L’amore immaginato

Ma cos’è quello che gli uomini chiamano “amore”?¹

Io sono solo una cinica realista che con le mani cerca di tappare quel grande rubinetto delle proprie emozioni, di tutto il proprio romanticismo ed ottimismo, perché è vero, è proprio vero: viviamo in un mondo in cui tenere aperto il rubinetto è un lusso, anzi, un vero pericolo. Non ci si puo permettere di far allagare la propria casa, né di far inondare di fiori rosa e cuoricini la propria vita. Per quanto riguarda me, se non arginassi quel flusso piangerei ore intere per ogni gatto o cane che muore, darei immancabilmente il mio portafoglio ad ogni mendicante che incontro, e crederei anche ciecamente nell’amore a prima vista. Perciò tendenzialmente, se qualcuno me lo chiede, io non ci credo.

È stata la mia esperienza personale che mi ha portata a questa decisione, perché mi innamoro invariabilmente di ogni ragazzo o uomo che si dimostri in qualche modo gentile con me: quello che corre al posto mio alla fermata più vicina per bloccare il tram che altrimenti avrei perso, quello che davanti a un’opera della Biennale incrocia il mio sguardo perplesso e decide di condividere con me le sue congetture, e persino quello carino in fila alla cassa che si china a raccogliere la banconota che mi è appena sfuggita dal portafoglio. La mia mente crea storie d’amore da quel primo incontro all’accompagnare i nipotini a scuola molto più velocemente di quanto sia in grado di snocciolare la tabellina del sei, e pure con una serie disarmante di dettagli. Insomma, quel pericoloso gioco del “come sarebbe se” di cui riconosco amaramente d’essere campionessa mondiale. Poi però tutto si sgonfia, perché (per fortuna, si capisce) la gentilezza a volte viene davvero in modo disinteressato.

Ebbene sì, sono una smaniosa d’affetto da manuale, perennemente terrorizzata dalla possibilità di non essere amata da chi amo e scioccamente convinta che l’amore si possa trovare in ogni premura e gentilezza; il fatto che io sappia di tenere le mani sul rubinetto lo dimostra: la mia testa cerca di arginare la follia romantica che mi spremo dentro. So anche di essere in buona compagnia, perché ho sentito confessioni sul tema proferite da labbra di donne del presente, e tempo fa mi sono pure imbattuta nella testimonianza d’inchiostro di uno dei più grandi cervelli femminili del passato, che scriveva così: L’immaginazione di una donna è molto veloce: salta dall’ammirazione all’amore e dall’amore al matrimonio². È quasi come se fosse uscito da un libro fresco di stampa, perché molte donne sono così.  Siamo così (e beate le eccezioni).

Metto le mani sul rubinetto e penso: “Sbagliamo, ed è ora di smetterla”.

Poi però è successa una cosa. Come in tutte le storie che si leggono sfogliando un libro di favole, comincia con una sera non troppo diversa dalle altre: un locale, alcuni amici, qualcosa di buono da bere. Poco dopo essere arrivati ecco che lui si aggiunge al nostro tavolo, amico di amici che fatalità si trovava proprio in quello stesso posto a trascorrere la serata. Due chiacchiere generali tutti insieme e la me stessa interiore (quella che fa tutte le facce che la mia me stessa esteriore non vuole o non può permettersi di mostrare alla gente) ha già strabuzzato gli occhi e spalancato la bocca. Dopo mille indugi ho deciso che la mia me stessa incatenata poteva uscire a respirare un po’ d’aria fresca e così anche lui ha scoperto che in effetti avevamo mille cose in comune ed un mondo di desideri che sapevamo capire; tante parole andavano a segno, parecchi pezzi del puzzle andavano al loro posto, con naturalezza, altri invece finivano inaspettatamente da un’altra parte: solo che non rendevano l’aspetto del quadro stridente o sbagliato, era semplicemente più interessante. Avrei potuto ascoltarlo per ore e avrei potuto parlargli quasi altrettanto, avrei voluto scoprire quanti pezzi andavano nel posto che speravo e quali altri invece mi avrebbero sorpresa. Invece nemmeno due ore dopo abbiamo lasciato tutti il locale e ci siamo divisi: tutti in generale, io e lui in particolare. Bacio di qua, bacio di là, come vuole il moderno bon ton, e lui se n’è andato, io me ne sono andata.

Però ho continuato a pensarci per mesi. Mesi. Se non fosse successo a me, non ci avrei mai creduto.

Nel frattempo però tutto questo ha cominciato a scivolarmi via dalle dita: la sua immagine ora è una sagoma, l’intera conversazione solo frammenti di frasi, sprazzi di risate. Non so se fosse stato amore –un amore del tutto particolare come quello a prima vista, poi! Un amore che non è come quello consolidato, è fatto di continua sorpresa, improvviso piacere, inestinguibile simpatia (nel senso etimologico della parola), solo un travolgente ed inspiegabile istinto che non sta lì a chiedersi i per come e i per cosa; e poi anche desiderio, speranza. Ma appunto non lo posso sapere con sicurezza, e l’unica cosa che so per certa è che quella era stata una occasione: io avevo semplicemente deciso di perderla. Perché sono pigra, perché sono una sabotatrice di me stessa, perché ho avuto paura di avere quella risposta che cercavo? Tutte quelle domande con cui mi sono torturata per mesi non avevano nemmeno senso di essere e ancora meno ce l’hanno tuttora, anche se continuo a pormele. Per esempio, la peggiore di tutte: è andata davvero così? So che quella è stata la mia percezione della realtà –anzi, è il mio ricordo di quella percezione della realtà. Ma tutto sommato non si può neanche dire che sia falsa: siccome la realtà non ha una sola faccia, la mia percezione di essa non è affatto meno vera della realtà stessa. E quindi mi chiedo anche: qual è stata invece la sua percezione? Era così diversa dalla mia? Ma poi, quella mia percezione la posso davvero chiamare amore? Che cos’è quello che gli uomini chiamano “amore”?

Ecco appunto, tutte domande che ormai sono inutili. Odio non sapere le cose e odio dovermene fare una ragione. Soprattutto se mi rendo così chiaramente conto che quella da incolpare sono proprio io.

Giorgia Favero

[Immagine tratta da Google]

 

Note:

  1. Euripide, Ippolito, v. 347
  2. Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio, 1813

Dalia

Il suo nome è Dalia. E se fosse nata fiore avrebbe voluto essere proprio così. Con quei petali colorati e ricchi di complesse sfumature. Elegante e femminile. Scenografica. Colorata come il sole, come i campi d’estate. Viva.

E quel nome le ha sempre calzato a pennello, pensava.

Questa è la sua storia. La storia di una donna che emanava vita, nelle sue contraddizioni, nel suo vortice di avventure, nel suo non arrendersi mai. E questa storia vuole essere ascoltata, perché potrebbe essere la vostra. E non vuole compassione, né pietà: non le servono, non le sono mai servite.

Dalia era la seconda di tre sorelle. Era la mediana: non era mai quella grande, né quella piccola. Una posizione scomoda per la verità perché alla sorella grande davano sempre delle responsabilità, e per questo era tenuta sempre in considerazione, e la più piccola era la regina di casa, quella a cui la nonna intrecciava i capelli biondi in una corona sulla testa. Lei, per quanto si mostrasse matura o si pizzicasse le guance per farle diventare rosse come quelle delle bambole, restava sempre “quella di mezzo”. In realtà ben presto aveva tratto da questa posizione scomoda i migliori vantaggi che poteva offrire e aveva smesso di tentare in tutti i modi di occupare il ruolo che già occupavano le sue sorelle.

Incostante nelle sue passioni, sempre brevi, se ne andava in giro a esplorare il mondo, affamata. Si godeva la sua indipendenza e la apprezzava sempre di più. Questa era Dalia.

E Dalia era cresciuta, ma era rimasta sempre così. Si era sposata, aveva avuto un figlio e aveva divorziato. Poi si era risposata, un matrimonio lampo. Dopo sei mesi arrivò il secondo divorzio. Così Dalia aveva capito che il matrimonio non era adatto alla sua sete di indipendenza. Era partita col circo, un giorno, perché le andava; le sembrava la sua strada, una delle tante. Presto era tornata, come sempre, già annoiata dal mondo parallelo in cui aveva vissuto e pronta a ricercarne un altro.

Cercava continuamente qualcosa senza forse riuscire a trovarla mai. Dalia era così. Colorata, eccentrica, impegnata a vivere. Viveva fuori dalle righe. E questi erano anche i suoi peggiori difetti perché Dalia era solo capace di pensare a se stessa e di vivere per se stessa. Cambiava continuamente amici, lavoro, passioni e poi gettava via.

Dalia ha vissuto impegnata a far bruciare la sua vita. Baricco ha scritto

perché dove la vita brucia davvero la morte è un niente.

E lei ci credeva e credeva di farlo. Ma poi la morte si è avvicinata anche a lei e si è domandata se la sua vita alla continua ricerca di qualcosa senza trovarla mai fosse stata bruciata davvero. Cosa voleva dire bruciare la vita? Cosa voleva dire vivere davvero, fino in fondo, godendosi e assaporando ogni istante? E nel rispondersi qualcosa si era incrinato. Non era più sicura che volesse dire eliminare gli aspetti più ordinari e ridurla ad un continuo inseguimento del piacere e ad una continua fuga da quello che reca, o che si teme possa recare, noia o dolore. Per lei il presente aveva sempre escluso il ricordo del passato e l’attesa del futuro. Il presente per lei è sempre stato una tessera strappata via da un mosaico. Si era resa cieca e sorda davanti al mondo, davanti agli affetti per vivere il presente. Si era resa cieca e sorda davanti ai bisogni dell’anima. E si era insinuato in lei il dubbio che la vita da bruciare non fosse fatta solo di grandi imprese, grandi viaggi e di esperienze fuori dalle righe ma di piccole cose, ordinarie, rese degne di essere vissute perché colorate di emozioni, sentimenti e volte anche dolore. Si era insinuato in lei il dubbio che la vita vissuta, quella davanti a cui la morte è un niente, è quella in cui non ci si è risparmiati nel viverla col cuore.

Dalia era stata come un fiore appassito, morto dentro ma ancora in piedi fuori. L’amore era la sua acqua. E di acqua ne aveva avuta troppo poca.

E fu così che una sera d’inverno Dalia perse tutti i suoi colori.

Giordana De Anna

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[Immagini tratte da Google Immagini]

La rarità di un bene

L’oro: il paradosso dell’elemento che tutti desiderano, tutti ricercano affannosamente ma non serve a niente.

Proprio così, l’oro non ha alcuna funzione fondamentale per il nostro pianeta, non è come il rame o lo zinco, eppure con l’oro l’uomo ha voluto forgiare tutto ciò che per lui e i suoi simili possedeva un enorme valore: i gioielli e il denaro.

Per quale motivo? Cosa dà valore all’oro? Cosa lo rende l’elemento più pregiato?

Semplice: la rarità.

Dall’ inizio della vita umana sulla terra, ne è stato estratto tanto solo da riempire tre vasche olimpioniche.

Poco. Di oro ce n’è poco. Pochissimo

Certo potremmo vivere senza. La vita sulla terra continuerebbe senza alcun problema, ma agli uomini rimarrebbe l’amaro in bocca, la sensazione di essere privati del quid che dà un senso alla fatica di tutti i giorni, della speranza che aleggia sugli occhi delle giovani donne.

David Ricardo, economista:

Non esiste rapporto tra l’utilità totale e il valore. Se l’utilità è necessaria perché una merce abbia un valore di scambio, la stessa utilità non ne misura il valore. Vi sono infatti beni molto utili che valgono poco (grano); beni poco utili che valgono molto (diamanti): dei beni indispensabili che non valgono niente (aria).

Prendiamo i sentimenti.

Hanno un valore immenso: senza l’ira di Achille Troia probabilmente non sarebbe caduta in mano agli Achei; senza la malinconia oggi non potremmo leggere una strofa del Leopardi; privati dell’amore non compiremmo la maggior parte dei nostri gesti quotidiani.. baciare.. accarezzare .. sorridere.

Ma se ci domandassimo se siano davvero utili?

Facendo un rapidissimo calcolo costi­benefici probabilmente no: I sentimenti richiedono costi elevati per benefici incerti.

È come quando decidi di comprare su ebay l’ultimo iphone ad un prezzo stracciato preso dall’euforia del momento e passi le ore che ti separano dall’agognata consegna in uno stato che oscilla tra l’eccitazione e il terrore che l’attesa non termini mai.

Succede quando ami: compi il fatidico salto nel buio, decidi di fidarti, di abbandonarti completamente all’Altro che ti sta difronte, accettando il rischio che potresti cadere, che le braccia che oggi ti sorreggono un giorno potrebbero mollare la presa.

Eppure lo accettiamo. L’uomo, l’animale razionale, accetta di consegnarsi all’irrazionale. Accetta il rischio. Lo fa perché sa che non varrebbe la pena un minuto in più su questo lembo di terra se non ci fossero la pelle d’oca, il brivido che attraversa il corpo da capo a piedi, il cuore che accelera improvvisamente il suo battito, il tremolio che rende la voce fioca.

Il sentimento non è utile ma ha valore perché quello vero, quello autentico, così come l’oro è raro.

Valentina Colzera

[Immagini tratte da Google Immagini]