modo di reagire a questa situazione sia quello della rumorosa e disorganizzata aggregazione di idee mal pensate e persone confuse. Può esistere un modo di pensare e agire che possegga la forza del cambiamento ma che sia alternativa alla linea solitamente intrapresa?

Uno dei massimi esempi e delle più intense ispirazioni al riguardo ci giunge dal Trattato del ribelle di quell’anima visionaria e unica che è stata Ernst Jünger. Il titolo originale dell’opera è Der Waldgang, che si traduce con “colui che passa al bosco”. Il libro di Jünger, pensato sui postumi del nazismo, ha voluto dipingere l’aspetto dell’«uomo concreto che agisce nel caso concreto», dissociato dalla massa ipnotizzata e che riesce a riacquisire i propri tratti individuali originari.

Anche oggi di fronte al caos che fronteggiamo su più fronti – personalmente, socialmente, politicamente – avvertiamo una palese chiamata alle cosiddette azioni “concrete” o “pratiche”, che tolgano l’uomo contemporaneo dalla fanghiglia di una società che non lo rispecchia (ma che comunque e allo stesso tempo contribuisce a creare): le forme del populismo chiassoso, degli attacchi alle poche certezze (si pensi alla odierna delegittimazione della scienza attuata da elementi e forze politiche pseudo-innovative), cercano di porsi come forze nuove e sovvertitrici verso un ordine sovrano.

Chi non sopporta il maleodorante odore di quest’atmosfera, ma vorrebbe comunque dar vita alle proprie energie e alle istanze di cambiamento, in che modo può sfogarsi e riconoscersi al di fuori del proprio mondo privato?

Jünger suggerisce, con le solenni e leggere parole che hanno animato una intera generazione intellettuale a lui contemporanea, che proprio nel mondo privato e interiore riesce a insinuarsi l’idea guida per il cambiamento vero: che solo nel solitario e silenzioso ritiro e raccolta delle proprie «risorse più profonde»1  sta l’inizio di una vera rivoluzione. Rivoluzione che traendo linfa dalla dimenticata forza della memoria e del ricordo delle fonti vitali originarie che l’uomo contemporaneo ha barattato per la corsa alla «hybris del progresso»2, assume i caratteri di una «restaurazione conservativa»3.

«Passare al bosco» significa appunto questo: riallacciare i contatti con se stessi attraverso una pratica riflessiva, di pensiero, che vada sì «oltre i confini della meditazione»4, ma che sia anche «una tattica di guerra» e di azione per il cambiamento. Tornare alla terra non significa affatto ritrovare un rapporto perduto con la natura per rinnovare il proprio essere e distoglierlo da quello storico-mondano, ma «preparare gli uomini al viaggio che li porta nelle tenebre e nell’ignoto»5, andando oltre la dialettica della folla incapace e inconcludente, proprio per ricostruire una mondanità che sia realmente a dimensione d’uomo e che con colui sappia autenticamente dialogare.

Per un’azione che sia reale, efficace, profonda, è necessario che reale e profondo sia il soggetto da cui fiorisce.

 

Luca Mauceri

NOTE:
1. Ernst Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, Milano, 2012, p. 41.
2. Ivi, p. 45.
3. Ivi, p. 55.
4. Ivi, p. 9.
5. Ivi, p. 86.

 

banner-pubblicitario_abbonamento-rivista_la-chiave-di-sophia_-filosofia

«No Maria io esco!»: fondazione della metafisica di Tina Cipollari

Ovvero: storia di come imparai a non prendermi sul serio, a non credermi “intellettuale”, a rifiutarmi di parlare forbito e a vivere felice.

Ogni buona riflessione filosofica ritengo che – per potersi dire scientifica – necessiti di esser costruita su alcuni assiomi indubitabili. Qualora volessimo iniziare un’analisi antropofilosofica dell’esistenza dell’individuo occidentale medio, non potremmo non concedere che uno di questi assiomi è il seguente: in ciascuno di noi, vive – segreta e latente – un’indipendente e sovrana Tina Cipollari.
Tina: unica costante della nostra vita ormai priva di punti cardinali; sbrilluccicante e sorprendente routine riaffiorante, come una boa di salvataggio, nel turbinio della prevedibile quotidianità dell’imprevisto; profumo sottile che ci distrae dal buio implacabile che s’annida in ogni angolo della nostra mente; parte dell’essere “uomini e infelici”1 che emerge dall’implacabile scala discendente verso il baratro del politically correct; redivivo “Vaffanculo!” che sempre siamo pronti – e tentati – di proferire contro chicchessia, e in qualunque occasione; sguaiato “No Maria, io esco!” che cresce in noi quando ci troviamo innanzi a situazioni ingestibili e insopportabili; gesto eclatante ch’è lì, pronto a esplodere ma che, per utilità, soffochiamo con coperte di prudenza ed estintori opportunistici; fuga dalla malafede del presente e locura necessaria alla sopravvivenza.

Chiariamoci: è uso corrente, tra gli “intellettuali”, di qualunque colore politico e indirizzo culturale, ironizzare su quello che – aspere duriterque – viene definito trash: fingendo di incensarlo, sprecandosi in mendaci dossologie, costoro intendono esaltar loro stessi, per poi sprecare inchiostro, e tempo, in inutili conclusioni antropologiche sul deprecabile universo della contemporaneità e dei suoi miti; ma qui è tutt’altra cosa!
Qui non si sta parlando di macchiette o di trash: si riflette di esistentività, e Tina Cipollari è l’Esistentivo per eccellenza.

Ora, come fondare Tina, metafisicamente?
Esistenzialmente, l’abbiamo descritta: è la parte immediata di noi, quella più sincera… ma questo fondamento, è forse un infondato? Che statuto ha, questa donna che è in realtà la totalità del silenzio parlante della nostra anima da lungo tempo occidentalmente adagiata nella convenienza della prudenza e nel comodo dell’assenso?
Pensandoci molto attentamente, sono giunto alla conclusione che Tina è una realtà ontologica che supera, di gran lunga, le determinazioni di “bello” e “brutto” (che poi non sono che lo stesso veduto, però, da due angolazioni particolari differenti), di “giusto” e “sbagliato” (perché l’immediato non può avere una determinazione etica, che è somma mediatezza). Tina Cipollari è semplicemente come deve essere, come l’Essere di Severino. Sussume su di sé il concetto di trash (parola che, col passar del tempo, si depriva d’ogni significato) e lo invera, togliendolo, divenendo cult e, gradualmente, iconic… ecco!
Tina Cipollari è l’iconic dell’esistenza-inautentica-heideggeriana, e che a esso si diano le determinazioni parziali di “bellezza” o “bruttezza”, di “giustezza” o “ingiustizia”, è secondario: come la sostanza spinoziana, Tina è definibile in mille modi ma, comunque se ne parli, non si potrà che sbagliare: lei è oltre le parcellizzazioni.

Tina è ciò che, più d’ogni altra cosa, rimarrà nella storia della cultura pop, perché è il no-filters per eccellenza, il lampante proclamato come tale.
Siamo franchi: se Tina fosse un po’ meno di quant’è, potrebbe sembrare una classica donna di provincia che dice pane al pane… ma l’accumulo di sguaiate verità che, giorno dopo giorno, ella proferisce, la rende una «sapiente auto-messinscena, ma con una robusta sostanza e una vitalità sconosciute»2 a chiunque: in una parola: iconic. E solo quando v’è un sub-stratum iconicum, persistente nel tempo, allora potremmo ricamarci sopra il concetto di trash, che tuttavia rigetto.

Ai miei detrattori dico: guardatevi attorno, che mondo è quello che vedete? E dunque, perché tacete? Perché non vi ribellate, nascondendovi dietro il comodo e l’utile?
Quante volte vorreste urlare: “Vergogna!”, oppure: “Ma ti rendi conto di quello che dici?” e non lo fate? Ebbene quella parte che desidera lo sfogo, chiamasi Tina.
E quando innanzi a tanto male avete voglia di gridare: “Credimi, io non ce la posso fare”, o: “Maria per favore, che sto fuori dalla grazia oggi!” ebbene è Tina, che parla.
E quando vorreste apostrofare qualcuno chiamandolo: “Ciarlatano, fintone, arpia, pizzettara, rosicona” sappiate che è Tina che vuol parlare: spetta a voi decidere se, e quando, assecondarla.

Forse, se facessimo parlare la Tina che abita in noi un po’ più spesso, vivremmo più sereni, perché svestiremmo finalmente gli abiti dell’intellettualoide, e vestiremmo quelli dell’uomo vivo – ma è solo un’ipotesi.

David Casagrande

NOTE:
1. Cfr. N. Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis.
2. Claudio Magris, Danubio.