La felicità e la saggezza nel “De vita beata” di Seneca

«Seneca è uno dei massimi pensatori del mondo romano e uno dei più rappresentativi protagonisti del tardo stoicismo»1. La sua vita è votata, insieme, alla filosofia e alla politica. Nasce a Cordoba tra il 4 e l’1 a.C; rientrato a Roma nel 31 dopo un periodo trascorso in Egitto, «lo stile dei suoi scritti, rapido, essenziale, apparentemente facile ma in realtà estremamente denso e fascinoso […] lo [rende] noto a tutti: come segnalerà Quintiliano […] “all’epoca, in pratica non c’era che lui a circolare tra le mani degli adolescenti”»2. All’età di cinquant’anni è pedagogo del giovane Nerone per poi diventare suo consigliere fino a quando l’imperatore non decide di assumere totalmente il potere e dare vita a un nuovo corso politico. A quel punto, nel 62, Seneca sceglie di ritirarsi a vita privata per poi accettare la condanna al suicidio nel 65.

Il De vita beata è composto prima del ritiro dalla vita pubblica, sotto il regno di Nerone, e in quest’opera Seneca «affronta la questione della ricchezza materiale e del suo rapporto con il concetto stoico di “virtù”»3, chiarendo anche la condizione del proficiens – ovvero quell’uomo che è in cammino verso la virtù, la verità e la giustizia ma non le ha ancora raggiunte e non è, quindi, ancora sapiens.

La prima parte del dialogo è dedicata al confronto con la dottrina etica epicurea, che pone al centro della vita il piacere, telos (fine) della vita saggia. Epicuro, infatti, aveva elaborato una proposta filosofica votata all’edonismo – ma dipendente comunque dalla razionalità – che Seneca critica perché «gli antichi ci hanno insegnato a seguire la via retta, non la più gradevole, affinché il piacere sia non guida, ma compagno della volontà buona»4. «Alcuni [infatti] sono infelici non per mancanza di godimenti, ma proprio a causa di essi. Questo non accadrebbe se il piacere fosse legato alla virtù»5. Seneca è coerente interprete della dottrina stoica, che pone come fulcro e telos della vita saggia la virtù, ovvero il vivere in modo coerente e secondo natura. La prospettiva fisica e metafisica stoica, infatti, propone una realtà formata da due principi – materia e logos – mai separati ma fusi insieme, in modo che ne derivi una materia insieme passiva e attiva grazie ad una logica produttiva, viva, che permea l’intero cosmo. Il vivere, quindi, in accordo con il principio razionale del tutto – logos – consiste nel vivere secondo virtù, e la felicità non è che una diretta conseguenza, in una prospettiva che lega strettamente fisica ed etica.

La felicità, allora, viene a configurarsi in collegamento diretto con la verità:

«Cerchiamo dunque ciò che è bene fare, non ciò che è fatto più frequentemente, quello che ci può mettere in possesso della felicità eterna, non quello che è approvato dal volgo, pessimo giudice della verità»6;

con la natura:

«Vita felice è dunque quella che si accorda con la sua natura, raggiungibile soltanto se lo spirito è, in primo luogo, sano e in perpetuo possesso di questa salute […]»7;

e con la virtù:

«[…] si può anche definire l’uomo felice come colui per il quale non esiste altro bene o altro male se non un animo buono o malvagio, colui che coltiva l’onestà e si contenta della sola virtù»8.

Questi tre termini – verità, natura e virtù – rappresentano il fulcro del repertorio etico di Seneca e dello stoicismo, una prospettiva che richiede all’uomo di mettersi in cammino verso la verità attraversando il sottile filo teso tra finitezza umana e perfezione del logos. Sapiens e proficiens hanno, infatti, a disposizione la capacità di giudizio razionale che permette loro di operare le giuste scelte, esercitando la loro libertà inserita all’interno di una prospettiva determinista, nel percorrere questa via.

Molto interessante è il tema della coerenza che viene affrontato da Seneca a partire dal capitolo XVII. Il filosofo romano affronta di petto una possibile critica che un ipotetico accusatore potrebbe muovere alla sua pratica di vita: «Tu parli in un modo e ti comporti in un altro»9. Questa obiezione, che riguarda particolarmente da vicino Seneca, viene affrontata magistralmente, mostrando tra le altre cose come, in realtà «[agli accusatori] conviene, infatti, che nessuno sia ritenuto virtuoso, perché per [loro] la virtù degli altri suona rimprovero alle [loro] colpe»10. Seneca invece, con grande onestà intellettuale, afferma:

«[nulla] m’impedirà di continuare a lodare la vita, non quella che conduco, ma quella che so di dover condurre; non m’impedirà di rispettare la virtù e di seguirla, sia pure arrancando da lontano»11.

Non abbiamo lo spazio per affrontare gli altri grandi temi presenti in quest’opera eterna nel tempo, perciò rinvio al testo stesso, grande miniera di riflessioni preganti anche – se non soprattutto – per il mondo contemporaneo.

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

NOTE
1. S. Maso, Filosofia a Roma, Roma, Carocci, 2017, p. 147.

2. Ivi, pp. 148-149.
3. Ivi, p. 153.
4. L.A. Seneca, De vita beata, in Dialoghi morali, Torino, Einaudi, 1995, p. 139.
5. Ibidem.
6. Ivi, p.127.
7. Ivi, p. 131.
8. Ivi, p. 133.
9. Ivi, p. 163.
10. Ivi, p. 167.
11. Ivi, p. 165.

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Seneca, “Lettere a Lucilio”: essere schiavi della felicità degli altri

«[…] Possiederai il tuo vero bene il giorno in cui capirai che gli uomini cosiddetti felici sono i più infelici»1.

È questa la conclusione dell’ultima lettera di Seneca a Lucilio, e l’ultimo consiglio che il maestro dà al suo amico. Mai, come nell’epoca odierna, esso si rivela più pertinente. È infatti innegabile che, attraverso i mezzi di comunicazione, gli uomini vivano come perennemente affacciati alla finestra, a osservare gli altri, ma senza esperirli davvero e dunque senza conoscerli.

Le immagini di uomini e donne che ci passano continuamente sotto gli occhi non sono che frammenti di vite, delle quali in realtà non sappiamo nulla. Credendo che intere esistenze felici siano racchiuse in scatti durati meno di un secondo, e delle cui restanti ore non resta niente, subito si sente il bisogno non solo di emularli ma anche di superarli in sorrisi più smaglianti, in foto più sgargianti.

Tuttavia, l’ostentazione della felicità ci distoglie dal ricercare che cosa sia realmente il nostro bene. Ecco perché l’ultima lettera di Seneca non è rivolta soltanto a Lucilio ma alla nostra stessa epoca storica e al suo malessere.

In quest’ultima lettera Seneca riflette sul fatto che il bene appartenga alla ragione, alla mente. Il bene, cioè, non è una pura soddisfazione dei bisogni o un accumulo di piaceri. Se così fosse, i visi sorridenti che scorrono sui nostri schermi sarebbero sinonimo di felicità; se il posto del bene si trovasse nei sensi, nel materiale appagamento, la società di massa sarebbe stata la mossa vincente per raggiungere e tenere stretta a sé la felicità. Al contrario, avere tutto a portata di mano, ottenere prima ancora di dire “vorrei”, non ci ha garantito il nostro bene. Siamo invece più fragili, insicuri, peggio che sulla corda di un equilibrista.

È perciò evidente che il bene si trovi altrove e Seneca individua appunto come suo luogo la ragione. Perché la ragione e non qualsiasi altra cosa? Perché il bene è «un’anima libera e retta, che pone tutto sotto di sé, niente al di sopra»2. La schiavitù di questo tempo è di certo la felicità altrui; così, gli uomini si sono privati in un nuovo modo di una vecchia libertà, quella di trovare ed essere se stessi. Il bene, che conduce così alla felicità, è restare saldi in se stessi ed esserne conformi. In altre parole, trovare il bene significa non essere a disagio nella propria pelle e non essere schiavi delle ostentazioni altrui. Inseguire e superare gli altri, in bellezza, ricchezza e possesso, ci fa dimenticare di noi stessi, e la lettera di Seneca fa emergere che questo è in realtà un antico problema, che i tempi odierni hanno solo esasperato.

La via che conduce al bene, e dunque a una vita che sia degna di essere vissuta, è in se stessi. Solo quando ci si troverà al centro di se stessi, il bene sarà autentico.

«È, senza dubbio, un animo casto e puro, […] che tende ad elevarsi al di sopra delle cose umane e si concentra tutto in se stesso»3. Questo è il bene che Seneca cerca di trasmettere a Lucilio ma, insieme a questo, emerge nello stoico anche una certa preoccupazione. Che utilità ha, infatti, ricercare la natura del bene? Non basta davvero possedere e soddisfare ogni desiderio? La risposta è che non può essere sufficiente, perché tradirebbe la natura stessa dell’essere umano, che è ragione, sentimento, meraviglia e non un puro e semplice groviglio di sensi.

In che modo si saprà di essere sulla giusta strada verso il bene?

«Non considerarti felice che il giorno in cui tutte le tue gioie nasceranno in te; quando, alla vista di quegli oggetti che gli uomini cercano ad ogni costo di conseguire e di tenere bramosamente per sé, non troverai niente che ti sembri, non dico preferibile, ma neppure desiderabile»4.

 

Fabiana Castellino

 

NOTE
1. Seneca, Lettere a Lucilio, BUR, Milano 2014, p. 1067.

2. Ivi, p. 1063.
3. Ivi, p. 1067.
4. Ibidem.

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Esercizi di democrazia. La Philosophy for Community

La storia della filosofia non è avara di richiami relativi ai rischi dell’omologazione, a cui l’opinione comune ha ceduto rinunciando alla sua dimensione critica. Da Seneca a Heidegger tanto per considerare due riferimenti temporali molto lontani, la massificazione, il conformismo sono stati esaminati da angolazioni diverse, producendo pagine con le quali siamo in debito.

Al di là di ogni facile generalizzazione, e chiedendo sinora perdono a chi non si sente chiamato in causa, non si può trascurare che, per mille ragioni diverse, in più occasioni è anche trapelata una certa passività dei cittadini, forse convinti che il sospetto sollevato da Trasimaco trovi ormai una diffusa collocazione nella realtà.

Una luce di speranza, o magari di rivolta, si è accesa nel momento in cui i social network hanno concesso a chiunque l’opportunità di prendere la parola. Subito dopo si sono tuttavia manifestate delle perplessità sulla gestione di questi canali di comunicazione e sono emersi diversi interrogativi. Entrare a far parte di un gruppo virtuale comporta il dare voce alla pluralità in modo autentico? Ogni accesso rappresenta un mezzo per esprimere la propria partecipazione attiva? Esiste quindi una maggior democraticità grazie alla rete? Le risposte sono ancora in fase di elaborazione.

Senza trascurare le potenzialità della tecnologia, la conversazione all’interno di una chat rischia con molta probabilità di affrontare gli stessi limiti di quella che si costruisce vis-à-vis, specie se gli interlocutori puntano a legittimare la propria autorevolezza tramite i “like” ottenuti, senza badare troppo alla coerenza della loro argomentazione.

Sullo sfondo di questo scenario si stagliano delle esperienze che potrebbero essere tacciate di anacronismo, se non altro per l’ambiente in cui si realizzano: ci sono, per esempio, alcune donne che hanno scelto di trovarsi a dialogare socraticamente, sedute in cerchio all’interno di una stanza, mentre il mondo fuori celebra il rito dell’aperitivo in centro. Hanno infatti deciso di anteporre allo “stordimento” della vita quotidiana una sessione di Philosophy for community. Non siamo dinanzi a una favola tesa a creare illusioni, poiché quanto descritto si è davvero svolto a Udine nel corso degli ultimi due anni.

La pratica a cui ci si riferisce adotta una metodologia analoga a quella della Philosophy for children, anche se è prettamente destinata a contesti extrascolastici, formali e informali. Come suggerito da Matthew Lipman fin dagli anni ’70, si tratta sempre di partire da un testo che funge da stimolo, per arrivare a individuare un piano di discussione e dare così vita a un logos, che, con l’ausilio di un ascolto empatico, promuove il pensiero critico, creativo e valoriale. Appare fondamentale e delicato il ruolo del teacher/facilitatore che, lungi dall’essere un trasmettitore di verità prestabilite, si limita a tenere le fila del ragionamento, a sollecitare esempi e a porre domande di follow-up, lasciando il palcoscenico alla comunità di ricerca. Quest’ultima incarna il luogo privilegiato dell’inclusione e della co-costruzione.

L’abitudine cede il passo all’esplorazione, ciascuno mette in gioco il proprio mondo, ognuno scopre il valore della presenza, il punto di vista divergente non viene soffocato ma viene concepito come momento di confronto produttivo per approdare a una conclusione che può essere soltanto provvisoria. Servendoci delle parole spese a suo tempo da Platone, si può osservare che quello che ci si prefigge come scopo è pertanto ben distante dal competere «al fine che risultino vincenti le mie piuttosto che le tue affermazioni»1.

Come reagiscono gli adulti all’interno di questo progetto che può essere considerato come uno strumento di educazione alla cittadinanza, come un esercizio di democrazia vera e propria? Rispetto ai più piccoli, le difficoltà aumentano perché la paura del giudizio altrui, la voglia di imporsi con il proprio bagaglio di conoscenze e la smania di regalare certezze assolute sono ostacoli ingombranti che vanno superati, affinché la comunità sia veramente tale e non solo la somma di tante monolitiche individualità.

Un’unica sessione di Philosophy for community non è sicuramente miracolosa, ci vuole del tempo per acquisire consapevolezza del nostro pensiero, della sua multidimensionalità e lo sanno bene anche le donne che nel centro friulano hanno voluto, con coraggio e determinazione, mettersi alla prova, per avere una carta in più da giocare nella ricerca di una parità non solo formale ma anche sostanziale all’interno della società. Accompagnate da quella curiosità e meraviglia che sorreggono il filosofare come attività euristica, hanno affrontato tematiche come l’amicizia, hanno interrogato il concetto di umanità, hanno lavorato sulle aspettative che ci condizionano davanti ai bivi più importanti della nostra esistenza. Alla luce del loro cammino, senza voler apparire irrispettosi, si può concludere che hanno forse recuperato quello «spazio mentale per il rifiuto e per la riflessione» di cui parlava Marcuse.

Da dove è nato il loro bisogno? L’adesione agli incontri è stata stimolata dal desiderio di poter attivare un processo dialogico in grado di superare ogni solipsismo, di favorire la capacità di argomentare senza dover ricorrere a slogan fini a se stessi, di offrire una risposta a chi vuole ostracizzare le minoranze proprio perché sono tali. La filosofia ha avuto modo di essere colta soprattutto nella sua dimensione pratica e sociale, consentendo di vivere una pariteticità che in altri ambiti viene eclissata. L’esperienza udinese dimostra che la volontà di uscire dal pericolo del conformismo non si è dissolta e che ci sono dei mezzi, come la P4C, che possono spronare l’uomo a non annullare, in maniera ingenua o manipolata, il proprio pensiero.

 

Melissa Trevisan

 

NOTE
1. Platone, Tutti gli scritti, a cura di Giovanni Reale, Bompiani Il Pensiero Occidentale, Milano 2000, p. 430.
2. H. Marcuse, Critica della tolleranza, Mimesis, Milano-Udine 2011, p.39.

 

Melissa Trevisan nata a Udine nel 1974, si laurea a Trieste in Filosofia e, dopo aver frequentato un corso di perfezionamento presso l’Università degli studi di Firenze, consegue il titolo di teacher in Philosophy for children e for community. Socia del Centro di Ricerca sull’Indagine Filosofica, insegna storia e filosofia nella città natale. 

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La notte dell’anima fra inquietudini e speranza

Conoscere l’uomo e dunque conoscere se stessi implica penetrare i meandri dell’anima, attraversare le salite impervie e le pendenti discese della propria intimità più profonda. Quante volte nel corso della nostra vita ci troviamo immersi nel flusso impetuoso di emozioni e pensieri che come una corrente carsica solca le pareti più profonde della nostra anima? Quante volte questo fluire di pensieri ed emozioni ci fa sprofondare nella notte oscura dell’anima? Un buio al quale, più o meno consapevolmente, ci conduciamo o siamo condotti da contingenze esterne. Da un lato, una condizione di spaesamento intellettuale, che può portarci a sperimentare il vuoto, il nulla dell’esistenza. Dall’altro, uno smarrimento emotivo, che può condurci ad una profonda sofferenza psicologica e spirituale, nei misteri oscuri della tristezza, dell’angoscia e della disperazione.

Accogliere queste pause dell’anima significa accettare la propria finitudine, la propria umana miseria, la propria infinita piccolezza. Convivere momentaneamente con l’inquietudine del pensiero e delle emozioni che spesso si avviluppano in una inspiegabile e angosciante morsa, tuttavia significa riconoscere che la nostra anima non è immobile, ma che essa è in divenire, che il dinamismo che la caratterizza non si è arrestato, ma sta attraversando le faticose paludi dell’esistenza. In questo senso è possibile riconoscere il travaglio dell’anima, la sofferenza psicologica e spirituale dentro la storia del singolo, espressione dell’umanità.

Conoscere se stessi richiede di prendere coscienza della notte oscura dell’anima, di quel vuoto spaesante e talora disturbante, che sembra difficile colmare. È questa la condizione esistenziale che hanno sperimentato i più grandi maestri del pensiero e dello spirito, che sarebbe onesto definire maestri di vita. Pensiamo alla profonda conoscenza dell’animo umano di Socrate, all’esercizio interiore di Seneca e Montaigne, alle inquietudini del cuore di Agostino d’Ippona, al travaglio interiore di Giovanni della Croce, allo strazio esistenziale di Pascal, Leopardi e Kierkegaard, al buio dell’anima conosciuto da Simone Weil e Etty Hillesum, solo per citarne alcuni. Costoro hanno attraversato la notte oscura dell’anima, ne hanno sperimentato l’abisso e, più di qualsivoglia manuale di psicologia, possono testimoniare ancor oggi, attraverso i loro scritti sgorgati dalla sera della vita, il cammino tortuoso e sfavillante dell’anima alla ricerca di se stessa e del proprio senso.

Coloro i quali abbiano sperimentato le notti senza stelle dell’anima, si sono al contempo resi consapevoli che è proprio il vuoto, il nulla, la via verso il tutto, verso la pienezza. Solo la mancanza infatti induce l’incessante ricerca personale. Non a caso la parola desiderio (dal latino de-sidera) significa assenza delle stelle, brama d’infinito. L’uomo disposto a scendere nell’abisso della propria interiorità è l’uomo disponibile ad oscillare fra il nulla e il tutto, poiché consapevole che l’uno è foriero dell’altro. La contemplazione profonda non s’arresta dunque allo smarrimento interiore, ma riesce a scorgere, proprio nell’acme del travaglio, la luce della speranza che dà significato a pensieri ed emozioni trasfigurandoli positivamente. Cogliere anche solo i riflessi delle stelle nel torrente impetuoso dell’angoscia e della disperazione, implica la fiducia che le doglie del parto siano generatrici della vita e consente di intravedere che il dolore può essere fertile humus per ogni gesto creativo, per ogni atto d’amore e di vita. In questo senso, come non pensare all’inquietudine psicologica e spirituale di Vincent Van Gogh, dalla quale sono affiorate alcune fra le pennellate più intense, struggenti, appassionate e coinvolgenti della storia dell’arte. Come non ricordare la travagliata esistenza di Alda Merini, dalla cui sofferenza interiore sono sgorgate con slancio creativo poesie traboccanti di vita, amore e bellezza.

È questo l’approdo spirituale di ogni essere umano che vive secondo saggezza e che, avendo conosciuto il vuoto interiore e non smettendo di camminare per le praterie della propria anima, non si stacca dal mondo, ma ne prende attivamente parte per far sì che il suo viaggio interiore diventi generativo anche per tutto quanto è altro da lui. Per questo, è importante riconoscere il lavorio dell’anima anche quando calano le ombre della notte nella nostra esistenza, quando tutto sembra precipitare e perdersi in un abisso senza fondo. Quando ogni significato sembra svanire in un nichilismo distruttivo, è lì che possiamo cogliere espressioni veramente umane. L’inquietudine va dunque riconosciuta, accolta e rispettata in noi e in chi ci sta dinanzi come cifra dell’esistere, come punto di partenza ma non come approdo finale. Le trepidazioni dell’anima ci attraversano e ci trasformano positivamente se cogliamo in noi e negli altri barlumi di speranza che possono emergere anche nelle esistenze più disperate e angosciate. È importante spalancare le porte alla speranza che fa capolino proprio nelle notti oscure della vita. Essa è l’espressione della libertà ultima dello spirito, che conduce l’uomo a trascendere l’immediatezza del presente proiettandosi verso il futuro. Educhiamoci dunque ad ascoltare voci e silenzi dell’anima, a coglierne ombre e luci, a scorgere la speranza anche nelle lacrime, nel grido doloroso o talvolta strozzato dell’angoscia esistenziale che lacera l’interiorità. Educhiamoci a comprendere i moti profondi dell’anima che oscillano fra il dicibile e l’indicibile, fra il visibile e l’invisibile. Proprio accogliendo in noi e nell’altro questa tensione dialettica, fra ciò che può essere detto e l’inesprimibile, è possibile intravedere la speranza, che si riverbera luminosa come la luna sul mare della notte. Anche nelle tenebre dell’anima non cessiamo di coltivare in noi la speranza poiché, come affermava il filosofo tedesco Walter Benjamin: “solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza”. La speranza è infatti garanzia di possibilità per lo spirito affinché si determini la libertà del singolo e la sua responsabilità, per il presente e per il futuro, nel tempo della vita e della storia.

Le inquietudini interiori sono la nudità dell’anima di fronte a noi stessi e all’altro, ma in questa fragilità di pensieri ed emozioni è custodita la vera forza umana. Invero, l’aver attraversato il travaglio della propria anima ci permette di avvicinare maggiormente il mondo interiore dell’altro, evitando di divenire monadi senza porte e finestre, immedesimandoci nella sua imperscrutabile essenza e nel suo vissuto con attenzione, sensibilità, rispetto e calore umano, aiutandolo a scorgere la speranza che, seppur leggera e impalpabile come la brezza estiva, è il motore che permette alla vita di non arrestarsi e di proseguire il proprio misterioso cammino.

 

Alessandro Tonon

 

[Photo Credit: Hisu Lee via Unsplash.com]

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Caro lettore, tu un giorno morirai. Un’eco di Elisabeth Kübler-Ross

Caro lettore, tu un giorno morirai.

Qualcuno potrebbe già aver smesso di leggere quest’articolo, ma queste mie parole vanno a chi le vuole ascoltare, a chi non si impressiona, o a chi lo fa ma non rinuncia a conoscere le cose, ad indagarle oltre le apparenze.

Chi mi sta ancora leggendo, magari davanti alla prima colazione o intento alle prime letture della giornata proposte dalla bacheca Facebook, è il lettore giusto, quello che in un certo senso è già avanti agli altri, ha già compiuto il primo passo (o l’ultimo).

Quanto è difficile accettare la nostra finitezza? Raggiungere la consapevolezza di non esserci più fisicamente in questo mondo, di abbandonarlo per come lo conosciamo e percepiamo ora? Interrogativo che non ci coinvolge se non a ridosso del nostro ultimo momento, nel fine vita. Non solo, lo stesso Albert Camus ne Il mito di Sisifo poneva tale interrogativo nell’arco dell’intera esistenza, convivendo con la possibilità della fine volontaria della propria vita, ovverosia il suicidio, eleggendolo addirittura ad unica questione di una certa validità filosofica.

Perché continuare a vivere? Perché l’essere piuttosto che il nulla? Abbiamo davvero una vaga percezione o idea di che cosa sia questo nulla o la fine del mortale?

Spostandoci dalla filosofia e passando al campo psicologico, nel caso del suicidio v’è una valenza non indifferente, specie in relazione alla fase adolescenziale. Quel che risulta, solitamente, è una totale inconsapevolezza della morte, della propria fine in questo mondo, il tutto legato all’atto, all’esecuzione isolata dalla ragione. L’azione suicida, come fuga dal mondo da una vita assolutamente impossibile, richiede una forza e una determinazione potenti, ben lontani dal gesto esibizionista, egocentrico ma soprattutto curioso delle reazioni seguenti. Il dato di inconsapevolezza sta tutto in quest’ultima proposizione, nel fatto di voler sapere che cosa succederà dopo la nostra morte, chi ne soffrirà, chi rimarrà colpito e sorpreso; con l’unica differenza che il soggetto non sarà lì a vedere tutto ciò.

Il mio memento mori iniziale è diretto anche e soprattutto ai giudici di atti compiuti da parte di adolescenti.
L’inconsapevolezza, secondo due direzioni diventa reciproca,  mostrando l’analfabetismo emotivo dei grandi giudizi di valore del nostro tempo, quelli virtuali e banali. Chi diventa adulto, spesso, ricorda nostalgicamente i bei tempi passati, la scuola e gli amici; dimentica tuttavia la totalità delle sensazioni e delle emozioni provate. La rimozione è facile, è un meccanismo consueto e porta con sé una buona dose di inconsapevolezza da offrire al popolo.

In fondo, tutti siamo più o meno inconsapevoli di fronte a quello che Hegel nella Fenomenologia dello spirito definiva il signore assoluto, ovverosia la morte da cui ne deriva una profonda paura, un’angoscia nel porsi davanti alla totalità della propria esistenza. Lo stesso Seneca scrive:

«Ci vuole tutta una vita per imparare a vivere, e, ciò che forse ti stupirà di più, ci vuole tutta una vita per
imparare a morire»1.

In tal modo ci riscopriamo tutti nella medesima situazione, tutti abbiamo intrapreso lo stesso cammino nel
quale dare un senso alla nostra vita per poi riuscire ad abbandonarla.

All’inizio dell’articolo parlavo di accettazione, passaggio fondamentale quanto difficile da raggiungere. Elisabeth Kübler-Ross lo pone, appunto, come ultimo stadio affrontato da un malato terminale nella convivenza con la sua malattia e con l’imminente morte. La psichiatra svizzera, ne La morte e il morire, traccia un preciso disegno della processualità del malato terminale suddividendolo in cinque stadi: rifiuto, rabbia, negoziazione, depressione, accettazione2.

Nella sua esperienza negli ospedali, racchiusa nell’opera sopraccitata, si possono leggere le varie interviste rivolte ai suoi pazienti, all’interno delle quali si possono cogliere le profonde sfumature emotive. Il rifiuto iniziale, il non riuscire a credere ad una tale notizia che implica inevitabilmente un pensiero che non occupa uno spazio così ingombrante nel quotidiano, che non ci tormenta. La rabbia, appena ci spostiamo dall’atteggiamento di chiusura, ci pervade e ci rende collerici nei confronti delle persone che ci stanno accanto, con il mondo stesso perché lo odiamo nella sua totalità. La negoziazione richiama a quella speranza che non viene mai a mancare in tutti i passaggi e ci fa pensare a qualche via di fuga, ai compromessi vari. La depressione non può che essere conseguente alla, seppur incompleta, realizzazione dell’evento. L’accettazione si fa ultimo traghettatore, una condizione che se raggiunta effettivamente riesce a farci congedare con la pace totale, la quiete e l’armonia con quel che è stato, che è e che sia avvia alla sua naturale conclusione.

La forza, la potenza e la complessità di questo percorso sono nella non-immediatezza, nell’intreccio necessario con la temporalità che sa essere tiranna. La pazienza dovrà prendere il posto dell’impulsività, l’attesa quello della pretesa che vuole tutto subito, nel qui ed ora. Altri non è che un’illusione e forse questo è l’insegnamento più prezioso che ci dà Kübler-Ross, ovverosia il riuscire a porci nei confronti della vita stessa, prima che della morte, con un atteggiamento capace di riflettere questo equilibrio. Essere in grado di «guardare in faccia il negativo»3, direbbe ancora una volta Hegel, e che superi le contraddizioni, le necessarie contraddizioni che ci compongono e che ci rendono così dannatamente e piacevolmente imperfetti, finiti di fronte all’infinito.

 

Alvise Gasparini

 

NOTE
1. L.A. Seneca, De brevitate vitae, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano 1993, p. 57
2. E. Kubler-Ross, La morte e il morire. Assisi: Cittadella, 2015.
3. G. Hegel, Fenomenologia dello spirito. Bompiani 2000

 

[Photo credits: Noel Nichols via Unsplash]

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Grazie perché mi hai fatto male

Seneca disse: «Lieve è il dolore che parla. Il grande dolore è muto».
Con queste parole si apre questo promemoria filosofico che, forse, non sarà utile solo a me.
Il dolore è una grande forza che corrode, come l’acqua la roccia.
Arriva seguito da uno spiacevole evento, di quale natura non importa, e rapisce per un momento la nostra vita.
Si può decidere di superare il dolore, questo è certo, ma non si può cancellare quella scia che ha lasciato dietro di sé. Il dolore è oggettivo, qualsiasi essere vivente può testimoniare la sua esistenza.
Si può essere coraggiosi e non temerlo, ma ahimè è inevitabile.
Si può pensarlo ma non smettere di provarlo. Urla senza fare rumore, non ha nome, ma sostanza.

Il dolore può sfociare nella sofferenza, che, per fortuna, può placarsi e trovare pace.
Non si parlerà però di resilienza in questa occasione, non vorrei ripetermi.
Questa volta, all’insegna di Seneca, vorrei prendere distanza dal dolore e così facendo ringraziare chi del male ne è stato il fautore. Forse sarà più una lettera che si può leggere senza impegno, ma non senza cuore. Spero possa dare voce anche al tuo dolore.

Grazie a chi oggi ti ha ferito con le parole, si dice che siano più taglienti di una spada.
Tu ringrazia chi ti ha sbattuto la porta in faccia, quella strada forse non era la tua.
Grazie a chi se ne è andato volontariamente e ti ha lasciato solo, ora, se ci pensi bene, ci sarà un posto libero per chi vorrà sedersi e viaggiare con te.
Grazie anche a te che, magari con l’ansia, le fissazioni, le paranoie, quando te ne accorgi diventi più cosciente delle tue preoccupazioni e, perché no, potresti anche riuscire a ridere di te stesso, ricalibrando i pesi del tuo presente.
Potresti dire grazie anche a chi ti ha tradito, ti ha insegnato cosa significa il concetto di fedeltà.

Grazie a chi non ha creduto in te, ora non hai più scuse, devi provare a essere il tuo vero e unico fan. Resti solo tu con la tua interiorità.

Quell’interiorità che Seneca descrive come il solo luogo in cui si può salvaguardare la propria libertà − e aggiungerei serenità − da tutti gli assalti della vita di ogni giorno.
In merito il filosofo latino ci invita ad un semplice esercizio1 senza tempo: prima di un nuovo giorno, dunque alla sera, suggerisce di provare a rivivere la giornata appena trascorsa, di fare quindi redde rationem, una ricognizione di tutto quello che è stato fatto per sincerarsi che si abbia agito nel bene, senza aver recato danno a sé e agli altri.

Il dolore, ad ogni modo, è una forza come l’amore: ti scuote, ti travolge, ti fa a brandelli e non lascia scampo. Durante la tempesta ti scopre da tutte le certezze e spesso ti annichilisce. Tirerà fuori il meglio e il peggio, quello che resta di te.
Tu cosa sceglierai?

Prima di concludere vorrei dare voce anche al mio dolore e mi rivolgo ora a chi mi ha fatto e continua ad arrecarmi dolore.
Grazie, ma nonostante tutto, io sono ancora qui.

 

Al prossimo promemoria filosofico,

Azzurra Gianotto

 

NOTE
1. Tratto da L. Anneo Seneca, De ira, III, 36, edizione Bur, 1998

[Credit Jeremy Bishop]

 

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“La filosofia consiste nei fatti”: parola di Lucio Anneo Seneca

 

Anche oggi, come ogni anno, le pagine dei maggiori social network si sono riempite di notizie, articoli, commenti relativi alla seconda delle prove con cui i maturandi sono chiamati a confrontarsi al termine del quinto anno. La maggior parte delle parole dedicate alla prova di traduzione dal latino o dal greco antico viene spesa a proposito della difficoltà linguistica del testo somministrato. Non mancano mai indagini pseudo-statistiche sulla veridicità di previsioni e vaticini.

Soprattutto quest’anno però non è il caso di soffermarsi tanto sulle asperità o sulla linearità del latino di Seneca, quanto più sul senso di parole la cui misura risiede nella loro propria lapidarietà: la filosofia è un’indagine, una ricerca che si traduce nella prassi con cui l’essere umano abita il mondo. La speculazione attorno alle domande che custodiscono il fine ultimo dell’esistenza umana, i discorsi attorno a concetti come essere, bene, virtù, significato, senso (ma la serie potrebbe continuare ad libitum) sono in fondo una messa in forma dello stesso umano che li pratica. Ciò che la filosofia offre all’umano è una scansione ragionata della propria vita, cioè un’esistenza secondo ragione: essa permette alla persona umana di solcare il mare della vita, le cui acque non sono prive di insidie, confortati dal legno d’una barca piccioletta1 e al tempo stesso mirabile. Le parole di Seneca sembrano dunque accadere opportunamente, indicando la via verso una forma di vita consapevole: agli studenti che hanno dovuto tradurle, dicono che la loro maturità consisterà nel saper adottare una postura critica e autentica nei confronti del mondo; a chi ha già lasciato la scuola secondaria da qualche tempo, invece, ricorda che la conoscenza del mondo e del suo senso non può essere raggiunta se non vivendo in esso, ordinatamente, ovverosia secondo ragione.

Vi lasciamo a questo punto al testo di Seneca, tratto dalla lettera XVI delle Epistulae morales ad Lucilium: immergiamoci in quelle parole così significative che ci provengono da oltre due millenni di distanza, scritte da un grande mentore al suo amico. Per un momento diventiamo anche noi Lucilio.

«La filosofia non è un’arte che cerca il favore popolare e non è fatta per essere ostentata; non consiste nelle parole, ma nei fatti. Di essa non ci si vale per far trascorrere piacevolmente le giornate, per eliminare il disgusto che viene dall’ozio: educa e forma l’animo, regola la vita, governa le azioni, mostra ciò che si deve o non si deve fare, siede al timone e dirige la rotta attraverso i pericoli di un mare agitato. Senza di lei nessuno può vivere tranquillo e sicuro; in ogni momento si presentano innumerevoli circostanze che esigono una direttiva, e questa bisogna cercarla nella filosofia.
Qualcuno dirà: “A che mi giova la filosofia, se esiste il fato? A che, se c’è un dio che ci governa? Ache, se il caso detta legge? Non si possono mutare gli eventi prestabiliti, né difendersi contro quelli incerti, ma o un dio è padrone delle mie decisioni e ha stabilito che cosa devo fare, o la sorte non mi concede nessuna decisione”.
Qualunque di queste forze esista, anche se esistono tutte, caro Lucilio, bisogna dedicarsi alla filosofia: sia che il destino ci vincoli con la sua legge inesorabile, sia che un dio, arbitro dell’universo, abbia disposto ogni cosa, sia che il caso sospinga e muova disordinatamente le vicende umane, deve proteggerci la filosofia. Ci esorterà a obbedire di buon grado a dio, e con fierezze alla sorte; ci insegnerà a seguire la volontà di dio, a sopportare il caso2».

Emanuele Lepore

NOTE:
1. L’espressione è dantesca: cfr. Paradiso, Canto II.
2. Riportiamo qui la traduzione di Caterina Barone, riportata dall’edizione che delle Lettere a Lucilio offre la Garzanti, Milano 2011.

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La vita fa schifo? Prendila con filosofia!

Qualche mattina, non dico tutte, ma qualche mattina capita di sentirsi già stanchi. Come se avessimo corso tutta la notte nella ruota di un criceto. Macché tutta la notte! Forse questa sensazione è proprio legata alla vita di tutti i giorni. Ci sentiamo dei piccoli criceti chiusi in gabbia: a disposizione abbiamo soltanto la ciotola dell’acqua, quella del cibo e una ruota su cui salire. E poi si tratta di correre, correre per meritarci altra acqua, altro cibo, sotto gli occhi compiaciuti di un nostro padrone, di un genitore o di un superiore, di una moglie o di un figlio.

Alla fine sentiamo che tutto quello che facciamo è per gli altri.

Per un briciolo di approvazione, per aspettative o per obbligo. E senso del dovere, questa malattia dell’anima che si attacca come un parassita e ti corrode, lentamente, senza farsi mai sentire di troppo.

Basta.

Basta davvero.

Guardo qualche gabbia a fianco alla mia e vedo che qualche filosofo si è fermato. Qualcuno si è fermato a pensare, altri continuano a correre pensando, altri si sono fermati e basta. Qualcuno ha addirittura aperto la gabbia ed è andato fuori. Altri sono finiti su un tapis roulant che non fa affatto rimpiangere la ruota del criceto: almeno quella non doveva essere pagata mensilmente.

Allora chiedo aiuto a loro, ai filosofi.

Epicuro non se ne preoccupa neanche di queste paranoie, in fondo «quando noi siamo [vivi], la morte non c’è; e quando la morte c’è, allora noi non siamo più». Non dobbiamo nemmeno temere la morte, insomma, il più grande dei mali, perché tutto scompare quando arriverà. Non ci sarà casa che tenga, risparmi accumulati in banca, niente. E di questo se n’è reso conto anche Verga, quando fece barcollare Mazzarò che cercava di portarsi tutti i suoi averi nell’aldilà urlando: «Roba mia, vientene con me!».

Insomma Epicuro è uno di quelli da “bicchiere mezzo pieno”.  Perché per lui quando la felicità è presente abbiamo tutto, quando invece è assente facciamo tutto allo scopo di averla. È benessere del corpo e serenità dell’animo, in pratica tutto ciò che ci allontana dalla sofferenza e dall’ansia.

Non è d’accordo invece la scrittrice giapponese Fumiko Hayashi, che in due versi rovescia il bicchiere: «La vita di un fiore è breve/ solo le sofferenze sono infinite». Insomma siamo ingabbiati senza possibilità di scampo. Condannati a correre senza fermarci.

Eppure Seneca avrebbe qualcosa da ridire: «È dunque felice una vita che segue la propria natura». Al di là della filologia su questa affermazione, assumiamo Seneca come nostro life coach e ci chiederebbe: qual è la tua natura?

Lì si annidano le possibilità della tua felicità, della realizzazione. Mandare tutti a fare… le loro nature, a perseguire le loro passioni. E noi le nostre. Con i nostri modi e le nostre diversità.

Certo ci scontriamo con la struttura sociale. Non possiamo fare tutto come se gli altri non esistessero, non possiamo preoccuparci soltanto del nostro benessere.

Ci pensa Popper a far chiarezza su questo punto: «L’attingimento della felicità dovrebbe essere lasciato agli sforzi dei singoli». La ricerca della felicità è cosa privata, un affar nostro. Spetta invece alla politica occuparsi di ridurre le nostre sofferenze più ampie, dato che la felicità è in ogni caso meno urgente degli sforzi volti a prevenire il dolore.

Al diavolo l’imperativo categorico kantiano allora, secondo cui dovremmo costantemente seguire la legge morale costruita dalla ragione. Per Kant infatti la felicità è un qualcosa d’indefinito, perché un essere umano non potrà mai conoscere a fondo i suoi desideri, cosa lo rende felice.

La filosofia ci insegna anche a dire di no. A rifiutare i pilastri come Kant. In fondo noi viviamo nel qui e ora, l’hic et nunc di cui parlavano i latini. Soffermiamoci su quello che ci sta accadendo attorno, in questo istante. E procediamo per gradi, per piccoli passi. I grandi cambiamenti non sono mai frutto di reazioni immediate. Quello è solo lo scossone iniziale, la suggestione che ci fa scappare, che desta attenzione. Poi è questione di fatica personale, di ricerca incessante e pialla. Pialliamo ciò che non ci piace, lo modelliamo a nostro piacimento.

E allora torna utile la toccante riflessione di Josè Ortega y Gasset «Quando in una strada solitaria l’auto si arresta spontaneamente il conducente, che non è un buon meccanico, si sente perduto e darebbe qualsiasi cosa per sapere cos’è l’automobile dal punto di vista meccanico. In questo caso la perdizione è minima (…) Ma, a volte, resta in panne la nostra vita intera, perché tutte le convinzioni fondamentali sono diventate problematiche (…) L’uomo, allora, riscopre, sotto quel sistema di opinioni, il caos primigenio con cui è stata fatta la sostanza più autentica della nostra vita. Incomincia a sentirsi assolutamente naufrago; di qui l’assoluta necessità di salvarsi, di costruire un essere più sicuro. Allora si ritorna alla filosofia».

E ricordiamoci che, usciti dalla gabbia, potrebbe andare peggio: potrebbe piovere.

 

Giacomo Dall’Ava

 

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Il labirinto dell’ansia quotidiana. Riflessioni da Seneca a Scarpa

Decidere dove trascorrere le vacanze o dove trasferirsi tra mille alternative diverse, vicine o dall’altra parte del mondo. Avere accesso a una quantità quasi infinita di possibili svaghi, musica, libri e poter assaporare un piatto indiano senza uscire dall’Italia. Dividersi tra lavoro e famiglia o essere costretti a sacrificare almeno una delle due cose.

Quante sono le contraddizioni che ci assalgono ogni giorno? Quanti gli stimoli o gli impegni che ci bombardano e ci costringono ad un circolo vizioso senza fine? È la società della frenesia, della fretta e dell’impazienza, dei contrasti di idee, di cultura e di potere, dell’estremo benessere contrapposto all’estrema povertà e della violenza, quella reale e quella impersonale dei social network. Un labirinto di situazioni, una complessità pesante, difficile a volte da gestire, che non ci permette nemmeno di apprezzare le cose semplici, di iniziare la giornata sentendo perlomeno il gusto del caffè che stiamo bevendo.

Come possiamo trovare una via d’uscita a questo dedalo, alle macchie da stress e agli attacchi di panico, in un mondo in continuo mutamento che ci costringe a reinventarci ogni giorno?

La risposta potrebbe essere molto naturale e istintiva. Immaginando di perderci in un labirinto, la prima cosa che tenteremmo di fare sarebbe affannarci per trovarne la soluzione. Addentrandoci l’ansia salirebbe, portandoci lontani dalla via d’uscita. Solo arrendendosi al percorso che ci scorre di fronte e scegliendo di seguirlo senza affanni, la via di fuga si paleserebbe in tutta la sua semplicità.

Tra i tanti autori che in letteratura si occupano della tematica del labirinto, Tiziano Scarpa è uno di quelli che offre uno dei punti di vista più intriganti. Nel suo Venezia è un pesce (Feltrinelli Editore, 2000), riferendosi all’intricata città lagunare con i suoi intrecci misteriosi di calli e canali, invita e perdersi, assecondare la strada e lasciare che esse stessa ci disorienti. Forse è proprio così: per godersi davvero una città, nei suoi contrasti e nella sua controversa bellezza, basta lasciarsi guidare dalle strade che ci offre, seguendo solo il nostro istinto e accettando semplicemente gli eventi.

La città, piccola metafora della nostra società, racchiude in se stessa tutte le meraviglie della cultura e del benessere, ma allo stesso tempo tutta l’irrequietezza della modernità, tutte le possibilità di aggregazione e nel contempo tutte le piccole e grandi solitudini che lo sviluppo ci porta a vivere. Smettiamola allora di tentare di dominare quest’insieme di infinite sfaccettature, di farci prendere dalle preoccupazioni e di combattere per sopravvivere. Viviamo, come ci invita a fare Scarpa, nella consapevolezza di non poter avere il controllo su tutto ciò che ci circonda, senza farci distrarre da un percorso prestabilito. Quello stesso percorso che invece Seneca nel suo De vita beata invitava a scegliere, tenendosi però lontani dal gregge. Interessante era la sua idea di ‘indifferenza verso la sorte’: senza timori né passioni si può apprezzare la propria condizione, con coscienza del vero e assenza di paure.

Spesso vogliamo o siamo costretti a cambiare casa, amori, lavoro, addirittura continente nei momenti più inaspettati. Uno schema, una storia già scritta, non può essere la soluzione: le paure e le ansie si risolvono con la prontezza di riflessi. Lottare contro ciò che non possiamo dominare è controproducente, quando possiamo vivere ciò che ci capita senza angosce, ma sfruttandolo appieno a nostro vantaggio. Un problema complesso non ha soluzioni semplici; una soluzione complicata però, non sarà mai una vera soluzione. Armiamoci di gioie semplici nell’imperturbabilità di conquiste graduali: solo così troveremo la via d’uscita ai nostri labirinti.

Barbara Noal

Barbara Noal, dottoressa in Commercio estero, attualmente studentessa di Economia e gestione delle arti e delle attività culturali. Vive tra Venezia e almeno altre cinque città diverse, ama la poesia, la cucina (degli altri) e la musica. Un giorno vorrebbe poter dire che organizzare concerti è il suo lavoro, ma è convinta che qualsiasi alternativa che garantisca la sopravvivenza potrà essere una buona soluzione, sempre e solo se accompagnata da un buon bicchiere di prosecco.

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E se il filosofo diventa un blogger? Intervista a Massimo Pigliucci

Nell’immaginario comune il filosofo è stato spesso rappresentato come un uomo intento a speculare e a indagare su realtà lontane, talmente assorto nell’esercizio del pensiero e nella ricerca della verità da perdere qualsiasi ancoraggio alla realtà mondana.
Vi ricordate la rappresentazione di Socrate nelle Nuvole di Aristofane? Sospeso su una cesta a mezz’aria, il filosofo greco se ne sta completamente assorto nel suo pensatoio a scrutare i corpi celesti.
Il distacco fisico dalla terra sembra essere da sempre una caratteristica con cui viene identificata la figura del pensatore. A forza di stare con il naso all’insù, sembriamo tutti, chi più e chi meno, destinati come Talete a cadere nel pozzo, procurando lo scherno di chi ci sta attorno.
Beh, dimenticatevi questa immagine, perché il filosofo 2.0 non solo sembra fare i conti con la realtà forse più di chiunque altro (qualcuno potrebbe dire finalmente), ma pare sia diventato anche un abile comunicatore.
In occasione dell’ultima edizione del festival della letteratura di Mantova abbiamo avuto il piacere di fare qualche domanda a Massimo Pigliucci, docente di filosofia al CUNY – City College di New York, blogger e divulgatore scientifico, per parlare degli attuali sviluppi della filosofia e del suo rapporto con la comunicazione e la divulgazione scientifica nell’era del blogging.

 

La chiave di Sophia si pone fin da principio come obiettivo la relazione tra filosofia intesa come interrogazione e ricerca costante e la quotidianità. Anche al centro dei suoi interessi c’è la divulgazione scientifico-filosofica. Fondatore dei blog Rationally Speaking e Footnotes to Plato, ha poi fondato Scientia Salon, che si occupa di scienza e filosofia e del loro dialogo. Secondo lei, quali sono le difficoltà che si possono incontrare nel tentare di rendere più accessibile ambiti considerati da sempre specialistici e accademici come la filosofia e la scienza?

La divulgazione è sempre stata difficile e sempre lo sarà, indipendentemente dalla particolare disciplina accademica. Non è facile scrivere per un pubblico generale di argomenti di fisica, biologia, filosofia, storia, ecc. Questo perché si devono navigare delle acque turbolente cercando di evitare sia la Scilla del semplificare troppo, perché allora si presenta un’immagine falsa della disciplina di cui si scrive, sia la Cariddi del mantenersi così tecnico che la gente semplicemente perde interesse. Non ci sono formule magiche, ma direi che il semplice fatto di essere un accademico, anche se di grande statura dal punto di vista specialistico, non prepara per nulla allo scrivere per un pubblico generale. A questo aggiungiamoci che ancora oggi troppi dei miei colleghi considerano lo scrivere per il pubblico un’attività secondaria, probabilmente a cui si dedica gente che non è sufficientemente brava a fare lavoro tecnico; e anche il fatto che il pubblico stesso è spesso refrattario all’idea di investire tempo ed energia per capire argomenti difficili, e otteniamo l’attuale situazione, un tantino deprimente. Ma bisogna continuare, la scienza e la filosofia (e la storia, e l’economia, ecc) sono troppo importanti per lasciarle solo agli specialisti.

Con la rivoluzione che ha interessato la comunicazione, si può dire che in parte il blogging abbia soppiantato o quantomeno affiancato la forma tradizionale del giornalismo. Quali sono secondo lei le sostanziali differenze?

Sicuramente il blogging si è affiancato al giornalismo tradizionale, ma non può (o perlomeno, non dovrebbe) soppiantarlo. Il blogging ha reso possibile ai giornalisti stessi di scrivere in maniera più libera e flessibile, ed ha anche portato più accademici a scrivere direttamente per il pubblico. Ma il blogging è sostanzialmente una forma di commento editoriale, non una fonte di notizie. I bloggisti semplicemente non hanno le risorse (e spesso le competenze) per fare, per esempio, giornalismo investigativo, o anche semplicemente per produrre buoni pezzi di cronaca, informati da fatti, non dicerie. Quindi mi auguro che il giornalismo superi presto la sua crisi attuale e trovi un modo di trasformarsi e di crescere, ma senza essere rimpiazzato dai social media. Se lo fosse penso sarebbe una catastrofe per la democrazia.

Lei è anche il fondatore del blog How to be a Stoic, un’interessante guida pratica su come affrontare la vita quotidiana attraverso il sapiente approccio della filosofia stoica. Nel blog si evidenzia l’importanza per la filosofia di conciliare la vita pratica alla ricerca teoretica, aspetto che la lezione degli stoici sembra privilegiare. Come descriverebbe uno stoico “moderno”?

Sì, ho anche scritto un libro con lo stesso titolo, che sarà pubblicato in primavera da Garzanti. Gli Stoici erano filosofi pratici, per loro la teoria è importante solo se guida la pratica in maniera effettiva, altrimenti si tratta solo di disquisizioni “accademiche”, nel senso peggiorativo della parola. Uno Stoico moderno cerca di assorbire e di mettere in pratica le lezioni impartite due millenni orsono, tra gli altri, da Seneca, Epitteto e Marco Aurelio. Due sono i principi fondamentali: primo, ci si deve continuamente chiedere se una cosa è sotto il nostro controllo oppure no. Se lo è, allora vi si dedica tutta la nostra attenzione per farla al nostro meglio; se non lo è, allora smettiamo di preoccuparcene. Per Epitteto, le uniche cose veramente sotto il nostro controllo sono i nostri valori, i nostri giudizi, e le nostre azioni. Di quelli e solo di quelli siamo veramente responsabili. Secondo, lo Stoico moderno – come del resto quello antico – cerca di applicare in ogni circostanza le quattro virtù cardinali: prudenza (nel senso di imparare a navigare situazioni difficili), coraggio (non solo fisico, ma soprattutto morale), temperanza (quindi auto-controllo, specialmente nell’evitare eccessi), e giustizia (nel senso di trattare tutti in modo equo). Sembra facile, ma non lo è. Le faccio un esempio che illustra il tutto: mantenere una relazione positiva e di crescita con il proprio partner richiede prudenza (è complicato…), coraggio (alle volte bisogna esprimere delle opinioni che non saranno bene accette), temperanza (per esempio per non perdere la pazienza in situazioni difficili), e giustizia (il mio partner è un essere umano con gli stessi diritti e dignità che vorrei fossero accordati a me). Ma il mantenere la relazione, alla fin fine, non è (interamente) sotto il mio controllo, perché dipende anche dal mio partner e da circostanze esterne. Ciò che è sotto il mio controllo, però, è la volontà di comportarmi al meglio possibile nell’ambito della nostra relazione. Solo quest’ultimo, quindi, dovrebbe essere il mio obiettivo come Stoico.

Nel corso della sua carriera accademica un tema centrale delle sue ricerche è stato il rapporto tra l’approccio scientifico e la fede. La sua posizione a riguardo si distingue nettamente dal movimento del New Atheism, che lei ha più volte criticato, definendolo un approccio “scientista”. Ci può spiegare brevemente come intende il rapporto tra fede e ragione scientifica?

Sono un ateo, e lo sono stato da quando facevo le scuole superiori. Ciononostante, vi sono molti scienziati che non trovano la loro fede incompatibile con la loro pratica scientifica, e quello che trovo bizzarro nei New Atheists è la loro insistenza quasi dogmatica che l’ateismo in qualche maniera “dimostra” il fatto che Dio non esiste. Il problema è che “Dio” è un concetto vago, che non si può mettere sotto il microscopio, e non ci sono dati scientifici che contraddicano concetti vaghi a mal definiti. Se si insiste, però, che la gente debba scegliere la scienza o la religione, perché le due sono incompatibili, non si rende un gran favore alla scienza. Ciò detto, non vedo ragioni (o evidenza) positive per credere, e non solo, secondo me ci sono ottimi argomenti filosofici per non credere; quindi considero la mia posizione di ateo perfettamente ragionevole. Se la situazione dovesse cambiare, in termini di ragioni o evidenza, allora cambierò idea.

Purtroppo nel pensiero comune la filosofia e la scienza sono ancora considerati rami diametralmente opposti, destinati a non incontrarsi. Anche scienziati e filosofi spesso rimangono trincerati dietro a posizioni dogmatiche che negano ogni tipo di collaborazione tra le due sfere. Nel corso della sua carriera si è occupato anche di filosofia della scienza, genetica e biologia. Qual è secondo lei una prospettiva utile per poter incrementare ed agevolare la ricerca e il dialogo tra scienza e filosofia?  

La mia carriera è iniziata come scienziato, in biologia evoluzionistica, e sono passato alla filosofia solo negli ultimi anni. Ha ragione, trovo molto strana questa antipatia reciproca tra scienziati e filosofi, che non ha né un senso da un punto di vista accademico, né riflette l’evoluzione storica delle due discipline (dopotutto la scienza era un ramo della filosofia fino al diciannovesimo secolo…). Il problema, comunque, non è universale. Ci sono diversi scienziati e filosofi che collaborano attivamente e pubblicano lavori comuni. E ci sono luminari della scienza per i quali la filosofia è importante per la formazione della mente scientifica. In una famosa lettera ad un suo amico, Einstein spiegò che uno scienziato senza cognizione della filosofia è semplicemente un tecnico, uno che si focalizza sugli alberi di fronte a lui ma non riesce a vedere l’intera foresta. Per essere giusti, però, di tanto in tanto sono i filosofi che se la cercano, visto che alcuni hanno scritto delle corbellerie sulla scienza senza evidentemente capirla, ma dandone dei giudizi sommari ben poco utili, anzi dannosi. È ora di superare questa situazione e di lavorare assieme per una visione più organica della conoscenza umana, quella che una volta si chiama “scientia”, cioè sapere nel senso più ampio della parola.

Carlin Romano, giornalista e docente di filosofia, nel saggio America The Philosophical descrive la cultura americana come estremamente ricettiva dal punto di vista filosofico. In base alla sua esperienza, lei è d’accordo con questa teoria? Come viene vissuta la filosofia negli Stati Uniti?

Romano si sbaglia di grosso. Il pubblico americano è uno dei più anti-intellettualistici del mondo occidentale. Io insegno filosofia alla City University di New York, e non le dico quante volte devo spiegare agli studenti perché vale la pena studiare la mia materia. Basti pensare alla seguente statistica: ci sono almeno quattro ottime riviste di divulgazione filosofica in lingua inglese. Tre vengono pubblicate in Gran Bretagna, una in Australia. Eppure la popolazione generale, ed il numero di filosofi professionisti, sono di gran lunga più grandi negli Stati Uniti. No, l’America ha molte cose di cui vantarsi, ma la ricettività filosofica del suo pubblico non è tra queste.

In questi ultimi anni si sta affermando sempre di più il legame tra formazione filosofica e il web 2.0. Basti pensare a personalità come Reid Hoffman, inventore di LinkedIn, o Peter Thiel, tra i fondatori di Facebook, hanno tutti in comune la stessa formazione accademica. Si può parlare secondo lei di un nuovo modo di “fare filosofia” che la rivoluzione digitale avrebbe introdotto?

Una delle ragioni per studiare filosofia all’università è che fornisce una preparazione rigorosa, soprattutto dal punto di vista del pensiero critico e del sapere scrivere in maniera logica e coerente – e queste sono abilità che aprono ampi spazi nel settore lavorativo (non lo dico solo per dire, ho controllato le statistiche: i laureati in filosofia negli Stati Uniti trovano lavoro facilmente e guadagnano bene). Il che spiega perché, per esempio, compagnie come Google o il network televisivo ABC impiegano filosofi ad alti livelli nei loro organici. Ma è anche vero, come dice lei, che “fare filosofia” è divenuto più facile grazie alle nuove piattaforme mediatiche. Per esempio, prima si parlava di Stoicismo: la pagina Facebook del gruppo internazionale di Stoicismo annovera più di 18.000 utenti (ce n’è una anche esclusivamente in lingua italiana, mantenuta da me). Non solo, ma piattaforme come meetup.com rendono facile alle persone con interessi filosofici simili di trovarsi nella stessa città, di incontrarsi, discutere, fare amicizia. La rivoluzione digitale sta cambiando ogni aspetto della nostra vita, inclusa la nostra capacità di fare filosofia.

Come vede la filosofia accademica nel nostro Paese? Secondo lei si potrebbe o si dovrebbe cambiare qualcosa all’interno delle facoltà italiane di filosofia?

Onestamente, non ne so molto. Ho smesso di seguire da vicino l’ambiente accademico italiano dopo che, più di 25 anni fa, ho dovuto lasciarlo perché il nepotismo, la rigidità interna e la mancanza di fondi rendevano pressoché impossibile una carriera universitaria. Purtroppo ancora oggi il consiglio migliore che posso dare a un giovane italiano interessato alla scienza o alla filosofia è di andarsene da qualche altra parte.

Forse la filosofia è rimasta troppo a lungo confinata nelle facoltà accademiche, perdendo il rapporto, a mio avviso essenziale, con chi di filosofia non ha mai sentito parlare. Credo che la sfida sia tutta qui: se dovesse consigliare un libro a chi vuole avvicinarsi allo studio del pensiero, che libro sceglierebbe?

Uno solo? Difficile! Il libro che mi aprì il mondo della filosofia quando ero al liceo fu Storia della Filosofia Occidentale di Bertrand Russell, un capolavoro classico, scritto con verve e senso dell’umorismo. Vedo su Amazon che è ancora disponibile…

 

Lontano dagli stereotipi che la legano a uno statico passato, la filosofia ha davanti a sé infinite possibilità di contaminazione e dialogo con altre discipline. Dalla scienza alla comunicazione e alle nuove tecnologie, spetta a noi raccoglierne la sfida, riconoscendone l’importanza per la nostra cultura, con la fiducia che essa venga compresa anche da chi oggi sembra più refrattario ad ammettere l’imprescindibilità del pensiero umanistico.

Greta Esposito