L’Italia e la sindrome di Calimero

Ogni Capodanno si ripete la stessa storia: tutti parlano di cambiamento. Ogni anno che si appresta a passare sembra lo spartiacque pronto a segnare un nuovo inizio e in effetti la “fine” dell’anno è un evento carico di un potente valore simbolico. Eppure questo 2016 che si appresta a venire sembra segnato inevitabilmente da due atteggiamenti molto differenti, c’è chi guarda ad esso con maggiore speranza e positività mentre c’è chi in esso non vede che un futuro più fosco.

In Italia l’atteggiamento segnato dall’azione e dalla voglia di mettersi in gioco sembra sempre più scontrarsi con una spinta al lamento, all’inerzia e alla disperazione. Nel nostro Paese si potrebbe parlare per una certa parte della popolazione di una vera e propria “Sindrome di Calimero”, ve lo ricordate il pulcino nero dei cartoni animati che esordiva ad ogni puntata dicendo: “Sono Calimero, sono piccolo e nero”?. Calimero appare per la prima volta nella trasmissione televisiva Carosello, la trama è abbastanza semplice: essendo caduto nella fuliggine il pulcino si sporca e diventa nero, per questo motivo non verrà più riconosciuto dalla madre. Si susseguiranno poi molteplici avventure, nelle quali Calimero verrà sempre colpito negativamente, ma grazie a un noto detersivo torna bianco, lindo e contento. Il vero problema oggi in Italia è che coloro che si sono soffermati troppo a lungo a rotolarsi nella fuliggine sembrano ormai goderne quasi in modo masochistico, d’altra parte sembra ancora distante il trovare un detersivo che “sbianchi” molte persone che sembrano ormai deluse e che si sono votate all’inazione.

La “Sindrome di Calimero” porta in seno il fenomeno ormai ampiamente noto fin dalla mitologia greca della profezia che si autoavvera, in sostanza l’asserzione per cui tutto va male implica in definitiva che le cose vadano davvero così. Esempi noti a tutti sono nella mitologia greca le vicende che investono Edipo, mentre nel teatro inglese vi è la figura di Macbeth.

Per profezia che si autoavvera riprendiamo le parole di Robert K. Merton che introdusse il concetto nel 1948:

“INTENDIAMO PER PROFEZIA CHE SI AUTOAVVERA UNA SUPPOSIZIONE O PROFEZIA CHE PER IL SOLO FATTO DI ESSERE STATA PRONUNCIATA FA REALIZZARE L’AVVENTIMENTO PRESUNTO, ASPETTATO O PREDETTO, CONFERMANDO IN TAL MODO LA PROPRIA VERIDICITA”.

Prendiamo poi il teorema di Thomas:

“SE GLI UOMINI DEFINISCONO CERTE SITUAZIONI COME REALI, ESSE SONO REALI NELLE LORO CONSEGUENZE”

La dinamica che ne consegue è che se le persone si abbandonano al lamento ripetono ossessivamente che le cose non vanno alla fin fine è proprio ciò che accade. L’atteggiamento derivante dalla “Sindrome di Calimero” ha anche profonde ricadute comportamentali e psicologiche: i discorsi sono dominati dalla critica degli altri, si crede di sapere tutto, si indulge sempre sul lato negativo delle questioni, vi è dell’egocentrismo misto a picchi di insicurezza, pessimismo cosmico, si ripete che la vita è sempre uno schifo. La qualità della vita si abbassa notevolmente e si ricade nella spirale dell’invidia che finisce per consumare molto più l’invidioso che l’oggetto dell’invidia, alla fine chi è affetto dalla “sindrome di Calimero” finisce per forgiare negativamente una esistenza priva di stimoli e votata alla rivendicazione.

Se l’Italia nel 2016 sarà dominata per l’ennesima volta da questa “Sindrome di Calimero” non potremo che aspettarci un anno scarno di opportunità e di prospettive perché come in una battuta di un vecchio film “la vita che vuoi è l’unica che avrai”, il rischio è che questi compagni di viaggio lamentosi e per i quali la colpa è sempre degli altri tirino a picco anche coloro che invece guardano all’oggi come a una base sulla quale costruire un domani migliore.

Matteo Montagner

La solitudine del riccio

 

La solitudine è indipendenza: l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri. Hermann Hesse

Mi succedeva così. Di sentirmi sola in una stanza piena di gente. Di sentirmi sola in un abbraccio. Di sentirmi sola in una serata tra amici. Di sentirmi ancora una volta estranea alla Vita. Mi succedeva così. Di guardare il mondo attraverso un televisore e di sentirlo freddo o distante. E mi sentivo sbagliata. Perché c’è qualcosa di stonato nel sentirsi soli quando, almeno in apparenza, non lo si è. Come se, durante un film drammatico, qualcuno si mettesse a ridere. E c’è qualcosa di terribilmente ironico nella solitudine quando ti trovi a viverla, pensando che siano gli altri a non accettarti, mentre vivi nella speranza di trovare il calore dell’intimità.

In realtà ero come un riccio, lasciavo tutti a una certa distanza di sicurezza, perché se avessi lasciato avvicinare qualcuno sicuramente avrei dato amore. Perché se avessi iniziato a fidarmi di qualcuno, sicuramente avrei finito per star male. La mia solitudine era una scelta forzata di cui non ero consapevole. La mia solitudine era un ritiro rispetto alla Vita, rispetto all’idea che non ero capace di sostenere l’Altro. La mia solitudine era Paura. Paura di sentire. Paura d’amare e di lasciarmi amare. Di trovarmi nell’impossibilità di prevedere se, o meglio quando, sarei stata ferita, delusa o abbandonata. Paura d’essere felice. Paura che la felicità si presentasse con la sua luce dirompente e poi mi lasciasse al buio. Ho sempre pensato che Amare, nel senso più ampio della parola, vuol dire donare chi siamo all’altro. Sapevo come amare ma non volevo amare. Il rischio era troppo. La sfiducia nel mondo che provavo ha creato la mia difesa: la solitudine. Ed era una nemica tanto familiare da essere quasi amica. Ho affamato il mio cuore con esercizi di resistenza, costringendolo ad una guerra fredda. Una guerra che sempre più mi lasciava cicatrici profonde. Una guerra in cui stavo perdendo me stessa.

Ed era buffo, tutto sommato. Drizzavo i miei aculei per tenere il mondo alla lontana, senza capire che erano quelli a farmi così male. E così, a uno a uno, ho tolto tutti gli aculei. Rimanendo un po’ bruttina, un po’ spaurita. Ma guardandomi allo specchio mi sono scoperta viva.

Si può essere isolati e non sentirsi soli e sentirsi soli anche in mezzo a una folla. Ci si può sentire incompleti senza sapere quello di cui si ha bisogno. Ci si può chiudere alla vita e alla felicità che può riservare per paura. Aprirsi alla vita è accettare di non poterla controllare. Aprirsi alla vita è accettare che sia semplicemente assurda. Aprirsi alla vita è accettare di poter essere punti e pungere a propria volta. Aprirsi alla vita è una scelta consapevole e rischiosa ma è il solo modo perché sia davvero Vita, per riempire quel vuoto interiore in cui la solitudine ha affondato le sue radici.

 Giordana De Anna

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