La solitudine del riccio

 

La solitudine è indipendenza: l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri. Hermann Hesse

Mi succedeva così. Di sentirmi sola in una stanza piena di gente. Di sentirmi sola in un abbraccio. Di sentirmi sola in una serata tra amici. Di sentirmi ancora una volta estranea alla Vita. Mi succedeva così. Di guardare il mondo attraverso un televisore e di sentirlo freddo o distante. E mi sentivo sbagliata. Perché c’è qualcosa di stonato nel sentirsi soli quando, almeno in apparenza, non lo si è. Come se, durante un film drammatico, qualcuno si mettesse a ridere. E c’è qualcosa di terribilmente ironico nella solitudine quando ti trovi a viverla, pensando che siano gli altri a non accettarti, mentre vivi nella speranza di trovare il calore dell’intimità.

In realtà ero come un riccio, lasciavo tutti a una certa distanza di sicurezza, perché se avessi lasciato avvicinare qualcuno sicuramente avrei dato amore. Perché se avessi iniziato a fidarmi di qualcuno, sicuramente avrei finito per star male. La mia solitudine era una scelta forzata di cui non ero consapevole. La mia solitudine era un ritiro rispetto alla Vita, rispetto all’idea che non ero capace di sostenere l’Altro. La mia solitudine era Paura. Paura di sentire. Paura d’amare e di lasciarmi amare. Di trovarmi nell’impossibilità di prevedere se, o meglio quando, sarei stata ferita, delusa o abbandonata. Paura d’essere felice. Paura che la felicità si presentasse con la sua luce dirompente e poi mi lasciasse al buio. Ho sempre pensato che Amare, nel senso più ampio della parola, vuol dire donare chi siamo all’altro. Sapevo come amare ma non volevo amare. Il rischio era troppo. La sfiducia nel mondo che provavo ha creato la mia difesa: la solitudine. Ed era una nemica tanto familiare da essere quasi amica. Ho affamato il mio cuore con esercizi di resistenza, costringendolo ad una guerra fredda. Una guerra che sempre più mi lasciava cicatrici profonde. Una guerra in cui stavo perdendo me stessa.

Ed era buffo, tutto sommato. Drizzavo i miei aculei per tenere il mondo alla lontana, senza capire che erano quelli a farmi così male. E così, a uno a uno, ho tolto tutti gli aculei. Rimanendo un po’ bruttina, un po’ spaurita. Ma guardandomi allo specchio mi sono scoperta viva.

Si può essere isolati e non sentirsi soli e sentirsi soli anche in mezzo a una folla. Ci si può sentire incompleti senza sapere quello di cui si ha bisogno. Ci si può chiudere alla vita e alla felicità che può riservare per paura. Aprirsi alla vita è accettare di non poterla controllare. Aprirsi alla vita è accettare che sia semplicemente assurda. Aprirsi alla vita è accettare di poter essere punti e pungere a propria volta. Aprirsi alla vita è una scelta consapevole e rischiosa ma è il solo modo perché sia davvero Vita, per riempire quel vuoto interiore in cui la solitudine ha affondato le sue radici.

 Giordana De Anna

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